Categoria: Iniziative

Serradifalco. La Luse organizza Giorno della Memoria proponendo la storia inedita di un partigiano serradifalchese della Resistenza francese.


SERRADIFALCO. Il 27 gennaio 1945, quasi alla fine della seconda guerra mondiale, i cancelli del campo sterminio di Auschwitz vennero spianati dai carri armati dalla 60 esima armata dell’esercito sovietico. Dal 2000 in Italia e dal 2005 in tutto il mondo, questa giornata è divenuta il “Giorno della Memoria”, una ricorrenza che dev’essere celebrata da tutti coloro che hanno responsabilità educative e culturali.

Per tale motivo la LUSE ha organizzato per venerdì 27 gennaio, alle ore 17,30, presso Palazzo Mifsud, un incontro per sottolineare il senso profondo di questa giornata che non può essere solo commemorativa, ma anche di conoscenza e di riflessione.

Nel corso della riunione il prof. Carmelo Locurto, racconterà la vicenda di Calogero Palumbo, un partigiano serradifalchese che ha combattuto con la resistenza francese. Palumbo venne catturato dai tedeschi e trovò la morte nel campo di sterminio di Hersbruck, in Germania.

Il museo di Auschwitz esclude la Russia dalla cerimonia per la liberazione dai nazisti: «La guerra in Ucraina è un atto barbarico»

Il portavoce del sito museale Piotr Sawicki: «Ci vorrà del tempo affinché Mosca torni al mondo civilizzato»

Il museo di Auschwitz ha escluso la Russia dall’imminente cerimonia per il 78esimo anniversario della liberazione da parte dell’Armata Rossa, il 27 gennaio del 1945, del campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau. Lo annuncia il portavoce del sito museale Piotr Sawicki all’Afp: «Data l’aggressione contro l’Ucraina libera e indipendente, i rappresentanti della Federazione Russa non sono stati invitati a partecipare alla commemorazione». L’evento avrà luogo questo venerdì. Ma a differenza degli anni precedenti in cui ha sempre partecipato, quest’anno Mosca non ci sarà. «Era ovvio che non potessi firmare alcuna lettera all’ambasciatore russo con un tono invitante, dato il contesto attuale. Spero che cambierà in futuro, ma abbiamo ancora molta strada da fare», ha commentato Sawicki. Ci vorrà poi del tempo, secondo il portavoce del museo, affinché Mosca «faccia un autoesame molto profondo dopo questo conflitto per tornare ai raduni del mondo civilizzato». Per il museo, infatti, l’invasione in Ucraina è un «atto barbarico». Auschwitz-Birkenau è diventato un simbolo del genocidio della Germania nazista. E il 27 gennaio si celebra la Giornata della memoria, per le vittime dell’Olocausto.

Fonte: https://www.open.online/2023/01/25/russia-esclusa-cerimonia-liberazione-auschwitz/

ANPI BAGHERIA RICORDA I DEPORTATI POLITICI

Il 27 gennaio è la Giornata internazionale della Memoria.


Si ricorda l’eliminazione sistematica di più di sei milioni di persone negli anni della seconda Guerra mondiale, da parte dei nazisti con la collaborazione dei fascisti italiani.


Si trattava di ebrei, disabili, rom, oppositori politici, omosessuali, prigionieri di guerra costretti a vivere nei campi di concentramento e di sterminio poi fatti morire tra stenti, fame, colpi di pistola o fucile, per incenerimento nelle camere a gas.
Si ricordano inoltre tutti coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. ( Legge 211 del 2000).


