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27 GENNAIO, GIORNO DELLA MEMORIA. ONORIAMO I SICILIANI: IN 865 DEPORTATI NEI LAGER NAZISTI E LE DECINE DI MIGLIAIA DI I.M.I. RINCHIUSI NEI CAMPI

di “ Lettera Memoria e LIbertà”

La “Lettera” è dedicata alla memoria di Nunzio Di Francesco, partigiano catanese di Linguaglossa, sopravvissuto alla deportazione nel lager di Mauthausen – deceduto il 21 luglio 2011. Ex presidente dell’ Anpi di Catania

E’ bene, in premessa, riportare due passaggi di grande valore e significato pronunziati dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel corpo del Suo intervento per la celebrazione del “ Giorno della Memoria 2019- Palazzo del Quirinale, 24 gennaio.

“ …Gli ebrei erano bollati con il marchio, infamante, della diversità razziale. Dipinti con tratti grotteschi, con una tale distorsione della realtà da sfociare nel ridicolo, se non si fosse tradotta in tragedia……… La furia nazista si accanì con micidiale e sistematica efficienza anche contro le altre categorie di “diversi”: i dissidenti, gli oppositori, i disabili, i malati di mente, gli omosessuali, i testimoni di Geova, i rom e i sinti, gli slavi. Nell’ordine nuovo vagheggiato da Hitler, non c’era posto per la diversità, la tolleranza, l’accettazione, il dialogo……… Noi Italiani, che abbiamo vissuto l’onta incancellabile delle leggi razziali fasciste e della conseguente persecuzione degli ebrei, abbiamo un dovere morale. Verso la storia e verso l’umanità intera. Il dovere di ricordare, innanzitutto….”

La Sicilia, sul piano territoriale, non fu direttamente interessata dalle atrocità della deportazione. Certo, le persecuzioni contro gli ebrei, proclamate con le leggi razziali del 1938, avevano colpito duramente anche nell’isola i cittadini italiani di religione ebraica residenti nell’isola.
La Liberazione della Sicilia era già avvenuta, Quindi non fu coinvolta dal corso persecutorio ed assassinio. Dalle azioni nazifasciste messe in opera immediatamente dopo l’armistizio del’8 settembre 1943 nei riguardi degli ebrei, dei “diversi”, e degli oppositori, tutti, in particolare partigiani, militari del disciolto esercito regio, civili antifascisti, operai… che in maniera attiva ed articolata si batterono per cacciare dall’Italia l’invasore tedesco e i rigurgiti violenti della dittatura – rinata il 23 settembre con la RSI – che aveva oppresso il nostro Paese per un lungo ventennio, sopprimendo tragicamente tutti gli aneliti di democrazia, libertà, giustizia, rispetto dei diritti umani, con l’esaltazione e la pratica del razzismo.

La valorizzazione della memoria della deportazione – eseguita dai carnefici nazifascisti in sfregio agli elementari diritti delle persone, della civiltà morale e sociale, il ricordo degli orrori perpetrati in Europa e in Italia e delle persone che a milioni furono represse – rappresenta un impegno particolarmente importante per tutti i cittadini civili e democratici.
A maggior ragione in questa fase storica, infestata di populismi nazionalistici e rigurgiti di fascismo, infarciti dall’esaltazione dell’odio e razzismo nei riguardi di tutte le persone considerate “diverse”:
Il fantomatico complotto “pluto-giudaico-massonico” decantato dai regimi nazifascisti è stato sostituito dalla teoria drammaticamente grottesca della “sostituzione etnica” guidata – a loro dire – dalle trame dell’ungherese ebreo Soros.

La falsata e strumentale esaltazione della “difesa dei confini”, che fa ritornare il ricordo dell’assassinio di massa compiuto nelle guerre europee del novecento, marchia le ONG che salvano i disperati in mare, come “procacciatori di morte” complici dei mercanti. La distorsione politica e legislativa, di conseguenza, del concetto di sicurezza.
Il disprezzo per tutte le espressioni di solidarietà ed accoglienza, presenti in maniera crescente e violenta nello scenario internazionale, con specifica recrudescenza nel nostro paese. Operati da gruppi politici, rappresentazioni periferiche istituzionali (enti locali) gestite dalle destre specie sulla gestione dei rifugiati, da spezzoni significativi dell’informazione, tendenti ad inquinare le coscienze dell’opinione pubblica, demistificando i percorsi che hanno permesso la conquista delle libertà e democrazia, l’acquisizione di normative sui diritti umani, giustizia sociale, pace, l’enunciazione dei postulati fondamentali contenuti nella Costituzione.

A maggior ragione ora è necessario uno scatto di orgoglio democratico! Scomparse ormai quasi del tutto le testimonianze dirette, per le conseguenti “ragioni del tempo”, il sacrificio, le brutalità e le abnegazioni subite da coloro che diventarono cavie degli orridi esperimenti ideologici e delle perversioni guerresche, devono ancor più essere difese, recuperate e rilanciate nel tessuto sociale e culturale, con specifica attenzione alle nuove generazioni.
Per rinnovare il monito del sacrificio dei morti – per deperimento organico tra gli stenti e le brutalità, degli assassinati con le armi o gasati -, l’insegnamento dei sopravvissuti.
Mai più, è il grido da innalzare nella battaglia civile, come baluardo ai nuovi farneticanti.
Nella ricostruzione dei drammatici eventi che si consumarono in Italia nel contesto dell’ambito europeo, è utile suddividere la memoria, il ricordo degli uomini e delle donne che ne sono stati artefici, ripercorrendo i due livelli che hanno caratterizzato gli accadimenti: deportati – oppositori politici, ebrei… – nei Campi di sterminio, militari italiani internati dai nazisti nei Campi di prigionia e di lavoro coatto.

In Sicilia la Liberazione si era già conclusa all’inizio del mese di agosto del 1943, quando le ultime truppe naziste, sconfitte dagli Alleati sbarcati il 10 giugno, avevano rovinosamente abbandonato l’isola, attraversando lo stretto di Messina verso la Calabria. Lasciando rovine e numerosi assassini di civili che nel corso del mese di agosto del 43 avevano tentano di opporsi, in particolare nell’area etnea e messinese, con spontanee ribellioni alla furia omicida dei tedeschi.
La dittatura fascista mussoliniana, dopo avere seminato enormi macerie umane e materiali a seguito dello scatenamento della guerra di aggressione imperiale contro i popoli europei nell’esaltazione della “razza eletta”, si era già miseramente auto liquefatta, sotto l’onta delle proprie rovine, il 25 luglio precedente.
Lo smarrimento generale determinato dall’ambiguità delle dichiarazioni ufficiali del maresciallo Pietro Badoglio (capo del nuovo governo) nella comunicazione sull’armistizio, i “non ordini” operativi ai Comandi militari, la dispersione conseguente, i combattimenti di resistenza ai tedeschi, i rastrellamenti conseguenti, iniziarono già dal’8 settembre, immediatamente dopo la resa pubblica della firma della resa.
Avvenne in Italia e in tutte le aree europee dove erano dislocate formazioni dell’esercito che a partire dal 10 giugno 1940, in “obbedienza” al Re, al fascismo e al “socio”omicida nazista, avevano aggredito le popolazioni di diversi paesi, provocando morte ed enormi devastazioni. Nello specifico in: Yugoslavia, Grecia, Albania, Isole Egee, Corsica, Francia del sud, Polonia, paesi baltici.
L’armata italiana che, al comando imperioso di Mussolini, in maniera spavalda e priva di attrezzature adeguate aveva invaso nell’agosto 1941 l’Unione Sovietica era già stata rovinosamente ritirata alla fine di gennaio del 1943, lasciando sul campo oltre 115.000 militari: morti, feriti, congelati, dispersi, e molti altri prigionieri prigionieri.
La parte rilevante delle Forze armate italiane (esercito, marina, aviazione, milizie territoriali….) era schierata in Italia e in quelle aree territoriali – centro-nord e sud, estero – non ancora interessate dall’avanzata degli Alleati. Questa la disposizione dell’esercito nei vari fronti di guerra:
Italia centro-settentrionale 415.682, Italia centro meridionale 162.342, Francia ( Corsica, territorio a est del Rodano) 58.722, Grecia e Isole dell’Egeo 265.000, Balcani ( Albania, Montenegro, Kosovo, Dalmazia e Slovenia) 164.986. Un totale di 54 divisioni, di cui 26 in Italia, ed ulteriori 29 in fase di ricostituzione/riequipaggiamento.

I.M.I. – Italiani Militari Internati –

Complessivamente, su tutti i fronti di guerra, furono catturati dai tedeschi circa 810.000 militari italiani. Un numero enorme, considerato che all’atto dell’armistizio le forze armate globalmente disponevano di 1.990.000 effettivi:1.520.000 comb. e 470.000 terit. Di questi 1.007.000 furono disarmati. Della parte restante, 650.000 diventarono “sbandati”. Nel corso dei mesi, una parte rilevante degli “sbandati” e dei “non disarmati” combatté contro i nazi fascisti, nel: nuovo esercito italiano, formazioni partigiane, Balcani….
Fonti: http://lnx.anrp.it/wp-content/uploads/2016/04/IL_LIBRO_BIANCO_dellANRP.pdf
http://www.pionierieni.it/wp/wp-content/uploads/Ricordi-di-prigionia-nei-Lager-come-IMI.-Di-Claudio-Sommaruga..pdf
Dei catturati, al momento dell’imprigionamento, 94.000 optarono ( “per coerenza o opportunismo”, come scritto da Claudio Sommaruga ex IMI) per l’adesione alla RSI o alle SS italiane: 14.000 combattenti, 80.000 ausiliari.
Deportati in 716.000, dopo travagliate vicissitudini, nei Campi di concentramento, denominati Oflag – per ufficiali -, Stalag/ Stammlager – dedicati ai soldati e ai sottufficiali -, Strafagler – campi di punizione -, AEL – campi di rieducazione al lavoro -, KZ – gestiti dalle SS, per gli accusati di reati e sabotaggi, non era permessa la corrispondenza con i familiari – . Complessivamente 136 siti ( 284 compresi i campi di transito, smistamento, dipendenza e detenzione) dislocati in Germania e Austria e nelle aree territoriali limitrofe occupate dai tedeschi ( Polonia….). La trasmissione e la ricezione della corrispondenza in generale non era garantita per tutti i campi di internamento. Solo per pochi mesi, a partire dalla fine del 1944, fu permesso ai detenuti provenienti dalle regioni ancora controllate dalla RSI di ricevere pacchi dalle famiglie.

Furono denominati IMI – italiani militari internati -. Fatti prigionieri anche dopo numerosi, strenui e valorosi combattimenti di resistenza, in Italia e all’estero: i più celebrati, Porta S. Paolo Roma, in Piemonte ( dove alcuni giorni dopo l’armistizio nacquero i primi gruppi partigiani), Puglia, Campania, Sardegna, Corsica… isole di Cefalonia, Corfù, Lero –. La resistenza di protrasse fino a novembre del 43 – . A Cefalonia più di 7000 morti, la gran parte fucilati dai tedeschi dopo la fine dei combattimenti)…Numerosi gli eventi di resistenza nei Balcani, Albania e Grecia. Interi e consistenti Reparti affiancano i partigiani locali fino alla fine della guerra.
E’ bene ricordare l’affondamento a seguito di bombe telecomandate lanciate da aerei tedeschi della corazzata Roma; giorno 9 settembre, a largo della Sardegna – morirono 1352 marinai -, partita da La Spezia si stava recando a Malta assieme ad alcune decine di navi militari.

Era iniziata la Resistenza ai nazifascisti.
Solo nei Balcani circa 50.000 militari italiani non si arresero. In 17.000 parteciparono alla Lotta di Liberazione nella Divisione “ Garibaldi” e nella Brigata “Italia”. In 33.000 nelle formazioni partigiane locali, con intere unità o da singoli, con 20.000 caduti. In Grecia molte migliaia di militari italiani si batterono contro i tedeschi, confluendo nelle formazioni partigiane.
Riguardo la lotta dei militari italiani a Cefalonia è doveroso ricordare il palermitano Giuseppe Benincasa, di Castronovo di Sicilia, morto novantasettenne il 18 maggio del 2019. Sopravvissuto all’eccidio dei tedeschi, salvato dai greci, aderì alle formazioni partigiane locali. Nel 2013 è stato pubblicato il suo libro “ Memorie di Cefalonia”, diario di un sopravvissuto della Divisione Acqui”. Testimone vigoroso nel corso della sua vita.

Nei mesi successivi la gran parte degli IMI si rifiutò di combattere con i fascisti.
Molti IMI, diverse decine di migliaia, morirono nei siti della prigionia, luoghi di grande sofferenza. Da parte dei nazisti non vennero considerati prigionieri di guerra. Quindi, non sottoposti alle regole di assistenza delle leggi internazionali sui prigionieri di guerra ( Convenzione di Ginevra del 1929), sulle condizioni di permanenza: igienico sanitarie, abitative, lavorative; privi, di conseguenza, del controllo degli organismi internazionali preposti, compresa la Croce Rossa. La Germania non riconobbe il Regno d’Italia del sud neanche dopo la dichiarazione di guerra italiana del 10 ottobre 1943. Furono utilizzati e sfruttati, in condizioni schiaviste, in attività lavorative a largo raggio, specie negli ambiti industriali necessari alla Germania per le attività belliche.

