Categoria: Attualità

Portella della Ginestra, la strage del Primo maggio

opera di dino vaccaro

SANGUE ROSSO – 1° Maggio a Portella delle Ginestre opera di Dino Vaccaro

Un nome primaverile che evoca un giorno di morte. Il Primo maggio del 1947 una folla di lavoratori, donne, bambini e anziani – riuniti a Portella della Ginestra, in Sicilia – fu bersagliata dalle raffiche di mitra della banda di Salvatore Giuliano. Nell’area tra i comuni di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello, molti si erano ritrovati per festeggiare la vittoria elettorale del «Blocco del Popolo» (l’alleanza tra socialisti e comunisti) alle elezioni regionali del 20 aprile (qui il racconto di Egisto Corradi dall’Archivio del Corriere), altri per ascoltare il discorso di alcuni dirigenti del Pci in occasione della Festa dei lavoratori. La prima che si tornava a festeggiare in quella data, dopo essere stata spostata dal regime fascista al 21 aprile (il «Natale di Roma»). Furono undici le persone uccise sul colpo, più di sessanta i feriti. Ad appoggiare Giuliano erano poteri mafiosi, frange dell’autonomismo siciliano e forze che intendevano garantire il perpetuarsi degli equilibri di potere anche nel nuovo quadro istituzionale e politico del Dopoguerra, e intimidire le masse contadine che reclamavano la terra (qui la prefazione di Ferruccio de Bortoli alla riedizione del libro di Tommaso Besozzi «La vera storia del bandito Giuliano»).

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Portella, opera di Ettore Coinciliis 

«Ci eravamo dati appuntamento per festeggiare il Primo maggio ma anche l’avanzata della sinistra all’ultima tornata elettorale e per manifestare contro il latifondismo. Non era neanche arrivato l’oratore quando sentimmo degli spari», ha raccontato nel 2017, in occasione del 70esimo anniversario dell’eccidio, Serafino Petta, l’ultimo sopravvissuto. «Avevo 16 anni, pensavo che fossero i petardi della festa, ma alla seconda raffica ho capito. Ho cominciato a cercare mio padre, non l’ho trovato. Quello che ho visto sono i corpi distesi per terra. I primi due erano di donne: la prima morta, sua figlia incinta ferita. Questa scena ce l’ho ancora oggi negli occhi, non la posso dimenticare». A sparare fu la banda di Salvatore Giuliano, «i mandanti non si conoscono ancora ma ad armare la sua mano furono la mafia, i politici e i grandi feudatari», ha ricordato ancora Petta. «Volevano farci abbassare la testa perché lottavamo contro un sistema in cui poche persone possedevano migliaia di ettari di terra e vi facevano pascolare le pecore, mentre i contadini facevano la fame. Un mese dopo successe però una cosa importante: «Tornammo qua a commemorare i morti senza paura, “Non ci fermerete”, gridavamo tutti e non ci hanno fermati. Abbiamo cominciato la lotta per la riforma agraria e nel ‘52 abbiamo ottenuto 150 assegnatari di piccoli lotti. Ma neanche loro si sono fermati, e a giugno bruciarono sedi di Cgil e partito comunista, poi nel mirino finirono anche i sindacalisti».

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Una strage ancora oggi senza mandanti: proprio in occasione dei 70 anni dell’eccidio, l’allora presidente del Senato, Pietro Grasso, chiese di rendere pubblici i documenti ancora non accessibili e accertare le responsabilità di una tragedia che ha segnato la stagione delle lotte per la terra e, più in generale, la crisi politica, sociale e dell’ordine pubblico del Dopoguerra (qui il commento di Paolo Mieli). Sulla base di nuove acquisizioni documentali nel dicembre 2004 i familiari delle vittime hanno chiesto la riapertura dell’inchiesta. Per Portella, come per altre stragi che hanno insanguinato l’Italia, la verità è ancora lontana.

Fonte:  1 MAGGIO 2019 | di Silvia Morosi e Paolo Rastelli | @MorosiSilvia @paolo_rastelli

http://pochestorie.corriere.it/2019/05/01/portella-della-ginestra-la-strage-del-primo-maggio/?refresh_ce-cp

I partigiani a Favara e l’impegno politico- culturale.

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L’intervista a Pasquale Cucchiara è un viaggio nella storia del nostro paese, che si lega alle speranze e alle lotte che sono avvenute prima di raggiungere la libertà e l’uguaglianza fra i cittadini.
Pasquale Cucchiara è nato ad Agrigento nel 1986. Si è laureato presso l’università degli studi di Palermo in Scienze Pedagogiche ed ha pubblicato “Altri uomini – storie di antifascisti e partigiani favaresi (2015) e Salvatore Bosco – il filosofo del popolo (ed. Medinova 2019).
Oggi lavora su una ricerca storica incentrata sullo sbarco degli americani in Sicilia e in particolare a Favara.
Ha fondato il circolo culturale LiberArci e attualmente è nel direttivo provinciale del territoriale di Agrigento.