Tra i 50.000 prigionieri di guerra che caddero in quelle circostanze, ricordiamo 3 soldati, classificati come deportati politici in campi di sterminio tedeschi.
Si tratta di:
– Fiorentino Michele, lavoratore agricolo, Casteldaccia (PA) l’11/11/191.
Giunto a Dachau il 13/10/1943 viene classificato come Schutz, numero di matricola 56610. Trasferito successivamente a Buchenwald, muore a Ortelsbruvk, sottocampo di Buchenwald, il 22/03/1944 o il 15/03/1944;
– Di Martino Onofrio, lavoratore agricolo, nato a Casteldaccia (PA) il 26/10/1914, giunto a Mauthausen il 26/10/1944 viene classificato come Berufverbrecher/Gedenskstatte di Mauthausen numero di matricola 76429. Muore a Mauthausen il 05/12/1944;
– Damiano Giovanni, lavoratore agricolo, nato ad Altavilla Milicia (PA) il 16/06/1917, giunto a Mauthausen il 13/1/1944 viene classificato come “Politico”, numero 42063. Muore ad Ebensee il 15/03/1945.
(Storie tratte dal libro di Giovanna D’Amico, I siciliani, deportati nei campi di concentramento e di sterminio nazisti 1943-1945, Sellerio Palermo, 2006).
Nel frattempo, Anpi Bagheria sta attuando delle ricerche sugli internati militari italiani (IMI) ed ha individuato alcuni deceduti: Aiello Giuseppe, Guttuso Francesco, Martorana Nicolò, Fricano Salvatore, Sciortino Giovanni, Balistreri Stefano, Tomasello Antonino, Toia Domenico ( Bagheresi) e Sanfilippo Matteo (Flavese).

L’Anpi, sezione di Bagheria – Casteldaccia – Altavilla Milicia – Santa Flavia, nel giorno della memoria invita la cittadinanza e le amministrazioni dei suddetti comuni a partecipare ad una iniziativa volta ad approfondire le figure di questi caduti e a riflettere insieme sul valore della memoria oggi, strumento necessario per costruire un futuro in cui mai più accadano le barbarie avvenute durante la seconda guerra mondiale.

All’iniziativa prenderanno parte amministratori locali dei comuni interessati, ricercatori e rappresentanti della segreteria provinciale della nostra associazione.

Interverranno:

Rosanna Romanazzi – Presidente sezione Anpi Bagheria
Carlo Verri – docente di storia contemporanea UNIPA

Modera

Federico Guzzo – Vice presidente – Segretario sezione Anpi Bagheria

Conclude

Fausto Clemente – Segreteria provinciale Anpi Palermo

In programma ci saranno letture di brani relativi al dramma della Shoah. 27 gennaio. Ore 17 Villa Cattolica Bagheria (Pa’)

Arriva il Giorno della memoria e già si alza il coro: non bisogna dimenticare!

Arriva il Giorno della memoria e già si alza il coro: non bisogna dimenticare!

E invece si è già dimenticato da un pezzo.

Gli oppositori politici, che costituivano la grande maggioranza delle vittime italiane dei lager nazisti, infatti, non trovano spazio alcuno nella narrazione pubblica: sono già dimenticati, anche dalle più alte cariche dello stato, che in occasione del 27 gennaio riservano la loro attenzione esclusivamente alla Shoah, lo sterminio degli ebrei.

I NUMERI

Per capirci, converrà provare a ricordare poche essenziali cifre. Gli italiani deportati nei campi gestiti dalle SS – Auschwitz, Mauthausen, Dachau, Ravensbrück e gli altri – che furono diversi dai campi di internamento dei militari o dai campi di lavoro, furono circa 40mila. Circa 8mila furono gli ebrei, interi gruppi famigliari, presi con anziani, donne e bambini, tutti ugualmente identificati come «nemici irreconciliabili» (definizione di Mussolini) del fascismo e del nazismo.

Gli altri, oltre 30mila, non erano ebrei; vennero bollati in grandissima maggioranza dai loro carnefici come “politici”. Erano a vario titolo oppositori del fascismo e del nazismo; quelli, per usare una espressione di Liliana Segre, che avevano fatto la scelta di non essere indifferenti di fronte al fascismo.

Nei campi furono uccisi circa 7mila ebrei e circa 10.500 “politici”.

Oltre 23mila furono i “politici” deportati dall’Italia nei campi del Reich, oltre i confini nazionali; quasi un altro migliaio di italiani arrivò negli stessi campi dalla Francia, dalla Germania, dal Belgio. Molte altre migliaia – probabilmente quasi 10mila – si fermarono nei campi delle SS in Italia, soprattutto a Bolzano e alla Risiera di San Sabba. In quest’ultimo lager, alla periferia di Trieste, furono rinchiusi e spesso uccisi migliaia di uomini e donne, ma il loro numero e la loro identità probabilmente non li conosceremo mai.

