“Carmen torturata. Carmen non parla”

Maria Teresa Sega

dal sito di ANPI Nazionale “ Patria INDIPENDENTE”

https://www.patriaindipendente.it/

Nel dopoguerra la maggior parte delle violenze efferate subite dalle partigiane per mano fascista vennero derubricate in Cassazione a “offese all’onore e al pudore della donna” e cancellate dall’amnistia. In molte riusciranno a raccontare solo molto tempo dopo, non a caso negli anni 60 e 90 del secolo scorso. Diventando “militanti della memoria”, come i sopravvissuti ai campi di sterminio.

Gennaio 1947. Nella seduta dell’Assemblea Costituente si discute l’ammissione delle donne in magistratura (art. 98). Non un atto rivoluzionario, piuttosto di coerenza, dal momento che l’articolo 51 sancisce il diritto della donna di accedere a tutte le cariche elettive e agli uffici pubblici. Le deputate comuniste Maria Maddalena Rossi e Teresa Mattei propongono l’emendamento “Le donne hanno diritto di accesso a tutti gli ordini e gradi della magistratura”. La proposta venne respinta. Secondo alcuni deputati le donne sono incapaci di giudizio obiettivo.

“Dopo tante prove date in questi anni, non avremmo il diritto di scandalizzarci per questa esclusione?” si indigna la relatrice Rossi e cita una sentenza pronunciata in Corte di Cassazione: nel processo a un capitano delle Brigate Nere fasciste che aveva lasciato violentare dai suoi sgherri una partigiana a occhi bendati e mani legate, i magistrati avevano valutato il reato non come sevizie ma solo oltraggio al pudore e pertanto soggetto ad amnistia

La Corte di Cassazione, riesaminando le sentenze delle Corti di Assise Straordinarie (1945-46), derubricò molte violenze sessuali da “sevizie efferate” a “offesa all’onore e al pudore della donna”, reato minore, permettendo così l’estinzione del reato. Sarebbe accaduto se vi fossero state giudici donne?

Che cosa provava dentro di sé ascoltando queste parole Teresa Mattei, la più giovane deputata eletta alla Costituente (era nata nel 1921), partigiana dei Gap fiorentini, che nel marzo ’44 mentre stava tornando da una missione a Roma, venne fermata da soldati nazisti e portata in carcere a Perugia, seviziata e “orrendamente violentata”? Solo dopo 50 anni – intervistata nel 1997 da Gianni Minà per Rai cultura – parlò della violenza subita: “non ho detto niente alla mia famiglia per non aggiungere altro dolore a quello della perdita di Gianfranco”, il fratello morto suicida a via Tasso per non rivelare sotto tortura i nomi dei compagni.

Teresa riuscì a fuggire con l’aiuto di un gerarca fascista incredulo che una “così brava ragazza” fosse partigiana, riprese la sua attività nella Resistenza e partecipò alla Liberazione di Firenze al comando di cinquanta combattenti.

Preservare le persone care dal dolore, assieme al bisogno di confinare il ricordo nella zona oscura dell’oblio per poter continuare a vivere, sono motivazioni forti che inducono le donne violate al silenzio. E ancora. A condizionarle ci sono il senso di vergogna, il timore di incomprensioni, l’essere sospettate di non dire la verità, l’essere considerate come contaminate dal nemico, subire la riprovazione sociale per aver oltrepassato i limiti imposti al loro genere. “Per secoli l’offesa al corpo femminile – ha scritto la storica Anna Di Gianantonio – è stata vissuta con un sentimento profondo di annullamento e di totale perdita di dignità, ma anche con un forte e profondo senso di colpa, come se la vittima portasse con sé, oltre al dolore, l’oscura colpa di essersi messa nelle condizioni di subire la violenza stessa, assumendo dei comportamenti potenzialmente pericolosi per il suo sesso”.