Quando nasce in te la passione per la storia?

La mia passione per la storia nasce a scuola. Molti docenti hanno avuto un’influenza decisiva nella mia formazione fra questi segnalo con piacere il Professore Giuseppe Alonge.

Tu hai scritto un libro dal titolo: Gli altri uomini. Qual è il messaggio di questo lavoro?

Con la pubblicazione di “Altri Uomini” ho voluto storicizzare Favara nella Resistenza. Ho fatto diverse presentazioni nelle scuole di Favara e all’università Kore di Enna e ti posso assicurare che i ragazzi hanno compreso l’obiettivo: la Resistenza va studiata come fenomeno sociale. Inoltre, questo e altri lavori similari, dimostrano che anche i meridionali contribuirono in questo processo di liberazione nazionale. Il messaggio di questo umile lavoro è stato amplificato dal fatto che ho avuto la possibilità di presentarlo nella sala stampa della Camera dei deputati e che l’amministrazione comunale precedente ha avuto la sensibilità di farne una stele dedicata a questi uomini e a queste donne.

Dove hai trovato le notizie che riguardano gli antifascisti e i partigiani favaresi?

E’ stato un lavoro molto faticoso perché ho contattato tutte le segreterie regionali dell’ANPI, molti istituti storici per la Resistenza e per l’età contemporanea, l’Istituto Gramsci di Palermo, biblioteche fondazioni, fino alle fonti orali. Questa ricerca capillare mi ha permesso di intercettare partigiani favaresi in tutte le regioni del Centro-Nord Italia.

Chi sono i partigiani favaresi?

Non esistono eroi costruiti ma gente che, nel momento più importante e decisivo per la nostra patria, mise in gioco la propria vita. Il fascismo aveva abituato il popolo solo ad ubbidire, mentre ora, avevano la possibilità di scegliere liberamente se partecipare o meno alla Resistenza. Le formazioni partigiane hanno avuto una chiara connotazione politica anche perché al loro interno operavano dei commissari politici. Fra i 26 partigiani, mi piace ricordare le storie di Michele Imbergamo e Calogero Pullara proprio per la loro diversità politica. Michele Imbergamo, nato il 23/02/1891 a Favara, entrò nella Resistenza tramite un prete e operò quale responsabile militare della DC per la provincia di Bologna e fu uno dei protagonisti della liberazione della città.
Calogero Pullara, nato il 24/10/1903 a Favara, fu il capitano della brigata “Bandiera Rossa” operante a Roma. In dissidenza con il PCI, dopo la Resistenza, tutti i maggiori esponenti di questa Brigata militeranno nella sinistra extra parlamentare. Infine, ritengo sia giusto e meritocratico ponderare l’impegno delle varie organizzazioni politiche nella Resistenza. Le brigate partigiane furono soprattutto socialiste e comuniste e la connotazione politica dei partigiani favaresi ricalca il tendenza nazionale.

Ha ancora un significato festeggiare il 25 aprile?

E’ necessario, più di prima! Perché, purtroppo, la destra italiana non è antifascista e lo dimostrano ogni anno con le solite provocazioni dei loro giornalai e dei loro leader. La liberazione non è un derby o una guerra civile ma una lotta patriottica attraversata da centinaia di migliaia di volontari di estrazioni politico-sociali diversi, ma uniti e convinti a cacciare i tedeschi e i vassalli fascisti dall’Italia.

Il 25 Aprile in passato era la festa della liberazione dal nazifascismo ed oggi cos’è diventata ?

Perseguendo questo obiettivo, L’ANPI, il prossimo 25 Aprile, non rinuncerà a celebrare la liberazione e a proposto di intonare, alle ore 15:00, da ogni balcone e finestra il canto della Resistenza famoso in tutto il mondo: ‘Bella ciao’. Anche nel tempo del coronavirus faremo sano esercizio della memoria.

Il 10 maggio del 1933 i nazisti bruciarono i libri sulla piazza del Teatro dell’Opera di Berlino. Un gesto eclatante e di grande sofferenza simbolica . Che significa per un paese bruciare i libri?

I libri sono frutto di un’elaborazione intellettuale dell’uomo. Distruggere i libri significa distruggere il pensiero in tutte le sue forme. Tuttavia, penso che il pensiero non possa essere limitato. Il fascismo, ad esempio, si propose di “impedire a quel cervello – riferendosi a Gramsci – di funzionare per almeno vent’anni”. Nonostante il carcere, i continui spostamenti, le sue precarie condizioni di salute, le vessazioni e le privazioni quel cervello non smise mai di pensare e di produrre cultura. Oggi, Gramsci è studiato in tutto il mondo.

