La repressione popolare in Sicilia durante la dittatura fascista: Tribunale speciale e confino.

E’ doveroso ricordare i tanti siciliani che furono perseguitati dal sistema repressivo fascista. Un insegnamento di libertà per tutti, specie per le nuove generazioni.
Non è facile riassumere in poche pagine gli atti e le dinamiche liberticide che furono ampiamente praticate in Sicilia durante la dittatura fascista che coinvolsero in varie forme e maniere migliaia di cittadini, uomini e donne.

Più che alla composizione del blocco di potere fascista che si venne a costituire nella nostra regione, agli atti di violenza che si consumarono in maniera efferata dall’inizio del 1920 fino alla cosiddetta “marcia su Roma” dell’ottobre del 1922 e negli anni immediatamente successivi ( questa tematica riveste una propria diretta specificità da affrontare separatamente), si ritiene particolarmente importante riportare alla memoria le conseguenze determinate dalle leggi repressive messe in opera dalla dittatura, con particolare riferimento ai siciliani inviati al confino.

• “ Provvedimenti per la difesa dello Stato”, legge n. 2008 del 25 novembre 1926, con l’istituzione del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato. Viene tra l’altro reintrodotta la pena di morte. Il tribunale aveva come esclusivo riferimento il Codice militare in tempo di guerra e alle sentenze non si poteva richiedere ricorso. I suoi componenti – presidente, cinque giudici, relatore – venivano scelti tra gli ufficiali delle varie forze armate e della milizia volontaria per la sicurezza nazionale.
L’esclusivo obiettivo del “Tribunale” era finalizzato a punire tutte le attività sociali e politiche che venivano considerate contrarie al regime fascista.
A quella data erano già stati sciolti tutti i partiti, le organizzazioni sindacali, sociali, associative, considerati sovversivi e quindi fuorilegge. Fatti decadere i deputati dei partiti che non sostenevano il fascismo, eletti con il voto nazionale nel 1924. Soffocata la stampa. Dal 1° gennaio 1926 non uscirono più 58 giornali, 149 periodici e migliaia di pubblicazioni.

I principali strumenti persecutori di stampo legislativo ( “le leggi eccezionali”) furono essenzialmente due:

  • Il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza. R.D. n.1848 del 06.11.26.
    Si disponeva, tra l’altro, nella maniera più assoluta, la gestione del confino di polizia. Un istituto giuridico contemplato nella legislazione nazionale già dal 1863, nella forma del “ domicilio coatto”. Rilevanti le novità repressive introdotte. Con l’art. 185 il confino veniva esteso da uno a cinque anni ( minimo sei mesi, massimo sessanta mesi). In più, nei riguardo dei perseguitati la pena poteva essere applicata direttamente, con assoluta discrezionalità della Commissione, pur non essendo stato commesso nessun formale atto trasgressivo dei Codici legislativi vigenti. Il confino, che prevedeva l’obbligo del lavoro, si scontava in una colonia/ comune diverso dalla località di residenza.

Il 3 gennaio 1925 – intervento di Mussolini alla Camera dei Deputati -, con l’abolizione di tutte le regole costituzionali, nasceva di fatto la dittatura fascista.

Complessivamente, dal 1° febbraio 1927 al 23 luglio 1943 si svolsero 13.547 procedimenti, così suddivisi:

1927: n° 786; 1928: 672; 1929: 296; 1930: 352; 1931: 1156; 1932: 736; 1933: 440; 1934: 490; 1935: 500; 1936: 367; 1937: 375; 1938: 293; 1939: 335; 1940: 534; 1941: 911; 1942: 2285; 1943: 3019.

• Imputati processati: 5.619.
• Condannati 4.596.
• Anni totali di prigione inflitti: 27. 735.
• Condanne a morte: 42 – 31 eseguite.
• Ergastoli: 3.
• Uomini processati:4.497
• Donne processate: 122.
• Minorenni processasti: 697.
• Categorie professionali imputati: 3.898 operai e artigiani, 546 i contadini, 221 liberi professionisti, 164 studenti, 36 casalinghe, 219 non specificati.