Durante l’internamento nei Lager in 43.000 aderirono agli appelli nazifascisti, optando come combattenti nella RSI (23000) o nelle SS (19000); in 61.000 accettarono di diventare ausiliari nei Bti – lavoratori militarizzati destinati prevalentemente alle strutture dell’aviazione (Luftwaffe) e nel Genio;

I militari italiani morti durante il periodo di internamento furono 51.000. In 3000 vennero deportati nei Lager di sterminio, KZ.
A seguito degli accordi Mussolini-Hitler del 20 luglio 1944 – smilitarizzazione abusiva dei militari italiani -, all’inizio di agosto iniziarono ad attuare in maniera autoritaria la cosiddetta “civilizzazione”. “Liberati” dai Lager furono costretti a presentarsi agli uffici di collocamento, ai fini lavorativi e per avere la tessera annonaria. Una fase oscura che determinò ulteriori vessazioni e gravissime difficoltà di vita.
Gli (ex) IMI “civilizzati”, diventati “volontari” per fame o precettati, furono 495.000.
Come evidenziato da Claudio Sommaruga (classe 1920 – geologo minerario dopo la guerra – S. Tenente, ex IMI ex “deportato politico e civile” in 13 Lager e uno Straflager, con 12 NO al Reich e alla RSI e 60 NO al lavoro civile nel Reich) non esiste un archivio istituzionale italiano degli IMI, nemmeno presso l’Ufficio storico del Ministero della Difesa.
Nella parte di ricostruzione sugli internati italiani, intitolata “ Tentativi di quadrare i conti per ancorare una storia a spanne alla deriva e misconosciuta” (archivio IMI Claudio .Sommaruga, 2005), riguardo l’origine territoriale degli IMI (calcolata in base alle “origine dei caduti” ) sul complessivo 716.000 (prima delle opzioni) si evidenziano le seguenti provenienze:
Nord 372.000, 52%
Centro 158.000, 22%
Sud e Isole 186.000, 26%.
Pervenuti dai seguenti fronti di guerra:
Italia (e Francia) 196.000, Francia 32.000, Balcani/Grecia 411.000, Germania e terre Or. 1000. Per un totale di 640.000, dopo le prime opzioni Reich/RSI – 42.000 combattenti e 34.000 ausiliari.
A seguito delle ricerche (molto parziali sulle entità complessive) sulla dislocazione geografica degli IMI – avviate per la richiesta degli indennizzi dei deportati “che furono costretti al lavoro forzato o sottoposti a condizioni di schiavitù o subirono delle gravi ingiustizie” (conseguente alla legge agosto 2000 del Governo tedesco che istituì la Fondazione “ Memoria, Responsabilità e Futuro”, di fatto mai resa operativa) nell’agosto 2001, allo scadere della presentazione delle domande, il Governo tedesco ha escluso dall’indennizzo la quasi totalità degli italiani – si evinse:
Le domande presentate dagli IMI furono complessivamente 88.226, – dati OIM 25 settembre 2001 – in riferimento agli oltre 700.000 italiani internati. Le domande effettuate a quella data furono poco meno del 13% dei deportati nominalmente interessati.
Le richieste pervenute dalla Sicilia furono 3510. I dati si riferiscono al “Libro Bianco” dell’ANRP -– Associazione Nazionale Reduci della Prigionia, dall’internamento, dalla Guerra di Liberazione, e loro familiari -:
http://lnx.anrp.it/wp-content/uploads/2016/04/IL_LIBRO_BIANCO_dellANRP.pdf

Per approfondimenti:
*Sulla dislocazione dei luoghi di internamento:
https://alboimicaduti.it/index.php/maps/list
Banca dati IMI caduti: https://alboimicaduti.it/index.php/page/5/introduzione

Non esiste un Albo anagrafico esaustivo dei deportati IMI siciliani. Date le dimensioni numeriche generali è conseguente ipotizzare che siano stati parecchie decine di migliaia, soldati e graduati delle tante strutture militari coinvolte. Finita la guerra, date le oggettive condizioni di distacco socio-politiche-economiche dell’isola rispetto al contesto nazionale e le gravi necessità del vivere ( molti sono emigrati), da parte dei reduci IMI isolani è subentrata una condizione di isolamento e di non realizzazione nella costruzione di una struttura organizzativa diffusa nelle provincie, atta ad omogeneizzare i travagli subiti, conservare e diffondere la memoria su un piano ampio e plurale.
Negli ultimi anni un’importante attività di riconoscimento del ruolo patriottico degli IMI è stata effettuata da parte dello Stato, a cura delle Prefetture. Anche in Sicilia nelle ricorrenze della Giornata della Memoria del 27 gennaio e della Festa della Repubblica del 2 giugno sono state consegnate varie medaglie d’onore ai pochi Internati nei campi nazisti ancora in vita e a familiari dei deportati. La medaglia è stata istituita nel 2006 – legge 27 dicembre, n. 296 – per civili e militari deportati ed internati nei Lager e destinati ai lavori coatti, a seguito di specifica richiesta degli interessati; viene conferita a seguito di adozione di apposito decreto da parte del Presidente della Repubblica.
Sulle vicissitudini degli IMI siciliani si segnala un articolo del quotidiano Giornale di Sicilia del 5 settembre 2017 (edizione Trapani) “ Dissero NO ai nazisti e finirono nel lager, il martirio dimenticato degli ufficiali siciliani”. Il testo è leggibile sul sito di ANPI Sicilia:
https://anpisicilia.wordpress.com/2017/09/06/anpi-trapani-il-martirio-dimenticato-degli-ufficiali-siciliani/

Riguardo la memorialistica prodotta dagli IMI siciliani i testi non sono numericamente consistenti. Di grande intensità il libro di memorie di Giovanni Santarea di Pozzallo (Rg), “ Io reduce di Cefalonia ( 2009), catturato dai tedeschi fu internato in Bielorussia, Minsk e Ledda. Si aggiunge il testo “ Quando l’algente verno…” contenente le Memorie di Prigionia (2001) di Gerardo Sangiorgio, di Biancavilla (Ct): ventiduenne all’armistizio si ritrova a Parma, nella Scuola di Applicazione di Fanteria, quindi deportato in diversi Lager in Germania; il libro racchiude le sue memorie, antologia in versi e prosa. Il 27 gennaio 2019 a Biancavilla è stato presentato il libro di Salvatore Borzì “Internato n. 1002883/IIA” dedicato a Gerardo Sangiorgio. Il libro “Una storia come tante ( di una gioventù cancellata dalla guerra)” è stato pubblicato dal palermitano Nino Romano: ripercorre le vicende di “un giovane contadino” dalla chiamata alle armi nel settembre 1941 alla detenzione nel Lager di Groditz Dresda) sino al ritorno a Palermo alla fine del 1946. Nel 2009 (ed. Becco Giallo) è stato pubblicato “ Stalag XB” di Marco Ficarra, in memoria dello zio Gioacchino Virga, di Palermo: sottotenente in fanteria, inviato in Grecia è catturato dai tedeschi il 10 settembre 1943, deportato in Germania, muore il 14 marzo 1945 di fame e di freddo.
Alla fine del 2019 è stato pubblicato “Fucili e mandolini” – la storia del soldato semplice Carmelo” di Carmen Coco (Algra Editore). La figlia, assemblando le memorie scritte lasciate dal papà, racconta le peripezie del catanese Carmelo, fatto prigioniero dai tedeschi nei Balcani e deportato in Austria.
Per gli approfondimenti sugli IMI è utile consultare il sito di ANRP http://www.anrp.it
Alola fine di gennaio del 2020 è stato edito l’ultimo contributo di ricerca, il libro: “I militari Italiani nei Lager nazisti, di Mario Avagliano e Marco Palmieri.

DEPORTATI SICILIANI

Sui deportati siciliani nei Campi di stermino nel corso degli anni è stata condotta un’azione di ricerca che ormai può essere considerata ampiamente esauriente, pur rimanendo ancora dubbi e possibili vuoti. In diversi Lager prima dell’arrivo delle truppe sovietiche e anglo-statunitensi furono bruciati gli elenchi dei deportati, quindi, possibilmente sono presenti delle carenze che si ripercuotono anche nella realtà siciliana.

E’ questa, una componente, nel contesto dei 44.500 italiani deportati – a partire dalla fine di settembre 1943 –, piccola, ma di grande significato storico nella realtà isolana e nella lotta nazionale per la conquista della libertà. Si inserisce nell’alveo della perversa persecuzione messa in opera dai nazifascisti sul piano globale in Italia, nei riguardi dei deportati razziali e politici, così costituiti: 6806 ebrei italiani (altri 322 furono arrestati e morirono in Italia), alcune centinaia di ebrei stranieri presi in Italia, alcune centinaia di zingari italiani, 1900 ebrei del Dodecanneso, circa 30.000 classificati politici più altre caratterizzazioni, 2200 imprigionati nel carcere militare di Peschiera, alcune centinaia di ufficiali considerati antifascisti; inoltre, come già evidenziato, 3000 IMI (circa 900 ufficiali) trasferiti con motivazioni di vario genere.
Degli apparteniti alla religione ebraica i sopravvissuti furono solo 837. Per tutti gli approfondimenti sulla deportazione degli ebrei in Italia:
http://www.cdec.it/home2.asp?idtesto=594.
http://www.nomidellashoah.it/

Nel 1938, all’atto della promulgazione delle leggi razziali, risiedevano in Italia 46.600 cittadini italiani ebrei più 4500 non-ebrei classificati di “razza ebraica”; si aggiungevano circa 10.000 ebrei stranieri profughi dalla Germania e dall’Europa centro-orientale. Alcuni giorni dopo la dichiarazione di guerra fascista (10 giugno 1940) la gran parte degli ebrei stranieri vennero internati in appositi campi dislocati prevalentemente nel sud Italia, e vennero rinchiusi anche ebrei stranieri provenienti dalla Libia, Rodi, Iugoslavia. Dopo l’8 settembre 1943 gli internati nelle aree meridionali vennero liberati dagli Alleati; nelle zone controllate dalla RSI iniziò il tragico percorso dall’internamento verso i Campi di sterminio. Sugli ebrei stranieri in Italia consultare: http://www.cdec.it/ebrei_stranieri/

Già a partire dalle leggi razziali molti ebrei italiani, per fuggire dalle persecuzioni, emigrarono in vari paesi fuori dell’Europa, alla fine del 1941 avevano abbandonato l’Italia 5966 ebrei italiani.
I deportati italiani per motivi politici furono 23.826: 22.204 uomini, 1514 donne: partigiani, oppositori del regime durante la dittatura, operai rastrellati nelle grandi fabbriche del “triangolo industriale” del nord, perseguiti per “motivi di sicurezza”, “ asociali”, prigionieri di guerra… Di questi 10.129 perirono nei Campi di sterminio. La maggior percentuale di morti fu toccata nel Lager di Mauthausen, con il 55%.

Riguardo gli operai deportati da Milano, Torino, Sesto S. Giovanni, Genova e da altre località, il numero è abbastanza notevole. Prima della caduta della dittatura fascista gli operai non si erano arresi. Primo caso nell’Europa occupata dai nazifascisti, il 15 marzo 1943 oltre 1000.000 lavoratori scioperarono, stanchi di guerra, sofferenze e fame, nelle industrie di Milano e Torino. Di grandissimo rilievo gli scioperi del marzo 1944, iniziati il giorno 1 marzo con la proclamazione dell’astensione dal lavoro nell’Italia settentrionale, durati una settimana; nelle principali città industriali del nord-ovest parteciparono molte centinaia di migliaia di operai. In risposta violenta vi furono la repressione e la deportazione. In particolare furono deportati: 700 operai da Torino, alcune centinaia da Milano, 533 da Sesto S. Giovanni, 1500 da Genova avviati al lavoro forzato in Germania, altri da ulteriori località. La maggior parte degli scioperanti furono deportati nel Lager di Mauthausen.

I deportati siciliani accertati con ragguaglio biografico completo sono 855.

L’inchiesta sui deportati italiani, deceduti e sopravvissuti, è stata un’operazione di elaborazione molto complessa sul piano generale. Di conseguenza la stessa difficoltà ha riguardato i deportati siciliani.
Il primo riferimento strutturale fu rappresentato dall’opera di Morelli Valeria, pubblicata nel 1965, “I deportati italiani nei campi di sterminio 1943-1945”; Si riportano notizie relative all’identificazione, elenchi alfabetici dei deceduti suddivisi per Lager e sottocampi. Si affianca la ponderosa ricerca effettuata da Italo Tibaldi. Quindi, i contributi di: Liliana Piccitto con “ Il Libro della Memoria” dove sono evidenziati 8900 nominativi di ebrei con dati completi.
Un testo di ricerca di grande rilievo è rappresentato da “ Uomini, donne e bambini nel Lager di Bolzano – Una tragedia italiana in 7.982 storie individuali” (prima edizione nel 2004), di Dario Venegoni. La ricerca è stata aggiornata nel 2005 (Seconda edizione Fondazione Memoria della Deportazione/Mimesis, Milano); si può consultare: http://www.venegoni.it/venegoni_sec.pdf
Si aggiunge “ Il Libro dei Deportati” ( 2009) di Brunello Mantelli, Nicola Tranfaglia, Francesco Cassata, Giovanna D’Amico, Giovanni Villari, un’opera imponente di 2544 pagine che riporta 23.826 nominativi, con relazione completa dei dati, di deportati politici italiani.
Nel 1965 a cura di Morelli Valeria è stata pubblicata una ponderosa opera “I deportati italiani nei campi di sterminio 1943-1945” ( Milano, Scuole grafiche pav. artigianelli). Nella prima parte si trovano le notizie relative all’identificazione. Nella seconda parte sono inseriti i nominativi, gli elenchi alfabetici dei deceduti per ogni lager e sottocampo collegato, con il numero di matricola, il luogo e la data di nascita, il luogo e la data di morte. Diversi elenchi non sono completi. Mancano elenchi per alcuni campi (in diversi lager gli archivi andarono distrutti e non venivano rilevati i decessi avvenute durante le marce forzate dopo lo sgombero dei campi).
Nella sua opera, Italo Tibaldi, ex deportato a Mauthausen (deceduto nell’ottobre 2010), a seguito di un lungo pluriennale impegno iniziato dopo il ritorno dal Lager, ha realizzato un elenco nominativo di oltre 40.000 deportati italiani. Un’azione enorme e meticolosa di ricostruzione analitica al servizio della memoria collettiva, per non dimenticare le atrocità naziste nei campi di sterminio.
I nominativi dei siciliani deportati, transitati nel campo di smistamento di Bolzano, riportati nella ricerca di Dario Venegoni,e degli ebrei siciliani, sono consultabili dal 2013 nel sito della Regione Sicilia:
http://www.regione.sicilia.it/beniculturali/dirbenicult/giornomemoria2013.html

L’imponente opera di ricerca a firma di Brunello Mantelli, Nicola Tranfaglia, Francesco Cassata,L Giovanna D’Amico, Giovanni Villari, è stata pubblicata nel “Libro dei Deportati” (Mursia ed., 2009, 2544 pagine suddivise in tre tomi). Il libro riporta 23.826 nomi di deportati politici italiani tra il 1943-1945, con le date e i luoghi di nascita, di arresto, di detenzione, di liberazione o di morte.
Sulla deportazione degli ebrei italiani Liliana Picciotto nel suo “Libro della Memoria” (1° edizione 1991, 2° edizione 2002 con altri nomi ritrovati – editore Mursia) ricostruisce il tormento subìto dagli ebrei italiani e i progetti e gli strumenti operati dai nazifascisti.
Sono riportati 8900 nominativi, con date di nascita, di deportazione, di morte, di liberazione.
I nominativi dei siciliani morti nei lager inseriti nel contesto generale del libro di Valeria Morelli, nel 1986 furono ripresi e assemblati in un apposito elenco a cura di Giuseppe Santoro, segretario dell’Anpi di Messina, ex deportato nel Lager di Nordhausen. Il dossier divulgato contiene 302 nominativi. Nella prefazione Santoro afferma che “nel libro della Morelli mancano i dati riguardanti gli ultimi mesi di guerra, specie per i campi di Sachsenhausen, Stutthof, Majdaneck, Gross, Rosen, Auschwitz e Ravensbruck … i siciliani, quindi, volendo fare un calcolo approssimativo, non dovrebbero essere meno di 500”. Un ulteriore contributo di conoscenza sui deportati siciliani morti nei Lager fu apportato da Nunzio Di Francesco di Linguaglossa (sopravvissuto a Mauthausen); nel convegno svoltosi a Catania il 7 febbraio 1996 furono riportati 306 nominativi. E’ utile ricordare l’opuscolo dall’Anpi di Paternò ( Ct) “Il contributo di Paternò alla Resistenza”, stampato nel 1982: vengono divulgati i nominativi di 20 paternesi morti nei Lager in Germania e Polonia.