Perché i libri sono così importanti?

I libri sono il metodo migliore per non rimbambirsi davanti alla tv o ai social, creano coscienza critica, allargano la mente, scuotono il cervello, rompono la routine e sono un valido antistress. I libri sono l’unico antidoto per guarire questa disordinata società.

Qual è la tua lettura del 25 Aprile?

La Liberazione non va letta come un episodio isolato, ma nel suo rapporto da un lato con l’antifascismo che l’ha preparata e dell’altro con la Repubblica che da essa è nata. Per questi motivi acquista tutto il suo rilievo nella storia del nostro paese: il suffragio universale, l’espandersi delle organizzazioni operaie, contadine e sindacali, la nascita dei partiti popolari e così via. Attraverso la riflessione critica sul passato ritroviamo criteri di orientamento nel cammino che stiamo percorrendo e per le scelte che sono ancora nelle nostre mani.

La televisione tende a banalizzare i problemi del mondo e presenta le storie con un taglio culturale molto basso, quello giusto per parlare alla pancia della gente che non ha un pensiero critico.

A tal proposito, Marx, in tempi non sospetti, proferì: “ La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa in generale sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale”. Dunque, la persuasione occulta svolta in primo luogo dalla TV, ha omologato i giovani provocando nevrosi e frustrazioni, ha inventato e inventa continuamente mode, propone bisogni non essenziali, aliene da ideali, programmi, propositi, tipici della civiltà dei consumi. Viviamo il tempo del capitalismo più aggressivo che può essere arginato solo con nuove forme di aggregazione e mutualismo. Socialismo o barbarie.

I partiti politici hanno sempre sottovalutato il potere che ha la Tv in un paese che non legge. Molta gente non ha letto il Gattopardo…

Chiusi il mio primo ciclo universitario con una tesi dal titolo “L’influenza della televisione e del cinema nelle politiche giovanili”. In questo studio sperimentale, confermai l’ipotesi di partenza: i media orientano le scelte elettorali in quella (grossa) fetta di popolazione che non sa discernere, criticare e catalogare le informazioni. Non a caso Berlusconi vinse le elezioni grazie alla (sua) TV, il M5S grazie ai social, Renzi con un populismo ibrido (quello che lascia intatto il sistema e che tanto piace agli industriali), Salvini con le fake news e con le dirette facebook in una politica che cambia continuamente santi e colori. Appunto, cambia tutto per non cambiare niente.

Bertold Brecht invitava tutti ad imparare, a non temere di porre domande, ad impugnare un libro che è più potente di un’arma per cambiare il mondo…

A Favara, ad esempio, manca una libreria. Evidentemente, il mercato non la richiede e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: non ci siamo più indignati, non ci siamo più incazzati ed abbiamo lasciato che certa sedicente politica scegliesse, per noi, il nostro futuro. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ogni anno sono ben 5000 i siciliani tra i 18 e i 34 anni, molto spesso diplomati e laureati, che lasciano la Sicilia per prospettare il loro futuro e per riuscire a sviluppare opportunità di lavoro. Favara è uno dei paesi più colpiti dell’agrigentino e, infatti, la partecipazione ne risente fortemente. Ad esempio, ricordo che, nel 2012 si realizzò, una sorta di unione d’intenti basata su tematiche condivise fra le varie associazioni presenti sul territorio. Fu una stagione breve ma intensa di attività fra i quali ricordo la lotta contro la privatizzazione del Castello di Chiaramonte, l’opposizione all’installazione della cabina elettrica all’interno della scuola di via Olanda, l’impegno per la sottoscrizione dell’esposto contro la società Girgenti Acque S.P.A. con relativa protesta in consiglio comunale e l’organizzazione di alcuni eventi culturali. Eravamo veramente in tanti. In seguito, fondammo LiberArci per raccogliere questa eredità e credo che, in questi anni, siamo stati una delle poche voci fuori dal coro.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ho appena concluso un lavoro di ricerca incentrato sullo sbarco degli americani in Sicilia e in particolare a Favara. Questo lavoro si pone l’obiettivo di sviscerare questa porzione di storia dal lato militare, sociale, politico e antropologico. C’è tanta carne al fuoco: i retroscena politici dello sbarco, i contatti fra le varie organizzazioni, l’arretratezza economica e sociale dell’isola, le precarie condizioni dei bersaglieri italiani, il facile sodalizio fra occupati e occupanti, il movimento dei “non si parte”, i profughi provenienti dal continente in Sicilia, il MIS e la parziale epurazione dei fascisti e tanto altro. Dopo aver sistemato e catalogato tutto questo materiale, ho ritenuto opportuno di interrogare le fonti orali, quei pochi ultraottantenni e novantenni del nostro paese che vissero in prima persona quei fatti. Tutte le persone da me consultate, dico tutte, hanno collaborato con un trascinante entusiasmo forse perché nell’immaginario collettivo, questo spaccato di storia locale, rappresentò il punto di svolta del nuovo corso del nostro paese e della nostra nazione. In molti mi hanno detto orgogliosamente “j c’era” come a rimarcare l’importanza di aver assistito direttamente ad un appuntamento imperdibile con la storia e che la mia penna potesse essere l’ultima occasione per raccontare quella Favara.

