Categoria: Iniziative

“È FESTA D’APRILE”: QUATTRO GIORNATE DELL’ANPI ALL’I.I.S. “VERONA TRENTO – MAJORANA”

di Sostine Cannata

L’Anpi Sez. Com. “Aldo Natoli” e l’Anpi Provinciale di Messina insieme all’Istituto di Istruzione Superiore “Verona Trento – Majorana” organizzano quattro giornate di formazione per gli allievi dell’Istituto, dal titolo emblematico “È Festa d’Aprile”, con un chiaro riferimento alla Festa della Liberazione che la Repubblica celebra il 25 aprile.

La Dirigente Simonetta Di Prima e i suoi docenti collaboratori hanno accolto di buon grado la proposta dell’Anpi, il cui delegato all’organizzazione Giuseppe Martino (membro del Direttivo Provinciale) definisce come “primaria per l’attività associativa, poichè le scuole sono il serbatoio naturale dal quale attingere la linfa vitale per il processo di realizzazione e messa in pratica della Costituzione Italiana, che della Repubblica è la spina dorsale e affonda le proprie radici nella lotta di Liberazione dal nazi-fascismo.”

Agli incontri parteciperanno gli alunni delle prime e delle quinte classi e si troveranno di fronte, in streaming, alcuni tra i soci Anpi messinesi che converseranno con loro e con linguaggio adeguato all’età degli alunni presenteranno alcuni argomenti di profonda attualità:

Il Prof. Antonino Baglio (Prof. di Storia Moderna dell’UniMe) parlerà de “Il Ventennio fascista” alle quinte classi;

Il Prof. Giuseppe Restifo (già Prof. di Storia Moderna dell’UniMe) si concentrerà su “Gli storici e la Resistenza”, ancora con un uditorio di quinte;

Il Prof. Beniamino Ginatempo (già Prof. di Fisica dell’UniMe) converserà su “Costituzione, Uguaglianza e Ambiente” con le classi prime;

Il Prof. Felice Scalia (Teologo e gesuita) inveterà i ragazzi delle prime a riflettere su “Ecologia e Fratellanza”.

Sempre nel mese di aprile sono previste altre due attività con le scuole: la prima organizzata dalla Sez. “Aldo Natoli” con l’Istituto “Manzoni-Dina & Clarenza” dove interverrà la Prof. Giovanna D’Amico, docente di Storia Moderna dell’UniMe e la seconda organizzata dalla Sez. Com. “Lidia Menapace” di Barcellona P. di G. e dal Liceo Medi, che vedrà tra gli altri la partecipazione dello Storico moderno Giuseppe Restifo.

Memoria di un uomo giusto: Giovanni Sarubbi

Ci ha lasciato improvvisamente pochi giorni fa una bella persona di grandi ideali: Giovanni Sarubbi. Ma ci rimane di lui il prezioso patrimonio di lucida analisi politica del tempo presente insieme a un nobilissimo esempio di costante solidarietà a fianco degli ultimi, dei non privilegiati.

Giovanni non esprimeva visioni ottimistiche: nei suoi giudizi, spesso molto taglienti, spronava a rifiutare la miseria e lo squallore del presente, ma sempre a costruire un diverso futuro dell’essere umano e della società. Sapeva essere implacabile come pochi nell’attaccare le forme moderne di potere corrotto, oppressivo e onnipotente come quello capitalistico e finanziario. Si poneva sempre, anche con tenerezza, dalla parte della liberazione e della difesa della dignità umana, opponendosi in modo intransigente ai vari poteri politici o anche, da uomo di fede, a quelli religiosi, ai quali non risparmiava le sue critiche. Pur convinto comunista, non sopportava l’ideologia che diventa sopraffazione, annichilimento e annullamento della persona.

La sua fede generosa e radicale lo portava a giudicare severamente i tradimenti di una Chiesa ammantata di privilegi e dominata dalla ricerca pervicace di accordi con il potere politico ed economico, sempre più lontana perciò, dal messaggio evangelico. Credeva fortemente nel dialogo e per questo organizzò la bellissima iniziativa della Giornata del Dialogo islamico-cristiano portata avanti per tanti anni.

Noi però vogliamo ricordarlo come amico anche per la sua instancabile vicinanza e solidarietà con il Centro di accoglienza di Vicofaro, dove collaboriamo con don Massimo Biancalani, che dal 2016 ha accolto nelle strutture della chiesa oltre duecento giovani africani provenienti perlopiù dalla fascia del Sahel. Giovanni lo sostenne non solo inviando generosamente aiuti concreti, ma anche con articoli lucidissimi, in cui denunciava gli attacchi infami dei razzisti e dei fascisti, insieme al silenzio complice e all’indifferenza feroce delle forze politiche “progressiste” e del mondo cattolico, uniti nella volontà di cancellare un’esperienza caratterizzatasi per la sua anomalia e radicalità nel non chiudere mai la porta a nessuno. Ricordiamo un’esperienza che ci accomunò, quando nell’ultimo Ramadan propose una trasmissione on line per riflettere insieme sul valore di questa fondamentale ricorrenza della religione musulmana: vi parteciparono, commossi e coinvolti, don Massimo, alcuni dei ragazzi accolti e dei collaboratori.