Negli ultimi anni un contributo prezioso, di grande rilievo, è stato dato dalla catanese Giovanna D’Amico, con la pubblicazione nel 2006 (Sellerio ed.) del libro “I siciliani deportati nei campi di concentramento e di sterminio nazisti 1943-1945”. La prefazione è di Bruno Vasari, deportato a Mauthausen deceduto nel luglio 2007.
Sono inserite importanti integrazioni e aggiornamenti. Le schede biografiche dei deportati siciliani, frutto della meticolosa e appassionata ricerca, sono passate da 549 a 855. Di questi 761 nominativi sono considerati “sicuramente nati nell’isola”; sulla parte restante, 94, l’origine è dubbia, in ogni caso servono ulteriori approfondimenti: di questi 351 sono stati deportati politici – così definiti all’arrivo nel Lager – classificati oppositori dai nazifascisti.
L’aspetto innovativo riguarda le “tabelle”. I deportati siciliani sono ripartiti per
distribuzione arrivi nel primo campo,
distribuzione categorie nel primo campo,
distribuzione per province siciliane di provenienza,
lager decesso.
Sono riportati i nominativi e il “percorso” verso lo sterminio di 372 siciliani morti nei Lager.

Questa la ripartizione, per provincia e i morti per Lager di deportazione:
• Distribuzione per province
AG 89 – deceduti Lager 38
AG o TP 1 con 1 deceduto
CL 43 con 23 deceduti
CT 143 con 70 deceduti
EN 54 con 28 deceduti
ME 98 con 48 deceduti
PA 189 con 97 deceduti
PA (o forse CL) 1 1
RG 40 con 20 deceduti
RG (forse) – 1
SR 37 con 16 deceduti
TP 55 con 24 deceduti
Per un totale di 751 con 366 deceduti.
• Lager decesso
Auschwitz 5
Bergen Belsen 16
Brandeburgo an der Havel 1
Buchenwald 38
Dachau 55
dispersi in guerra 13
Dora 21
Flossenburg 36
Germania 8
Luogo ignoto 13
Mauthausen 121
morte presunta 13
Natzweiller 12
Neuengamme 14
Ravensbruck 1
Risiera di San Sabba 1
Sachsenhausen 3
Theresienstadt 1

Questa la “classificazione” dei 681 deportati per i quali è conosciuta la “qualifica”:
oppositori politici 65%, detenuti nelle carceri militari e civili 25,3%, IMI (Internati Militari Italiani) 4,1%, lavoratori civili che si trovavano già in Germania 4,2%, sacerdoti 0,3%, ebrei 0,5%.
Riguardo la “specificità” dei deportati una parte consistente è costituita da siciliani emigrati nel nord Italia negli anni precedenti, quindi residenti in quelle aree territoriali. Si aggiungono numerosi residenti di fatto nell’isola, militari all’atto dell’armistizio aggregatosi a formazioni partigiane, antifascisti, ed altro. Fra i tanti: Nunzio Di Francesco di Linguaglossa, militare in Piemonte, partigiano, catturato e deportato in diversi Lager e infine a Mauthausen, sopravvissuto; l’adranita Carmelo Salanitro , docente del Liceo Cutelli di Catania, condannato a 18 anni di carcere dal Tribunale speciale fascista, prelevato dai nazifascisti dal carcere di Sulmona- assieme ad altri 390 detenuti antifascisti – l’8 ottobre 1943, deportato, muore a Muthausen il 24 aprile 1945; Antonino Garufi, di Giarre ( Ct), carabiniere, dopo l’armistizio si aggrega ai partigiani della brigata Osoppo in Friuli, deportato a Dachau e Buchenwald, sopravvissuto; Giovanni Melodia, nato a Messina, arrestato nel 1939 per attività antifascista, condannato a 30 anni, imprigionato in diversi carceri per ultimo Sulmona, deportato a Dachau, sopravvissuto; Carlo Todros, nato a Pantelleria, ebreo, costretto a cessare la frequentazione delle scuole pubbliche per le leggi razziali, partigiano ad Imperia, arrestato assieme al fratello nell’ottobre 1943, deportato a Mauthausen, sopravvissuto; Liborio Baldanza, nato a Geraci Siculo (Pa), operaio metalmeccanico a Milano, antifascista già processato nel 1932 dal Tribunale speciale, arrestato a Milano nel marzo 1944, deportato a Mauthausen, muore all’inizio di aprile 1945 durante la “marcia della morte”.
Anche ebrei, tra i siciliani, per un totale di quattro: Colonna Leo, nato a Palermo nel 1903, deportato ad Auschwitz, morto in luogo ignoto; Todros Carlo, nato a Pantelleria nel 1923, deportato a Mauthasuen, sopravvissuto; Todros Alberto, nato a Pantelleria nel 1923, deportato a Mauthasuen, sopravvissuto.
Furono deportate anche donne:
Maria Montuoro, nata a Palermo nel 1909, partigiana in Lombardia, arrestata nel 1944, dal carcere milanese di S. Vittore trasferita a Fossoli, poi nei lager di Ravensbruck e Sachsenhausen, sopravvissuta (il fratello morì nel Lager di Mauthasuen).
Castelli Olga Renata, nata a Lercara Friddi (Pa) nel 1919, arrestata a Firenze nell’aprile 1944, da Fossoli deportata ad Auschwitz, morta nell’agosto dello stesso anno in luogo ignoto.
Moscato Emma, nata a Messina nel 1879, residente a Mantova, arrestata nell’aprile 1944, deportata e uccisa all’arrivo nel Lager di Auschwitz.
Segre Egle, ebrea, nata a Messina nel 1899, residente a Torino, arrestata a Tradate (Va) nel novembre 1943, deportata a Auschwitz, morta in luogo ignoto.
Veneziano Concetta, nata a Siracusa nel 1912, morta nel Lager di Bergen-Belsen nel giugno 1944.
Barbieri Antonietta, nata a Palermo nel 1924, deportata i diversi Lager: Flossenburg, Ravensbruck, Flossenburg.
Fu deportato anche un sacerdote, Liggeri Don Paolo: nato a Augusta nel 1911, prete a Milano, viene arrestato nel marzo 1944, accusato di antifascismo. Dal carcere di S. Vittore, dopo essere passato da Fossoli e Bolzano, fu deportato a Mauthausen, sopravvissuto.
Un contributo rilevante alla ricerca è stato dato da Barbara Bechelloni con il libro “Deportati ed internati. Racconti biografici di siciliani nei campi nazisti”. Edito nel 2009, Mediascape, edizioni ANRP. Contiene 2 CD audio che riportano le interviste di 50 deportati siciliani, nei campi di sterminio o negli Stalag in quanto IMI. Iniziativa promossa da ANRP in collaborazione con Audiodoc.
Di grande rilievo l’indagine effettuata dalla palermitana Lucia Vincenti. Ha pubblicato nel 2004 “Non mi vedrai più, persecuzione, internamento e deportazione dei siciliani nei Lager 1938-1945”: nell’appendice è inserito un elenco con circa 800 nominativi di deportati siciliani. Viene fatto specifico riferimento a dieci persone di origine ebraica. La ricercatrice ha pubblicato nel 2007 “Il silenzio e le urla. Vittime siciliane del fascismo. Documenti e testimonianze”.

Memorialistica

Nel corso degli anni diversi siciliani deportati sopravvissuti dai Lager nazisti, producendo memorialistiche, hanno direttamente trasmesso alle nuove generazioni il “racconto” delle drammatiche vicissitudini patite. Si rammentano, tra quelli conosciuti:
“Triangolo rosso. Dalle carceri di San Vittore ai campi di concentramento e di eliminazione di Fossoli, Bolzano, Mauthausen, Gusen, Dachau. Marzo 1944-maggio 1945” (1° edizione 1945) di Don Paolo Leggeri, originario di Augusta (Sr); “Diario di prigionia, un siciliano nei lager” (1984) di Calogero Sparacino, originario di Ribera (Ag); “ Il costo della libertà. Memorie di un partigiano superstite da Mauthausen e Gusen II” (1° edizione 1993) di Nunzio Di Francesco, originario di Linguaglossa (Ct); “ Sul filo della Memoria intervista a Nunzio Di Francecso”, a cura di Adele Bellomia, Ninfa Cangemi, Barbara Nanè, ed. 2011 da Istituto di Istruzione Superiore “ Enrico Mattei” di Avola; “Pagine dal Diario 28 ottobre 1931 – 6 giugno 1932” di Carmelo Salanitro – pubblicato postumo nel 2005, con prefazione di Rosario Mangiameli, a cura della nuora Maria Salanitro, ed. Cuecm; “La tragica avventura. Un siciliano dall’altipiano di Asiago a Gusen II” (2008), di Domenico Aronica, Canicattì (Ag); “ Dachau, matricola n. 113305. Buchenwald: matricola n. 94453. Testimonianza di un sopravvissuto” (Genova, 1995) di Rosario Fucile, originario di Messina; “Memorie 1920-1952” (Torino, 1999), di Alberto Todros, originario di Pantelleria (Tp); “Da Piazza Armerina a Mauthausen” (pubblicazione digitale su Aned, 2005) di Rosario Militello, originario di Piazza Armerina (En); “ Diario di un deportato. Da Dachau a Buchenwald comando Ohrdruf” (1990) di Antonino Garufi, nato ad Altarello (Giarre – Ct) il 13 ottobre 1918. Di grande rilievo sono gli scritti di memoria di Giovanni Melodia, nato a Messina nel 1915, arrestato nel 1939 per attività antifascista, condannato a 30 anni, imprigionato in diversi carceri per ultimo Sulmona, deportato a Dachau, sopravvissuto: tra i vari libri pubblicati “Di là di quel cancello: i vivi e i morti nel Lager di Dachau” (Mursia 1988), “Non dimenticare Dachau: i giorni del massacro e della speranza in un lager nazista” (Mursia, 1993).
Sulla Memoria di Carmelo Salanitro si aggiungono: “Lettere dal carcere di Carmelo Salanitro” di Cristoforo Cosentino, ed. Cuecm, 2005; “L’onore e la viltà, martire del Libero Pensiero” di Pietro Scalisi, ed. 55 Adrano, 2016. Una approfondita ricostruzione dei deportati di Trapani viene fatta da Giuseppe Nilo nel libro “Marsalesi nella Lotta di Liberazione” (Quaderni Anpi 2015). Infine, un libro dedicato a un ungherese – “catanese d’adozione” – “Due eroi in panchina” (2015) di Roberto Quartarone, si racconta dell’allenatore della squadra di calcio del Catania negli 1933-1936 e 1941 Géza Kertész, ucciso dai nazisti e dai fascisti ungheresi delle “Croci frecciate” a Budapest il 6 febbraio 1945, assieme all’allenatore (anche in Italia) Istvan Tòth Potya.

Lager in Italia e Campi di smistamento

Come ben noto, anche in Italia furono operative strutture adibite alla persecuzione, realizzate dai nazisti con il supporto diretto delle organizzazioni militari e di polizia della RSI, a partire dalla fine di settembre 1943. Funzionarono grazie, anche, al tradimento di altri italiani che, vilmente, per fede fascista o per ricevere il soldo della taglia, denunziarono alle milizie della RSI i perseguitati; specialmente ebrei: bambini, uomini e donne.
A Trieste, nella Risiera di San Sabba – stabilimento per la pilatura del riso edificato nel 1913 – in funzione dall’ottobre 1943, fu attivo un Campo di sterminio con forno crematoio messo in funzione il 4 aprile 1944. Furono assassinati circa 3-4000 persone, nella stragrande maggioranza: ebrei, sloveni, croati, triestini, istriani, friulani, parecchi i partigiani. Alla fine di aprile 1945, nei giorni 29 e 30, prima dell’arrivo delle truppe partigiane jugoslave, il forno crematoio e la ciminiera furono distrutte dai tedeschi un fuga con la dinamite. Durante il periodo di occupazione nazifascista furono fatti transitare più di 20.000 deportati, verso i campi di sterminio di Dachau, Auschwitz, Buchenwald.
Verso i Campi della morte furono impiantati quattro campi di smistamento, a Bolzano, Fossoli (Modena), Borgo San Dalmazzo (Cuneo), Grosseto, dedicati ad avviare i deportati nei Lager siti in Germania, Austria e in altre aeree europee.
Consistente il numero dei siciliani fatti transitare da Bolzano, nella gran parte direzione Lager di Mauthasuen.