C’è anche l’esigenza di sottrarsi all’ulteriore violenza di rendere pubblico ciò che attiene alla sfera intima e privata. Per questo è importante costruire contesti capaci di rendere possibile il racconto, come la dimensione relazionale tra donne e l’ascolto partecipato che le ricercatrici hanno adottato nella pratica della storia orale. C’è voluto tempo e il mutare delle condizioni culturali perché si aprisse quello spazio di senso, consentendo a molte di quante avevano vissuto esperienze eccezionali ed estreme, come la violenza e la tortura, di includervi le loro storie. Perché il limite tra il dicibile e l’indicibile è mutevole: c’è un tempo per l’oblio e un tempo per la memoria, come è stato per i sopravvissuti dei campi di sterminio, e al silenzio subentra talvolta l’urgenza di testimoniare. Partigiane che a lungo avevano taciuto cominciarono a raccontare quando – a partire dagli anni 60 – videro i fascisti rialzare la testa, o negli anni 90, quando il revisionismo storico cominciò a mettere sullo stesso piano le ragioni della Resistenza e quelle dei miliziani di Salò e il revisionismo politico a mettere in discussione i valori per i quali avevano combattuto. La volontà di ricordare diventò allora atto politico di risposta alla rimozione di ciò che è stato il fascismo (e ciò che sono stati i fascisti!) e l’esigenza di verità e giustizia le ha spinte a diventare “militanti della memoria”, rivolgendosi soprattutto ai giovani.

Tea Palman, partigiana bellunese torturata durante la prigionia e poi deportata, portava dentro un senso drammatico della Resistenza che la tratteneva dal raccontare interamente ai ragazzi delle scuole le violenze subite, per “non far loro troppo male”. Ma di fronte al susseguirsi di stragi e bombe neofasciste, sentì il suo essere ribellarsi, doveva fare qualcosa. Per questo scrisse il diario della sua prigionia, che inizia con queste parole: “Mai come ora sento il bisogno di raccontare, di scrivere, cos’è stato per noi giovani, per Trichiana, per me, il periodo della Resistenza”.

Ci sono silenzi che rimangono ostinatamente tali, quando la violenza subita rimane indicibile, un grumo oscuro che non si riesce a sciogliere nemmeno a distanza di anni, perché c’è qualcosa di inumano nella violenza estrema che non può essere tradotto in parola: un diritto all’oblio che intendiamo rispettare, accettando un limite alla nostra volontà di conoscere. E accogliere il dolore.

Molte delle partigiane che hanno testimoniato ai processi del dopoguerra (e non tutte l’hanno fatto) contro i loro torturatori, poi non ne hanno più parlato per non riaprire la ferita.

Ha scritto Erminia Gecchele, ancora impressi nel corpo e nella psiche i segni profondi delle torture, per giustificare il silenzio: “Parlare di cose tristi, a grande distanza di tempo, rinnova nello spirito la sensibilità di allora. Con orrore, come una visione di sogno in un mondo di fantasia, passa davanti a noi la nostra storia, a colori marcati, a tinte lugubri, a visioni raccapriccianti; passa chiara e viva. Ci fa pensare, soffrire, godere, amare e disprezzare, e qualche volta spinge anche il nostro io a un’ardita ribellione all’opera dell’uomo, che a volte si innalza al di sopra delle stelle, a volte si abbassa al di sotto dei bruti”.

Erano passati 25 anni, ma il ricordo era ancora bruciante e doloroso per la partigiana Erminia, arrestata nel dicembre ’44 mentre era in missione e portata alle carceri di Vicenza dove “iniziò il calvario: l’alternarsi di interrogatori e torture”. Poiché resistette, venne condotta a Palazzo Giusti a Padova “alla scuola del maggiore Carità e delle sue degenerate figliole. Solerti e instancabili ideatrici e operatrici delle più vergognose, barbare operazioni, prodotti indimenticabili di esclusiva marca fascista”.