Siamo certi che la memoria di Giovanni ci accompagnerà e ci darà forza di Resistere nel nostro impegno.

Assemblea permanente antirazzista antifascista/Vicofaro

Tina Modotti: una partigiana italiana in Spagna


Tina Modotti, sorella, tu non dormi, no, non dormi: forse il tuo cuore sente crescere la rosa di ieri, l’ultima rosa di ieri, la nuova rosa”. Così recita una famosa poesia di Pablo Neruda dedicata alla fotografa italiana Tina Modotti, a cui ho voluto rendere omaggio realizzando un’opera artistica dal titolo: Red Tina. E` il mio prima lavoro realizzato con la tecnica della digital art che mescola la fotografia con la grafica e verrà presentato il 25 aprile 2021, in occasione della mostra virtuale “25 aprile: Liberta in Arte”, organizzata dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia regione Sicilia.

I due volti di Tina sono pervasi dalle luci e ombre della cromatura rossa,che ricopre l’intera immagine, metafora della passione di Tina, del suo amore per il palcoscenico, come attrice, fotografa, rivoluzionaria, partigiana. Un volto con gli occhi chiusi alla realtà, eppur sognanti, il cui animo fu insanguinato dalla morte il 5 gennaio 1942.

Tina Modotti nasce Udine il 17 agosto 1896. Nel giugno del 1913 lascia l’Italia, per raggiungere il padre a San Francisco, dove trova lavoro presso una fabbrica tessile. In quel periodo, si avvicina alla recitazione e nel 1918 sposa il pittore Robo. I due si trasferiscono a Los Angeles, dove Tina diventerà un’attrice famosa. Fin da subito è la modella del fotografo Edward Weston, da cui apprende l’arte della fotografia. Si trasferisce poi a Città del Messico, dove frequenta gli ambienti del Partito Comunista Messicano. Apre uno studio fotografico e diventa in poco tempo una famosa ritrattista, ottenendo le attenzioni della famosa pittrice Frida Kahlo e del suo compagno Diego Rivera. Viene scelta come fotografa ufficiale del movimento muralista messicano.

Perseguitata per le sue idee politiche, Tina decide di partire con il compagno, Vittorio Vivaldi, per la Russia. Nel 1936, si trasferiscono in Spagna, e si arruolano come partigiani nelle Brigate Internazionali per contrastare la politica fascista di Francisco Franco. Nel 1939, dopo il collasso del Fronte Repubblicano e l’instaurazione del regime franchista, i due lasciano la Spagna per far ritorno in Messico, dietro falso nome.
Tina Modotti muore a Città del Messico, secondo alcuni in circostanze sospette.


Una storia, una vita, un’artista, libera dagli schemi sociali, tardivamente riscoperta dalla
storiografia. Tina Modotti è diventata la modella della mia opera per rammentare quello spirito di libertà che ha accompagnato l’anima di migliaia di uomini e donne unitisi in quell’epoca storica, per ribaltare l’autoritarismo della politica nazionalistica e dare origine alle nostre attuali democrazie, che devono continuare ad essere tutelate con la cultura della libertà.

Fonte: RED TINA: L’ULTIMA ROSA PER TINA MODOTTI DI GIUSEPPE GIANCARLO CALASCIBETTA, SCRITTORE FOTOGRAFO Il Giornale Italiano. Mensile. Aprile 2021. (Ginevra)

Così le mafie approfittano della pandemia di Paolo Lattanzio

– 6.4.21 – Manifesto

Senza diritti, senza lavoro buono, senza opportunità di vita, senza istruzione pubblica garantita e accessibile le mafie rimarranno un mostro invincibile.

L’aggressione mafiosa, e lo strapotere criminale nel nostro Paese, non nasce di certo nel Febbraio del 2020 con l’arrivo della pandemia da Covid-19.

Purtroppo, le radici delle mafie affondano nella profondità del tessuto sociale e delle relazioni di potere che governano l’Italia. Le mafie avevano trovato terreno fertile ed erano cresciute li dove le disuguaglianze, la povertà materiale ed educativa, la mancanza di opportunità, la debolezza del tessuto sociale, il controllo di quello imprenditoriale erano già accentuate. La pandemia, questa sciagurata pandemia, fa da acceleratore e moltiplicatore delle disuguaglianze, e quindi anche in ambito criminale le mafie diventano più forti ed al tempo stesso accentuano proprio quelle disuguaglianze, povertà e ingiustizie che ne avevano rappresentato i fattori abilitanti sul territorio.

Ed è qui che si deve intervenire, e investire, con grande forza per spezzare il circolo vizioso appena descritto.