Come ulteriori elementi di “affinamento” della capacità repressiva negli anni a seguire si aggiunsero:
Il Testo Unico di Pubblica Sicurezza -R.D. 18 giugno 1931 n.773 -, che rende ancor più incisive le modalità di ritorsione contro gli antifascisti e l’uso del confino.
Nel luglio del 1931 entrò in vigore il nuovo codice penale ( Codice Rocco) e quello di procedura penale. Venivano considerate illecite e penalmente represse tutte le attività che in precedenza avevano caratterizzato la pratica degli elementari diritti di libertà, espressione e manifestazione. Così recitava l’art. 270: (Associazioni sovversive) “ Chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni dirette a stabilire violentemente la dittatura di una classe sociale sulle altre, ovvero a sopprimere violentemente una classe sociale o, comunque, a sovvertire violentemente gli ordinamenti economico o sociali costituiti nello Stato, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni (18 Cost.; 7, n. 1, 8, 302 312, 363)…. Alla stessa pena soggiace chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni aventi per fine la soppressione violenta di ogni ordinamento politico e giuridico della società. Chiunque partecipa a tali associazioni è punito con la reclusione da uno a tre anni. Le pene sono aumentate per coloro che ricostituiscono, anche sotto falso nome o forma simulata, le associazioni predette, delle quali sia stato ordinato lo scioglimento.”

Riguardo il confino politico dal novembre 1926 al luglio 1943 le ordinanze delle Commissioni provinciali interessarono 15.740 persone, a fronte di un complessivo di proposte pari a 16.800.
La Commissione provinciale, presieduta dal Prefetto, era composta da: procuratore del re, comandante provinciale dei carabinieri, questore, comandante della MVSN – Milizia volontaria sicurezza nazionale -, segretario ( commissario di pubblica sicurezza).

La causa delle ordinanze delle Commissioni, come annunciata nel “Testo unico delle leggi di Pubblica sicurezza” – precedentemente richiamato -, era univoca e specifica. Infatti, recitava: “ perché ritenuto pericoloso all’ordina nazionale”.
Un movente appositamente generico la cui “interpretazione” ricadeva nell’esclusiva discrezionalità della Commissione provinciale
L’art. 184 puntualizzava: “possono essere assegnati al confino di polizia, con l’obbligo del lavoro, qualora siano pericolosi alla sicurezza pubblica (..) coloro che abbiano commesso o manifestato il deliberato proposito di commettere atti diretti a sovvertire violentemente gli ordinamenti nazionali, sociali o economici costituiti nello stato o a menomarne la sicurezza ovvero a contrastare od ostacolare l’azione dei poteri dello stato per modo da recare comunque nocumento agli interessi nazionali, in relazione alla situazione, interna od internazionale, dello stato.”
Quindi per deliberare la pena del confino bastava supporre, interpretando le semplici parole espresse in libertà dal cittadino incriminato, entrato nelle grinfie dei fascisti.

In diverse occasioni furono attuati sconti sulla nominale permanenza al confino, specie in concomitanza con le “solenni” ricorrenze del regime fascista e quando i nuovi condannati erano cresciuti in maniera consistente.
In altre – non poche – circostanze, le Commissioni provinciali, che agivano nell’assoluto arbitrio, per gli antifascisti considerati più pericolosi predisposero ulteriori assegnazioni al confino, comminate proprio alla scadenza della precedente condanna. Non pochi restarono nelle colonie di confine per dieci o più anni.

