ANPI Catania : Auguri di Buon Compleanno al partigiano Salvatore Militti solo 95 anni

Il partigiano Smit.

dsc00328Salvatore Militti sembra uno scugnizzo napoletano piccolo e sottile di statura, agile e svelto come un gatto, gli occhi sono vivaci e trasparenti, sempre sorridente, non sembra un novantenne. Se lo conosci diresti che ha trascorso una vita agevole, senza problemi, in realtà non è così. Salvatore nasce il 4 febbraio del 1922 a Lentini, a tre mesi dalla nascita viene abbandonato dal padre e vive nella casa dei nonni materni, famigli numerosissima e patriarcale, a undici anni fa l’apprendista fabbro, l’anno dopo fa il meccanico e ripara i motori per il sollevamento dell’acqua dai pozzi artesiani. La passione per la meccanica lo accompagnerà fino ai nostri giorni, nella cantina della sua casa c’è ancora una officina da fabbro dove si dedica a piccoli lavori.
Nel ‘40 prende il diploma scuola di avviamento professionale, l’anno successivo vince il concorso nelle Ferrovie dello Stato e il 12 luglio del ‘41 inizia il suo servizio a Catania.
Il 22 aprile del ‘42 riceve la cartolina militare per prestare servizio militare in marina, alla visita militare a Siracusa, a causa di una punta di ernia inquinale, viene trasferito nei ruoli di terra e prende servizio a Cuneo nel 33° Reggimento di Fanteria. Viene assegnato all’ufficio matricola, batte a macchina il modulo M.43 per i militari che vanno a visita di controllo all’ospedale militare di Alessandria.

Salvatore ci racconti la tua storia?

L’otto settembre 1943, mi trovavo a Cuneo ero andato al cinema, durante l’intervallo alcuni commilitoni annunciavano a tutti i presenti la fine della guerra. Nessuno ci crede la proiezione continua, dopo alcuni minuti suona l’allarme e più voci ci invitano a correre in caserma. Rientrati, ascoltiamo il messaggio del Maresciallo Badoglio alla nazione che annuncia l’armistizio.
Per alcuni giorni aspettiamo degli ordini che non arrivarono, così tutti decidemmo di lasciare Cuneo per poter tornare ognuno alla propria casa, ma l’Italia era spezzata e per me era impossibile raggiungere la Sicilia. Mi ritrovai con tre emiliani tra cui Sergio Camparini e un romano, che essendo munito di patente, si reca in un deposito di auto e riesce a portar via una Millecento nuova di zecca. Con quell’auto ci avviammo verso Roma passando per l’Emilia, durante il percorso attraversammo il greto di ben cinque fiumi e nell’ultimo il Taro, essendo più ricco di acqua rimanemmo in panne, fummo costretti a spingere la macchina fuori dal fiume con tutte le nostre forze.
Poiché temevamo di imbatterci in pattuglie tedesche, durante tutto il percorso chiedevamo ai passanti se la strada fosse libera. Sulla via Emilia ci imbattemmo in posto di blocco tedesco, i militari armati di palette e mitra fermavano i mezzi pesanti, impauriti svoltammo su una strada laterale ma ci trovammo ad attraversare un capo pieno di tedeschi che sui prati si godevano un tranquillo riposo. Superato questo pericolo, ed essendo nelle vicinanze di Campagnola Emilia paese di Sergio, decidemmo di abbandonare l’auto e proseguire a piedi, durante il tragitto giungemmo presso una famiglia che conosceva il padre di Sergio, qui ci offrirono una cena calda e un posto dove dormire. Il giorno dopo ci prestarono una bicicletta per raggiungere a Campagnola Emilia la cascina di Sergio, fui accolto come un figlio ed avendo il padre un podere a mezzadria, mi fermai con loro a lavorare i campi.
Poco dopo la nuova Repubblica Sociale di Salò pubblicò un bando con il quale ordinava che tutti gli sbandati dovevano registrarsi nei comuni dove risiedevano, perché non sarebbero più stati richiamati alle armi. I primi di marzo del ‘44, invece i repubblichini richiamano alle armi le classi del ’22 e del ’23, a seguito nei nuovi ordini dovevamo recarci giornalmente in caserma per l’appello; ogni giorno qualcuno mancava, e l’addetto alla chiamata alla fine diceva: quelli che non hanno risposto andranno subito sotto processo. In quei giorni, valutando che il regime fascista stava per essere sconfitto e la Sicilia era stata liberata, avevo contattato il CNL (Comitato Nazionale di Liberazione) per poter disertare e recarmi in montagna per far parte delle formazioni partigiane.