Tra i deportati troviamo ben 650 persone che erano già state schedate dal regime nel Casellario politico centrale: antifascisti della prima ora, “attenzionati” fin dagli anni Venti o Trenta, spesso a lungo incarcerati, confinati, perseguitati.

La loro vicenda umana e politica non fa notizia, non commuove, non interessa. Sono anni che l’università italiana non dedica un corso alla deportazione politica, che non si propongono tesi di laurea o dottorati sull’argomento.

Detto in estrema sintesi, la cultura italiana ha rimosso il tema. Cerchereste invano uno studio recente nato in una università italiana su Mauthausen, dove furono uccisi due terzi degli italiani che vi furono deportati. Nessuno da noi studia il campo di Ravensbrück, dove furono concentrate soprattutto le donne; nessun corso è dedicato a Dachau, a Flossenbürg, a Buchenwald. Questi lager per la cultura italiana semplicemente non sono esistiti.

Qualche anno fa l’Aned – Associazione Nazionale Ex Deportati nei campi nazisti – ha stanziato 20mila euro per sostenere ricerche e studi in ambito universitario sulla deportazione politica. Quella somma è ancora lì, intatta; alle università il tema non interessa, nemmeno in presenza di un potenziale cofinanziatore.

In Francia, in Germania, in Olanda e in altri paesi europei le cose vanno diversamente. La deportazione dei resistenti è ancora oggetto di studi e di pubblicazioni.

Ovviamente il genocidio nazista degli ebrei ha una sua forte specificità, fa caso a sé. L’idea che dei bambini, addirittura dei neonati, così come dei vecchi inabili presi negli ospizi potessero essere considerati da Hitler nemici così pericolosi da meritare lo sterminio sistematico solo perché ebrei, è una mostruosità di cui bisogna conservare imperitura memoria, e sono ovviamente più che auspicabili gli studi, gli approfondimenti che ne indagano ogni aspetto. Questo non giustifica però la damnatio memoriae degli uomini e delle donne che viaggiarono sugli stessi vagoni merci, che ebbero la stessa fame, che furono vessati, umiliati e uccisi negli stessi lager in quanto oppositori del fascismo.

La Shoah e la deportazione politica, a ben vedere, furono due aspetti del medesimo piano nazista di dominio sul mondo. E la loro storia è indissolubilmente legata. Lo ricordò lo stesso Primo Levi, nella sua celebre lettera Al Visitatore di Birkenau: «La storia della deportazione e dei campi di sterminio, la storia di questo luogo», scrisse, «non può essere separata dalla storia delle tirannidi fasciste in Europa: dai primi incendi delle Camere di Lavoro nell’Italia del 1921, ai roghi di libri sulle piazze della Germania del 1933, alla fiamma nefanda dei crematori di Birkenau, corre un nesso non interrotto».

Una voce nel vento, anche quella di Primo Levi. Come mai? Come si è arrivati a questa clamorosa rimozione?

Io penso che la cosa abbia a che fare con una certa lettura della storia del fascismo, propria delle destre: quella secondo cui Mussolini «ha fatto anche cose buone», che fu «un grande statista» ma che certo commise «l’errore imperdonabile» di varare le leggi antiebraiche.

Se ci si fa caso la narrazione del Giorno della Memoria, sui media italiani, prende sempre le mosse dal 1938, anno in cui, appunto, furono emanate quelle leggi che si dicono «imperdonabili».

Altra cosa sarebbe per quella stessa destra fare i conti sul serio con l’essenza criminale del regime di Mussolini, nato nella violenza politica e cresciuto con l’abolizione di ogni libertà democratica e con la preparazione di quella guerra che sarebbe costata all’Italia e al mondo decine di milioni di vittime.

Fare i conti con questa memoria vorrebbe dire anche per tanti eletti nel nostro parlamento prendere atto di una incompatibilità totale tra la nostalgia per quel regime e un ruolo personale nelle istituzioni della Repubblica. Perché è naturalmente vero che le leggi antiebraiche del 1938 furono un crimine imperdonabile. Ma non si trattò di un fulmine a ciel sereno. Migliaia di antifascisti – mio padre e mio zio tra di loro – nel 1938 avevano già finito di scontare una condanna a molti anni di prigione inflitta dal Tribunale Speciale per motivi politici. Ogni libertà era stata soppressa fin dal 1926. Don Minzoni, Giacomo Matteotti, Giovanni Amendola, i fratelli Rosselli e centinaia di altri antifascisti erano già stati ammazzati da un pezzo dai criminali in camicia nera.