I luoghi del confino –essenzialmente isolette -, per collocazione e peculiarità erano ovviamente scelti con il “giusto” sadismo per creare grande disagio e sofferenze ai condannati, fisici, morali e psicologici:

Lipari, Lampedusa, Favignana, Pantelleria, Ustica, Tremiti, Ponza
Pisticci ( Basilicata), Ventotene ( Lazio)


Uno strumento considerevole di conoscenza è rappresentato dal ponderoso lavoro di ricerca, composto da 839 pagine, effettuato da Salvatore Carbone e Laura Grimaldi con “ Il popolo al confino. La persecuzione fascista in Sicilia”. Pubblicato dal Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali – a cura dell’Archivio Centrale dello Stato – Roma 1989 . Nella prefazione, Sandro Pertini, tra l’altro scrive “Se di consenso, si è parlato a proposito del fascismo, questo lavoro testimonia in maniera inequivocabile il dissenso, degli umili.“.
Un’opera – di grande utilità nell’articolazione dei dati, relativi alla Sicilia, in questo scritto – assolutamente necessaria per tutti i cittadini che intendono approfondire la tematica in oggetto, che contiene le biografie ( 827) di tutti i siciliani trattati dalle Commissioni provinciali.

Sul piano complessivo della ricerca sui confinati politici italiani è’ fondamentale evidenziare l’attività svolta dall’ ANPPIA – Associazione Nazionale perseguitati politici in Italia -. Infatti sono stati catalogati circa 20.000 fascicoli conservati presso l’Archivio centrale dello Stato a Roma.

Sono 827 le persone, per nascita o per residenza collegate alla Sicilia, coinvolte nelle successioni relative al confino, compreso coloro ( 143) che ebbero trasformata la condanna in ammonimento, diffida, denunziate alle autorità giudiziarie, rilasciate. Così suddivise per provincia:

Agrigento 101
Caltanissetta 73
Catania 182
Enna 16
Messina 107
Palermo 156
Ragusa 49
Siracusa 74
Trapani 69

• Totale ordinanze Commissioni provinciali 1926-1943: 777 – di cui 613 dalle Commissioni siciliane, 164 da Commissioni di altre 31 province, in particolare Milano e Roma. Fuori dalla penisola, Bengasi, Fiume e Tripoli

• Anni di assegnazione al confino: 2.292 – 1771 anni furono comminate dalle Commissioni delle nove province siciliane

• Anni effettivamente passati al confino o carcere: 1203

Sulle motivazioni degli atti di accusa “pericolose per l’ordine nazionale”, l’Ufficio del Confino politico a seguito degli ordini del capo della polizia assunse un giudizio differenziato di “etichettatura”.
Infatti, sul complessivo delle persone proposte al confino, 469 nominativi furono inseriti nel Casellario Politico Centrale, per altri 331 gli atti incriminati non furono considerati di natura direttamente politica. In quest’ultima articolata tipologia erano comprese tra l’altro: “ vociferazioni oltraggiose e ricorso contro autorità locali, accuse per rancori personali, turbamento della vita religiosa, pederastia, millantato credito, fabbricazione clandestina e smercio antifecondativi, irregolari tesseramenti del Partito Nazionale Fascista a scopo di lucro, scorrettezze amministrative, mancato conferimento all’ammasso di generi contingentati e illeciti annonari….” .

Tra gli strumenti di “pena” – disposizioni di polizia – le ammonizioni e le diffide furono abbondantemente utilizzate dal regime. Le persone “interessate” erano sottoposte a continui controlli e restrizioni nelle pratiche della quotidianità.
Suddivisione ordinanze delle Commissioni provinciali:

Agrigento 57
Caltanissetta 68
Catania 145
Enna 5
Messina 86
Palermo 110
Ragusa 31
Siracusa 53
Trapani 58

Sullo stato sociale delle persone ( appartenenti o meno alle organizzazioni clandestine –in specie comuniste -,) che caddero nelle grinfie delle Commissioni provinciali è importante evidenziare che per lo più appartenevano alle classi popolari, gli sfruttati di sempre. Anche in Sicilia nel corso del famigerato ventennio tentarono di resistere. Si ribellarono, in maniera esplicita. Non si piegarono. Diversamente da tant’altri, la grande maggioranza, intellettuali e “benpensanti”, notabili, libere professioni e commercianti, ruffiani, affaristi e “tengo famiglia”, che, con la loro pavidità, inerzia, acquiescenza e collusione, contribuirono a consolidare il regime e portare l’Italia nell’immane disastro della guerra:

in particolare: braccianti, 37; calzolai, 36; contadini, 37; sarti, 30; impiegati, 58; falegnami, 20; agricoltori, 17; meccanici, 22; muratori, 16; zolfatari, 20; venditori ambulanti, 12; ferrovieri, 11; marittimi, 10; disoccupati, 9; e, poi; studenti, 17; casalinghe, 12; avvocati, 26 – appartenenti alle organizzazioni di sinistra che già svolgevano attività politiche prima della dittatura fascista – ……….;