Dal ’45 gli ex detenuti di Palazzo Giusti si incontravano ogni anno, ma col passare del tempo avvertirono il timore di non tener fede alla promessa fatta allora di non dimenticare, così decisero di scrivere, dal momento che “nessun documento è rimasto a testimoniare quanto avvenuto nelle celle, nel salone, negli uffici di Palazzo Giusti, avendo Carità e i suoi uomini distrutto ogni prova dei loro misfatti”, spiega Taina Dogo nell’introduzione al libro Ritorno a Palazzo Giusti.

In anni recenti, le istruttorie dei processi delle Corti di Assise Straordinarie di Padova e di Lucca contro i componenti della banda Carità sono state studiate da Riccardo Caporale e quelle della Corte di Assise di Vicenza da Sonia Residori. Ne risulta una sequela di atti efferati che rivelano la volontà dei fascisti, ben oltre lo scopo strumentale di estorcere informazioni, di umiliare esseri umani totalmente in balìa del loro potere, della loro rabbia e della loro perversione.

Il “crudele burattinaio”

Mario Carità, già confidente politico della questura, si era presentato subito dopo l’8 settembre alle autorità tedesche ed era entrato al loro servizio come ufficiale di collegamento con l’esercito nazista. Assunse quindi il comando del costituendo Reparto Servizi Speciali (RSS), dipendente dalla XCII legione, con compiti polizieschi per stroncare la Resistenza. Dopo aver occupato varie sedi, nel gennaio del 1944 il reparto si stabilì a Firenze, nella poi divenuta come “Villa Triste”, in via Bolognese 67. Attorno a sé Carità raccolse 200 uomini, reclutando anche criminali nelle carceri e nei manicomi e il reparto – denominato Ufficio di Polizia Investigativa (UPI) della Guardia Nazionale Repubblicana – iniziò a seminare terrore e morte.

Il 1° marzo ’44, durante lo sciopero generale organizzato dai Cln, il più grosso sciopero effettuato nell’Europa occupata, le maestranze della Manifattura Tabacchi di Firenze si astengono dal lavoro. Carità, accompagnato dal prefetto Manganiello, entrò nella fabbrica con i suoi sgherri prendendo a pugni e calci le operaie.

La gappista Tosca Bucarelli, arrestata per delazione mentre stava portando la bomba per un’azione, durante gli interrogatori fu picchiata in modo così feroce da Carità e dai suoi uomini (e donne!) da lasciarle lesioni permanenti: “Fu prima il Carità che mi dette due pugni poi siccome avevo il cappotto si accorsero che sentivo poco male ed allora mi fecero spogliare facendomi restare in sottabito, picchiandomi a più non posso. Il Capitano tedesco con la cinghia, Carità con un bastone quadrato; il Perotto Mario fu il più violento e credo sia stato lui a rovinarmi nella salute. Mi ridussero in uno stato pietoso e sanguinante da tutte le parti. Mi diedero dei colpi al fegato. Io per le torture subite cascai per terra. Poi la Nara Bechelli cominciò ad eccitare gli uomini a picchiarmi dicendo che io non volevo bene ai tedeschi e mi prese per i capelli con la Milly”.

Anna Maria Enriques Agnoletti, sottoposta ad atroci torture per settimane a Villa Triste, venne fucilata il 12 giugno ’44 assieme ai compagni di Radio Cora, l’emittente clandestina del Partito d’Azione.

In seguito all’avanzata degli Alleati da sud e alla Liberazione di Roma, Carità decise di abbandonare la Toscana per il Veneto e nel novembre ’44 si stabilì, dopo una breve sosta a Rovigo, a Padova, dove operava il Comitato regionale del Movimento di Liberazione, con un distaccamento a Vicenza. Utilizzando metodi consolidati, quali lo spionaggio e la tortura, la banda riuscì a disarticolare l’organizzazione della Resistenza veneta e ad arrestare, nel gennaio ’45, i vertici del Cln regionale e dei Cln provinciali. Tra i prigionieri vi furono molte partigiane, a cui non venne risparmiata nessuna delle torture inferte ai compagni, ma si infierì su di loro con un di più di umiliazione e un accanimento che tradisce la volontà di dominio totale, fisico e simbolico, sul corpo femminile: denudate davanti alla sbirraglia sghignazzante, schernite, picchiate in posizioni umilianti, violate. Sembra fosse intollerabile per i fascisti la ribellione e il coraggio femminile, una sfida al loro potere.

