Tutti dicono Germania Germania”. È morto lo scrittore di Delia ( Cl) Stefano Vilardo

Per similitudine della precedente fase storica, dei “soggetti in causa”, e di anni anagrafici, la scomparsa dello scrittore e poeta nisseno Stefano Vilardo, che si collega con la morte di Emanuele Macaluso ( nativo di Caltanissetta), riporta alla memoria – per chi ne ha coscienza civile e democratica – le condizioni materiali di vita della stragrande maggioranza della popolazione nell’entroterra siciliano negli anni quaranta, cinquanta, e a seguire. Un doloroso “ status” di povertà e sofferenze rimasto immutato nel corso dei secoli, che assimilava, nell’ eguaglianza per fame e tormenti, la gran parte della popolazione siciliana ( e meridionale in genere).

La dittatura fascista era stato lo strumento principale ( ben ricambiato per i professionisti dell’olio di ricino e dai manganellatori vestiti in nero, con larga galera per gli oppositori) affinché i ceti nobiliari , feudatari-latifondisti, proprietari di miniere, lacchè e mafiosi, che da sempre detenevano il potere nell’isola, continuassero a godere i ben ricchi e lauti compensi dei loro “affari” ( monopolisti delle ricchezze prodotte in Sicilia), acquisiti sul più becero sfruttamento dei più.

Non intendo, però, riportare all’attenzione la figura del sindacalista e comunista Emanuele Macaluso, correttamente ben ricordato in questi ultimi giorni dalla gran parte della struttura politica, sindacale e informativa rappresentativa del nostro paese.

Stefano Vilardo, scomparso il 17 gennaio a novantotto anni, fu antico e intimo amico di Leonardo Sciascia. Si erano conosciuti da giovanetti , compagni di banco dell’istituto magistrale “ IX Maggio” di Caltanissetta. Lui di Delia ( Caltanissetta), Leonardo Sciascia di Racalmuto ( Ag) trasferitosi da piccolo con la famiglia nel capoluogo nisseno .

Per molti anni fu maestro elementare, prima a Delia, poi a Caltanissetta e Palermo ( Leonardo Sciascia fu maestro elementare a Racalmuto dal 1949 al 1957).

Fu poeta e scrittore. Alla raccolta “ Primi fuochi” -1955 – seguii l’antologia poetica “ Il frutto più vero” -1960 -,“ Gli astratti furori” nel 1988. Poi, due romanzi: “ Una sorta di violenza” nel 1990 e “ Uno stupido scherzo” nel 1997. Negli successivi altre pubblicazioni, tra cui “ A scuola con Leonardo Sciascia” ( 2012). L’ultimo titolo è del 2016, “ Le nevi di una volta”.

Assunse fama nazionale nel 1975 con “ Tutti dicono Germania Germania” ( ed. Garzanti, riedito nel 2007 da Sellerio), con prefazione di Leonardo Sciascia.

A mio parere un libro epocale, poiché la costrizione e la tragica sofferenza epocale dell’emigrazione viene fatta raccontare direttamente dai cittadini del suo paese, Delia ( attualmente i residenti sono 3953, la punta più alta fu nel 1951 con 7250 abitanti) che, per sfuggire alla miseria e alla fame, furono costretti a vivere quella triste esperienza.

Il libro contiene 42 testimonianze. Non racchiudono ovviamente la cronistoria dell’emigrazione storica del paese. Nello specifico si riferiscono alle vicissitudini emigratorie dei primi anni 60 del secolo scorso.

Gli “sfruttati di sempre” raccontano i grandi dolori delle sofferenze patite. Le condizioni di fame della loro esistenza, le miserevoli condizioni di infame sfruttamento nel lavoro ( nella gran parte nell’agricoltura) o di disoccupazione, l’ improrogabile esigenza di emigrare per fare sopravvivere le proprie famiglie. Molte volte andando incontro all’ignoto. L’emigrazione in Germania e negli altri principali paesi europei avveniva secondo regole e canali ufficiali sanciti da apposite convenzioni internazionali che stabilivano anche le quote numeriche. In parecchi casi non c’erano le condizioni per attenersi alle normative, quindi l’emigrazione avveniva anche in maniera clandestina. In maniera traumatica.

Si attraversavano le montagne confinarie ( Svizzera, Francia…) accompagnati da apposite guide che pretendevano il soldo della propria attività. In molti casi anche durante i mesi invernali, oltrepassando di notte le montagne ricoperte di neve e ghiaccio. Come già avvenuto da gruppi di partigiani durante la Resistenza nella lotta contro i nazifascisti e dai cittadini italiani ebrei che tentavano di sfuggire alla deportazione e alla morte.

Come avviene oggi nelle stesse zone con i profughi migranti provenienti da varie parti del mondo, fuggenti da guerre, fame e desertificazione, che cercano nuove speranze alla loro vita. Un ciclo continuo che caratterizza da sempre la storia della nostra Gaia Terra.

Degli emigrati trattati nel libro di Vilardo parecchi erano gli sconfitti, che avevano partecipato alle grandi lotte contadine di riscatto contro il latifondismo e la mafia – loro braccio armato – che in particolare dalla fine del 1940 ai primi anni del 1950 avevano caratterizzato la Sicilia e nello specifico le aree del nisseno.

Inizialmente l’emigrazione era tutta maschile, poi trovata la sistemazione, in molti facevano venire le famiglie.

Ora, la “parola” a richiami di alcune testimonianze contenute in “ Tutti dicono Germania Germania”.