Sull’appartenenza politica dei confinati su un totale di 736 riferimenti personali le “ caratterizzazioni” etichettate dalle Commissioni provinciali siciliane risultano così suddivise:

  • Comunisti 165
  • Antifascisti 199
  • Apolitici 244
  • Socialisti 32
  • Anarchici 16
  • Massoni 10
  • Repubblicani 8
  • Fascisti ( evidentemente ripudiati) 42
  • Antinazionale 1
  • Democratico liberale 1
  • Disfattisti 3
  • Sardista 1
  • Pentecostali 2
  • Testimone di Geova 1
  • Sovversivi 2

Il confino, data le modalità che caratterizzavano la totale discrezionalità d’uso, venne utilizzato come strumento punitivo estremamente viscido. Di norma, i casi che non erano accompagnati da prove o che per “convenienza” era preferibile non portare nelle aule dei tribunali, su proposta del Questore erano trattati nelle “segrete stanze delle Commissioni provinciali. Si veda per esempio il caso dei “fascisti” prima richiamati, oppure, caso molto più eclatante, l’invio al confino a partire dal 1939 di decine di catanesi accusati di omosessualità. Come noto questa persecuzione nell’ambito isolano riguardò in modo particolare l’area del catanese ( con il questore Molina). E’ facile supporre che subdolamente vennero etichettati nella “ categoria apolitici”. Infatti, sul totale dei confinati siciliani in funzione della denominazione data, su un complessivo di 244 persone interessate, ben 94 ( il 35%) furono catanesi. In questo quadro un dato emerge in maniera eclatante. Nel 1940 nell’isoletta destinata al confino di S. Domino delle Tremiti, su un complessivo di cinquantasei persone relegate, ben 46 – “ rinchiuse” per omosessualità – erano provenienti dalla provincia di Catania ( 30 dalla città, e 15 dalla provincia – in particolare Paternò ed Adrano -, arrestati con veri e propri “rastrellamenti” nei primi due mesi del 1939, nelle giornate del 9,14 15 gennaio e 13, 14 e 17 febbraio; tutti condannati a cinque anni di confino, la pena più alta).
Anche per questa “classificazione di reato” la Commissione Provinciale di Catania per la stragrande parte colpì persone che appartenevano ai ceti e alle attività sociali più popolari, infatti solo due erano “possidenti” e un professore; evidentemente da parte delle autorità fasciste scattava la protezione di “censo”.

Alla fine del primo semestre 1941 la gran parte fu liberata prima della scadenza della pena con il confino trasformato in ammonizione. Serviva “fare spazio” ad antifascisti italiani – anche siciliani – provenienti dalla Francia che successivamente al loro rientro dalla Spagna ( a seguito della sconfitta del fronte repubblicano) erano stati rinchiusi in campi di concentramento francesi e, dopo l’occupazione della Francia da parte dei tedeschi, consegnati al regime fascista italiano dal Governo collaborazionista di Petain.

E’ importante evidenziare che diversamente dagli imputati processati dal Tribunale Speciale, per i confinati non era previsto il diritto di difesa.
Un ricorso poteva essere inoltrato entro dieci giorni dall’emissione del confino ad una Commissione di Appello presso il Ministero dell’Interno composta da: Sottosegretario di Stato all’Interno, Capo di Polizia, Ufficiale Generale di Carabinieri , Ufficiale Generale della Milizia.
Un’eventuale fuga dal luogo di confino era punito con il carcere.