Senza lavoro garantito, senza giustizia sociale, senza diritti per gli esclusi non è data possibilità di sconfiggere le mafie, che manterranno un esercito di riserva in continua espansione.

Nell’indagine condotta dal Comitato che presiedo all’interno della Commissione bicamerale Antimafia sui rapporti fra mafie e Covid è indicato questo punto di partenza come chiave di lettura per interpretare ciò che sta accadendo. Assistiamo a un grande aumento dell’aggressività mafiosa, che inizia a sfruttare le nuove nopportunità offerte dalla crisi sociosanitaria causata dal Covid-19

In particolare, risultano tre gli assi aggrediti dalle consorterie mafiose: le imprese, le comunità sociali e gli enti locali. Infiltrate, eterodirette e drogate di capitali sporchi le prime; minacciate, intimidite e aggredite le seconde; attaccati con tentativi di corruzione e intercettazione di fondi e appalti i terzi.

Queste sono le dinamiche che stiamo leggendo, in uno scenario da economia di guerra dove le mafie hanno in mano due risorse illimitate e immediate: la gigantesca liquidità accumulata con i traffici illeciti e le operazioni criminali da un lato, il tempismo nell’intervento, rispetto allo Stato, dall’altro. I risultati, non ancora palesi del tutto, sono un intervento forte in settori già infiltrati e la conquista di settori nuovi dell’economia legale, il coinvolgimento di un numero sempre più ampio di professionisti in grado di fare da volano per operazioni finanziarie complesse, un controllo sociale ancora più capillare legato all’aumento di povertà e preoccupazione per il futuro, anche a causa della cancellazione di molti posti di lavoro.

Per fronteggiare tutto questo, non basta l’eccellente lavoro dell’Antiriciclaggio, delle forze dell’ordine, delle procure. Serve un intervento sociale radicale, serve tornare ad investire nei fondi di coesione sociale e nei servizi di prossimità alla persona, serve recuperare e far emergere il lavoro nero, per dare garanzie a lavoratori e lavoratrici e colpire al tempo stesso gli sfruttatori.

L’aumento delle segnalazioni di operazioni sospette, tracciate da Banca d’Italia, ci parla di rischi sempre più ampi per la nostra economia, infiltrata da denaro e componenti di organizzazioni criminali, ma anche da prestanome che gestiscono in conto terzi attività criminali che minano alla base la possibilità di fare impresa e di crescere di interi territori.

Nessuno di noi è esentato dalla lotta alle mafie, soprattutto adesso. La relazione che ho presentato in Commissione è un grido di allarme ma al tempo stesso un programma di lavoro, il primo sul tema dell’antimafia, elaborato in un ambito politico. È una proposta ricca di policy e di suggerimenti al governo, perché si impegni per interventi diretti e coraggiosi, con portata di sistema e non più solo emergenziale, centrato sulla prevenzione oltre che sulla repressione.

La lotta alle mafie, e da ultima quella in Puglia nella provincia di Foggia, dimostrano che solo una squadra-Stato larga e coesa, di cui torni a far parte un’antimafia sociale rinnovata e diffusa, non più solo elitaria e spontaneistica, può davvero sferrare un attacco decisivo, e non più solo dir esistenza difensiva, contro le mafie che con la pandemia, finita la fase di attendismo, rischiano davvero di mangiarsi tutto ciò che abbiamo costruito in ambito economico e di diritti sociali.

Eliana Giorli La Rosa: una vita per la Libertà!

GIORLI Eliana nata a Poggibonsi (Siena) il 6 ottobre 1926, durante la Resistenza fu staffetta partigiana e componente del GDD (Gruppi di Difesa delle Donne). Agli inizi degli anni 50 fu inviata dal Pci, partito dove militava, a Milazzo a sostegno della struttura politica locale.