  • “ Sono partito per la Germania il due ottobre del 1961 che qui non potevo più campare io e la famiglia con quattro bambini. Sono partito da clandestino e non ho passato le montagne a piedi come tanti altri ma d’intrallazzo con le macchine. Centomila in tutto mi è costato…..”
  • In Venezuela feci pochi affari così pensai di andarmene in Germania. Tramite un amico ebbi rilasciato il passaporto e fu una grande grazia chè con tre figli e la moglie ammalata non avevo dove battere la testa. Partii il ventinove maggio del sessantadue…..”
  • Sono arrivato per la Germania da clandestino ma arrivato a Torino mentre tentavo di attraversare la frontiera mi beccarono e fui costretto a ritornare a Delia. Ma a Delia non potevo più campare e tanto feci che sono in Germania….”
  • Facevo il contadino ma la terra si sa che non fa più campare, l’agricoltura è morta, non si contano più i campi abbandonati allora pensai di emigrare. Per avere la tessera come turista ho dovuto vendermi come una puttana. A Francoforte…..”
  • ….Finita la raccolta portai a casa una miseria, otto salme di frumento e sette di fave. In Germania oh spavento trovai un ammasso di fabbriche mai visto e qui in Sicilia ci abbiamo i letamai…..”
  • Ero ritornato dal Venezuela per non emigrare più ero stufo di quella vita da zingaro ma qui non si poteva più campare né con l’industria né con l’agricoltura, così sono stato costretto ad emigrare un’altra volta. In Germania….”
  • “ Son partito per la Germania nel sessantuno chè non avevo lavoro. Quando facevo una giornata per due giorni poi restavo a spasso. Facevo il manovale guadagnavo millecinquecento lire al giorno, in Germania invece tre marchi e mezzo l’ora. Siccome avevo un contratto di lavoro…”
  • “ Se avessi potuto lavorare qui tirare avanti la vita in Germania non sarei andato. Io qui zappavo la terra sempre rendava male, male, e poi con tre bambini…..e così sono emigrato a Francoforte…”.
  • Non riuscivo a campare qui. Lavoravo in miniera a Ramilia per un salario di fame…..decisi di scappare in Germania…..”
  • “ Sono partito per la Germania nel 1958 da clandestino chè non sapevo come fare per campare la famiglia e curare la moglie ammalata. Eravamo in otto e passammo le montagne come cani bastonati. Ma Dio volle che arrivammo sani e salvi alla Saar….”
  • “Veramente non avevo volontà di emigrare, avevo combattuto due guerre e immaginavo i sacrifici che avrei dovuto fare all’estero. La necessità i bisogni della famiglia mi spinsero in Germania….Dormivo in una baracca priva di acqua, di cesso, come disabitata, buone per gli animali….”
  • “ Avevo diciassette anni e mai ero uscito da casa ma volle così la mia sventura chè con il mestiere di contadino lavoravo alla mattina alla sera e non potevo mai saziarmi nemmeno di pane e cipolla. La sera ero sempre senza un soldo in tasca che non potevo comprarmi una sigaretta. Disperato partii per la Germania da clandestino. Per attraversare le montagne feci dodici ore di cammino a piedi soffersi molto ma appena arrivato…..”
  • “ Lavoro in una fabbrica di Mains siamo in seimila tra uomini e donne, una grande fabbrica. Facciamo il nostro dovere e ci rispettano tutti, capireparto, ingegneri. Però dormiamo male in una stanza di sedici metri quadri dormiamo in sei persone, brande a castelletto. Ci cambiano le lenzuola ogni quaranta giorni, siamo considerati come prigionieri guerra…….”
  • “ Il quindici gennaio del sessantuno partii per la Germania mi pareva tutto chiaro invece non trovai che spine. Nella fabbrica dove lavorava mio figlio non mi volevano imbocciare, mi dissero sei vecchio e il lavoro è pesante, provatemi risposi che ho cinque figli da campare se non riesco mi licenziate. Mi imbocciarono……”
  • “ …MI sposai ma subito scappai in Germania per andare ad affannarmi il pane. Partii da clandestino con tre paesani senza guida che uno di noi conosceva la strada. Camminammo due giorni in mezzo alle montagne con la paura che la finanza ci scoprisse, poi arrivammo a Modane in Francia……”

n.b. I richiami riportati si riferiscono alle testimonianza: 2,3,15,17,18,20,1, 6,7, 12,13, 14, 40, 42

Il “fuoco” del tutti dicono Germania, Germania covava ancora, forte, nella seconda parte degli anni sessanta. Io stesso ne fui coinvolto. Alla fine del 1967, appena diplomati all’istituto tecnico industriale di Catania, in cinque della stessa classe, andammo in Germania. Restammo un anno. Nell’esperienza lavorativa, tra l’altro molto particolare, la prima in essere, si toccò con mano la vita e il dolore che caratterizzavano le grandi schiere degli emigrati siciliani e meridionali in genere. Ancora,in molti, in quegli anni si comunicava con le famiglie solo con lettere e francobolli.

Giusto per forgiare le coscienze politiche degli anni seguenti.

L’emigrazione non si è mai fermata. E’ continuata sempre, anno dopo anno, uno stillicidio imponente, verso le aree del nord Italia e dell’Europa in particolare. In alcune centinaia di migliaia sono andati via nel corso degli ultimi vent’anni. Dal 2012 in almeno centomila si sono stabilizzati all’estero. La Germania è sempre la meta più frequentata. La “marcia” funesta è sempre in atto. L’ultimo rapporto Migrantes fotografa bene la situazione in atto. Un siciliano su sette vive all’estero. Su una popolazione di circa 5 milioni di abitanti 784.000 vivono all’estero, mantenendo la cittadinanza italiana.

I professionisti politici del veleno migratorio attualmente in auge ( verso l’Italia) hanno costruito le loro sventurate fortune. Per Loro, i nostri migranti, come sempre, sono solo carne da macello.

domenico stimolo