I confinati nei luoghi della pena erano di fatto degli internati sottoposti a continui e quotidiani controlli. Per lo più erano alloggiati in “luoghi” di grandi dimensioni ( veri e propri cameroni di tipo militare) dove venivano rinchiusi la sera. Le loro uscite erano scandire da rigide tabelle di orario. Tutta la quotidianità era sottoposta a ferree regole, a partire, ovviamente, dalla corrispondenza sottoposta a censura.

Una parte rilevante dei confinati siciliani fu costituita da “politici”. Antifascisti, appartenenti alle soppresse organizzazioni politiche della sinistra e alla Cgil. Pur nel contesto complessivo di forte repressione e di annullamento di ogni pratica di libertà politica, civile e sociale ( sciolti i partiti e le organizzazioni sindacali), mai si rassegnarono al silenzio e all’accettazione passiva delle ferree regole imposte dalla dittatura.

Ad iniziare dal 1925 tentativi di resistenza organizzata, fatti di contatti, incontri e di ridotte attività proiettate all’esterno ( divulgazione di stampati, scritte sui muri di città e paesi, etc), si mantennero in vita – con caratteristiche non sempre continuative ed strutturali – per tutto il corso del ventennio in diverse località della Sicilia. I principali gruppi –in specie legati al partito comunista clandestino che disposte nuclei segreti organizzati in piccole cellule- che manifestarono la propria presenza, poi, via via sottoposti alle repressioni fasciste, operarono nelle diverse aree geografiche; nella zona orientale a Catania, Adrano, Messina, Vittoria; nella zona centrale a Caltanissetta, Sommatino e Riesi; in occidente a Palermo, Sambuca, Burgio.
Nel corso degli anni parecchi dei partecipanti furono inviati al confino, altri condannati al carcere dal Tribunale Speciale.
Parecchi antifascisti siciliani scelsero la strada dell’espatrio attivo, specie in quegli Stati dove si formarono importanti organizzazioni antifasciste costituite dagli esuli italiani. In Europa, in particolare fu scelta la Francia. Nelle Americhe, gli Stati Uniti e l’Argentina. Nel Nord Africa, Tunisia, Egitto, Algeria e Marocco. Altri, non pochi, emigrati per lavoro, si impegnarono nelle nuclei antifascisti all’estero realizzati dagli italiani.

Alcuni confinati siciliani parteciparono direttamente alla Guerra civile spagnola ( 1936-1939): Nunzio Fargione, Luigi Middione, Onofrio Cavalieri, Salvatore Vizzini, Giuffrida Salvatore. Degli altri siciliani partecipanti alla lotta antifascista in Spagna si ricordano tra gli altri:
Abate Antonino( Paternò), Adragna Andrea ( Trapani), comunista, Allegro Giuseppe (Camastra – Ag). Gli anarchici siciliani Vincenzo Mazzone, Fontana, Politi, Burgio, Carta, Giuseppe Natale, Giuseppe Li Volsi ( morto in combattimento), Giuseppe Picone, Giovanni Lombardo, Giuseppe Corpora, Emanuele Granata, Salvatore Fusaro, Alberto Gasperini ( morto in combattimento), Abruzzo Alfonso (Bivona – Ag).

Sugli eventi significativi di opposizione antifascista organizzata in Sicilia si ricordano:

Agrigento 1923, arrestato il segretario della Cgil, 8 denunziati.
In provincia di Messina, dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti ( 10 giugno 1924) il deputato comunista Francesco Lo Sardo tentò di organizzare gli antifascisti. Già dal 1925 diventò il responsabile regionale del partito comunista siciliano. Si formò una struttura chiamata “ Soccorso rosso”.
Nello stesso periodo a Modica si organizzò la sezione clandestina siciliana di “ Italia Libera” e tra i vari centri di opposizione nati in Sicilia si distinse quello di Caltanissetta che divenne riferimento regionale per il partito socialista massimalista.
Nel corso del 1926 alcuni gruppi di antifascisti in particolare operanti a Messina furono denunziati. Proprio nel messinese, a Giampilieri, nell’agosto del 1926 si svolse una ristretta riunione di comunisti interprovinciale con rappresentanti di Messina, Catania e Reggio Calabria. Durante l’anno diversi altri gli arresti, compreso l’on. Francesco Lo Sardo, inviato al confino.
In quella fase nell’agrigentino, a Sambuca, contadini organizzati tentarono di resistere con varie iniziative, smantellate dalla polizia nel 1928.
Già con l’inizio del 1930, e poi ancora nel 1932, i comunisti siciliani tentarono di riorganizzarsi, anche con l’arrivo di delegati esterni. Giorno 1 maggio di quell’anno diverse scritte antifasciste furono visibili a Catania.
Alcuni interventi furono fatti dalla polizia a Palermo durante il 1934. In quella città il 24 gennaio 1935 si svolse un importante riunione regionale di coordinamento da parte dei comunisti. A seguire l’attività repressiva fu intensa in molte località, con una ventina di arrestati a: Palermo, Trapani, Siracusa, nel ragusano a Vittoria, S. Croce Camerina e Chiaramonte Gulfi, Raffadali ( Agrigento).
Pur di fronte agli arresti e all’attenta azione delle organismi di polizia e in special modo della struttura segreta dell’ OVRA – Opera Vigilanza Repressione Antifascista – le attività dei resistenti siciliani tendono di riprendersi, sempre con fervore. Nei due anni tra il 1936-37 altri gruppi clandestini vengono individuati in diverse località: Catania e Adrano, Ravanusa, Sommatino e Riesi, Palermo, Mazara del Vallo, Lentini; seguono altri arresti e denunzie. Nel contesto dato a Catania emergono due novità organizzative rispettivamente accomunate al nascente movimento separatista e al filone massonico, in parte proveniente o collegato con il movimento repubblicano ( rappresentanti di riferimento Giuseppe Caporlingua, Gioacchino Failla, Attilio Palmisciano).
Sacche di opposizione si erano mantenute nelle varie realtà lavorative operaie i siciliane. In questa fase la repressione colpì duro a Sommatino ( Cl) tra i lavoratori delle zolfatare che operavano in tutta la vasta area territoriale circostante ( province di Agrigento e Caltanissetta) interessata alle miniere di zolfo, mai domi già dalla violenta instaurazione della dittatura fascista. Il gruppo antifascista ( legato ai comunisti) fu ampiamente represso. Tra la fine del 1937 e l’inizio del 38 la polizia smantellò un gruppo di oppositori ad Adrano ( Ct), Maccarrone, Reina e Chiavaro furono condannati al confino. Riportò poi Franco Pezzino : “Reina, un calzolaio, che guadagnava solo otto lire al giorno ( tre figli gli erano morti all’età di 3-4 anni per insufficiente nutrimento) fu strappato alla famiglia che precipitò nell’indigenza più assoluta”. …..da parte della polizia erano state prese di mira le riunioni “sovversive” che si tenevano nella bottega di un maniscalco( Gaetano Maccarrone).
Anche a Messina ( 1937) componenti di un gruppo di oppositori che denunziavano gli alti costi economici che il fascismo impiegava in Etiopia e a sostegno dei franchisti spagnoli a discapito delle misere condizioni della popolo siciliano furono inviati al confino. Nel 1939 a Vittoria ( Rg) fu perseguita un’organizzazione clandestina comunista guidata da Michele Santonocito, rientrato dall’Argentina.
Tra il 1939 e il 41 la polizia prestò particolare attenzione, con arresti e denunzie, ad alcuni gruppi di matrice religiosa – Testimoni di Geova, Pentecostali – che prendendo spunto dalle loro matrici culturali -religiose svolgevano in alcuni luoghi dell’isola attività contro il regime fascista e le condizioni di vita in essere. I casi più consistenti furono a Lentini e a Sinagra ( Me). Con la guerra già in corso da due anni, nel 1942 altre iniziative di denunzia e opposizione vennero scoperte a Palermo, Sambuca di Sicilia e Burgio ( Ag).