Leggendo le testimonianze rese ai processi delle Corti di Assise Straordinarie, scorre sotto i nostri occhi un catalogo degli orrori: pugni e calci sul ventre, botte con nerbo di bue, scosse elettriche, bruciature con ferri roventi, slogature… stupri.

Il denudamento veniva usato come forma di tortura, violando il loro pudore, con maggior godimento se si trattava di ragazze cattoliche come Ida D’Este, staffetta veneziana che aveva scelto come nome di battaglia “Giovanna”, la santa guerriera. Nel diario della sua resistenza – dalla prigionia a Palazzo Giusti alla deportazione nel campo di Bolzano – Ida descrive con efficacia e persino con ironia l’escalation di violenze a cui fu sottoposta: “Dopo un crescendo di sberle, pugni, comincia il preludio al secondo motivo: le scosse. Mi sembra improvvisamente che dal busto in su il corpo si paralizzi completamente, muoia, è come se tutte le cellule della mia carne si disgregassero, esplodessero in aria. Il cuore si arresta, sobbalza, attende che tutto il corpo, che lo tiene prigioniero, si dissolva per schizzar fuori anche lui. Vedo queste braccia, che non mi ubbidiscono più, scattare da sole con mosse improvvise, da marionetta, come se un crudele burattinaio le scuotesse infuriato”.

Esasperati dal suo ostinato silenzio gli aguzzini giocano l’ultima carta: spogliarla nuda. “Vedo occhi protendersi, trafiggermi, scintillare di sensualità. Sghignazzano, deridono, insultano. Le donne (ma sono donne o mostri?) ridono allegramente. Le braccia conserte per nascondere il seno, la testa curva per non vedere nessuno, chiudo gli occhi; prego. Mi hanno raccontato da piccola che in un’identica situazione a sant’Agnese crebbero lunghissimi i capelli in un manto morbido e pudico, i miei si rizzano in testa! Maledetta permanente! Mi palpeggiano e commentano la solidità della mia carne. Una vacca al mercato è più rispettata. Ora non ho più il capo piegato, guardo fiera negli occhi i miei torturatori. Sono loro gli immondi, loro che debbono vergognarsi, non io che subisco e soffro. Curva sotto i colpi delle cinghie non sento assolutamente nulla”.

“Sono e sarò sempre una compagna”

Nel gennaio del ’45 Noris Guizzo è portata a Palazzo Giusti. Originaria di Selva del Montello (TV), nel settembre ’43 si trovava a Torino, dove era andata a lavorare. Entra in contatto con le formazioni partigiane, quindi opera come staffetta delle “Matteotti”. Tornata a Selva, si unisce al gruppo di partigiani del fratello e nell’aprile ’44 diviene staffetta della “Mazzini”, nome di battaglia “Carmen”. Con il gruppo del comandante Francesco Sabatucci “Cirillo” partecipa ad azioni di guerra per liberare compagni prigionieri, tra cui il capitano Francesco Pesce “Milo”, che poi diverrà comandante della Divisione “Nannetti” in Cansiglio. Impegnata come staffetta per portare ordini e tenere collegamenti, agisce  senza evitare la prima linea, impavida e coraggiosa. Nel novembre ’44 Carmen è tradita da un ex partigiano che, essendosi dato a furti e rapine era stato processato dagli ex compagni e per sfuggire alla fucilazione si era arruolato nella Brigata Nera di Treviso.

