«Il ricordo indelebile di Emanuele Macaluso e dei suoi tanti amici»


Emanuele Macaluso in una immagine del 06 luglio 1988. ”Firmero’ il giornale dal Primo maggio: sono stato per 12 anni dirigente sindacale e queste radici mi consigliano di iniziare in questo giorno”. Ha le idee chiare il nuovo direttore de Il Riformista Emanuele Macaluso, siciliano tostissimo di 87 anni, politico di sinistra e giornalista di lungo corso. ANSA/ARCHIVIO

Non c’era volta che lo zio Emanuele venisse a Caltanissetta che passeggiando per il centro non si andavamo in via Giammaria. Arrivati li si fermava e volgeva lo sguardo verso la casa che da piccolo con i suoi abitava, diventava pensieroso, forse pensava ai genitori o ai fratelli Massimiliano e Antonio, o a Minuco amico d’infanzia e a suo padre il picconiere Bellavia il quale forse
per dimenticare le condizioni di vita e di lavoro durissime dopo avere lavorato in miniera prima di tornare a casa passava dalla putia di vino e cominciava a bere e poi ubriaco tornava a casa e picchiava moglie e figli. Lo zio Emanuele, nel suo “50 anni nel Pci”, ci racconta: “La mia rivolta contro l’ingiustizia e la sopraffazione comincio con l’odio nei confronti del picconiere Bellavia, uno sfruttato, che però sentivo picchiare moglie figlie e il mio amico Minicu”. Ricominciando a camminare si andava verso la” strada foglia” mi raccontava del suo capo cellula Calogero Boccadutri, mio padre, di quella volta in cui gli comunicò che in occasione della venuta di un grosso gerarca fascista bisognava accoglierlo nel migliore dei modi.
Durante la notte le principali vie della città e la stessa “strada foglia” furono riempite di scritte contro il fascismo e alle libertà perdute. E continuava raccontandomi quando il suo capo cellula gli disse che si doveva celebrare il Primo Maggio. La moglie di uno dei componenti la cellula aveva confezionato una grande Bandiera Rossa e nella notte si incamminarono con Diego Ficili per la strada che porta al Redentore, piazzarono la bandiera accanto al Santo Redendo. La mattina seguente i nisseni videro al loro risveglio, la Bandiera Rossa che sventolava e i fascisti pieni di rabbia non credevano ai loro occhi, facevano fatica a capire che cerano uomini che sapevano tenere la schiena dritta. Il merito andava alle donne e agli uomini invisibili di quella cellula comunista e al suo capo, il più invisibile di tutti, Calogero Boccadutri, Luziu, che in carcere fu allievo di Uberto Terracini che ne fece un comunista modello.


Luziu manteneva i rapporti con tutti i comunisti della Sicilia e anche con il centro interno del Partito che si trovava a Milano, dove diverse volte si recava tornando con la valigia piena di pubblicazioni clandestine compresa L’Unità. Facevano parte di quella cellula uomini come Pompeo Colajanni, “Barbato”, liberatore di Torino, Luigi Cortese, ”Ilio”, liberatore di Parma, Gaetano Costa, assassinato dalla mafia a Palermo, la sua fidanzata Rita Bartoli, Leonardo Sciascia che seppure non aderì mai al Partito Comunista ma attraverso i comunisti militò nell’antifascismo, tanto da scrivere “Nelle Parrocchie di Regalpetra: “A pensare a quegli anni mi pare che non avrò nella mia vita sentimenti cosi intensi, così puri. Mai più ritroverò così tersa misura di amore e di odio ne l’amicizia, la sincerità, la fiducia avranno così viva luce nel mio cuore”.
Nicola Piave, che per le sue idee il fascismo gli fece fare parecchi anni di carcere, Michele Ferrara che venne accusato e poi assolto dell’assassinio di Gigino Gattuso e mandato al confino, Michele Calà, il bibliotecario della cellula, che per mettere al sicuro i libri, durante i bombardamenti americani, venne colpito ad una gamba e morì dissanguato, il vioncellista Luigi Marchese, Gino Giannone, Diego Ficili, Guido Faletra, Angelo Beretta, Carmelo Lipani, Ugo Cordova, Quintino Pisa, Calogero Geraci, Francesco Malgioglio, Carlo Papa, Giuseppe Maniglia, Andrea Scavone e poi tanti giovani studenti, minatori edili, braccianti e contadini. La cellula aveva saputo tessere rapporti unitari con le altre forze antifasciste, l’avvocato Giuseppe Alessi consegnava, tutti i mesi, al giovane Macaluso 5 lire per la stampa antifascista.
Voglio ricordare alcune volte che venne nella sua città a presentare i sui libri, 50 Anni nel Pci, Leonardo Sciascia e i Comunisti e La Politica che non c’è e altri ancora; quando gli venne conferita la presidenza onoraria della Cgil Sicilia; quando su invito del sindaco di Caltanissetta Giovanni Ruvolo, in occasione dei suoi 90 anni, al Centro Michele Abbate gremito di giovani studenti alla presenza del sindaco, della sua vice Marina Castiglione e della presidente del consiglio comunale, Leila Montagnino con l’indimenticabile Mario Arnone, fu felice di rispondere alle domande che quei giovani gli ponevano.
Ma furono momenti indimenticabili anche quando ci recammo a Roma insieme a Michele Pagliaro, lui ci ricevette nella sua casa, al Testaccio, gli parlammo di una idea avuta per celebrare il settantesimo della fondazione della Cgil Sicilia, con la sua presenza a Caltanissetta.
Ne fu molto contento anche se, date le sue condizioni di salute, aveva dei dubbi se poteva esserci, Venne e fu felice di vedere tanti compagni riuniti nella bellissima cornice del Teatro Regina Margherita, pieno in ogni ordine di posti. E lui stesso ci riporta alla storia di Cgil nata a Caltanissetta, pochi giorni dopo la strage di Portella della Ginestra.


Giuseppe Di Vittorio convoca il congresso di fondazione a Caltanissetta e propone Emanuele Macaluso come segretario regionale.
Concludendo in quella sede ci disse: “Solo la lotta sociale, l’impegno politico e quello culturale possono far si che si possa avere futuro”. Qualche tempo fa, Paolo Franchi editorialista del Corriere della Sera scrisse: “Fu Giuseppe Di Vittorio a introdurre Emanuele Macaluso, nel salotto buono della politica”.
Non mancava volta, quando con Giuseppina ci recavamo a Roma, che non andassimo a trovarlo e andare a cena o a pranzo con Enza, Antonio e Anna da Agustarello o alla Torricella le sue trattorie abituali al Testaccio sotto casa sua, lui scendeva da casa prendeva Giuseppina sotto braccio e andavamo in trattoria. Tutte le domeniche ci sentivamo, l’ultima telefonata l’abbiamo fatta il giorno di Natale, Enza la moglie ci disse che non si sentiva di parlare perché non stava bene. Poi un susseguirsi di avvenimenti, il ricovero, la caduta, l’operazione e infine la notizia il 19 mattina alle 6,00 della sua morte.
Emanuele è stato per me e mio fratello Franco, che se n’è andato qualche mese prima di lui, un padre affettuoso che te lo trovavi sempre. Ci mancherai carissimo zio Emanuele, in questo nuovo viaggio rivedrai tantissime persone conosciute nella tua lunga vita, incontrerai i tuoi genitori, i tuoi fratelli, tuo figlio Pompeo, il tuo vecchio capo cellula, mio padre, Calogero Boccadutri e suo figlio Franco a te tanto caro. Abbracciali pure per me.


NICOLA BOCCADUTRI