La presidente Giorgia Meloni si commuove ricordando le vittime del razzismo fascista, e la cosa le fa onore. Sarebbe lecito attendersi però una parola di solidarietà anche per gli oltre 5mila uomini e donne condannati dal Tribunale Speciale; per le decine di fucilati –fucilati, sì – dal regime di Mussolini; per le decine di migliaia di connazionali che i fascisti italiani braccarono e arrestarono prima di consegnarli agli alleati nazisti, nei lager.

E invece la commozione degli esponenti della destra italiana fino a lì non riesce a spingersi. Non ce la fa proprio. Il guaio è che questa visione delle cose ha conquistato la grande maggioranza dei commentatori, che ad essa si adeguano, in aperta violazione del dettato della legge istitutiva del Giorno della Memoria, che prevede che si organizzino «cerimonie, iniziative, incontri (…) su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti».

Se qualcuno volesse vincere con certezza potrebbe scommettere che di tutto questo non si parlerà anche nel prossimo Giorno della Memoria. È una rimozione sulla quale si interrogano anche tanti esponenti tra i più avveduti del mondo ebraico: si possono condannare le leggi razziali senza condannare recisamente il fascismo che le varò? Illuminante, per esempio, il recente intervento di Noemi Di Segni, presidente dell’Ucei: «La condanna delle leggi razziali come male assoluto che abbiamo ascoltato in questi giorni con grande attenzione non può essere selettiva e avulsa dalla considerazione di ciò che il regime fascista ha compiuto nell’intero ventennio. (…) La condanna che attendo di ascoltare (…) è del fascismo nel suo insieme».

Non tutti gli intellettuali italiani, non tutti i docenti delle nostre università, ovviamente, condividono quella lettura della storia. Ma è un fatto che anche chi non la condivide con ogni evidenza tace e si adegua.

DARIO VENEGONI

Giulio Regeni: la ferita è ancora aperta

Alle 19.41 del 25 gennaio 2016 il ricercatore italiano Giulio Regeni invia un sms alla fidanzata in Ucraina. Poco dopo, la studentessa Noura Wahby, che Giulio aveva conosciuto nel 2014 a Cambridge, ne denuncia la scomparsa sul proprio profilo facebook.

Chi era Giulio e come è morto

Nato a Trieste il 15 gennaio 1988 e cresciuto a Fiumicello, in provincia di Udine, Giulio aveva studiato a lungo all’estero e al momento del rapimento stava conseguendo un dottorato di ricerca presso il Girton College dell’Università di Cambridge. Il ritratto che amici e parenti hanno fatto di lui è unanime: una “bella persona”’, un giovane “determinato, ma solidale”.

Il corpo nudo e atrocemente mutilato del ragazzo viene ritrovato il 3 febbraio successivo in un fosso lungo la strada del deserto alla periferia del Cairo. Il corpo mostra segni evidenti di tortura: contusioni, abrasioni, lividi estesi compatibili con lesioni da calci, pugni, colpi di bastone. Si contano più di due dozzine di fratture ossee, tra cui sette costole rotte, tutte le dita di mani e piedi, così come entrambe le gambe, le braccia e scapole, oltre a cinque denti rotti.

Pochi giorni dopo il ritrovamento la mamma Paola diceva:

L’ultima foto che abbiamo di Giulio è del 15 gennaio, il giorno del suo compleanno, quella in cui lui ha il maglione verde e la camicia rossa. Non si vede, ma davanti a lui c’è un piatto di pesce e intorno gli amici, perché Giulio amava divertirsi. Il suo era un viso sorridente, con uno sguardo aperto. È un’immagine felice”. Poi c’è un’altra immagine. Quella che “con dolore io e Claudio cerchiamo di sovrapporre a quella in cui era felice”, quella all’obitorio. “L’Egitto ci ha restituito un volto completamente diverso. Al posto di quel viso solare e aperto c’è un viso piccolo piccolo piccolo, non vi dico cosa gli hanno fatto. Su quel viso ho visto tutto il male del mondo e mi sono chiesta perché tutto il male del mondo si è riversato su di lui. All’obitorio, l’unica cosa che ho ritrovato di quel suo viso felice è il naso. Lo ho riconosciuto soltanto dalla punta del naso.