Riesi. Attraverso videomessaggi, racconti, storie, biografie e lettere su iniziativa dell’Anpi Sabato commemorazione sui social per la festa della Liberazione

 

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Giuseppe Calascibetta, referente dell’ANPI Riesi 

RIESI. Saranno ricordati sabato, in occasione della festa della Liberazione, dall’Anpi, tutti i partigiani, deportati e antifascisti riesini. Un’iniziativa nazionale dell’Anpi denominata“25Aprile#Iorestolibero”a cui stanno aderendo associazioni, istituzioni, Comuni. e cittadini. Sulla piazza virtuale internet verranno commemorati attraverso video messaggi, racconti, storie, biografie e lettere, quanti hanno lottato in
prima linea contro il fascismo. «Quest’anno, nel settantacinquesimo anniversario
della Liberazione – dice il referente locale dell’Anpi, Giuseppe Calascibetta – abbiamo bisogno più che mai di celebrare la nostra libertà, di tornare a guardare al futuro con
speranza e coraggio. Per questo vogliamo ricordare alcuni dei tanti riesini che hanno contribuito alla resistenza partigiana».
È possibile trovare le loro storie sulla pagina ufficiale facebook dell’ Anpi Riesi e nella pagina facebook e instagram dell’Anpi Sicilia. Verranno ricordati i partigiani Gaetano Butera,Filippo Calascibetta, Pietro Calascibetta, Salvatore Calascibetta, Fortunato Carlino, Giuseppe Chiarenza, Giuseppe Di Bella, Paolo Fonte, Calogero Imbergamo, Luigi Laurino, Angelo Perno, Giovanni Russo, Salvatore Savoca, Giuseppe Veneziano, Giovanni Sanfilippo, Antonia Lepore, Salvatore Marchese, Giuseppe Golisano, i deportati Giuseppe Albo, Giuseppe Azzolina, Giuseppe Balsamo, Calogero Di Piazza, Salvatore Giuliana, Giuseppe La Rosa, Giuseppe Porrovecchio, Salvatore Russo, Giuseppe Sessa, Pietro Toscano, Salvatore Terranova, Carmelo Boncore, Giuseppe La Rosa e, infine, gli antifascisti Filippo Baldacchino, Salvatore Ballaera, Giuseppe Buffone, Filippo De Bilio, Pietro De Bilio, Antonio Di Legami, Ferdinando Di Legami, Francesco Di Termini, Giuseppe Giabbarrasi, Carlo Marchese, Calogero Oliviero, Gaetano Pasqualino, Giuseppe Pesce, Diego Porrovecchio, Filippo Scroppo, Gaetano Sessa.

DELFINA BUTERA

Fonte: La Sicilia, Mercoledi 22/04/2020

Verso il 25 Aprile: Il ruolo delle donne nella Resistenza- Intervista a Claudia Cammarata

93798774_1081901268862803_223784975990784_n-720x675Il 25 Aprile si festeggia anche quest’anno nonostante il tentativo di inquinarne la memoria in un periodo di profonda fragilità del nostro paese. Con quella di oggi iniziamo una serie di interviste che possano ricordarne l’importanza, raccontare le iniziative virtuali che stanno nascendo per festeggiarlo anche da casa, e soprattutto gli insegnamenti da poter trarre in vista di quello che sarà un momento di ricostruzione del Paese dopo il grave momento che stiamo vivendo. Questo pomeriggio iniziamo con Claudia Cammarata che dal mondo dell’attivismo e associazionismo risponde alle nostre domande:

Perché l’antifascismo dovrebbe essere un valore per tutti i cittadini?

L’antifascismo è un valore per i cittadini e le cittadine ma più che altro è un modo di essere, di agire, di concepire la vita sociale, economica e politica di un Paese. Essere antifascisti significa essere irremovibili su quei principi di libertà e uguaglianza che sono alla base della nostra democrazia. E significa avere come punto di riferimento fermo e luminoso la nostra Costituzione, nata perché quella terribile esperienza non si ripeta mai più.