GDD (Gruppi di Difesa delle Donne)
Qui vi incontra Tindaro La Rosa, avvocato, dirigente del Pci e successivamente vicesindaco di Milazzo. Poco tempo dopo ne diventa la moglie. La Rosa è impegnato direttamente nella guida delle lotte contadine dell’area del milazzese, in una fase storica caratterizzata dallo sfruttamento più brutale e dalle miserrime condizioni di vita dei lavoratori in agricoltura.
Eliana Giorli fu organizzatrice, assieme al marito, delle lotte delle gelsominaie.
Già dagli anni 30 del novecento la piana del milazzese era caratterizzata da enormi distese di gelsomini. Per vari decenni lavorarono oltre duemila donne. Poi, alla fine degli anni 70, l’attività si concluse; nel frattempo era stata costruita la grande raffineria chimica a ridosso di Milazzo.
Fu quello delle gelsominaie un’attività – esclusivamente di donne, dato le dimensioni delle mani – caratterizzata da condizioni lavorative di grandissimo disagio e sfruttamento. Molte volte venivano utilizzate ragazzine. Il gelsomino rappresentava la materia prima per la produzione di molti profumi, in particolare era molto consistente l’esportazione in Francia. Il lavoro si svolgeva nel periodo estivo e autunnale. Spesso le donne si portavano i bambini nei campi di raccolta, dentro delle ceste. Per il mantenimento della fragranza e dell’interezza dei gelsomini si iniziava nel cuore della notte, a partire dalle due, si restava in attività fino a quando il sole non iniziava a diventare caldo. Venivano ingaggiate dai “caporali” nei luoghi di riferimento. Lavoravano scalze, sempre curve, immerse negli acquitrini e nell’umidità. Le lavoratrici venivano pagate in funzione del peso raccolto, l’unità di base era il kilogrammo.
Poi, a partire dal 1946, si ruppe il silenzio, i ricatti, lo schiavismo. Iniziarono le rivendicazioni e intense lotte sindacali con molti scioperi. Durarono diversi anni, arrivarono anche le repressioni. Fu in questa fase che iniziò il diretto impegno operativo organizzativo, sui campi di raccolta e nelle case, di Eliana Giorli. Molte donne divennero volano di riferimento nell’aggregazione collettiva. Si conquistarono migliori condizioni di lavoro e di salario. Rivendicarono, ottenendole, stivali, grembiuli, cesoie, paghe più alte, abbassamento dell’orario lavorativo, riconoscimento dei contributi previdenziali, diritto alla disoccupazione.


Nel 2016 da parte del Comune di Milazzo è stata insignita di benemerenza civile. Nel 2018, all’età di novantuno anni è stata eletta consigliere comunale a Monforte San Giorgio – provincia di Messina -, con 51 voti di preferenza. Un paese di 2733 abitanti, sito a 260 metri di altezza, ai piedi dei monti Peloritani.
La sua, parimenti a tante altre donne nate e forgiatosi nel corso del Novecento durante la fase più tragica del nostro recente comune percorso: gli anni terribili della guerra e della dittatura fascista, è la storia di Chi non si è mai arresa alle sopraffazioni e alle violenze. Mai doma, è sempre stata in prima fila nelle lotte, prima per la Liberazione d’Italia dal nazifascismo, poi nelle battaglie sindacali, quella più dure, a fianco dei contadini, dei braccianti, delle donne lavoratrici. (Informazioni da Anpi Palermo).
Eliana Giorli La Rosa è morta a Taormina (Me) il 22 febbraio 2020, all’età di 93 anni. Nello stesso anno il 30 luglio è stata a lei intitolata la nascente sezione comunale Anpi di Milazzo.

NASCE A BARCELLONA POZZO DI GOTTO LA SEZIONE ANPI “LIDIA BRISCA MENAPACE”, PRESIDIO ANTIFASCISTA

di Sostine Cannata

Costituita a Barcellona Pozzo di Gotto la sezione comunale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. La sezione è dedicata a Lidia Brisca Menapace, partigiana, antifascista, femminista e pacifista. Scomparsa recentemente, Lidia lascia una grande eredità politica e culturale che il gruppo barcellonese degli iscritti Anpi intende raccogliere e coltivare. Primo obiettivo che si pone la neocostituita associazione è quello di curare la memoria storica dell’antifascismo locale attraverso il recupero dei racconti familiari e la ricostruzione di un passato che troppo spesso è stato ignorato o falsato nella storiografia locale.

Il direttivo eletto durante l’assemblea è così composto: Tindaro Bellinvia (Presidente), Elisa Calabrò (Vice Presidente), Giovanni Mazzeo (Responsabile amministrativo), Antonio Gitto (Segretario), Isabella Di Santo (Delegata scuola), Patrizia Mastroeni (Delegata immigrazione e discriminazioni), Lina Panella (Delegata Università).

Nei prossimi giorni l’Anpi Barcellona Pozzo di Gotto renderà noto il programma dettagliato per la celebrazione del 25 aprile.

La nascita dell’Associazione Comunale di Barcellona Pozzo di Gotto è il sintomo che la strada intrapresa dall’Anpi Provinciale messinese, con alla guida il Presidente facente funzione Fausto Clemente e tutto il direttivo provinciale, sia quella giusta, capace di mettere insieme intelligenze e cuori – come nel caso di Barcellona – che in passato e ancora oggi hanno fatto e fanno parte di associazioni, movimenti, partiti, ecc. che hanno espresso ed esprimono sensibilità differenti, comunque appartenenti alla galassia antifascista.

La nascita della nuova Sezione porta il numero delle Sezioni Anpi presenti nel territorio provinciale a tre: quella di Messina “Aldo Natoli”, Presidente Patrizia Caminiti, quella di Milazzo “Eliana Giorli”, Presidente Dario Russo e questa di Barcellona P.G. “Lidia Brisca Menapace”, Presidente Tindaro Bellinvia.

Catania storia. I martiri della rivoluzione fascista.