Durante l’interrogatorio è impossibile per Carmen negare, così si chiuse in ostinato silenzio. Per piegare la sua resistenza, gli aguzzini ricorrono a uno strumento di tortura denominato “corona di spine”: legata sulla sedia le calzano una catena di ferro intorno alla testa, stringendola sempre più con una leva infilata tra le maglie. Il cervello stava per scoppiare, ma non una parola esce dalla sua bocca, tanto che si diffonde tra i compagni la voce: “Carmen torturata. Carmen non parla”. Il 28 dicembre trova il modo di far uscire clandestinamente dal carcere una lettera ai compagni in cui rivela i nomi dei traditori e dei compagni fucilati, quindi racconta di sé: “Io sono già a 40 giorni di prigionia ed è indescrivibile quello che ho passato, torturata a sangue, ma ho sempre negato e ormai ero convinta di morire, quando una sera fui chiamata all’Ufficio Politico e alla presenza di “Lince” e altri quattro di questi briganti e carnefici, incominciai il sesto interrogatorio; io continuavo a mentire e Lince insiste a forza per farmi parlare: Solo lei conosce quella gente. Io morivo dall’angoscia: trovarmi per la prima volta di fronte a un (ex) compagno capace di tanto. Mi vengono messe le catene in testa, ciò che nessun essere umano lo può sopportare; e io continuo a dire: Fucilatemi io non so niente. Ora sarò processata. Spero di cavarmela o con le carceri o in Germania; ovunque sia, sono e sarò sempre una compagna”.

Ma per lei non era finita: trasferita a Padova viene sottoposta a torture ancora più crudeli, infierendo sul suo corpo di donna con una brutalità inimmaginabile, spegnendo in lei la vita senza darle la morte. Confesserà un giorno a un amico: “La cosa terribile è che mi hanno messo un ferro rovente nell’utero: mi hanno bruciato tutto. Ora sono come una pianta secca: non posso più fiorire e dare frutti. Ho tentato due volte di uccidermi. Una volta impiccandomi e un’altra sparandomi un colpo qui, con la mia disperazione”.

Dopo la guerra Carmen cerca di costruire un progetto di vita ed emigra a Buenos Aires con il fratello, la sorella e il futuro marito. Conosce l’amore, ma non può avere figli. Morirà sola, a 47 anni, in circostanze misteriose. Carmen la combattente bella e fiera. Carmen che non tradì i compagni. Carmen straziata. Fiorisci nella nostra memoria.

Maria Teresa Sega, storica dei movimenti delle donne in età contemporanea, Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea, autrice e curatrice, tra gli altri, di Eravamo fatte di stoffa buona. Donne e Resistenza in Veneto, edizioni Nuovadimensione, 2008; Se questa è una donna. Violenza memoria narrazione, Cierre edizioni, 2010; Voci di partigiane venete, Cierre edizioni, 2017; Il banco vuoto. Scuola e leggi razziali. Venezia 1938-45, Cierre edizioni, 2018


Bibliografia

Patrizia Paini, Teresa Mattei. Una donna nella storia: dall’antifascismo militante all’impegno in difesa dell’infanzia, Tesi di Laurea, nel sito del Consiglio regionale toscano, Commissione Pari Opportunità
Simonetta Soldani, Teresa Mattei “Chicchi”, in, I deputati toscani all’Assemblea Costituente, a cura di P. L. Bellini, Ed. dell’Assemblea 2008
A cura di Taina Dogo, Ritorno a Palazzo Giusti. Testimonianze dei prigionieri di Carità a Padova 1944-45,  La Nuova Italia 1972
Riccardo Caporale, La Banda Carità. Storia del reparto Servizi Speciali 1943-45, Edizioni San Marco 2005
Sonia Residori, Il coraggio dell’altruismo. Spettatori e atrocità collettive nel vicentino 1943-45, Centro studi Berici, Vicenza, 2004
Federico Maistrello,‘Carmen’. Una donna nella Resistenza, Istresco, 2006
A cura di M. T. Sega Eravamo fatte di stoffa buona. Donne e Resistenza in Veneto, Nuova Dimensione 2008
Ida D’este, Croce sulla schiena, (1953), Cierre 2018
Michela Ponzani, Guerra alle donne. Partigiane, vittime di stupro, “amanti del nemico” 1940-45, Einaudi 2012, 2021