Da quel giorno comincia la tua avventura da partigiano?

Si! Abbiamo atteso l’ordine del CNL, il 17 marzo ci viene comunicato di non presentarci all’appello e di aspettare alla periferia di Reggio Emilia. Quella sera ci ritrovammo in sette, calata la notte si presentò la nostra prima staffetta che ci accompagnò per la pianura fino alle prime colline, sfuggendo i posti di blocco. Qui ci prese sotto la sua protezione Brenno, antifascista da lunga data.
La marcia fu faticosa, i monti che sembravano vicini e coperti di neve in realtà erano sempre più lontani, le nostre scarpe con le suole di sughero non erano adatte ai percorsi
di montagna, presto si sfondarono furono momenti di scoraggiamento, qualcuno pensava che forse sarebbe stato meglio tornare indietro. Nel posto convenuto non trovammo la nostra terza staffetta, allora Brenno ci lasciò in un bosco, e dovette tornare indietro per chiedere spiegazioni

Ma improvvisamente ecco che incontriamo la 7 Brigata Garibaldi comandata da Eros (Didimo Ferrari) reduce da uno scontro a fuoco con i fascisti.
Eros aveva una lunga militanza antifascista, aveva già fatto dodici anni tra galera e confino. Eros da vero comandante quando si accorse che avevo le scarpe rotte mi disse: Ti do le mie.
La nostra postazione fu una chiesa sul monte Ventasso, al comando di Eros attaccammo una caserma di fascisti per procuraci armi, munizione, vettovaglie e divise, dopo una breve sparatoria i fascisti si arresero.
Successivamente il distaccamento a cui appartenevo si divise e io passai al gruppo partigiano “Don Pasquino” al comando di William (Villa Massimiliano). Si dormiva di giorno e di notte si entrava in azione, attaccavamo le caserme dei Carabinieri e dei fascisti presenti sul territorio. Ricordo perfettamente che una notte abbiamo anche attaccato una fabbrica di tannino mettendola fuori uso, qui si produceva una vernice che esportata in Germania veniva utilizzata per gli aerei e carri armati.

Attaccavate le caserme dei carabinieri qual’ era la loro reazione ?

Ora ti racconto un episodio particolare, una sera attaccammo una caserma di Carabinieri comandata da un sergente calabrese, il sergente accetta di parlamentare con William, e gli consiglia di non espugnarla perché è ben difesa e minata, e con fare enigmatico dice: preferisci dieci oggi o venti domani. William capisce al volo e decide di ritirarsi. Il sergente si vantò con i suoi superiori della brillante vittoria contro i partigiani e la caserma venne rafforzata con una mitragliatrice. Alcune settimane dopo tornammo e la mitragliatrice fu nostra.
In altre incursioni incontrammo dei carabinieri amici di alcuni partigiani e facilmente li persuademmo a passare con noi.

Avete avuto scontri solo con i fascisti o anche con i tedeschi ?