Catania 23 marzo…….il monumento al boschetto della Plaja che durante la dittatura fu dedicato anche ai “ martiri della rivoluzione fascista”

Raccontano le cronache, riportate dal quotidiano “ La Sicilia” in un articolo dell’edizione catanese del 23 marzo, che domenica 21 marzo da parte degli aderenti “ all’associazione culturale Uzeda” è stato effettuato un presidio ( la fotografia pubblicata mostra una quindicina di partecipanti) in un luogo del boschetto della Plaja – la rinomata località di mare a ridosso della città – davanti al monumento dedicato ai caduti della grande guerra ( 1915-1918).

In una nota stampa diramata dall’associazione suddetta viene puntualizzato : “ L’area del Boschetto della Plaja è frutto di un rimboschimento del periodo fascista. In quegli anni ogni città italiana era dotata di un parco della rimembranza per tutti i caduti della Grande Guerra ( …..quella dei seicento mila morti italiani fatti sacrificare). Concetto che venne esteso, nel corso del Ventennio, ai martiri della Rivoluzione fascista. Il monumento è stato fatto inaugurare nella nuova veste, presumibilmente in occasione della visita a Catania di Benito Mussolini, nell’agosto del 1937”.

La scelta della data è già fortemente significativa. Infatti nella memorialistica fascista la data del 23 marzo ( due giorni dopo dell’evento catanese) ricorre l’anniversario ( 1919) della nascita del movimento dei Fasci di Combattimento a Milano, piazza S. Sepolcro.

Ma chi furono i cosiddetti “ martiri fascisti”?

Furono i componenti delle bande fasciste, detto anche squadriste che dal 1919 alla marcia su Roma – ottobre 1922 – rimasero uccisi durante i continui e drammatici assalti ai luoghi che caratterizzavano la democrazia italiana.

Infatti i tre anni che precedettero la cosiddetta “ Marcia su Roma” ( organizzate dalle squadre fasciste che a decine di migliaia convennero a Roma il 28 ottobre 1922 su decisione di Mussolini e del quadrumvirato – Bianchi, De Bono, Balbo, De Vecchi – che ordinarono l’insurrezione armata fascista per dare il colpo finale allo stato liberale) furono precedute dalla messa in opera dalle bande armate degli squadristi, potentemente armate di un clima di terrore, di scientifiche, efferate e diffusissime violenze che si consumarono in tutto il territorio nazionale contro i cittadini, uomini e donne, militanti delle organizzazioni politiche di sinistra, cattoliche, liberali, delle strutture sindacali, leghe contadine e cooperative, e contro gli organi di stampa che in maniera precisa volevano difendere la democrazia in Italia.

Contemporaneamente furono metodicamente assaltate e devastate migliaia di sedi e strutture politiche e sindacali. Purtroppo in molti casi le forze di polizia e carabinieri svolsero un ruolo “ benevolmente neutrale”. In non poche occasioni assunsero preciso ruolo di supporto attivo agli atti compiuti dagli squadristi.

Molti storici concordano nell’assommare a quasi tremila le vittime provocate dalla violenza fascista. Decine di migliaia i feriti – 40.000 solo nel 1921 -.

Nello stesso periodo 20.000 antifascisti sono costretti ad abbandonare l’Italia per sfuggire alla violenza omicida fascista.

Solo dal 1° gennaio 1921 al l’1 settembre dello stesso anno i fascisti distrussero:

17 tipografie di giornali, 59 Case del Popolo, 119 Camere del Lavoro, 107 Cooperative, 83 Leghe Contadine, 8 Società di Mutuo Soccorso, 141 sezioni e Circoli comunisti e socialisti, 100 Circoli di Cultura, 10 biblioteche popolari e tatri, 1 Università popolare, 28 sedi di sindacati operai, 53 Circoli operai e ricreativi, per un totale di 726 sedi di organizzazione dei lavoratori.

PER NON DIMENTICARE!

Con la “ Marcia su Roma” calò sulla democrazia e sui cittadini il cappio sanguinario di repressione e piombo che in maniera scientifica fu perpetrato durante il ventennio della Dittatura fascista.

LA LIBERTÀ’ RITORNERÀ’, CONQUISTATA DURAMENTE, IL 25 APRILE DEL 1945.

a cura di Domenico Stimolo

Argentina: 45 anni fa la strage dei desaparecidos

Parla il ministro Carlos Bernardo Cherniak, incaricato d’Affari dell’ambasciata argentina a Roma: la giunta militare, il passaporto diplomatico di Licio Gelli, il dramma dei “desaparecidos”, la conquista della democrazia.

