Appello contro la legge “ad personam” in tema di diffamazione

“Non si può alterare un sistema, che risponde a razionalità e a equilibrio, solo per “salvare” una situazione particolare. Occorre pensare non solo agli imputati (condannati) ma anche alle vittime”.

Riceviamo e volentieri trasmettiamo in allegato  l’appello di un gruppo di avvocati, magistrati, docenti e giornalisti contro il tentativo in atto di legiferare “ad personam” in tema di diffamazione.

 

Primo firmatario è il Presidente Nazionale dell’ANPI Carlo Smuraglia

Appello contro una legge “ad personam” in tema di diffamazione.

Certo, libertà di stampa, ma anche difesa della reputazione e dell’onore

Appello contro una legge “ad personam” in tema di diffamazione.

Siamo un gruppo di Avvocati, Magistrati, Docenti, Giornalisti, che si conoscono e si sono scambiati le impressioni (negative) che hanno ricevuto da quanto sta avvenendo, in tema di diffamazione, nella Commissione giustizia del Senato, nel più assoluto silenzio stampa. La nota che alleghiamo, con le nostre firme, vuole solo esprimere un punto di vista comune, per suscitare – se possibile – riflessioni urgenti e approfondite su un tema molto delicato. Non faremo una raccolta firme, perché ci sono già troppi appelli in giro. Ci limitiamo semplicemente a far sentire la nostra voce di cittadini, nella speranza che prevalga il buon senso e la ragione e si tenga conto non solo degli imputati, ma
anche delle vittime, confidando che si crei una diffusa ripulsa contro l’idea – ancora una volta – di leggi ad personam.

A proposito di un d.d.l. (Senato n. 3491, in sede deliberante ) relativo alle sanzioni per il reato di diffamazione.
Abbiamo visto con non poca preoccupazione, il disegno di legge Chiti ed altri, (Senato, n. 3491), presentato il 28 settembre 2012, in tema di pene per la diffamazione.

Il d.d.l., sottoscritto da rappresentanti di gruppi diversi, sta viaggiando a grande velocità, tant’è che la Commissione ha ottenuto anche di procedere in deliberante, che significa che non si andrà neppure in aula. Perché tutta questa fretta? Lo ha detto esplicitamente il Presidente della Commissione giustizia del Senato, nella sua relazione introduttiva in Commissione: “Per evitare il carcere a Sallusti, si deve davvero lottare contro il poco tempo a disposizione“; e più oltre “Saranno garantiti tempi rapidissimi di esame tali da consentire all’altro ramo del Parlamento di approvare in via definitiva, e comunque entro e non oltre la predetta data del 26 ottobre, una legge volta a scongiurare il carcere ad Alessandro Sallusti e agli altri giornalisti che si trovano o si troveranno nella sua situazione.”

L’intento dei promotori è di eliminare la reclusione per i reati di diffamazione che, sia detto per inciso, specialmente quando c’è anche l’aggravante dell’attribuzione di un fatto determinato, non sono reati di opinione. Noi non siamo favorevoli alla repressione dura e non auspichiamo che si vada in carcere per il reato di diffamazione, anche se gli interessi che dovrebbero essere tutelati sono quanto meno più rilevanti rispetto a quelli in gioco nel reato di furto.
Noi siamo favorevoli alla libertà di stampa, ma siamo interessati anche alla difesa della reputazione e dell’onore, che sono pacificamente beni protetti e garantiti dalla Costituzione.

La stampa seria non ha da temere nulla, neppure dalla legge attualmente vigente. Chi deve preoccuparsi delle conseguenze è solo chi commette sistematicamente diffamazioni, imbastisce campagne, crea “mostri”, interferisce pesantemente sulla vita privata e sulla vita professionale delle persone.

Del resto, basterebbe fare un confronto tra i precedenti penali di alcuni abituali frequentatori delle aule giudiziarie (in tema di diffamazione) con quelli dei Direttori di alcune grandi testate nazionali. Si vedrà rapidamente la differenza e si capirà che il problema non è solo quello della salvaguardia della libertà di manifestazione del pensiero. Ma ancora: molto raramente i Tribunali italiani infliggono pene detentive a
giornalisti e ancora più raramente ai Direttori. Quando si passa – in casi non frequenti – dalla multa alla reclusione, è perché si tratta di diffamazioni davvero scandalose oppure di casi di recidiva specifica e reiterata.

Ciò premesso, se davvero si volesse tutelare la reputazione e l’onore delle persone, considerandoli – come è doveroso – beni fondamentali e attributi della persona, costituzionalmente garantiti, non si dovrebbe ridurre tutto alla multa, (che non preoccupa nessuno e non costituisce deterrente), ma si dovrebbe pensare magari a misure alternative oppure a pene accessorie, (del resto non ignote ai nostri Codici), che colpiscono l’attività professionale di chi, chiaramente, abusa dei suoi poteri.

Insomma, non si può alterare un sistema, che risponde a razionalità e a equilibrio, solo per “salvare” un Direttore al quale la reclusione è stata irrogata anche in virtù di numerosi precedenti. Se si vuole riordinare il sistema e renderlo davvero equilibrato, si prevedano, quanto meno, pene accessorie, obbligatorie quando ci sono precedenti penali, di carattere interdittivo o sospensivo da specifiche attività, professionali e non. E lo si faccia non in deliberante, ma con una seria discussione in aula e col tempo necessario e non commisurato alla situazione di un singolo.

Il Parlamento è affollato di provvedimenti in lista d’attesa o che stentano ad arrivare alla conclusione. Si aggiunga anche questo, se si crede di apportare qualche aggiustamento al sistema, ma tenendo conto davvero di tutti gli interessi in gioco; e soprattutto ricordando che nel processo penale si deve prestare attenzione e garanzie non solo agli imputati, ma anche alle vittime.

Oltretutto, sia detto per inciso, non è vero che all’estero non è prevista la reclusione per la diffamazione. Il quadro è molto variegato. Comunque, in Francia, Germania e Spagna è prevista anche la pena detentiva;altrettanto negli Stati Uniti, dove mancano
leggi federali sul tema specifico, ma in 17 Stati è prevista anche la pena detentiva. Che poi ovunque esistano problemi e modalità di applicazione diversi, è tutt’altra questione.

Avv. Prof. Carlo SMURAGLIA

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