Molti trasporti di deportati partirono da Milano (binario 21 della stazione centrale), da Bergamo, da Torino. Durante la fase di occupazione nazifascista, centinaia e centinaia di operai delle principali fabbriche di Milano, Sesto S. Giovanni e Torino furono deportati nei Lager. In decine di migliaia “passarono” da questi luoghi verso i luoghi della sofferenza e della morte.

Ruolo istituzionale nella conservazione della memoria

In Sicilia, periferia geografica dei tragici eventi, ormai da parecchi anni si è fortemente affievolito il ricordo degli orrori della deportazione. La Memoria diretta è ampiamente entrata nella fase dell’umana estinzione.
Chi raccoglie il testimone, per rivalorizzare il sacrificio di coloro – uomini e donne – che si sacrificarono per riconquistare la Libertà, per tenere sempre alti nella denuncia i riferimenti ideologici e storici che hanno prodotto l’immane orrore, giusto per continuare a dare significato concreto alla commemorazione della Giornata della Memoria?
Nominalmente non mancano i referenti. Sono le organizzazioni democratiche, associative, politiche e sindacali che, nelle dichiarazioni di statuto e dell’agire, dichiarano di avere come riferimento i Valori costituzionali e il percorso storico che ha permesso di sconfiggere le aberrazioni nazifasciste, asserendo di battersi in difesa dei diritti umani e della libertà contro i razzismi in tutte le sue multiformi specie.

Il ritorno del neofascismo, sotto mentite spoglie è sempre in agguato, oggi più che mai.
I luoghi di studio, scuole e università, proprio perché preparano alla conoscenza le nuove coscienze generazionali, con la finalità di tramandare il bagaglio civile e valoriale, hanno per eletto mestiere un ruolo prioritario. Nel corso degli anni le strutture scolastiche siciliane si sono impegnate ad organizzare molteplici eventi per la Giornata della Memoria con la presenza dei Testimoni diretti sopravvissuti. Nunzio Di Francesco, scampato a Mauthausen, nella sua missione di vita dedicata a narrare ai giovani gli orrori dei Lager, le virtù della pace e della democrazia, fu portavoce di primo piano in moltissime scuole siciliane, fino a un mese prima della sua scomparsa nel luglio 2011. Ora, “esaurito” ormai il contenitore umano della voce diretta, rimane alle scuole un ruolo importante da rinnovare nel metodo, per continuare, implementando conoscenza e riflessione con il coinvolgimento attivo degli studenti. Su questa scia il Liceo Classico Statale “Mario Cutelli” di Catania ha organizzato per l’anno scolastico 2019/2020 la XVII edizione del Premio letterario per studenti dedicato al professor Carmelo Salanitro (ex docente del “Cutelli”), martire antifascista, morto nel Lager di Mauthausen il 24 aprile 1945; il 28 gennaio 2018 sul marciapiede davanti la scuola è stata posta una pietra d’inciampo commemorativa del professore.

Il mondo della Cultura, dell’intellettualità e degli spettacoli, hanno una potenziale rilevante funzione di divulgazione della Memoria sulla deportazione. In Sicilia, ci sono dieci strutture, teatri e fondazioni culturali: Teatro Massimo di Palermo, Teatro Vittorio Emanuele II di Messina, Teatro Massimo Bellini di Catania, Teatro Biondo di Palermo, Teatro Stabile di Catania, Fondazione Orchestra sinfonica siciliana di Palermo, Fondazione Inda di Siracusa, Fondazione Orestiadi di Gibellina, Fondazione Teatro Luigi Pirandello di Agrigento, Fondazione Taormina Arte, che fanno parte dell’ambito pubblico, poiché ricevono fondi dalla Regione siciliana. Spetta a loro, nelle sinergie con gli altri ambiti pubblici, promuovere iniziative di multiforme specie atte a perpetuare la Memoria sugli atroci eventi che furono commessi e dare giusta conoscenza e riconoscimento ai siciliani che ne subirono le tragiche conseguenze.

E’ fondamentale, quindi, la funzione delle strutture istituzionali locali : Regione e Comuni. A loro, in quanto “braccio” operativo diretto per l’esercizio territoriale di competenza dei postulati costituzionali e delle Leggi, nella ricorrenza del 27 gennaio viene affidato un compito essenziale per la valorizzazione della commemorazione e per onorare l’impegno degli uomini e delle donne locali che hanno svolto un ruolo primario per ripristinare democrazia e libertà.
Un ruolo particolarmente significativo dovrebbe essere svolto dalla Regione Siciliana.

Si evidenzia che in data 14 dicembre 2019 da parte del Coordinamento siciliano dell’ANPI – a firma del suo responsabile Ottavio Terranova, vicepresidente nazionale dell’Associazione – è stata inviata una Lettera aperta al presidente della Regione Sicilia Nello Musumuci: “ Attivizzazione della recente memoria storica siciliana. Onorare i patrioti siciliani antifascisti, martiri per la libertà”, con la richiesta di incentivare la promozione delle iniziative necessarie per onorare la memoria dei deportati siciliani nei Campi di sterminio e degli IMI nei Campi di prigionia, sottoposti al lavoro forzato in condizioni di schiavitù.

Infine, nel corso degli anni diversi Comuni siciliani, sensibili alla valorizzazione della memoria della deportazione, hanno organizzato pubbliche iniziative, coinvolgendo i testimoni diretti ancora viventi. Una pratica, che purtroppo, tende ad affievolirsi.

Nella ricorrenza del Giorno della Memoria 2021, in quest’anno infausto dato il virus Covid che continua a accanirsi su tutti noi, in Sicilia in particolare, poiché zona rossa , si è impossibilitati ad onorare con la presenza fisica i tanti nostri concittadini siciliani che furono sacrificati dalla follia omicida nazifascista.

Un pensiero rispettoso a tutti! Sono stati i costruttori della nostra libertà.
Un ricordo speciale al prof. Carmelo Salanitro di Adrano ( Catania) del Liceo Mario Cutelli di Catania che già nel febbraio del 1941 fu condannato dal Tribunale Speciale fascista a 18 anni di carcere, per avere proclamato nel suo “inno alla libertà, il valore universale della pace contro d’ideologia di guerra del fascismo…..Poi, dopo tante traversie carcerarie, fu ucciso nel Lager di Mauthausen il 24 aprile del 1945, pochi giorni prima della liberazione del Lager.

Con la memoria, commossi e partecipi, portiamo “ virtualmente” a tutti i martiri, in tutte le provincie siciliane, un garofano rosso, simbolo di ammirazione, gratitudine e affetto.

  • Lettera Memoria e Libertà
    per Giorno della Memoria 27 gennaio 2021

Lettere di Memoria e Libertà a cura di Domenico Stimolo. Edizione 2020

Copertina-tesseramentoQuesta “ Lettera di Memoria e Libertà viene pubblicata in ricorrenza del 25 APRILE – 75° Anniversario della LIBERAZIONE – è interamente dedicata ai partigiani siciliani.

Non esiste ad ora una “fonte” unica, completa, che riporti i nominativi e gli aspetti di tutti i partigiani siciliani che svolsero attività di Resistenza su tutti i “fronti” prima evidenziati.
Nel corso del tempo molti pregiati approfondimenti di ricerca sui partigiani siciliani son stati condotti da numerose strutture dedicate alla memoria della Lotta di Liberazione, da ricercatori storici, da libri di memorialistica e quant’altro operativo nel mondo sociale e culturale del territorio, che con dedizione civile e democratica continua la sensibilizzazione sui valori della Resistenza e sul contributo di uomini e donne della nostra Regione.

Ringrazio i responsabili dei diversi siti internet, in Sicilia e in vari luoghi nazionali, compagni e amici che hanno a cuore i valori universali della Resistenza e della Lotta di Liberazione contro il nazifascismo determinanti per la rinascita della libertà e della democrazia nel nostro Paese – impressi nei postulati supremi della Costituzione- che nei mesi di aprile 2016 e 2018 hanno pubblicato la “Lettera di Memoria e Libertà” con i novecentottantasette ( 520 +467) nominativi di partigiani siciliani, contribuendo in maniera importante alla divulgazione della memoria. Mi auguro che lo stesso impegno
venga mantenuto in questa ricorrenza del 75° Anniversario della Liberazione per la pubblicazione di questi ulteriori 420 nominativi contenuti in questa terza parte.

Qui puoi scaricare l’intero manoscritto, Lettera di Memoria e Libertà

25 APRILE 2020 LETTERA

Lettera di Memoria e Libertà (25 aprile 2018)

“Senza memoria non c’è futuro,
per la democrazia, la pace e i diritti dei cittadini”

 

Nota a cura di Domenico Stimolo.

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Quanti sono stati i partigiani siciliani nella lotta contro il nazifascismo
direttamente impegnati nei luoghi di combattimenti, a partire dall’armistizio dell’8
settembre 1943? Tanti. Numerose migliaia, certamente, impegnati in tantissime aree
territoriali nazionali ( non solo nel centro-nord) e in tant’altre zone fuori dai confini.
La Resistenza, pur con caratteristiche diverse da quelle che furono successivamente
codificate, iniziò già dall’agosto del 1943, in Sicilia, in diversi paesi dell’area
etnea e del messinese. Tra i tanti civili che si ribellarono alle infame angherie e alle
depredazioni delle truppe tedesche in ritirata, molte decine furono ammazzati.
Al di la dell’aspetto strettamente “storiografico” partigiani sono stati gli uomini e le
donne che in tutte le maniere fecero Resistenza, in armi o con dinamiche di
supporto e assistenziali, al dominio ideologico e militare che i nazifascisti volevano
continuare ad imporre all’Italia dopo gli anni catastrofici della guerra scatenata in
nome della “razza eletta”. Dalla caduta della dittatura ( 25 luglio 1943) e dalla firma
dell’armistizio con gli Alleati ( 8 settembre 1943), contribuendo alla riconquista della
libertà e dei diritti umani e sociali fondamentali, al riscatto dei valori principali del
Bene Comune, storicamente chiamata Patria, infangata dalle ignominie fasciste e dalle
enormi distruzioni umane e materiali procacciate dall’Asse – la stretta alleanza
ideologica e militare tra l’Italia fascista e la Germania nazista, poi con il Giappone -.

All’atto dell’armistizio, stipulato l’8 settembre 1943 a Cassibile ( Siracusa),
considerevoli concentrazioni di strutture militari si trovavano dislocate nel territorio
nazionale, tant’altri notevoli raggruppamenti militari si trovavano posizionati in aree
fuori dai confini: Francia, area Balcanica ( Albania, Jugoslavia, Grecia) e in altre zone,
come determinato dall’ espansione della guerra di aggressione fascista iniziata il 10
giugno del 1940. Il “ mitico impero” creato in Africa: Libia, Etiopia, Somalia, Eritrea,
era stato già abbandonato. La disfatta in Russia, con tutte le tragiche conseguenze per
i soldati italiani mandati allo sbaraglio, era già avvenuta.
Un enorme numero di militari permaneva quindi in Italia e nei vari fronti di guerra
ancora in essere. Rimasero abbandonati, ignominiosamente, senza procedura sulla
condotta da seguire. Seguirono giornate frenetiche. Le truppe tedesche passarono
all’attacco su tutti i fronti dove erano dislocati militari italiani. Oltre 650.000 furono
presi prigionieri, trasportati e rinchiusi in molti campi di concentramento
prevalentemente in Germania, veri e propri Lager. Sono gli IMI, “ Internati Militari
Italiani”. La stragrande maggioranza rifiutò di aderire alla RSI
In tanti, in Italia e fuori dai confini, non si arresero alle truppe tedesche, non deposero
le armi. Si organizzarono per resistere ai nazisti, già a partire nei giorni successivi
all’armistizio. Nel Paese molti furono gli eventi di strenuo contrasto, in parecchie realtà
del Nord e a Roma nella battaglia di Porta San Paolo del 10 settembre.
Fuori dall’Italia tanti i casi di strenua e sanguinosa resistenza. A Cefalonia l’evento
più significativo e drammatico, migliaia di soldati e ufficiali furono uccisi nei
combattimenti e poi fucilati. La stessa opposizione avvenne a Rodi e in molte zone
della Jugoslavia, Albania, Grecia, in forma più ridotta nella Francia meridionale.
Tanti restarono uccisi, molte decine di migliaia di militari si aggregarono alle strutture
partigiane locali o parteciparono direttamente alla lotta contro le truppe tedesche
mantenendo in maniera significativa la struttura originaria, operando in Jugoslavia
ed Albania: Divisione Garibaldi “ Natisone” ( Slovenia –Croazia); Divisione “Italia”
suddivisa in quattro brigate; Divisione Partigiana “Garibaldi” ( operativa in
Montenegro, Erzegovina, Bosnia, Sangiaccato), composta dalle ex Divisioni
dell’esercito “Taurinense” e “Venezia”. Alla bandiera della Divisione Garibaldi, al
reparto carabinieri della Divisione e al gruppo “Aosta” del 1° Reggimento Artiglieria
Alpina, al’83° e 84° Reggimento Fanteria della Divisione “Venezia”, al 19° Reggimento
Artiglieria da Campagna della Divisione “Venezia” ( tutti costituenti la Divisione
Partigiana Garibaldi), venne riconosciuta la medaglia d’oro. Molti altri partigiani si
aggregarono a queste formazioni.
In questa “ Lettera di Memoria e Libertà”, tra gli altri, sono riportati i nominativi ( con
brevi biografie) di tutti i militari siciliani che fecero parte della Divisione Garibaldi.
Altri sono stati già inseriti nella prima parte comprendente complessivamente 520
nominativi.
Molti componenti dei reparti militari italiani che dopo l’armistizio si ritirarono dal sud
della Francia, si aggregarono alle formazioni partigiane che si costituirono in
Piemonte.
Inoltre, dopo la dichiarazione di guerra del Regno d’Italia alla Germania del 13 ottobre
1943 venne riorganizzato il nuovo esercito italiano. Consistenti gruppi di
combattimento furono schierati in supporto agli Alleati contro le armate tedesche.
In Italia, molti militari siciliani si inserirono nelle formazioni della Resistenza, già nel
corso del mese di settembre del 1943. A questo riguardo è bene evidenziare il
significativo contributo dato a Roma e nel Lazio in genere fino alla Liberazione
avvenuta il 4 giugno 1944.
Altri, non pochi, da civili, emigrati nelle aree del centro-nord nel corso degli anni
precedenti, scelsero di essere partigiani.
Donne siciliane parteciparono attivamente alla Lotta di liberazione nelle aree
territoriali del centro-nord. Giovani, impavide, con grande voglia di riscatto civile e
democratico. Alcune furono uccise dai nazifascisti, dopo avere subito orrende torture e
sevizie. In questa “Lettera” vengono riportati 23 nominativi, che si aggiungono alle
due partigiane donne già richiamate nella nota del 25 aprile 2016. L’elenco è ancora
parziale.