24 marzo di quest’anno, 44° anniversario del colpo di Stato in Argentina. Nel 1976 andò al potere una giunta militare che, in breve tempo, distrusse ogni opposizione attraverso una repressione feroce e sanguinaria che causò decine di migliaia di vittima. Quegli anni terribili sono rimasti nella memoria, fra l’altro, per il fenomeno dei desaparecidos, di coloro – cioè – che venivano prelevati di notte da squadre di militari in borghese e fatti scomparire. In grande parte furono assassinati. Come si seppe tempo dopo, molti di questi furono gettati nell’oceano vivi e sotto l’effetto di droghe, spesso dopo aver subito torture, durante i cosiddetti “voli della morte” da parte di aerei militari. Non si contano le atrocità commesse dalla giunta nel corso di quella che è stata chiamata la “Guerra Sporca”, che ebbe – fra l’altro – complici e responsabili in molti membri della loggia massonica P2. La democrazia tornò nel 1983 col governo radicale di Raùl Alfonsin.

Il 24 marzo scorso: 40 anni dal colpo di stato del 1976, che diede avvio alla stagione più oscura della pur travagliata storia dell’Argentina

Sì, è stata una dittatura molto diversa dagli altri governi militari che ha subìto il mio Paese, innanzitutto per il livello di crudeltà e per la metodologia usata nel fermare qualsiasi possibilità di resistenza, ed ha avuto un effetto tragico sull’intera società argentina. Dobbiamo comunque considerare questa esperienza nel suo contesto: c’era tutta una regione, uno scacchiere sotto dittatura. Tanti altri Paesi, nello stesso periodo di tempo, nello stesso scenario storico e geografico, hanno sofferto un’esperienza simile; certo, ciascuna dittatura ha avuto le sue specificità, ma molte vicende erano coordinate. È perciò difficile ripensare alla tragica vicenda dell’Argentina di quegli anni come a un fenomeno esclusivamente nazionale: quando uno vede l’Uruguay, il Paraguay, il Brasile, il Cile, la Bolivia, l’Argentina, tutti sotto dittatura militare, è evidente che c’è qualcosa che sta avvenendo a carattere internazionale.

Torniamo all’Argentina: i militari erano in prima fila nel fare il “lavoro sporco”, ma dietro le quinte c’erano quelli che portavano avanti uno specifico progetto economico, di natura neoliberista, molto lontano dall’economia reale dell’Argentina e dall’idea di un suo sviluppo industriale. In un Paese così sensibile alle questioni sociali, con una gioventù così attenta, gli ispiratori del golpe hanno capito che bisognava impedire a tutti i costi qualsiasi resistenza.

Dentro la tragedia generale della dittatura sanguinosa, si nascondono specifiche tragedie; basti pensare ad una madre il cui figlio è scomparso, desaparecido. Non si sa dov’è. Non si sa se è vivo o morto. E, se morto, non si sa dove portare un fiore. Ecco, questa specificità ha rappresentato un trauma per l’intera società argentina. Il numero simbolico di 30mila desaparecidos dà l’idea di questa tragedia. Poi, com’è noto, ve ne sono state altre: i figli rapiti alle partorienti sequestrate e poi assassinate, e dati in “adozione” ai familiari dei carnefici. Vorrei sottolineare – e qui esprimo un’opinione del tutto personale – che quella generazione sterminata dai militari era animata da un sentimento diffuso di democrazia, uguaglianza, libertà, giustizia sociale. Ma fra di loro c’erano diverse opinioni sul metodo tramite cui conquistare questo cambiamento. Alcuni pensavano che l’unico modo fosse la violenza, cosa che io non condivido. Ma tutti erano uniti nella volontà di un cambiamento profondo di tipo democratico della società argentina.

PLAN condor

Il golpe fu farina del sacco dei militari e dei loro ispiratori economici e finanziari o fu sostenuto e incoraggiato da altri Paesi non latinoamericani?

È molto difficile pensare che in un continente come quello americano un Paese possa conquistare con successo la democrazia senza l’appoggio degli Stati o dello Stato più potente. Né è possibile pensare che un colpo di Stato possa riuscire senza il consenso dei Paesi più potenti. Va aggiunto, però, che i Paesi non sono un attore razionale e unificato. Ci sono strutture e poteri dentro ogni Paese. Il punto è: chi comanda la politica. Se chi la comanda non ha un impegno democratico ma ha la capacità di fare lobbing per portare la sua politica nella nostra regione, l’esito può essere quello che è accaduto. Se si fa una critica agli Stati Uniti, va detto però che molti americani sono stati attenti alla politica dei diritti umani. Non parlo solo di Carter, ma anche di tanti altri. Ci sono state persone e organizzazioni della società nordamericana che si sono dimostrate solidali e preoccupate per tutto quello che era avvenuto. Però il problema era chi comandava la logica politica in quegli anni. Allo stesso tempo dobbiamo capire che tutta la regione era in preda ad una specie di coordinamento, una sorta di Mercosur (ndr: è il mercato comune dei Paesi dell’America Latina) del terrore; parlo dell’operazione Condor, che è stato un progetto di coordinamento dell’apparato repressivo in tutta la regione: se qualcuno ricercato in Argentina si trovava in Brasile, le autorità brasiliane lo consegnavano a quelle argentine. C’era una sorta di coincidenza ideologica e metodologica delle dittature della regione. D’altra parte è difficile spiegare la storia dell’Argentina senza considerare il potere finanziario internazionale. Negli anni della dittatura l’indebitamento è stato pazzesco, a fronte di straordinari profitti delle banche. L’indebitamento andò a vantaggio del potere finanziario internazionale, cosa che poté avvenire in mancanza di una resistenza sociale e in un contesto di repressione violentissima. Il Presidente Obama, nel corso della sua recente visita, ha lanciato qualche messaggio di autocritica. Alcuni, a dire il vero, si attendevano qualcosa in più. Personalmente credo che vada visto in questo caso il bicchiere mezzo pieno, perché è un modo di essere ottimisti rispetto al futuro.

