Arriva il Giorno della memoria e già si alza il coro: non bisogna dimenticare!

Arriva il Giorno della memoria e già si alza il coro: non bisogna dimenticare!

E invece si è già dimenticato da un pezzo.

Gli oppositori politici, che costituivano la grande maggioranza delle vittime italiane dei lager nazisti, infatti, non trovano spazio alcuno nella narrazione pubblica: sono già dimenticati, anche dalle più alte cariche dello stato, che in occasione del 27 gennaio riservano la loro attenzione esclusivamente alla Shoah, lo sterminio degli ebrei.

I NUMERI

Per capirci, converrà provare a ricordare poche essenziali cifre. Gli italiani deportati nei campi gestiti dalle SS – Auschwitz, Mauthausen, Dachau, Ravensbrück e gli altri – che furono diversi dai campi di internamento dei militari o dai campi di lavoro, furono circa 40mila. Circa 8mila furono gli ebrei, interi gruppi famigliari, presi con anziani, donne e bambini, tutti ugualmente identificati come «nemici irreconciliabili» (definizione di Mussolini) del fascismo e del nazismo.

Gli altri, oltre 30mila, non erano ebrei; vennero bollati in grandissima maggioranza dai loro carnefici come “politici”. Erano a vario titolo oppositori del fascismo e del nazismo; quelli, per usare una espressione di Liliana Segre, che avevano fatto la scelta di non essere indifferenti di fronte al fascismo.

Nei campi furono uccisi circa 7mila ebrei e circa 10.500 “politici”.

Oltre 23mila furono i “politici” deportati dall’Italia nei campi del Reich, oltre i confini nazionali; quasi un altro migliaio di italiani arrivò negli stessi campi dalla Francia, dalla Germania, dal Belgio. Molte altre migliaia – probabilmente quasi 10mila – si fermarono nei campi delle SS in Italia, soprattutto a Bolzano e alla Risiera di San Sabba. In quest’ultimo lager, alla periferia di Trieste, furono rinchiusi e spesso uccisi migliaia di uomini e donne, ma il loro numero e la loro identità probabilmente non li conosceremo mai.

Tra i deportati troviamo ben 650 persone che erano già state schedate dal regime nel Casellario politico centrale: antifascisti della prima ora, “attenzionati” fin dagli anni Venti o Trenta, spesso a lungo incarcerati, confinati, perseguitati.

La loro vicenda umana e politica non fa notizia, non commuove, non interessa. Sono anni che l’università italiana non dedica un corso alla deportazione politica, che non si propongono tesi di laurea o dottorati sull’argomento.

Detto in estrema sintesi, la cultura italiana ha rimosso il tema. Cerchereste invano uno studio recente nato in una università italiana su Mauthausen, dove furono uccisi due terzi degli italiani che vi furono deportati. Nessuno da noi studia il campo di Ravensbrück, dove furono concentrate soprattutto le donne; nessun corso è dedicato a Dachau, a Flossenbürg, a Buchenwald. Questi lager per la cultura italiana semplicemente non sono esistiti.

Qualche anno fa l’Aned – Associazione Nazionale Ex Deportati nei campi nazisti – ha stanziato 20mila euro per sostenere ricerche e studi in ambito universitario sulla deportazione politica. Quella somma è ancora lì, intatta; alle università il tema non interessa, nemmeno in presenza di un potenziale cofinanziatore.

In Francia, in Germania, in Olanda e in altri paesi europei le cose vanno diversamente. La deportazione dei resistenti è ancora oggetto di studi e di pubblicazioni.

Ovviamente il genocidio nazista degli ebrei ha una sua forte specificità, fa caso a sé. L’idea che dei bambini, addirittura dei neonati, così come dei vecchi inabili presi negli ospizi potessero essere considerati da Hitler nemici così pericolosi da meritare lo sterminio sistematico solo perché ebrei, è una mostruosità di cui bisogna conservare imperitura memoria, e sono ovviamente più che auspicabili gli studi, gli approfondimenti che ne indagano ogni aspetto. Questo non giustifica però la damnatio memoriae degli uomini e delle donne che viaggiarono sugli stessi vagoni merci, che ebbero la stessa fame, che furono vessati, umiliati e uccisi negli stessi lager in quanto oppositori del fascismo.