La ricerca di verità e giustizia

Solo il 10 dicembre 2020 la Procura della Repubblica di Roma chiuderà le indagini preliminari. Saranno rinviati a giudizio quattro ufficiali della National Security Agency, il servizio segreto interno egiziano. I reati contestati comprenderanno sequestro di persona pluriaggravato, concorso in lesioni personali gravissime e omicidio.

Il 14 ottobre 2021 inizia il processo. La Presidenza del Consiglio si costituisce parte civile, ma il procedimento subisce un rinvio dalla Corte d’Assise poiché gli imputati “non erano stati notificati”. Una decisione confermata nel luglio dell’anno successivo.

È “una ferita per tutti gli italiani” è il commento di mamma Paola che pochi giorni fa, in occasione del 35° “non compleanno” di Giulio pubblicava l’immagine di una torta a più strati, con in cima la scritta “Giulio 35” e subito sotto la richiesta di Giustizia e Verità. 

La torta è gialla, come lo striscione “Verità per Giulio Regeni” che dal giorno del suo ritrovamento nel febbraio del 2016 ha fatto il giro del mondo mettendo in crisi governi, relazioni internazionali, noti giornali, una importantissima università inglese.

“In Egitto – scrivevano ormai qualche anno fa mamma Paola e papà Claudio – 3/4 persone al giorno scompaiono. Alcune vengono fatte ritrovare morte. Alcune riappaiono anche anni dopo con un arresto firmato in quel momento. Moltissimi invece non riappaiono più. Noi ci auguriamo che tutte le persone che lo hanno spiato, tradito, seguito, torturato, quelli che hanno scaricato il suo corpo, che ne hanno coperto le tracce, che hanno ucciso cinque innocenti dopo e che continuano a mentire oggi parlino. (…) si facciano vivi perché (…) abbiamo bisogno di verità!”.

Abbiamo bisogno di verità e giustizia, anche per Giulio, purtroppo non solo per Giulio.

Fonte: https://www.collettiva.it/copertine/diritti/2023/01/25/news/giulio-regeni-egitto-2657257/

Caltanissetta. Il prefetto di Caltanissetta consegnerà 15 medaglie d’onore ai deportati IMI nisseni.

In occasione della Giornata della Memoria, il 27 gennaio 2023 il prefetto di Caltanissetta, Dott.ssa Chiara Armenia consegnerà quindici medaglie d’onore conferite dal Presidente della Repubblica ai famigliari di ex deportati della provincia nissena: Salvatore Addamo. Luciano Arcarese, Giovanni Bisso, Vito Caci, Pasquale Chiolo, Salvatore Giuliana, Gaetano Lo Bue, Calogero Lumia, Luigi Pagano, Giuseppe Pilato, Giuseppe Quattrocchi, Angelo Riggi, Giuseppe Sessa, Calogero Taormina, e Mariano Valenti. Un riconoscimento per tutte violenze che hanno subito questi soldati siciliani durante la seconda guerra mondiale solo perché hanno detto NO a qualsiasi forma di collaborazione con l’esercito nazista o quella della Repubblica sociale italiana. Infatti molti soldati italiani vennero arrestati in Grecia e Albania è deportati nei campi prigionia considerati come IMI (Internati Militari Italiani), costretti al lavoro coatto e qualsiasi forma di privazioni e violenze dai soldati delle SS. Un lungo processo di ricerca che sta conducendo negli ultimi anni il Comitato provinciale dell’ANPI di Caltanissetta guidato da Giuseppe Cammarata, con l’ausilio di tutte le sezioni locali operanti nei diversi comuni nisseni. Storie di uomini che rischiavano di perdersi nella memoria collettiva. Per questo il Comitato Anpi di Caltanissetta è impegnata nella ricerca storica e nella sua divulgazione con gli istituti scolastici e con manifestazione a carattere culturale. “Chiediamo la collaborazione di tutte le famiglie della provincia nissena-dice Cammarata – affinché possiamo ricostruire la storia dei deportati e in più rimaniamo a disposizione per attuare le richieste per medaglie donore Imi”.