Potete scaricare in PDF,  l’intero testo di Lettera di Memoria e Libertà di Domenico Stimolo. Dove potete trovare l’elenco aggiornato dei nominativi delle partigiane e dei partigiani siciliani.

LETTERA Memoria e Libertà 25 aprile 2018

Sostiene Musumeci – Presidente della Regione Sicilia -: “ Fascismo con tante ombre e tante luci”

L’affermazione è stata fatta dal Presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci nel corso di un suo pubblico intervento a Mascali ( Catania) venerdì 17 giugno, nell’evento dedicato alla presentazione del
volume “Etna 1928-2018, a 90 anni dall’eruzione e dalla ricostruzione di Mascali”.
Sostiene, tra l’altro: «È una storia che va studiata senza pregiudizi, senza preconcetti, sono passati 90 anni, con animo sereno. Con le ombre tante, e con le luci tante di quegli anni». Ha aggiunto: “ Da un
lato ha soppresso la libertà di espressione politica, dall’altro ha consentito un’infra-strutturazione soprattutto nel Mezzogiorno che ha aperto la grande stagione della modernizzazione”.
Dunque, stante questa valutazione, il risultato finale del fascismo (….una dittatura, riconosce) è neutro. Si deduce che gli atti negativi si equivalgono a quelli positivi. Quindi, pari e patta! Dalla serie: “ Chi ha avuto, ha avuto, e chi ha dato ha dato”, il vecchio motto popolare inserito come elemento portante della canzone napoletana “Simme e’Napule, paisà’, canzone
diventata famosa a Napoli nel 1944, e poi nell’Italia finita la guerra( testo di Peppino Fiorelli).
Chi ha dato? : L’Italia e gli italiani tutti! Prima, dalla fine del 1919, con le numerose uccisioni degli antifascisti e le distruzioni alle strutture democratiche seminate dalla squadre fasciste. Poi, con la dittatura ventennale, la totale, scientifica, violenta eliminazione, con il supporto delle leggi emanate, dei partiti politici, organizzazioni sindacali, associazioni, organi di stampa non in linea con il regime; persecuzione con
assassinio, incarceramento e confino dei dissidenti, istituzione del tribunale speciale, truci discriminazioni con licenziamenti nei luoghi di lavoro per i “non asserviti” al “ credere, obbedire e combattere” del
regime. Gli italiani, che durante il regime vissero in condizioni di vita di grande sofferenza economica, abitativa ed ambientale, caratterizzate da forti differenze classiste. Una vita di povertà, scandita da un forte
analfabetismo, ingente povertà diffusa, insalubri condizioni abitative – prive dei requisiti igienici elementari -, da insufficiente alimentazione quotidiana.
Queste condizioni, rese ancora più tragiche dall’emigrazione nelle Americhe, in Europa, poi incentivate
anche verso le cosiddette colonie africane e con l’arruolamento “volontario” nelle strutture militari, assunsero condizioni tragiche per la gran parte delle popolazioni residenti nel Meridione e in molte aree del Centro-Nord, specie per coloro che in numero rilevantissimo tentavano di sopravvivere, tra indicibili stenti, sfruttati nelle campagne e nelle attività agricole ( la parte preponderante degli occupati) , nei
terreni in gran parte ancora ( come sempre) posseduti da pochi potentissimi feudatari latifondisti, ferrei alleati del fascismo che aveva salvaguardato i loro diritti di brutale sfruttamento, con in testa la Sicilia.
Poi, la ferrea alleanza con la Germania nazista, l’istituzione e il culto della “razza eletta”, quindi le leggi razziali, persecutorie contro gli ebrei e le altre declamate minoranze da considerare “subumane”: “ neri (
delle colonie), rom, slavi, omosessuali………Quindi, l’oppressione con ampio sterminio dei popoli
africani colonizzati ( Libia, Eritrea, Etiopia)…..”addolciti” e lasciati stecchiti con l’uso dei gas venefici,
la guerra di aggressione a sostegno dei golpisti militari in Spagna, alla Francia (ormai tramortita
dall’esercito nazista), Grecia, Balcania ( Slovenia, Serbia, Montenegro……), Grecia, Russia/Unione
Sovietica. Immense le quantità di morti, feriti e mutilati e le distruzioni, provocate al popolo
italiano, sottoposto, poi, – dopo l’auto dissoluzione della dittatura fascista del 25 luglio – all’invasione
della Germania nazista, e a tutti gli Stati europei aggrediti.
Dopo, con la sconfitta definitiva dei nazi fascisti nell’aprile/maggio 1945, il ritorno delle libertà e della
democrazia, la gigantesca ricostruzione dell’Italia che era stata demolita dalle tragiche conseguenze del
funereo gioco fascista che inneggiava alla morte e agli “eletti” che dovevano padroneggiare il mondo.

Grande il contributo dei combattenti per la libertà: uomini e donne , – molti provenienti dall’ex
esercito italiano sciolto dopo l’armistizio del settembre 1943 – schierati per diciotto mesi con le
formazioni partigiane, in Italia nel Nord e Centro Sud, all’estero in Grecia, Albania e nei Balcani (
Jugoslavia); degli IMI ( Internati Militari Italiani), rinchiusi nei campi di concentramento nazisti in
Germania che, a centinaia di migliaia, rifiutarono di schierarsi con la fascista RSI asservita ai tedeschi;
dei partecipanti al nuovo Esercito Italiano schierato a fianco degli Alleati.
Decine di migliaia furono i siciliani nei gruppi dei resistenti per la rinascita della Patria, calpestata dai
crimini nazifascisti : partecipanti alla Lotta di Liberazione con i partigiani in Italia e all’estero, nel nuovo
Esercito Italiano, negli IMI che subirono le angherie più grandi per tenere alta la civile dignità della
nazione che era stata mandata allo sbaraglio nella guerra criminale.
Chi ha avuto? :
I gerarchi e i lacchè del regime fascista che misero le mani sui profitti saccheggiati durante la dittatura e
sui beni rubati agli ebrei che vennero inviati nei Lager di sterminio, più le ricchezze depredate ai popoli
delle colonie e dei Paesi europei aggrediti con la guerra.
VIDEO intervento Presidente Sicilia:

https://video.repubblica.it/edizione/palermo/musumeci-fascismo-anni-con-tante-ombre-e-tante-luci/364297/364853

  • Lettera di Memoria Libertà
  • dedicata al catanese Nunzio Di Francesco di Linguaglossa, partigiano in Piemonte, sopravvissuto al
    Lager di Mauthausen, ex Presidente ANPI Catania, deceduto nel luglio 2011

Partigiani Caltanissetta e provincia

gaetano buteraGaetano Butera. Nato a Riesi (Caltanissetta) l’11 settembre 1924, ucciso a Roma il 24 marzo 1944, decoratore, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.
Butera non aveva ancora vent’anni quando i nazisti lo uccisero alle Fosse Ardeatine. Da ragazzo aveva cominciato a fare l’artigiano decoratore, ma aveva dovuto lasciare la Sicilia quando era stato chiamato alle armi, allo scoppio della seconda guerra mondiale. All’armistizio il giovane si trovava a Roma, in servizio nel 4° Reggimento carristi, che partecipò alla difesa della Capitale combattendo contro le truppe tedesche. Quando Roma fu occupata, Butera entrò subito nell’organizzazione partigiana “Bande armate del Lazio” e si batté contro i nazifascisti sino a che non cadde in un’imboscata. Rinchiuso in via Tasso, vi fu a lungo torturato e, infine, portato alle Fosse Ardeatine e massacrato. Nella motivazione della ricompensa al valore si legge: “Audace patriota appartenente ad un gruppo di bande armate operante sul Fronte della Resistenza, si distingueva per attività, coraggio ed alto rendimento. Incurante dei gravi rischi cui continuamente si esponeva, portava a compimento brillantemente tutte le missioni operative affidategli, facendo rifulgere le sue doti di ardito combattente della libertà. Arrestato dalla sbirraglia nemica durante un’azione di sabotaggio, sopportava con fierezza le barbare torture inflittegli senza nulla rivelare sull’organizzazione di cui faceva parte. Condannato a morte, affrontava serenamente l’estremo sacrificio”.

 

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Pompeo Colajanni (Caltanissetta, 4 gennaio 1906 – Palermo, 8 dicembre 1987) è stato un partigiano, politico e antifascista italiano. Ufficiale di cavalleria, divenne comandante delle Brigate Garibaldi della Valle Po, distinguendosi, con il nome di battaglia di “Nicola Barbato”, per capacità e combattività durante tutto il corso della Guerra partigiana. Nella parte finale del conflitto divenne il responsabile generale delle formazioni garibaldine dell’VIII Zona partigiana del Piemonte e prese parte con un ruolo importante alla liberazione di Torino.
Avvocato, negli anni venti, antifascista convinto e militante del PCI clandestino, si adoperò per la costituzione di una organizzazione nella quale si ritrovarono i giovani repubblicani, socialisti, anarchici e comunisti, per questa attività subì perquisizioni e venne arrestato.

L’8 settembre 1943 Colajanni era in Piemonte inquadrato nel Reggimento “Nizza Cavalleria”, come tenente di complemento a Pinerolo, l’avanzamento a capitano essendogli stato negato per i suoi precedenti antifascisti.
Entrato in contatto con un gruppo di politici comunisti che a Barge nella Valle Po avevano costituito un primo nucleo di resistenza da cui avrebbero preso forma le Brigate Garibaldi del Piemonte (Ludovico Geymonat, Antonio Giolitti, Gian Carlo Pajetta), Colajanni si aggregò a questo gruppo con una parte dei militari del proprio reggimento, contribuendo ad organizzare ed armare una delle prime formazione partigiana attive, denominata 1º battaglione “Carlo Pisacane”. Colajanni portò con sé in montagna una quindicina di membri del suo squadrone di cavalleria, tra cui i tenenti Carlo Cotti e Antonio Crua ed i sottotenenti Vincenzo Modica “Petralia”, Giovanni Latilla “Nanni” e Massimo Trani “Max” che divennero i suoi luogotenenti ed i capi delle formazioni garibaldine piemontesi durante la Resistenza.

Attivo e popolare tra i partigiani garibaldini, Colajanni prese il nome di battaglia di “Barbato” (in onore del medico socialista Nicola Barbato, protagonista dell’esperienza dei Fasci siciliani) e guidò attivamente la lotta partigiana, esponendosi spesso direttamente nelle operazioni di guerriglia. “Barbato” divenne la figura centrale delle formazioni garibaldine del Piemonte e prese parte al continuo potenziamento delle forze partigiane nella zona; il 14 marzo 1944 divenne comandante della IV Brigata Garibaldi Cuneo e il 22 maggio 1944 assunse il comando militare della 1ª Divisione Garibaldi Piemonte. Dopo aver resistito ad una serie di operazioni di repressione nazifasciste in Val Varaita nel marzo e luglio 1944, le formazioni garibaldine di Colajanni mantennero la loro efficienza di combattimento e in parte vennero disperse a valle secondo la strategia ideata dallo stesso “Barbato” della “pianurizzazione”.

Con la crescita delle formazioni garibaldine piemontesi e la costituzione di una seconda divisione, (la 11ª Divisione Garibaldi Piemonte) Colajanni lasciò il comando della 1ª Divisione Garibaldi Piemonte a Vincenzo Modica e divenne il responsabile superiore dell’VIII Zona partigiana piemontese (Monferrato). Nell’aprile 1945 “Barbato” organizzò la marcia delle formazioni partigiane su Torino da varie direzioni; l’attacco ebbe inizio il 19 aprile 1945 con l’assalto delle formazioni di Modica contro il presidio fascista repubblicano di Chieri che venne sconfitto dopo uno scontro a cui presero parte anche reparti dell’11ª Divisione Garibaldi e del Gruppo Operativo Mobile di Giustizia e Libertà.

A questo punto la situazione divenne confusa per il tentativo del colonnello britannico John Stevens, capo della locale missione alleata, di arrestare la marcia dei partigiani e favorire l’arrivo per prime a Torino delle truppe anglo-americane. Un falso messaggio del CMRP (Comitato Militare Regione Piemonte) venne inviato ai partigiani di Colajanni ordinando di sospendere l’irruzione nel capoluogo piemontese. Subodorando un inganno, “Barbato” invece il 26 aprile diede ordine di continuare la marcia ed entrare a Torino; il 28 aprile 1945 i partigiani garibaldini delle formazioni di Modica e Latilla entrarono in città dove, con la collaborazione degli autonomi di “Mauri” e dei giellisti, superarono la resistenza delle Brigate Nere e liberarono l’abitato. Colajanni, vicecomandante del CMRP, dopo la liberazione venne designato vicequestore di Torino.

Pochi mesi divenne dopo sottosegretario alla Difesa nel Governo di Ferruccio Parri, e successivamente nel primo governo di Alcide De Gasperi. Inviato subito dopo in Sicilia, divenne consigliere comunale di Palermo. Nel 1947 fu eletto Deputato regionale in Sicilia per il Blocco del Popolo. Rimase per sei legislature fino a quando si dimise nel marzo 1969, ricoprendo anche la carica di Vice presidente dell’Assemblea regionale siciliana. Fu eletto poi nel 1975 (subentrando a Vito D’Amico) alla Camera dei deputati a Torino, dove rimase fino al 1976.