Il ministro Lopez Rega, fondatore dell’organizzazione terroristica Alianza Anticomunista Argentina
Il ministro Lopez Rega, fondatore dell’organizzazione terroristica Alianza Anticomunista Argentina

Fonte: Estratto dell’articolo “Argentina: la mano della P2 nel colpo di Stato del 24 marzo 1976”
di Gianfranco Pagliarulo
. Patria Indipendente.

Storie e volti di siciliani nelle Fosse Ardeatine

ROSARIO PITRELLI. Martire delle Fosse Ardeatine. Meccanico di Caltagirone, con l’amico Giustiniani collaborava col Partito Comunista clandestino durante l’occupazione tedesca di Roma; arrestato, anche lui finì nel gruppo dei fucilati alle Fosse Ardeatine all’indomani dell’attentato di via Rasella.

Leonardo Butticé nato a Siculiana (Agrigento) il 2 Febbraio 1921. Fu Caporale d’Aviazione e presente durante il suo servizio di leva a Roma. L’azione partigiana di Butticé, legato al Partito Socialista, si svolse nella zona romana del Quadraro. Il 15 febbraio 1944, mentre si trovava nella zona dell’aeroporto di Ciampino per recuperare cavi di rame, utili per i sabotaggi, lui e tutta la sua squadra partigiana vennero scoperti e arrestati dalle SS. Tradotto al carcere di via Tasso, lì subì violente percosse e fu sottoposto a torture. Il 24 marzo 1944 venne trascinato alle Fosse Ardeatine per essere fucilato con gli altri martiri italiani.

Ferdinando Agnini (Catania, 24 agosto 1924 – Roma, 24 marzo 1944) è stato un partigiano e antifascista italiano, vittima dell’eccidio delle Fosse Ardeatine.
Giovane studente romano nato a Catania, appartenente ad una famiglia di intellettuali democratici e antifascisti: il nonno Ferdinando aveva militato nei Fasci siciliani, mentre il padre Gaetano, giornalista, aveva rifiutato di iscriversi al partito fascista. Dopo aver conseguito la maturità a Roma, al liceo classico «Quinto Orazio Flacco». Ferdinando Agnini si iscrisse alla facoltà di medicina all’Università di Roma.

Dopo l’8 settembre del 1943 entrò nella resistenza fondando a Roma insieme a Gianni Corbi, Nicola Rainelli e Orlando Orlandi Posti, l’ARSI (Associazione Rivoluzionaria Studentesca Italiana), di carattere repubblicano e progressista[2]. L’ARSI operava principalmente nel zona Monte Sacro a Roma ed era impegnata nella raccolta e nella distribuzione di armi e nella stampa di un giornale antifascista «La nostra lotta» in collaborazione con gruppi comunisti e operai del quartiere Montesacro. Nel febbraio del 1944 l’ARSI si sciolse ed entrò a fare parte della Unione Studenti Italiani, nella quale Agnini mantenne un ruolo rilevante. Nel gennaio del 1944 Agnini fu tra gli organizzatori degli scioperi all’università di Roma per protestare contro l’ordinanza di ammettere agli esami solo coloro che avessero risposto alla leva della Repubblica Sociale Italiana.

Agnini fu catturato il 24 febbraio 1944 a causa di una soffiata. Tradotto dapprima nel commissariato di Monte Sacro, fu convinto da uno dei suoi carcerieri a scrivere un biglietto ai genitori; il messaggio fu invece utilizzato come prova della sua attività partigiana. Imprigionato nel carcere di Via Tasso e torturato, ne uscì per essere giustiziato, appena diciannovenne, alle Fosse Ardeatine.

Vito Artale (Palermo, 3 marzo 1882 – Roma, 24 marzo 1944) è stato un generale italiano, vittima dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, medaglia d’oro al valor militare alla memoria.


Fu ammesso all’Accademia Reale di Torino nel 1902 e, tre anni dopo, fu nominato sottotenente di artiglieria. Nel settembre del 1908, con il grado di tenente, fu destinato al 3º reggimento da fortezza. Partecipò alla guerra italo-turca (1911-1913) e, successivamente, fu addetto militare all’Ambasciata d’Italia a Berlino.