Fonte: https://www.seguonews.it/giornata-della-memoria-il-prefetto-di-caltanissetta-consegnera-15-medaglie-ai-familiari-di-ex-deportati

Il Giorno della Memoria: le iniziative dell’ANPI. Pagliarulo: “Ma un giorno non basta, c’è bisogno di formazione civile, conoscenza e coscienza”

In occasione del 27 gennaio, Giorno della Memoria, Comitati provinciali e Sezioni ANPI hanno promosso iniziative in tutta Italia: sono oltre 150 e continuano a crescere. I programmi sono disponibili su https://www.anpi.it/eventi/. Il 26 gennaio alle 18 sulle pagine Fb Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – ANPI e ANED – Associazione Nazionale ex Deportati nei Campi nazisti verrà pubblicato il video-racconto delle deportazioni e di chi vi si oppose “NOI VI RICORDIAMO”, curato da ANPI e ANED nazionali, con interventi della scrittrice Edith Bruck, del Presidente nazionale ANPI, Gianfranco Pagliarulo, del Presidente nazionale ANED, Dario Venegoni, degli storici Isabella Insolvibile e Bruno Maida e di Dijana Pavlovic, attrice e attivista per i diritti umani. E un contributo dell’attore Fabrizio Gifuni.

Il Presidente nazionale ANPI, Gianfranco Pagliarulo, sottolinea: “Guai a noi! Guai a noi se dimenticassimo la Shoah. Qualche giorno fa Liliana Segre ha lanciato un allarme, ha detto che sente spesso persone che dicono: “basta con questi ebrei, che cosa noiosa, oramai lo sappiamo”. Liliana Segre ha ragione. Il 27 gennaio, Giornata della Memoria. Non è sufficiente. C’è bisogno di qualcosa in più? No; c’è bisogno di qualcosa di meglio. Non basta la liturgia. C’è bisogna di formazione civile. C’è bisogno di conoscenza, di coscienza e di comportamenti adeguati. Spesso oggi la conoscenza è negata, la coscienza è latitante e i comportanti mancano. Parlo in primo luogo della catastrofe della Shoah. Ma parlo anche, per esempio, dei deportati politici italiani e di tutta Europa che sono stati cancellati da decenni dalla memoria collettiva”

L’Ufficio stampa Anpi

LAGER di MAUTHAUSEN

Il Lager di MAUTHAUSEN ( con con i suoi sottocampi) fu uno dei principali ” luoghi” di morte per la ” categoria ” di italiani classificati dai nazifascisti: oppositori politici , cioe’ partigiani o amici/ compagni dei partigiani che si batteva o contro i fascisti e i nazisti che avevano occupato l’ Italia.
Stante la ricostruzione effettuata da Vincenzo Pappalettera nel libro ” Tu passerai per il camino” i nominativi di italiani ammazzati sono 4518. Lo stesso autore afferma che l’ elenco e’ parziale.
Si veda:
http://www.adamoli.org/progetto-ocr/deportati-mauthausen/PAGE0064.HTM

Sul ” mestiere” di assassinamento plumero del Lager di MAUTHAUSEN ( e dei suoi numerosi sottocampi di morte) in oggetto, per approfondimenti:
https://deportati.it/lager/mauthausen/sottocampi_mauth/

I deportati italiani, complessivamente – uomini e donne- furono quasi 45.000 ,( i cittadini di religione ebraica circa 8000), tornarono in alcune migliaia .
Per approfondimenti:
https://deportati.it/archivio-storico/geografia_tibaldi/

Inoltre bisogna aggiungere gli IMI – Internati Militari Italiani- che, dopo l’ armistizio dell’ 8 settembre 1943, furono presi prigionieri dai tedeschi – in Italia e in altre aree europee- e rinchiusi nei campi di concentramento.
Morirono in quasi 50.000.

( Domenico Stimolo)