La Shoah e la deportazione politica, a ben vedere, furono due aspetti del medesimo piano nazista di dominio sul mondo. E la loro storia è indissolubilmente legata. Lo ricordò lo stesso Primo Levi, nella sua celebre lettera Al Visitatore di Birkenau: «La storia della deportazione e dei campi di sterminio, la storia di questo luogo», scrisse, «non può essere separata dalla storia delle tirannidi fasciste in Europa: dai primi incendi delle Camere di Lavoro nell’Italia del 1921, ai roghi di libri sulle piazze della Germania del 1933, alla fiamma nefanda dei crematori di Birkenau, corre un nesso non interrotto».

Una voce nel vento, anche quella di Primo Levi. Come mai? Come si è arrivati a questa clamorosa rimozione?

Io penso che la cosa abbia a che fare con una certa lettura della storia del fascismo, propria delle destre: quella secondo cui Mussolini «ha fatto anche cose buone», che fu «un grande statista» ma che certo commise «l’errore imperdonabile» di varare le leggi antiebraiche.

Se ci si fa caso la narrazione del Giorno della Memoria, sui media italiani, prende sempre le mosse dal 1938, anno in cui, appunto, furono emanate quelle leggi che si dicono «imperdonabili».

Altra cosa sarebbe per quella stessa destra fare i conti sul serio con l’essenza criminale del regime di Mussolini, nato nella violenza politica e cresciuto con l’abolizione di ogni libertà democratica e con la preparazione di quella guerra che sarebbe costata all’Italia e al mondo decine di milioni di vittime.

Fare i conti con questa memoria vorrebbe dire anche per tanti eletti nel nostro parlamento prendere atto di una incompatibilità totale tra la nostalgia per quel regime e un ruolo personale nelle istituzioni della Repubblica. Perché è naturalmente vero che le leggi antiebraiche del 1938 furono un crimine imperdonabile. Ma non si trattò di un fulmine a ciel sereno. Migliaia di antifascisti – mio padre e mio zio tra di loro – nel 1938 avevano già finito di scontare una condanna a molti anni di prigione inflitta dal Tribunale Speciale per motivi politici. Ogni libertà era stata soppressa fin dal 1926. Don Minzoni, Giacomo Matteotti, Giovanni Amendola, i fratelli Rosselli e centinaia di altri antifascisti erano già stati ammazzati da un pezzo dai criminali in camicia nera.

La presidente Giorgia Meloni si commuove ricordando le vittime del razzismo fascista, e la cosa le fa onore. Sarebbe lecito attendersi però una parola di solidarietà anche per gli oltre 5mila uomini e donne condannati dal Tribunale Speciale; per le decine di fucilati –fucilati, sì – dal regime di Mussolini; per le decine di migliaia di connazionali che i fascisti italiani braccarono e arrestarono prima di consegnarli agli alleati nazisti, nei lager.

E invece la commozione degli esponenti della destra italiana fino a lì non riesce a spingersi. Non ce la fa proprio. Il guaio è che questa visione delle cose ha conquistato la grande maggioranza dei commentatori, che ad essa si adeguano, in aperta violazione del dettato della legge istitutiva del Giorno della Memoria, che prevede che si organizzino «cerimonie, iniziative, incontri (…) su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti».

Se qualcuno volesse vincere con certezza potrebbe scommettere che di tutto questo non si parlerà anche nel prossimo Giorno della Memoria. È una rimozione sulla quale si interrogano anche tanti esponenti tra i più avveduti del mondo ebraico: si possono condannare le leggi razziali senza condannare recisamente il fascismo che le varò? Illuminante, per esempio, il recente intervento di Noemi Di Segni, presidente dell’Ucei: «La condanna delle leggi razziali come male assoluto che abbiamo ascoltato in questi giorni con grande attenzione non può essere selettiva e avulsa dalla considerazione di ciò che il regime fascista ha compiuto nell’intero ventennio. (…) La condanna che attendo di ascoltare (…) è del fascismo nel suo insieme».

Non tutti gli intellettuali italiani, non tutti i docenti delle nostre università, ovviamente, condividono quella lettura della storia. Ma è un fatto che anche chi non la condivide con ogni evidenza tace e si adegua.

DARIO VENEGONI

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