Il suo impegno politico durò fino alla morte, infatti ricoprì diversi altri incarichi: Consultore nazionale, Membro del comitato centrale del PCI, Segretario delle federazioni comuniste di Enna e Palermo, Consigliere nazionale dell’ANPI e nel Consiglio nazionale della pace.

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Luigi Cortese (GINO)

Luigi Cortese, noto come Gino, nacque a Caltanissetta il 4 luglio 1920. Il padre Enrico era proprietario immobiliare, la madre Emilia Romano figlia di commercianti.

Nella Caltanissetta, degli anni ‘30 dello scorso secolo, potevi incontrare numerosi intellettuali di idee democratiche ed antifasciste che operavano nel mondo della scuola: Luca Pignato, Concetto Marchesi, Luigi Monaco, Vitaliano Brancati.

Gino Cortese, insofferente della retorica fascista, inizia, come studente liceale, a coltivare letture e studi della filosofia marxista. Gino insieme a Leonardo Sciascia, è autore di clamorose beffe nei confronti del fascismo, spacciando discorsi di Stalin o Dimitrov per scritti di Mussolini e Starace.

Viene reclutato nella cellula clandestina del PCI da CALOGERO BOCCADUTRI( LUZIU), figura leggendaria dell’antifascismo nisseno. Nel 1940 l’avvocato Pompeo Colajanni lo iscriverà al PCI.

Nel 1943 parte per Parma, come sottufficiale del Reggimento Guide; prende contatto con antifascisti parmensi. Stampa, in modo ardimentoso, presso la caserma il numero unico de ”Il Nuovo Piccone”; un organo stampa di agitazione rivoluzionaria antifascista.

Il 9 settembre del 1943 parteciperà, a Villa Braga, alla prima riunione costitutiva della Resistenza antifascista che sancisce l’inizio della lotta armata al fascismo.                            Riceve l’incarico( era appena 23enne e non conosceva il territorio) di organizzare la resistenza in Val d’Enza; in breve diventerà il Commissario “Ilio”, commissario politico della 47a Brigata Garibaldi( la Brigata dalla “testa calda”) e poi della Divisione Ottavio Ricci; terrà i contatti con i comandi alleati.  Sosterrà e proteggerà i compagni, verrà ferito, catturato e condannato a morte; si salverà grazie al bombardamento del carcere di Parma.

Il 25 aprile del 1945 alla testa della brigata libererà Parma.

Tornato in Sicilia si darà all’organizzazione del PCI nel nisseno. Eletto deputato all’ARS per 5 legislature, dal 1947 al 1967, diverrà capo del gruppo parlamentare del PCI.

Arrestato, nell’agosto 1948, insieme a tutto il gruppo dirigente del PCI e del sindacato di Caltanissetta per la partecipazione ad una manifestazione antifascista, sconterà quasi un anno di detenzione. Come parlamentare, presenterà numerosi disegni di legge riguardanti: il settore minerario, l’agricoltura, l’industria, l’istruzione.

Si distinguerà per capacità organizzative e oratoria. Laureatosi in Filosofia, e lasciato l’impegno politico, insegnerà presso l’Università di Palermo fino al 1977, svolgendo numerosi corsi su: Storia della Resistenza, Mafia.                                                           Lasciato l’insegnamento per motivi di salute, Gino Cortese morirà a Palermo il 4 giugno 1989.

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Salvatore Giujusa (Mazzarino), arruolatosi nell”Arma dei Carabinieri il 13 giugno 1938 venne assegnato al Comando di Legione di Trieste. Un anno dopo l’armistizio firmato dal governo Badoglio, l’arma dei carabinieri venne sciolta. Schieratosi nelle file dei partigiani venne fatto prigioniero il 28 settembre del 1944 in territorio Monte Croce, in Trentino, e deportato nel lager di Dachau in Germania. Fece ritorno a casa grazie alla liberazione avvenuta da parte degli anglo-americani quando si trovava insieme ad altre 80 persone davanti ad un forno crematorio.

Nel 2018, in occasione della giornata della Memoria, il prefetto di Caltanissetta, Dott.ssa Maria Teresa Cucinotta ha consegnato ai famigliari di Salvatore Giujusa la medaglia d’onore alla memoria del Presidente della Repubblica.

Il 26 Gennaio 2019 , il Comune di Mazzarino ha intitolato una via a Salvatore Giujusa, ex Via Pecorella.

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Calogero Cammarata, nato a San Cataldo il 19.01.1921, di Salvatore e Riggi Grazia Partigiano combattente dal 15.01.1944 al 30.05.1944 nella “Formazione Tigre” con il nome di battaglia “Calogero”, operante nel territorio di Esanatoglia, Attiggio e Vallina nel Fabrianese (Marche). Cadde durante un’operazione partigiana in località Valle del comune di Fabriano (AN) in data 30.05.1944, ed è sepolto a Fabriano nel Cimitero di Santa Maria. Lo ricordano le lapidi nel Cimitero di Santa Maria e nella Cappella dei Partigiani a Fabriano.

Alessandro Bevilacqua

Alessandro Bevilacqua è nato Sommatino il 6 febbraio del 1924, era conosciuto per la sua vita da soldato partigiano per la liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Venne chiamato alle armi l’11 maggio 1943. Entro nelle file partigiane il 23 ottobre del 1944, operando tra i comuni di Zoppola, Casarsa della Delizia e altri comuni della provincia pordenonese. Alla conclusione del conflitto, si impegnò in prima linea nella segreteria della Lega Braccianti della CGIL di Sommatino per la difesa dei diritti della classe contadina. In ambito letterario ha pubblicato tre libri in vernacolo siciliano ( Li Misi di l’ANNU, Cci pinzu sempri, Lu nannu e lu niputi), dove attraverso racconti e poesie rievoca la sua Sicilia che lavora la terra, che lavora e muore nelle miniere, che emigra all’estero in cerca di fortuna. Il 25 aprile del 2016, su richiesta dell’ANPI provinciale di Caltanissetta, Alessandro Bevilacqua ricevete la medaglia d’oro per il 70°anniversario della Liberazione da parte del prefetto di Caltanissetta. Un uomo che si è speso molto per la sua famiglia e per la propria comunità.

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Salvatore Russo nasce il 30 gennaio 1919 a Riesi. Aviere dell’esercito, Russo che oggi è Presidente onorario dell’Anpi di Riesi, venne catturato dai tedeschi in Albania. A tal proposito Russo ricorda: “Badoglio firmò l’armistizio incondizionato, noi in aeroporto eravamo in forze maggiori dei tedeschi ma il generale, un fascista, non ci diede indicazioni”. Uno dei tanti casi di un esercito lasciato allo sbaraglio dopo l’8 settembre.
Il 101enne di Riesi, ex aviere dell’Esercito, ricorda bene le sevizie e le angherie. Costretto come gli altri a lavorare in fabbrica su turni di 12 ore, alternativamente di giorno e di notte, insieme ai compagni di prigionia ha dovuto commettere qualche furto per poter mangiare. Come un furto di patate che gli costò punizioni corporali da parte dei tedeschi. “Per la fame commettevamo qualche furto. Avevamo rubato le patate da un magazzino vicino. Ci hanno preso e portato in una stanza facendoci mettere in uno sgabello a petto in giù con la testa fra le gambe dei tedeschi e un altro che dava bastonate”.
Due anni di prigionia prima della liberazione e del ritorno a casa. Prima, però, bombardamenti alleati sui campi e tante persone viste morire. “Ho subito pure io i bombardamenti e una notte, la più spinosa, per quattro cinque giorni bombardamenti a tappeto. I morti cadevano a terra insieme agli animali. Per fortuna avevo una coperta e quando ero fuori dopo l’allarme anti aereo, mi sono trovato rannicchiato con una coperta addosso, se ero più alzato non sarei qui”.
Il 28 gennaio 2017 ha ricevuto la medaglia d’onore del Consiglio dei Ministri come deportato IMI dal prefetto di Caltanissetta, Maria Teresa Cucinotta. La storia è stata pubblicata all’interno del manoscritto Resistenti, storie di antifascisti, partigiani e deportati di Riesi a cura di Giuseppe Giancarlo Calascibetta.

 

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Salvatore Auria. Nato a Sommatino (Caltanissetta) il 18 ottobre 1916, caduto a Strabatenza (Forlì) il 21 aprile 1944, Medaglia d’argento al valor militare alla memoria. Antifascista, era stato confinato alle isole Tremiti. Con la fine della dittatura aveva ottenuto la libertà, ma nell’impossibilità di tornare in Sicilia, si era accompagnato a un altro confinato e l’aveva seguito nel Forlivese. Qui, dopo l’armistizio, Auria fu tra i primi organizzatori della lotta partigiana e fu nominato commissario politico di un battaglione dell’VIII Brigata d’assalto Garibaldi. Catturato dai tedeschi durante un rastrellamento a Strabatenza, il commissario fu liberato dai suoi compagni in un immediato corpo a corpo. L’episodio non indusse Auria ad una maggiore cautela; egli continuò la lotta alla testa della sua formazione, sino a che non fu abbattuto da una raffica di mitra.

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Gaetano Boscaglia nasce a Mazzarino (CL) il 23.04.1920. Deceduto il 10.05.2009 All’8 settembre 1943 è soldato nel Fossanese, si sbanda e trova riparo in cascine compiacenti che lo sostengono, dopo un arruolamento temporaneo come cuoco in una caserma di carabinieri, fugge per non finire deportato in Germania. Si aggrega in Val Corsaglia (CN) nella banda Giulio Bechis, è amico fraterno dei fratelli Roggero. A fine gennaio i945 viene arrestato con Giorgio Roggero, da Farina e Bianchini in un’altra casa di Avagnina frazione di Mondovì. Boscaglia salvatosi a Carrù per il rotto della cuffia, privato dell’amico Giorgio Roggero, dopo la fuga dal carcere di Mondovi riprende la lotta fino alla liberazione. Il 05.05.1945 vede morti il suo torturatore Bianchini con il ten.Farina, Bonaccorsi e Ia collaboratrice Osella distesi sul selciato dietro le transenne.

Francesco Villari nato a Gela il 20.05.1923 Sottotenente Scuola applicaz. fanteria – decorato con la Medaglia d’Argento al Valor Militare – Alla memoria, con Decreto Presidenziale dell’11 febbraio 1963. Il combattimento, rapido e intenso, si concluse con la sconfitta dei nostri mezzi corazzati; nello scontro furono uccisi sei carristi italiani, uno dei carri armati italiani fu distrutto vicino al Ponte e un altro precipitò nel greto della Parma. La mattina seguente, 9 settembre 1943, la città era ormai sotto il pieno controllo dei tedeschi.

Encomio: «Ufficiale frequentatore della scuola di applicazione di fanteria, avuto sentore, mentre si trovava nella propria abitazione, che l’unità tedesca stava attaccando l’Istituto, noncurante del pericolo accorreva prontamente per intervenire nella lotta. Giunto nei pressi della Scuola, accortosi che essa era completamente accerchiata, con generoso slancio si univa ad un nostro reparto corazzato che, non lontano, combatteva contro soverchianti forze tedesche. Nell’aspra e cruenta lotta, combattendo fianco a fianco con i carristi, si distingueva per indomito valore e ardimento. Cadeva poco dopo, colpito da una raffica di mitragliatrice. «Fulgido esempio di predare virtù militare».                                      (Parma, 9 settembre 1943)

Calogero Boccadutri

Calogero Boccadutri. Nato a Favara il 22 luglio 1907, morto a Caltanissetta il 17 luglio 1992. All’età di sette anni rimane orfano del padre, piccolo imprenditore che con i carretti trasporta merci e zolfo da e per la stazione di Aragona Caldara.
La circostanza alimenta una serie di rovesci familiari che !o costringono, unico maschio della famiglia, a lasciare la scuola per il lavoro: prima in miniera e poi nella costruzione di tratte ferroviarie. A diciassette anni, preso nel vortice dell’ambiente turbolento di Favara, viene coinvolto in un furto e preso in una delle retate del prefetto Mori. Sconta oltre sette anni di carcere duro. Da San Gimignano a Civitavecchia.
ln carcere matura la sua scelta di vita quando incontra i comunisti e tra questi Terracini che ne parlerà come di un comunista sobrio, attento e disciplinato. Aderisce al partito Comunista clandestino con il nome di Luzio q quando esce dal carcere nel ’31, prende i contatti con Salvatore (Totò) Di Benedetto componente del Centro lnterno del Partito a Milano. Costituisce le prime cellule a Favara e nella provincia di Agrigento.
ll Partito gli ‘chiede di trasferirsi a Caltanissetta per organizzare la rete clandestina in quella provincia dove si trasferisce tra molte difficoltà nel ’32. A Caltanissetta si collega dapprima con Pompeo Colajanni e Nicola Piave, figure note ai fascisti e fortemente controllati. Con le cellule comuniste clandestine, costituite nelle province di Caltanissetta e Agrigento, e la diffusione di documenti del Partito tesse una fitta rete composta da centinaia di compagni che alimentano l’attività antifascista: contadini, minatori, impiegati, studenti, e tra questi Emanuele Macaluso che lo seguirà sempre nei suoi itinerari, e, poi, Gaetano Costa, Gino Cortese, Leonardo Sciascia, il quale lo ricorderà sempre con sentimenti di amicizia e ne scriverà in alcuni scritti.
Mentre svolge il lavoro di copertura tra miniere e imprese di costruzioni stradali, tiene i collegamenti del centro della Sicilia con il Centro lnterno del Partito di Milano e con compagni di Reggio Calabria e Messina. Mantiene i rapporti con i compagni di Palermo, di Catania, di ira-pani, Siracusa e Ragusa, tiene i collegamenti con i socialisti e con Giuseppe Alessi dei popolari di Caltanissetta e con gli antifascisti Guarino Amella e Pasqualino Vassallo. Nel giugno del ’43 incontra Elio Vittorini nel suo viaggio politico in Sicilia e in quell’incontro si stabiliscono le iniziative per abbattere il regime nazifascista e dare vita ad un governo popolare e democratico. Vittorini si informerà continuamente di Boccadutri e ricordera sempre con commozione e affetto il suo incontro con “Luzio”.
Lo sbarco degli americani nel luglio del ’43 lo coglie mentre, dopo il convegno dei comunisti a Lentini, e diretto a Ravanusa per stampare I’appello insurrezionale di Lentini. Non potendo rientrare a Caltanissetta si dirige, a piedi, a Favara, il suo paese, e lì organizza il governo della città che accoglie gli americani, proponendo come Sindaco Salvatore Amicò, valente artigiano favarese e figura esemplare di correttezza ed onestà. Nel frattempo impegnando la rete delle cellule del Partito organizza l’approvvigionamento alimentare di Favara che era rimasta senza.
Quando gli americani, con un pretesto, destituiscono il Sindaco Amico, organizza insieme ai compagni una manifestazione così imponente e determinata da costringere il comando americano a riconsegnare il governo del paese nelle mani del Sindaco Amico. Rientrato a Caltanissetta dopo qualche’ giorno, viene arrestato dagli americani e portato prima ad Agrigento e poi a Palermo all’Ucciardone.