Pensi che ci sia una colpa di una parte della sinistra se oggi il 25 Aprile e l’antifascismo non è da tutti sentito allo stesso modo, oppure la responsabilità è solo di un destra che strizza l’occhio ed sentimenti nostalgici nei confronti del passato?

Penso che un mea culpa generale sia doveroso e anche necessario: probabilmente a sinistra abbiamo abbassato la guardia credendo che quei principi in cui – fortemente – crediamo fossero al sicuro e conquistati in maniera definitiva. I diritti e libertà di cui godiamo devono essere accompagnati dal dovere di difenderli ovunque sia necessario, in maniera costante e a qualunque costo. Le commemorazioni non sono sufficienti se la Memoria non diventa esercizio quotidiano, azione e proposta. Del resto il 25 aprile di 75 anni fa non fu forse l’inizio? Che sia ogni 25 aprile un momento per iniziare o per continuare.
Dall’altra parte conviviamo ancora e da sempre con una certa destra che più che strizzare l’occhio direi che è costruita su quei “valori” che l’antifascismo deve difendere e combattere. Questa destra negli ultimi anni ha visto allargare le basi del proprio consenso perché ha trovato il capro espiatorio ideale, questa volta gli immigrati, contro cui aizzare gli animi degli italiani, approfittando del malessere generale dovuto alla povertà in cui versano tante famiglie, all’alto tasso di disoccupazione giovanile, alla precarietà del mondo del lavoro. Una propaganda becera intrisa di odio e menzogne che ha scatenato una guerra tra poveri e creato molta confusione.

Da appassionata lettrice quale libro consigli per riscoprire il valore di questa giornata?

Consiglio “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. 8 settembre 1943-25 aprile 1945” curato da Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli. Sono le parole, le ultime, piene di dolore ma ferme e fiere che partigiani e patrioti catturati da fascisti o tedeschi rivolgono ai familiari. Alcuni consapevoli altri con il presentimento che verranno giustiziati a breve tutti vivono per la prima e ultima volta l’atroce esperienza di <>.

Essere antifascista ha un significato in più per una donna?

Certamente. Per le donne l’esperienza della Resistenza e della Liberazione ha rappresentato un momento cruciale. È stato un momento in cui, per usare le parole della partigiana Marisa Ombra “si sono rotte tante gabbie”: gli uomini hanno nuovamente imparato a vivere in libertà e per la prima volta lo hanno imparato anche le donne. Per coloro che hanno combattuto in prima linea il salto è stato enorme: vivere in banda insieme a dei ragazzi ha significato per tutti, anche per gli uomini, inventare nuovi modi di rapportarsi. L’esperienza della Resistenza ha gettato le basi per la liberazione della donna in toto, come singola e come membro di una collettività: subito dopo le donne hanno iniziato a votare e ad essere votate, hanno dato il loro importante contributo alla stesura della Carta Costituzionale. Si sono organizzate in partiti e associazioni e hanno messo al centro la questione femminile, questione che ben presto divenne politica. Sono diventate cittadine con dei diritti e dei doveri, doveri diversi da quelli di essere esclusivamente buone figlie, buone mogli e buone madri. Essere antifasciste significa per le donne far propri quei sentimenti di ribellione alla violenza, all’oppressione e ai “ruoli” prestabiliti. Significa aver consapevolezza di dover fare la propria parte nella società in cui viviamo.

Cosa ne pensi dell’idea dell’onorevole La Russa di sostituire il 25 aprile con il ricordo dei caduti di tutte le guerre e i virus compreso il Coronavirus?

Io penso che l’onorevole dovrebbe studiare qualche pagina di Storia, anche in un sussidiario delle scuole elementari. I tentativi di revisionismo da parte di certi personaggi della politica sono sempre ricchi di espedienti più o meno fantasiosi per gettare fango sulla Memoria e sul sangue di coloro che subirono torture indicibili e furono uccisi per permettere a questi personaggi, anche all’onorevole La Russa, di dire la propria. Non la chiamo “opinione” perchè il fascismo non è un’opinione ma un crimine.

In che modo vi state preparando per questa giornata nonostante il lockdown?
Con il direttivo territoriale dell’Arci (composto dal presidente provinciale Giuseppe Montemagno, da Roberta Lanzalaco dell’ Arci Strauss di Mussomeli, da Calogero Santoro de “I Girasoli” di Caltanissetta e dalla sottoscritta) abbiamo avviato l’iniziativa social “Percorsi di Resistenza”: un percorso tutto al femminile che ci accompagnerà fino al 25 aprile e oltre per riscoprire il ruolo delle donne all’interno della Resistenza. Attraverso il filo rosso della memoria arriveremo ai giorni nostri, in cui noi donne siamo chiamate quotidianamente a resistere contro la violenza e le discriminazioni. Un processo di liberazione iniziato il 25 aprile e per noi ancora in corso.
La campagna è partita sabato 18 aprile attraverso una serie di fotografie che ritraggono noi donne dell’Arci del territorio con in mano un cartello con gli hashtag #liberesempre #versoil25aprile #ComunqueResistenti. Nel giro di due giorni tantissime altre donne ci hanno seguite spontaneamente e molte altre sono state coinvolte. Volti, storie, esperienze diverse unite in un’unica voce: noi ci siamo, ricordiamo e resistiamo.