Sull’opposizione antifascista a Catania una ricostruzione fondamentale, memoria in parte diretta, è stata fatta da Franco Pezzino ( 1920-1993, varie volte deputato e importante rappresentante del Pci locale) nel libro “ Per non dimenticare – fascismo e antifascismo a Catania 1919-1943 “.
Pur considerato che parecchi rappresentanti di primo piano della sinistra – nelle sue articolate rappresentazioni politiche, sociali e sindacali – non svolsero più in maniera appariscente azioni di presenza dopo l’avvenuta instaurazione della dittatura (inizio del 1925), l’opposizione antifascista in città e provincia non si placò mai.
Si ricordano, i condannati del 27 marzo 1928 dal Tribunale Speciale:
Giambattista Fanales ( Caltagirone, condannato a 6 anni, “ il medico dei poveri”, radiato dall’attività; deputato nel 1963 con il Pci), Calogero Minacapelli ( originario di Piazza Armerina, 4 anni), Concetto Lo Presti, 4 anni, ( tutti del Comitato Federale del partito comunista) Giovanni Albanese ( avvocato, originario di Enna), 6 anni, Emanuele Giudice ( calzolaio, originario di Ragusa), 3 anni, Benedetto Zuccarello ( avvocato) 2 anni, Giuseppe Giarrusso, sarto di Vizzini quasi due anni,

Principali sentenze del Tribunale speciale che riguardano siciliani:

SENTENZA Tribunale Speciale 17 marzo 1928: Processo alla organizzazione comunista della Sicilia, della Calabria e della Basilicata ( arrestati nell’estate del 1926 totale 41).

Umberto Fiore ( giornalista Messina) 8 anni, Francesco Lo Sardo ( avvocato Messina) 8 anni ( martire , fu lasciato morire nel carcere a Napoli il 30 maggio 1931, Simone Fardella ( commerciante Pa) 6 anni, Edoardo Luciano ( sarto Pa) 5 anni, Vincenzo Azzaretto (sarto Marsala) 5 anni, Giambattista Fanales ( Ct) 6 anni, Giovanni Albanese ( Ct) 7 anni, Calogero Minicapelli ( meccanico Ct/ Piazza Armerina) 4 anni, , Emanuele Giudice ( Ct) 3 anni, Benedetto Zuccarello ( Ct) 2 anni, Giuseppe Giarrusso ( sarto Vizzzini/Ct) 2 anni, Giuseppe Montalbano ( studente Ag) 2 anni e 2 mesi, Giuseppe Militello ( fabbro, Agira) 2 anni, Vetri Pasquale ( studente, Palermo) 6 anni, Davi Francesco ( meccanico, Palermo) 2 anni, Liga Gioacchino ( ebanista Palermo) 2 anni, Travia Francesco ( ebanista Palermo) 2 anni, Puglisi Ignazio ( muratore Palermo) 2 anni, Chiappara Salvatore ( bracciante Palermo) 3 anni, Napoli Filippo ( ebanista Palermo) 3 anni, Rotondo Gaspare ( ebanista Palermo) 2 anni e 6 mesi, Lo Porto Francesco ( ebanista Palermo) 3 anni, D’agostino Giuseppe ( Palermo) 3 anni.

• Ulteriori 9 arrestati siciliani assolti, lasciarono il carcere.

Sentenza 4 maggio 1928: filone Processo alla organizzazione comunista della Sicilia, della Calabria e della Basilicata ( imputati in carcere dall’autunno del 1925).

Soraci Giuseppe ( ebanista Messina) 9 anni, Motta Giuseppe ( ragioniere Naso/Messina) 13 anni, Bonaccorso Giuseppe ( calzolaio Messina) 4 anni e 4 mesi, Lo Sardo Francesco ( precedentemente già condannato a 8 anni).

Sentenza 18 giugno 1928
Schepis Salvatore ( Castiglione/Ct) sarto – arrestato a Genova – 2 anni.