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Leonardo Speziale. Nato a Serradifalco (Caltanissetta) il 4 settembre 1903, morto a Gela (Caltanissetta) il 20 aprile 1979, operaio e dirigente politico sindacale. Comunista, Speziale era emigrato, nel 1930, in Francia. Nel 1939 era stato attivo nell’Unione Popolare Italiana che si era costituita in quel Paese. Durante l’occupazione tedesca, l’operaio italiano era entrato nella Resistenza francese, operando a Saint-Etienne e poi nel Sud della Francia. Arrestato nel luglio del 1943, fu condannato ad una lunga pena detentiva, ma fu presto consegnato alle autorità italiane che lo rinchiusero nel carcere di Fossano. All’indomani dell’armistizio, Speziale, riuscito a fuggire, si trasferì a Brescia, su indicazione del PCI. Nella città lombarda fu tra gli organizzatori della lotta armata contro il nazifascismo, costituendovi i primi gruppi di gappisti. Nel dicembre del 1943, il militante comunista siciliano cadde, ferito, nelle mani della polizia fascista. Sottoposto a tortura, Speziale non solo seppe resistere ma, otto mesi dopo, riuscì ad evadere. Raggiunta la Val Trompia, contribuì alla formazione della 122a Brigata Garibaldi, della quale divenne commissario politico. Fu poi, sino alla Liberazione, ispettore delle Brigate Garibaldi nel Veneto. Finita la guerra e rientrato nella sua Sicilia, Leonardo Speziale fu protagonista e dirigente delle lotte politiche e sindacali, condotte dal movimento democratico per il progresso civile, culturale e sociale dell’Isola.

FAZIO Manlio (Caltanissetta – Classe 1922 – Partigiano combattente – Alla memoria)
Partigiano combattente nelle valli a nord di Torino con la 11^ Brigata Garibaldi.
Encomio: «Sensibile al richiamo della Patria oppressa, fin dal settembre 1943, scelse la via dell’onore e del sacrificio entrando a far parte delle prime formazioni partigiane. Assegnato a compiti sanitari perchè studente di medicina, si disimpegnò distinguendosi sempre per perizia e spirito di sacrificio. Assunto il comando di un distaccamento partigiano, durante un forte rastrellamento operato da preponderanti forze avversarie, riuscì a sottrarsi alla stretta nemica ed a porre in salvo i compagni di fede. Con pronta iniziativa accorse in aiuto di altro distaccamento partigiano duramente impegnato e dopo parecchie ore di cruenta lotta riuscì ad evitarne il sicuro annientamento. Ricevuto l’ordine di ripiegare in territorio francese, abbandonò la sua posizione solo dopo aver predisposto ed effettuato il trasporto di tutti i partigiani feriti affidati alle sue cure. Spossato dalle fatiche e dagli stenti, immolò in terra straniera la sua giovane pura esistenza col nome della Patria adorata sulle labbra. Fulgido esempio di patriottismo e di completa dedizione alla causa della libertà».
(VallI di Lanzo (To), 15 settembre/4 ottobre 1944).>>

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Capitano di complemento Gaetano MANCUSO, nato a San Cataldo il 05.01.1904.
Arruolatosi giovanissimo all’Artiglieria a Cavallo e corsista nella scuola ufficiali di Modena.
Si sposa in data 22.05.1943 con Elsa Ascari di Carpi (Mo). Al rientro del viaggio di nozze è richiamato per partecipare con il 1290° Regimento di Fanteria della Divisione “Perugia” alle operazioni militari nella regione del Kosovo in Albania.
La Divisione “Perugia”, comandata dal Generale Ernesto Chiminello, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e sino al 5 ottobre 1943, si sottopose a marce forzate nel tentativo di raggiungere e difendere i porti di imbarco di volta in volta indicati dal nostro Comando supremo. La marcia verso il mare, contrassegnata da continui scontri con i tedeschi, si concluse tragicamente a Porto Edda (l’odierna Sarandë Albania), dove il Generale Chiminello, catturato con molti suoi uomini, venne fucilato.
Analoga sorte toccò ai suoi ufficiali e sottufficiali tra essi il Capitano Gaetano Mancuso, che si erano opposti alle forze naziste: il 5 ottobre 1943, 120 di loro vennero mitragliati dai tedeschi, i loro corpi cosparsi di benzina e poi incendiati, prima di essere buttati in mare.
L’onorificenza della Medaglia d’Argento al Valore Militare, è stata consegnata alla vedova Sig.ra Ascari Elsa, durante una cerimonia ufficiale nell’agosto 1952.

Pasquale Sorce, figlio di Vincenzo Sorce e Maria Bonfante, nasce a Mussomeli (CL) il 10 maggio 1917. Di professione barbiere, presta servizio militare tra Novara e Livorno quando scoppia la guerra, quindi combatte nei Balcani e in Francia.
Tra l’8 e l’11 settembre divenuto Sergente maggiore “coadiuvava il proprio comando a trarre in salvo lo stendardo del Reggimento dalle mani tedesche”. In quell’occasione venne catturato dai tedeschi e rischiando di essere scoperto e giustiziato riuscì a far evadere i soldati italiani imprigionati.
Il 12 luglio 1944 si presenta al fronte clandestino di Resistenza, viene iscritto alla formazione partigiana della 3ª divisione Garibaldi “Pajetta”, 82esima brigata “Osella”. Conosciuto con il nome di battaglia “Gino”, prende parte a tutta la campagna di Liberazione, “dando costanti prove di valore personale e di capacità professionale e di elette qualità di comandante”.
Viene insignito della medaglia di bronzo al valore militare.
Il 24 agosto 1946 il partigiano Gino sposa Carla Barbagliani. Un anno dopo, il 25 agosto 1947, nasce la loro figlia Mariella.

fonte: Archivio Esercito Italiano.

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Giovanni Minnella, figlio di Salvatore Minnella e Salvatrice Mantione, nasce a Mussomeli (CL), nel 1920.
Gli è stata riconosciuta la qualifica di “partigiano combattente” (Brigata Val Tanaro, Piemonte) per aver contribuito alla Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, nel periodo compreso tra maggio del ’44 e giugno del ’45.

80° anniversario: finisce la guerra civile in Spagna. Inizia la dittatura fascista del generale Francisco Franco. Il contributo degli antifascisti italiani e delle brigate internazionali

La commemorazione ricade il primo giorno di aprile. La guerra di Spagna, iniziata nel luglio 1936  a seguito di un colpo di stato militare gestito da alcuni generali ( giorno 18 insorsero parti preponderanti delle guarnigioni dislocate in Marocco), tra cui in primo piano Francisco Franco, con l’obiettivo di abbattere il legittimo governo composto dalle forze politiche di sinistra e progressiste – socialisti, repubblicani, radicali, comunisti, anarchici, aree cattoliche progressiste –  costituenti il Fronte Popolare, fu un evento drammatico, di grande valore civile e democratico per le  strutture politiche e sociali che difesero il governo costituzionale, in una fase storica dove la Germania nazista e l’Italia fascista sostenuti da altri accoliti avvelenati dall’idolatria della “razza eletta”, stavano già intensamente preparando la guerra di aggressione contro i popoli europei.

Una guerra condotta contro le forze popolari  che avevano vinto le elezioni del febbraio 1936,  con l’obiettivo di bloccare le importanti riforme strutturali mirate a modificare l’assetto economico, sociale e civile di assoluta arretratezza discriminatoria che ancora caratterizzavano la Spagna, gestita in condizioni di oscurantismo civile con l’assoluta egemonia delle forze monarchiche e padronali, predominante il latifondismo e le strutture della chiesa cattolica, in sfregio alle richieste di riscatto  sostenute dalle  grandi lotte sociali che si erano sviluppate negli anni precedenti.

La gran parte del popolo spagnolo si schierò a difesa dei Valori della Repubblica contro il  colpo di stato. Un sostegno grande e partecipato che attraversò tutta la Spagna, con una forte mobilitazione di uomini e donne appartenenti alle classi sociali storicamente più oppresse e sfruttate che vivevano in condizione di grande povertà.

Italia e Germania, ufficialmente, appoggiarono apertamente il golpe sovversivo con un rilevantissimo e decisivo sostegno in armi, attrezzature e consistenti contingenti militari, inoltre  furono inviate  consistenti squadre aeree di combattimento e bombardieri. Da parte delle dittature nazifasciste la Spagna fu terra di tragica sperimentazione per i nuovi congegni militari che a breve sarebbero stati utilizzati nello scenario europeo, e per la gestione degli stermini di massa che sarebbero stati commessi su larga scala nell’Europa intera e in Unione Sovietica, provocando 55 milioni di morti e immani distruzioni materiali.

Il fronte lealista repubblicano fu sostenuto direttamente, con armamenti e rifornimenti, solo dall’Unione Sovietica; gli stati europei, con 24 paesi costituenti il “ Comitato di non-intervento”, restarono formalmente neutrali.  Grande e generosa la partecipazione dei volontari antifascisti delle Brigate Internazionali. Un mese dopo il golpe il 13 agosto 1936 venne costituito a Parigi il “ Comitato Internazionale di Aiuto al Popolo Spagnolo”. Quattro giorni dopo si formò la  Colonna Italiana ” Francisco Ascaso”, istituita da Carlo Rosselli, Mario Angeloni, Umberto Calosso, Camillo Berneri, con 150 volontari, diventata operativa nell’area di Aragona dal 5 ottobre, alla stessa data erano già presenti in Spagna 900 volontari internazionali.

 

I tre anni della gestione governativa del Fronte Popolare furono particolarmente complicati, sul piano della coordinazione militare e innanzitutto sull’attuazione delle scelte politiche e sociali. Molte contraddizioni e diversità operative attraversarono le componenti delFronte resistente che si contrapponeva allo storico Blocco padronale-reazionario-clerico-nazionalista sostenuto dalle forze fasciste europee. In particolare profonde divergenze si manifestarono tra la componente libertaria anarchica in sinergia con il POUM – Partito Operaio di Unificazione Marxista –  e consistenti settori delle forze comuniste che accettavano le “direttive” impartite dall’Unione Sovietica, che come evidenziato prima forniva importanti attrezzature militari. Del resto, sul fronte comunista internazionale, nella condotta staliniana, erano già aperti gli scontri ideologici e materiali contro i troskisti che caratterizzarono quella fase storica. Questi contrasti, molto bene evidenziate nel famoso film “ Terra e Libertà” del regista inglese  ken Loach, sfociarono in scontri armati a Barcellona nel maggio del 1937. Molti anarchici furono arrestati, parecchi uccisi.

Tra i tanti avvenimenti della guerra un evento di grande rilevanza, date le specifiche condizioni di confronto e scontro tra fascisti e antifascisti italiani, fu la battaglia di Guadalajara, conclusasi  il 24 marzo del 1937. Fu di fatto la prima sconfitta internazionale del fascismo. I militi fascisti italiani che rappresentavano il nerbo centrale dello schieramento franchista dopo venti giorni di combattimento, tentata una fallita controffensiva, si ritirarono disordinatamente. In questo combattimento, dall’altro lato del fronte, la difesa dei valori democratici della Repubblica spagnola fu sostenuta da molti volontari italiani antifascisti, schierati in prima fila.

Un dato è certo. Durante i tre anni di resistenza popolare e nella fase successiva alla vittoria franchista con le violentissime repressioni operate, la Spagna fu ricoperta da un’enorme lago di sangue, più di un milione le persone morte. Nel marzo del 1939 i golpisti conquistarono Madrid, il primo aprile cessarono i combattimenti. A seguito della situazione militare determinatosi già a fine ottobre del 1938 le brigate internazionali iniziarono il ritiro dalla Spagna.

La gabbia feroce ed impenetrabile imposta alla popolazione spagnola smise di esistere solo il 20 novembre 1975,  con la morte del “caudillo” Francisco Franco. La dittatura era durata 36 anni, a far data dalla sconfitta repubblicana delle forze popolari.

Decine di migliaia i volontari delle Brigate internazionali, appartenenti a cinquantatré nazioni, parteciparono alla difesa della Repubblica spagnola. Dalle varie fonti storiche sono riportati 40.000 unità combattenti inquadrati in specifiche omogenee formazioni, 20.000 con funzioni operative nelle strutture sanitarie e logistiche, alcune migliaia nelle forze armate repubblicane spagnole.

Altissimo il contributo dei resistenti internazionali che persero la vita, oltre 10.000 caduti. Molte migliaia i feriti gravi.

Gli italiani, complessivamente in 4000, in gran parte furono inquadrati nella Brigata Garibaldi – ogni brigata era costituita da 3500 uomini suddivisa su 4 battaglioni -; altri raggruppamenti combattenti ( confluiti poi nella Brigata Garibaldi) furono la Colonna Italiana, Colonna Carlo Rosselli- ( anarchici e di Giustizia e Libertà)la Colonna Picelli ( fondatore degli Arditi del Popolo a Parma)la Centuria Gastoni Sozzi inserita nel celebrato V Reggimento.