 

di Giulio Scarantino

 

Claudia Cammarata è presidentessa del circolo Attivarcinsieme di San Cataldo all’interno del quale ha costituito il Centro Culturale delle Donne “Felicia Bartolotta Impastato”, membro del direttivo provinciale dell’Arci e attivista dell’Anpi “Sandro Pertini” di San Cataldo.

Giuseppe Pistone, il partigiano di Agrigento

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Giuseppe Pistone nacque a Joppolo Giancaxio il 20/05/1920, secondo di sette figli, suo padre Domenico contadino ebbe una forte influenza sulle sue scelte future, riuscì fin da subito a trasmettergli i valori propri della tradizione contadina, e cioè il senso di giustizia e l’amore per il lavoro.
Dopo gli anni duri dell’infanzia e dell’adolescenza fu chiamato insieme ai fratelli Alfonso e Gaetano ad assolvere il servizio di leva militare durante la seconda guerra mondiale. Decise di combattere in prima linea con i partigiani nelle brigate Garibaldi tra Milano e Varese. Al suo ritorno ad Agrigento costituì la sezione provinciale dell’ANPI nella quale ricopri più volte la carica di Presidente. Fu chiamato dal prefetto Antonino Pancamo a far parte della Commissione prefettizia preposta a richiamare in servizio nella pubblica amministrazione coloro i quali avevano subito ingiustizie da parte del regime fascista. Inoltre fu tra i fondatori del partito socialista italiani nella citta dei Templi ed Antonio Bosco. Il suo impegno politico, prima nel PSI e poi nel PSIUP fu trasferito nella CGIL dove la sua esperienza professionale e sindacale al Comune di Agrigento dal 1948 al 1972.
Nel febbraio del 1977 a 56 anni sposo l’agrigentina Franca Meroni. Un anno dopo divento padre di Domenico, il suo unico figlio che oggi continua l’impegno politico e sindacale dell’illustre genitore. Giuseppe Pistone mori il 18.02.1991 ad Agrigento, citta che egli amò profondamente e dove operò con grande generosità ed impegno.

COMUNICATO STAMPA: Sulla rete eversiva nazista in Sicilia e in Italia

COMUNICATO STAMPA: Sulla rete eversiva nazista in Sicilia e in Italia

L’ANPI Sicilia esprime vivo apprezzamento per l’azione delle forze di polizia che hanno permesso di scoprire una rete eversiva, ramificata in varie città italiane, che intendeva attentare alla nostra struttura democratica e ai fondamentali valori costituzionali.

I diciannove indagati – tra questi due siciliani -, proclamatosi seguaci del nazismo e di Hitler, si ponevano l’obiettivo di costituire un cosiddetto “ Partito nazionalsocialista italiano dei lavoratori”. Suscita grande allarme il ritrovamento, durante le perquisizioni effettuate, di notevoli quantitativi di armi e di oggetti offensivi, oltreché di materiale propagandistico antisemita, xenofobo, inneggiante al nazismo.

Nel ringraziare la Procura di Caltanissetta per la gestione delle indagini rivolte ad impedire la “costituzione e partecipazione ad associazione eversiva e istigazione a delinquere”, indirizzate tra l’altro a colpire sedi dell’ANPI, comunichiamo la nostra più grande sorpresa nell’apprendere che nelle indagini sono coinvolti anche due siciliani individuando nella città di Enna legami eversivi di grande rilievo.

Ottavio Terranova – Vice Presidente nazionale Anpi

Palermo, 30 novembre 2019

A questa pagina il comunicato stampa della Presidente nazionale dell’ANPI

Nespolo: “L’ANPI non si fa intimidire da minacce di attentati. Le cittadine e i cittadini ci sostengano”

Solidarietà dalle associazioni per il giudice Alessandra Vella

La Rete delle Associazioni Fridaysforfuture – Imesi -TTT- Libera ad Agrigento- Rum-Mediamondo- John Belushi/ARCI- Legambiente Circolo Rabat-Laici Comboniani AG- Il Cerchio , SOS Razzismo, ANPI Agrigento esprimono solidarietà al Giudice delle Indagini preliminari presso il Tribunale di AGRIGENTO,  oggetto di minacce di morte ed insulti anche a carattere volgarmente sessista per avere semplicemente applicato la Legge, nell’ ineludibile esercizio delle sue funzioni giudiziarie.