La maggior parte lo sono stati, ma una volta catturammo anche un capitano medico tedesco Buck il 17 giugno 1944. Vi racconto com’è andata, il nostro comandante William, il commissario Gallo e altri due compagni, si recarono a Traversetolo per procurarsi del cibo e riuscirono a farsi dare un grosso carico di grano. Nel frattempo si accorsero della presenza di un’auto tedesca dove alla guida c’era un capitano medico delle SS, la prontezza dei partigiani non diede tempo al capitano di difendersi, né di fuggire e fu catturato. Il comandante felice per gli obbiettivi raggiunti, diede l’ordine di ritornare con le due macchine al rifugio, la presenza delle macchine ci fece sospettare un attacco tedesco, per cui velocemente ci appostammo per un agguato, il tedesco su sorpreso dalla nostra preparazione militare e ci fece i suoi complimenti. Fu tenuto prigioniero e si pensò di scambiarlo con dei partigiani detenuti a Reggio. Buck parlava bene l’italiano e per passare il tempo gli procurammo alcune riviste, lui ci diceva: Voi italiani avete troppe chiese e poche scuole.
La mediazione fu assicurata da un prete, l’accordo prevedeva il rilascio, in zona partigiana, di 23 prigionieri italiani, muniti di lasciapassare tedesco.
L’accordo fu accettato, e lo scambio ebbe luogo, i prigionieri erano tutti in cattive condizioni di salute e molti avevano subito torture.
Il capitano medico, fu trattato così bene, che dopo il rilascio ci avvertiva dei rastrellamenti, facendoci pervenire delle lettere con gli itinerari che i nazifascisti avrebbero percorso. Nel novembre a un capo distaccamento sassarese fu consegnata una di queste lettere, lui la conservò in una tasca dimenticandola, la consegnò al comando quando ormai era troppo tardi, nel rastrellamento tedesco 12 nostri compagni avevano trovato la morte.
Molti furono gli avvenimenti in quel periodo, a volte con successo riuscivamo a far liberare dei compagni prigionieri proponendo degli scambi con militari tedeschi che appositamente prendevamo prigionieri. A volte le cose non andavano come speravamo, con grande dolore non riuscimmo nonostante i nostri tentativi a liberare i sette fratelli Cervi che furono fucilati.
In autunno, come capo squadra, fui trasferito a Corniglio, un tranquillo paese dove era stato attrezzato un campo di lancio qui gli inglesi paracadutavano armi, munizioni e altra merce. Quando Radio Londra con messaggi in codice ci avvisava dei lanci di rifornimento preparavamo delle fascine di legna disposte a forma di V, che dovevano essere già pronte, in attesa di essere accese appena si sentiva il rombo del motore dell’aereo. Un giorno ci lanciarono 1000 paia di scarpe di pura pelle e 1000 paia di suole di ricambio
Nel novembre ‘44 e gennaio ‘45 i tedeschi che avevano sentore della sconfitta, scatenarono due grossi rastrellamenti nel parmense, impiegando notevoli forze, nel primo ci furono più di 100 morti tra i partigiani, il secondo fu meno drammatico i partigiani si sganciarono dall’accerchiamento. Finita questa fase si fece molto forte la nostra pressione militare, andavamo a sottrarre i beni nascosti dalle famiglie che si erano arricchite con favori politici colpimmo anche dentro la città di Parma con attentati.
Il 26 aprile del ‘45 ero al comando di un gruppo di 25 partigiani ci preparavamo alla conquista di Parma, giunti alla periferia fummo bersaglio di franchi tiratori, era una donna che facendo finta di stendere la biancheria, sul balcone di casa tra un capo e l’altro con un fucile ci sparava. La catturammo e la portammo al campo sportivo. Dopo alcuni giorni, liberata la città, in segno di riconoscimento a Parma che ci aveva ospitato ci fu una grande parata a cui parteciparono tutti gruppi partigiani.
Per noi ormai la guerra era finita l’Italia era stata liberata, mi fermai a lavorare nella cascina del mio comandante Lupo (Cesare Cepelli) fino al settembre del ‘46, pressato dalle continue lettere di mia madre alla fine mi lasciai convincere a tornare in Sicilia.
Arrivato a Lentini feci domanda per rientrare in ferrovia, dopo il corso di aiuto macchinista fui assegnato alla guida di una locomotiva. Il mio collega Giuffrida mi fece conoscere la sorella Anna Giovanna e il 12 ottobre del ‘49 la sposai.
Oltre a Salvatore Militti, molti altri catanesi hanno partecipato alla resistenza, vogliamo ricordare le due donne, che sacrificarono la loro vita nella guerra di liberazione: Graziella Giuffrida e Salvatrice Benincasa. Tutte e due persero la vita torturate e uccise una a Genova l’altra a Monza. Uomini e donne che combatterono giovanissimi per una nuova Italia e sono i fondatori della Costituzione repubblicana.

Santina Sconza Presidente Provinciale ANPI Catania