Diversi italiani combatterono anche in gruppi delle Brigate internazionali o inseriti nell’esercito repubblicano spagnolo. Molti gli antifascisti di primo piano che successivamente assunsero ruoli significativi durante la Resistenza in Italia nella Lotta di Liberazione e nella successiva costruzione della nuova Italia. Tra i tanti attivi contributi: Giovanni Pesce, Vincenzo Tonelli, Giuseppe Di Vittorio, Pietro Nenni, Vittorio Vidali, Ettore Quaglierini, Palmiro Togliatti, Luigi Longo, Nino Nannetti, Rodolfo Pacciardi, Giuliano Paietta, Vincenzo Bianchi, Osvaldo Negarville, i fratelli Rosselli ( Carlo e Nello), Paolo Clavego, Carlo Farini, Teresa Noce, Edoardo D’onofrio…

Molti vivevano esuli, emigranti, per sottrarsi alle violente ritorsioni della dittatura, in gran numero si erano rifugiati in Francia. Molti volontari italiano provennero anche da diversi altri stati dove risiedevano. Una parte significativa partì direttamente dall’Italia ( circa 250). Un’ “umanità”, affratellata negli ideali e nella pratica dell’antifascismo, varia, per composizione sociale e nelle articolazioni ideologiche: socialisti, anarchici, comunisti, giellini, repubblicani. Uniti da un energico spirito internazionalista, con l’obiettivo prioritario di contribuire alla lotta contro le barbarie del  fascismo in Spagna e in Europa.

I volontari antifascisti italiani resero un alto contributo di sangue con quasi  settecento caduti nei combattimenti.  Riportarono ferite in 2000. 

gruppi europei più consistenti, oltre agli italiani, furono i francesi con 9000 unità e i tedeschi con 5000 ( quasi tutti esuli dalla Germania nazista).

I volontari sopraggiunsero da tutti i continenti, anche da Cuba, con 800 partecipanti. Grande il contributo delle donne internazionaliste, al pari di quelle spagnole. Molte volte in prima linea, almeno nella fase iniziale della guerra. Incredibile l’abnegazione dei volontari ( normali civili) che avevano lasciato la consuetudine della propria esistenza per affrontare le fortissime condizioni di disagio, lo scontro armato nelle battaglie, il rischio grande della vita. Numerosa la presenza degli ebrei nelle Brigate Internazionali, con oltre 7000 partecipanti ( in Germania già dal 33 era iniziato lo stato persecutorio), in prima fila il battaglione Botvin, costituito da comunisti ebrei. Parecchi furono comandanti di Brigate.

Le forze militari mandate in Spagna dalla dittatura fascista mussoliniana furono di rilevante consistenza.  Nella parte iniziale del 1937 furono strutturate nel C.T.V. –Corpo Truppe Volontarie -. Costituite da 79.000 unità, distribuite tra esercito, aviazione e marina; furono inviati 1800 cannoni, 150 carri armati leggeri, 7500 automezzi, 5000 mortai e mitragliatrici, 763 aeroplani ( molti i bombardamenti sulle città) e 91 unità navali. L’impegno finanziario enorme, di 12 miliardi di lire dell’epoca ( …mentre in Italia si faceva la fame). Molte migliaia i caduti – alcune fonti parlano di 4000 -, 12.000 i feriti.

I primi forti contingenti arrivarono il 3 gennaio 1937, composti da: 1° div. Camicie Nere “ Dio lo vuole”, 2° div. “ Fiamme nere”, 3° div. “ Fiamme nere”, 4° div. LittorioRaggruppamento Autonomo “ XXIII Marzo”, Brigata “ Frecce Nere”, Brigata “ Frecce Azzurre”.  I comandanti furono i generali: Roatta, Gambara, Nuvoloni, Bergonzoli.

Molti furono “volontari” per caso, presi con l’inganno ( parecchi pensavano di andare a fare i “coloni” in Etiopia), o alla ricerca di una paga per sfuggire alla disoccupazione e alle misere condizioni di vita in Italia, provenienti  in gran numero da attività contadine.

Contestualmente la stessa “procedura” fu utilizzata per riempire i contingenti militari inviati all’assalto dell’Etiopia…per la conquista dell’impero.

Degli inviati in Spagna più del 40% appartenevano all’esercito regolare italiano; i componenti della divisione “Littorio” furono mandati per svolgere il servizio militare di leva. Complessivamente il grado di preparazione era pessimo. Le paghe e le indennità speciali concesse, specie per gli ufficiali, erano immensamente più grandi dei salari –stipendi in essere in Italia. I volontari fascisti si arruolarono per soldo, per la promessa di un lavoro al ritorno, e non per convincimento. Così la propaganda fascista faceva scrivere sul periodico “ Il Legionario”:… “I rossi hanno tutto vituperato e infangato vendendosi allo straniero. Essi sono oggi degli abbietti soldati,  mercenari dei soviet, della massoneria e di altre putride e oscure organizzazioni internazionali  Questa è  la schiuma da galera che voi, legionari di tutte le battaglie ideali, voi legionari di tutte le imprese generose e  sublimi, avete oggi a tiro dei vostri fucili”.

Il generale golpista Franco non ebbe in grande considerazione le truppe italiane; dopo la battaglia di Santander ( agosto 1937) in molte occasioni le truppe italiane furono lasciate di riserva. Scrive Ciano ( Ministro degli Esteri il 26 febbraio 1938. “Il Duce è molto irritato per il fatto che Franco continua a mantenere nell’inazione le nostre forze  volontarie. Quest’ozio demolisce il morale delle truppe; i casi di indisciplina sono più frequenti e cominciano, per la prima volta, le diserzioni. Anche il Paese è stanco degli affari di Spagna”. Scrive ancora il 1° giugno 1938: “Telegrafo a Berti di togliere le nostre truppe da Saragozza e di inviarne qualche battaglione in linea. Sono ormai a riposo da oltre 40 giorni e da notizie avute pare che non faccia bella impressione vedere nelle  retrovie le forze italiane affollare cabarets e bordelli, mentre gli spagnoli si battono in una dura battaglia”.

Molto meno consistente sul piano numerico il sostegno diretto della Germania nazista. Venne inviata la “ Legione Condor” con 6500 militari, con l’utilizzo complessivo di 16000 uomini durante il corso della guerra. Più efficaci sul piano dello sterminio poiché furono collaudati nuovi e ed evoluti mezzi militari, specie dell’aviazione. La potenza omicida degli aerei italo-tedeschi  si manifestò in particolare il 26 aprile 1937; quasi sessanta aeroplani bombardarono sadicamente Guernica, distruggendo la città e provocando oltremille vittime e molti feriti tra la popolazione civile.  Durante le varie fasi della guerra da parte dei golpisti sostenuti dai nazifascisti in particolare furono ripetutamente bombardate le città di Madrid e Barcellona, le quali riportarono ingentissimi danni, numerosissime le vittime civili.

 

Tra i tanti eventi che contraddistinsero i tre anni di guerra è importante ricordare la battaglia di Guadalajara. Tra l’altro le preponderanti formazioni militari italiane inviate dalla dittatura si scontrarono frontalmente  con  le brigate volontarie antifasciste italiane.

La città  – oggi con 85.000 abitanti –  si trova nell’area centrale della Spagna, nella regione autonoma a statuto speciale di Castiglia –La Manca.

La battaglia iniziò il l’8 marzo 1937. Fu uno scontro durissimo. Si concluse due settimane dopo, giorno 23. I fascisti, in rotta,  furono sbaragliati.

L’armata fascista, potentissima, comandata dal generale  Roatta, è costituita dal C.T.V.  – Corpo Truppe Volontarie, forte di 50.000 militari sostenuti da 250 carri armati, un nutrito numero di carri lanciafiamme, 230 cannoni, 50 aerei da caccia oltre dieci ricognitori. L’ esercito fu appoggiato da diverse migliaia di automezzi. Il corpo militare italiano fu sopportato da una divisione franchista di 20.000 soldati.

All’inizio le esigue forze di difesa repubblicane furono sconvolte. Poi, superato l’iniziale momento di sbandamento iniziò la riorganizzazione e l’arrivo di nuove energie militari. Si aggiunsero  l’11° divisione dello spagnolo Enrique  Lister e i  battaglioni Garibaldi e Thaelmann ( costituito da volontari tedeschi).

Le forze fasciste furono all’attacco fino al giorno 11 marzo. Le condizioni del tempo erano fortemente inclementi. Tutta l’area del fronte spazzata dalla neve. Il giorno successivo gran parte dei militari passò all’offensiva. Viene distrutta la 3° Divisione “ Penne Nere” comandata dal generale Nuvoloni. Vigorosi messaggi di resa furono propagati dai garibaldini:“Italiani, soldati e camicie nere dell’esercito di Mussolini ascoltate! Ritornate alle vostre case: le vostre mogli e i vostri figli vi aspettano. Ritornate alle vostre case: le vostre famiglie piangono per voi. Ritornate alle vostre case, non dovere morire. Giovani di diciott’anni, assieme a vecchi più che cinquantenni, foste inviati in Ispagna come bestiame da macello. Le vostre forti braccia di lavoratori, inutili da anni, braccia che cercavano lavoro, ebbero un fucile. Vi dissero che andavate in Abissinia e vi hanno portato in Ispagna: vi dissero che andavate a lavorare e vi hanno portato al macello. Vi promisero terra e vi danno morte. Vi hanno ingannato vergognosamente. Passate dalla nostra parte, venite con noi nelle fila dei soldati della libertà! Sarete da noi accolti come fratelli quali siete!”

Nel frattempo con il sostegno di carri armati sovietici e dell’aviazione repubblicana iniziò l’offensiva generale. I militari italiani si ritirarono in piena confusione. Molti furono fatti prigionieri.

Il 18 marzo la Brigata Garibaldi attaccò la fortificazione del Palacio de Ibarra. Dopo una cruenta battaglia i fascisti si arresero. Fatti 262 prigionieri e recuperate abbandonanti attrezzature militari, con molte armi pesanti.

Giorno 18 scattò l’offensiva generale. In questa fase i militari repubblicani sono bene attrezzati, supportati da aerei e carri armati. Altri duecento militari italiano  vennero fatti prigionieri. Nei giorni seguenti i fascisti tentarono un’inutile offensiva.

Il 24 marzo finì la battaglia. I militi italiani erano in totale rotta. Parecchie centinaia i caduti, molti i prigionieri.

La guerra continuò,  fino  al 28 marzo 1939, con la vittoria dei franchisti. Già dalla fine di gennaio era iniziata la “retirada”. Decine di migliaia di civili, incalzati dall’aviazione dei nazionalisti, si mossero da molte aree territoriali verso la frontiera con la Francia, che accolse 250.000 civili. Nel corso del mese di febbraio il governò francese acconsentì l’ingresso dei soldati repubblicani, circa 250.000, inviati nei campi di internamento. Dopo l’occupazione nazista della Francia ( 1940) molti di questi spagnoli finirono nei lager di sterminio.

A fine febbraio del 1939 il governo nazionalista  fu riconosciuto da Francia e Gran Bretagna. Il 28 marzo i golpisti del generale Franco entrarono a Madrid.

Giorno 1 aprile si concluse la guerra.

Le conseguente della repressione franchista furono violentissime. Dal mese di aprile 1939 al giugno 1944 furono eseguite 192.684 condanne a morte.

 

Per tutti gli approfondimenti sulla guerra di Spagna si raccomanda di consultare i siti sottoelencati. Vengono altresì evidenziati, con brevi biografie, i nominativi degli antifascisti italiani combattenti in Spagna, e dei caduti. In particolare  AICVAS – “ Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna” -.

http://www.aicvas.org/

http://www.lalungaresistenza.it/#Presentazione

http://www.aicvas.org/2018/02/15/le-quattromila-biografie-dei-volontari-italiani-in-spagna-memorie/

 

di  “ Lettera Memoria e Libertà”

La “ Lettera” ( a cura di Domenico Stimolo) è dedicata alla memoria di Nunzio Di Francesco, partigiano catanese, sopravvissuto al lager nazista di Mauthausen, deceduto il 21 luglio 2011.

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E’ morto, novantaquattrenne Nicolò Di Salvo, partigiano di Palagonia ( Ct)

Nel giorno di Pasqua, a meno di due mesi dai festeggiamenti per il raggiungimento dei 94 anni, è morto Nicolò Di Salvo, detto “ Cola”, partigiano di Palagonia ( Catania).

Nato a Palagonia ( Catania) il 17 febbraio 1924. Dopo l’armistizio del’8 settembre 1943 fu preso prigioniero dai tedeschi a Parma nella caserma ove era militare, nel XIX cavalleria. Fuggito, raggiunse il fratello Francesco in Emilia Romagna. Nel maggio del 1944 si aggregò alle formazioni partigiane operative nell’Appenino modenese, nell’area di Montefiorito, in una brigata Garibaldi. Partecipò attivamente alla Resistenza contro i nazifascisti fino all’ultimazione della Lotta di Liberazione, con il nome di battaglia “ Corsaro”.

Per molti anni  ha portato ai giovani nelle scuole la sua fervida testimonianza di partigiano, di combattente per la Libertà e la Pace. Divulgatore integerrimo dei valori fondativi della Repubblica italiana inculcati nella Costituzione, in giustizia, uguaglianza e solidarietà, contro tutte le forme di discriminazione e di razzismo.

Sempre presente in prima fila al corteo del 25 Aprile, ancora luminoso dicitore della memoria diretta della lotta contro i nazifascisti. Catania e la sua provincia, la Sicilia, perdono uno degli ultimissimi partecipanti alla Resistenza. Pochissimi rimangono ancora viventi, per raccontare le sofferenze e gli enormi sacrifici che furono affrontati e vissuti coraggiosamente da centinaia di migliaia di uomini e donne, per ridare al nostro Paese dignità civile e sociale, in una cruenta lotta contro i nefandi invasori coadiuvati dai fascisti che dopo vent’anni di dittatura avevano coperto di lutti l’intera Europa.

Nell’aprile dell’anno scorso, nella ricorrenza del 72° anniversario della Liberazione, Nicolò Di Salvo aveva trasmesso un vivo messaggio di ricordo, guardando in avanti. Il video è visibile su:

 

Inoltre, intervista per la Giornata della Memoria 2018

http://sonialafarinanews.it/news-attualita/giornata-della-memoria-intervista-con-nicolo-di-salvo-94-anni-uno-degli-ultimi-partigiani/

 

Domenico Stimolo ( per Lettera di Memoria e Libertà)