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La Rete delle Associazioni esprime preoccupazione per il clima di odio che taluni esponenti del Governo nazionale stanno instaurando nel dibattito sociale e politico e nella vita quotidiana del Paese, creando barriere non soltanto verso i migranti, il cui unico torto è scappare da luoghi in cui subiscono trattamenti inumani e degradanti, ma soprattutto verso ogni forma di diversità.
L’odio non aiuta certamente a creare le condizioni per un sano e civile vivere democratico; i confini nazionali appartengono ad una concezione ottocentesca ormai anacronistica e superata; le diversità sessuali, religiose, culturali sono un patrimonio che ci deve arricchire e che certamente non può dividerci.

S’intensificano gli allontanamenti di donne, uomini e bambini dal Cara di Mineo

ogigpjgpmielkioaLa  vicenda del Cara cosiddetto della vergogna volge al termine. Iniziata male nel marzo 2011, proseguita peggio in quasi 8 anni, nei prossimi mesi dovrebbe concludersi con un crescendo di disumanità verso coloro che avrebbero dovuto trovare una degna accoglienza, ma hanno ricevuto all’interno solo pessime condizioni di vivibilità ed all’esterno ostilità, sfruttamento dai caporali nelle campagne del calatino  e per le donne abusi sessuali, prostituzione e violenze.

Noi sin dalla sua apertura abbiamo denunciato che sarebbe diventato un mega laboratorio di politiche segregazioniste, che tanta sofferenza avrebbe prodotto ai/alle richiedenti asilo.

A quasi 8 anni dalla sua apertura, cessata, per ovvie ragioni, la campagna mediatica dell’albergo a cinque stelle per richiedenti asilo, il Cara di Mineo rimbalza sulla cronaca nazionale solamente per fatti di cronaca nera. Per ricordare soltanto l’ultimo tragico avvenimento, la notte di Capodanno una donna nigeriana di 26 anni,, Francis Miracle, è stata uccisa dal marito, residente al Nord ma presente, nonostante fosse sprovvisto di badge, dentro la struttura nelle ore in cui è stato commesso il delitto. Inutile aspettarsi, da parte delle autorità preposte alla sua gestione, una chiara ammissione del loro fallimento .

Il dibattito politico e mediatico si arena sempre sulle misure di sicurezza (ma solo per le popolazioni locali “minacciate”, non per i migranti), sulla trasparenza della gestione dopo lo scandalo di mafia capitale. Non una parola sulla condizione dei migranti e delle migranti, sui lunghi anni di attesa necessari per ottenere lo status di rifugiato, nei casi rari in cui lo si ottiene, sui percorsi di integrazione negati a migliaia di richiedenti asilo parcheggiati a tempo indeterminato nel Cara di Mineo al solo scopo di mantenere in vita la struttura ed il megabusiness della pseudo-accoglienza.

 Dall’uno ottobre è subentrato un nuovo  RTI, che gestirà 4 lotti: il primo lotto (assistenza generica e sanitaria) ha come capofila la Cooperativa Badia Grande (Tp) e la fondazione S. Demetrio, i Consorzi Agri.Ca e Aretè e Chiron(Ct), il secondo lotto (fornitura pasti) la vecchia conoscenza della Cascina Global Service (Roma), il terzo lotto (servizio di pulizia ed igiene ambientale)  il Consorzio Progetto Multiservizi (Roma) , il quarto lotto (fornitura indumenti ed igiene personale) Hospital Service (Chieti); temiamo  ,visto che la gara d’appalto si è fatta sforbiciando di oltre il 30% il contributo giornaliero,un ulteriore peggioramento delle condizioni di vivibilità ed un moltiplicarsi delle giuste proteste .

Il ministro Salvini (su motivazioni diametralmente opposte alle nostre) sulla chiusura del Cara e lo smantellamento della già precaria accoglienza, ne ha fatto la sua ragione di vita; il suo vergognoso decreto, ora tramutato in legge, investe solo sulla gestione emergenziale e securitaria . Ed è proprio esasperando fratricide guerre fra poveri ed ai poveri che l’attuale ministro dell’Interno ha costruito e visto crescere il proprio consenso.

 Dopo avere massacrato le parti migliori del sistema d’accoglienza a livello nazionale (si parla di 15000 posti di lavoro a rischio per gli operatori e 100.000 migranti fuori da qualsiasi forma d’accoglienza) da settimane s’intensificano gli allontanamenti dei migranti dal Cara. Nei prossimi giorni verranno allontanati interi nuclei familiari che ingrosseranno le fila dei senza fissa dimora  in Sicilia.