Sentenza 31 maggio 1930
Vincenzo Mazzone ( Scordia / Ct) anarchico– 14 anni e 2 mesi – in contumacia, esule In Francia

Sentenza 16 aprile 1931
Schicchi Paolo ( Collesano/Pa) piccolo proprietario terriero, anarchico -10 anni; Gramignano Filippo ( Trapani) mediatore di commercio – 6 anni; Salvatore Renda ( Trapani) – 8 anni.

Sentenza 2 febbraio 1940
Melodia Giovanni ( Messina) impiegato – 30 anni

Sentenza 13 aprile 1940
Lombardo Radice Lucio ( Catania) professore – 4 anni – residente a Roma dal 1923
Natoli Aldo ( Messina) medico – 5 anni – trasferitosi a Roma a metà degli anni trenta

Sentenza 19 aprile 1940
La Loggia Giovanni detto Vanni ( Palermo) 1 anno – studente in Toscana

Sentenza 22 MARZO 1941
Salanitro Carmelo ( Scordia/Catania), docente liceo classico – 18 anni

Sentenza n° 98 del 1941
Calandrino Arturo ( Catania) ingegnere -3 anni
Grosso Vittorio ( Serradifalco/Cl) studente – 2 anni

Sentenza n° 192 del 1941
Sciuto Giuseppe ( Catania) fornaio – 20 anni

Sentenza n° 249 del 1941
Antonelli Mario ( Noto/Sr) manovale – 2 anni

Sentenza n° 271 del 1941
Lisciandra Giuseppe ( Castelvetrano/Tp) panettiere – 3 anni

Sentenza n° 289 del 1941
Rà Filippo ( Palermo) muratore – 2 anni e 9 mesi

Sentenza n° 28 del 25 maggio 1941:

  • Militari di stanza a Porto Empedocle ( Agrigento) ascoltano trasmissioni estere diffondendo le notizie tenendo discorsi conto la guerra
    Vaccaro Giuseppe ( Casteltermini/Ag) – 25 anni, Cacciato Calogero ( Regalbuto/En) – 16 anni; Morvillo Giuseppe ( Caltanissetta) – 10 anni, Boni Gaetano ( Porto Empedocle/Ag) – 2 anni, Collura Francesco ( Porto Empedocle/Ag) – 6 anni, Amato Salvatore ( Comiso/Rg) – 6 anni.

Sentenza n° 17 del 1942:
Di Trapani Domenico ( Palermo) carpentiere -5 anni:

Sentenza n° 699 del 1942:
Pizzuto Pietro ( Ficarra/ Me) ragioniere -4 anni.

Inoltre, tra il 1927 e il 1943 dal Tribunale speciale furono condannati:
Vincenzo Mazzone ( Catania) – 14 anni, Angelo Allotta ( Catania) – 3 anni, Gaetano Buzza ( Valguarnera/En), Giuseppa Gulà ( Nicosia/En).

Tra i perseguitati Carmelo Fichera di Acireale ( Ct), dopo la laurea in ingegneria a Torino, militante del partito comunista, in carcere senza processo dal maggio al novembre 1932, liberato a seguito amnistia generale.

Condannati inoltre Gaetano Buzza di Valguarnera, Giuseppe Gulà di Nicosia.

Altri provvedimenti assunti dal Tribunale Speciale:
Nel corso degli anni in esame tant’altri siciliani ( circa un centinaio ) sottoposti al giudizio del Tribunale Speciale ebbero diversificate tribolazioni; rimandati ad altro giudice – Magistratura ordinaria, magistratura militare. Sulle conseguenti eventuali pene comminate bisognerebbe fare ulteriore ricerche. Si sentenziarono anche assoluzioni e non luogo a procedere.

di Lettera Memoria e Libertà

( La “Lettera”, a cura di d.s. è dedicata alla memoria di Nunzio Di Francesco, catanese di Linguaglossa – partigiano in Piemonte, sopravvissuto al Lager di Mauthausen, ex presidente Anpi Catania, deceduto il 21 luglio 2011.