A Catania le comunità migranti hanno lottato per anni contro la sanatoria-truffa e l’estate scorsa in migliaia abbiamo manifestato contro la micidiale agenzia europea Frontex e per la liberazione dei 177 migranti sequestrati nella Diciotti. In una città saccheggiata da un’imprenditoria vorace, clientele, potere mafioso, privatizzazioni dei beni comuni, sta per arrivare l’inverno ed aumenteranno sempre più i senza fissa dimora, sia migranti che catanesi, abbandonati e perseguitati da un’amministrazione oramai in dissesto (che però rinnova il comodato d’uso gratuito per 3 anni dell’ex monastero S. Chiara a Frontex). Facciamo appello a tutte le soggettività rimaste umane ad attivarsi per organizzare una raccolta d’indumenti e coperte, a far aprire le sedi di associazioni, enti religiosi e  sindacati  all’accoglienza di donne, uomini e bambini che arriveranno nelle prossime settimane in città.

Catania città aperta all’accoglienza – No al razzismo

La storia siciliana ce l’ha insegnato: Emigrare non è reato

 

                                                        Rete Antirazzista Catanese

RIACE, sabato 6 ottobre: l’Italia che resiste

La grande manifestazione svoltasi a Riace nel pomeriggio di sabato 6 ottobre a sostegno del sindaco Mimmo Lucano è già stata raccontata dalle cronache informative nazionali.

Un paese di 2300 abitanti, nella Locride, in provincia di Reggio Calabria, divenuto famoso nel 1972 per il ritrovamento di sue statue di bronzo di epoca greca nello specchio di mare antistante.

Un paese spopolatosi nel corso di tanti decenni  a seguito del dramma sociale che da sempre ha caratterizzato il Meridione intero,  con particolare intensità nelle aree interne: l’emigrazione, per  povertà e vitale necessità di vita. A Riace molte case sono state abbandonate e definitivamente rimaste chiuse.

Poi, a partire da circa vent’anni addietro, l’inversione di rotta.

Il paese ha iniziato a ripopolarsi. Sono arrivati altri Esseri Umani….. da terre assai lontane.

Prima un nutrito gruppo di curdi…..arrivati dal mare. In seguito , il paese, a seguito delle iniziative  condotte dal tre volte sindaco Mimmo Lucano e dall’amministrazione comunale, ha operato un’intensa e faticosa azione di accoglienza, diventata simbolo di accoglienza e di fattiva solidarietà civile e sociale, in Italia e nell’intera Europa.

Molti profughi, migranti, costretti a fuggire dai loro paesi d’origine: Afghanistan, Ghana,  Pakistan, Somalia, Gambia, Eritrea, Etiopia, Tunisia, Marocco, Ghana, Egitto…, hanno trovato solidarietà, il benvenuto, abitazione ( tra le tante case abbandonate), opportunità di un lavoro tenacemente creato.

Ora, a seguito delle accuse giudiziarie che riguardano il sindaco…..si vuole negare il fondamentale diritto all’umanità, tutto rischia di crollare.

Sabato, in oltre cinquemila – molti i profughi-migranti -, sono venuti a Riace, con molti pullman e centinaia di autoveicoli. L’intera area territoriale del paese è rimasta gioiosamente ingombrata. Una festa  per i sentimenti di libertà e di unione contro i propugnatori dell’intolleranza. Una manifestazione di grande rilievo nazionale, di solidarietà attiva, di grande civismo, a supporto del sindaco Mimmo Lucano, delle iniziative messe in atto nel paese, per  sorreggere i valori dell’antirazzismo e i principi fondamentali del diritto d’asilo, in opposizione tutte le discriminazioni, declamate  dalla nostra Costituzione.

Dopo le grandi manifestazioni, antirazziste e antifasciste,  spontaneamente nate in parecchie città italiane dalla fine di agosto, a partire da Catania, a seguito dei fatti che hanno riguardato i profughi salvati dalla nave diciotto della Guardia costiera, questa di Riace è l’ultimo esempio, bello e importante, dell’Italia civile e democratica che resiste!

Tanti gli interventi dal palco approntato nell’accogliente ”auditorium” all’aperto attrezzato di gradinate  sito nell’area centrale del paese. L’intensa pioggia caduta per oltre settanta minuti sulle migliaia di persone convenute non ha fermato la manifestazione. Gli interventi, circa una ventina, in rappresentazione dell’articolato mondo istituzionale, sindacale, politico e civile partecipante, senza protezione  di ombrelli, non si sono mai interrotti. Tra gli altri, hanno dato un importante contributo diversi sindaci di paesi della Locride.

Alcune immagini della manifestazione parlano più delle parole

domenico stimolo