Nel 1915, Artale partecipò alla Prima guerra mondiale con il grado di capitano. Promosso al grado di maggiore (1917), fu addetto al Comando della difesa Garda-Mincio e successivamente comandò il 122º e il 167º gruppo d’assedio, il Corpo Volontari gruppo d’assedio e il II gruppo del 35º reggimento artiglieria da campagna; fu poi membro della commissione di controllo dell’8ª Armata per l’esecuzione dell’armistizio.

Nel settembre del 1926, Artale fu promosso tenente colonnello e comandò prima l’11° centro contraerei; poi, passato nel servizio tecnico di artiglieria, fu nominato vicedirettore della Fabbrica d’armi di Terni (1929), dello spolettificio di Roma, ed infine vicedirettore e poi direttore del Laboratorio di precisione dell’Esercito].

Nel 1937, col grado di colonnello, Artale fu messo a capo della Vetreria d’ottica, restandovi anche con il grado di Maggior generale (1938) e di tenente generale (1939). Passato nel ruolo della riserva, nel marzo del 1940, fu trattenuto alle armi perché riconosciuto indispensabile allo speciale servizio cui era addetto.

Dopo l’occupazione tedesca di Roma, Artale entrò nella Resistenza, nel Fronte militare clandestino[2]. Arrestato nel dicembre 1943 per aver sabotato gli impianti dell’azienda per non far cadere i macchinari in mano ai tedeschi, fu trucidato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944.

Ad Artale sono state dedicate anche delle Caserme; una caserma ad Alessandria; una caserma a Pisa, sede del Battaglione Logistico Paracadutisti, una caserma a Piacenza, ex sede di Reparto Allievi Operai di Artiglieria; una caserma della città militare della Cecchignola, sede della Scuola militare di sanità e veterinaria e del Corpo militare dell’ACISMOM, una via a Roma e una via a Palermo.

Carlo Avolio (Siracusa 1895 – Roma 1944) era stato un ufficiale nella I Guerra Mondiale, della quale, con ben quattordici operazioni chirurgiche, portava sul corpo ancora le cicatrici. Fu un attivo partecipante e propagandista del Partito d’Azione durante la Resistenza. Il 28 gennaio 1944 fu arrestato in seguito ad una spiata e incarcerato a via Tasso. Dopo quindici giorni venne trasferito nel Terzo braccio di Regina Coeli. Il 24 marzo venne trucidato alle Fosse Ardeatine all’indomani dell’attentato di via Rasella.

I Siciliani nelle Fosse Ardeatine

14 Marzo: 77° Anniversario della strage nazifascista alle Fosse Ardeatine ( Roma): 335 civili e militari italiani uccisi; QUATTORDICI I SICILIANI.
RICORDIAMOLI:

AGNINI FERDINANDO– fu Gaetano e di Longo Giuseppa – nato a Catania il 24/8/1924 – studente in medicina – arrestato il 24/2/1944 appartenente al Partito Comunista Italiano.

ARTALE VITO– fu Antonino e Amedei M. Anna – nato a Palermo I’1/3/1882- Ten. Gen. Artiglieria – arrestato il 9/12/1943.

AVOLIO CARLO– fu Federico e Maltese Francesca – nato a Siracusa il 14/9/1895 – impiegato (S.A.I.B.) – arrestato il 28/1/1944 – appartenente al Partito D’Azione.

BUTERA GAETANO– di Giuseppe e D’Amico Maria – nato a Riesi ( Cl) l’11/9/1924 – pittore – arrestato il 15/2/1944 – appartenente al Fronte Militare Clandestino.

BUTTICE LEONARDO– di Pietro e Sciarrocca Giuseppe – nato a Siculiana (Agrigento) il 2/2/1921 – meccanico – arrestato il 15/2/1944 – appartenente alla Brigata Matteotti.

D’AMICO COSIMO– fu Luciano e di Vasetti Maria – nato a Catania il 4/6/1907- amministratore teatrale – arrestato il 23/3/1944.

GIORDANO CALCEDONIO– di Gaspare e di Di Pisa Maria – nato a Palermo, l’11/7/1916-corazziere-arrestato il 14/2/1944- appartenente al Fronte Militare Banda Caruso.

IALUNA SEBASTIANO– di Agrippino e Salerno Ignazia – nato a Mineo ( Ct) il 10/10/1920 –agricoltore – arrestato il 7/3/1944. MORGANO SANTO– fu Antonio – nato a Militello il 30/8/1920 – elettromeccanico.

LUNGARO PIETRO ERMELINDO– fu Alberto e di Caltagirone Vita – nato a Trapani l’1/6/1910 – Sottufficiale P.S. – arrestato il 7/2/1944 – appartenente al Partito D’Azione.

MORGANO SANTO– fu Antonio – nato a Militello ( Ct) il 30/8/1920 – elettromeccanico.

PITRELLI ROSARIO– fu Giuseppe e di Buffalini Giovanna – nato a Caltagirone ( Ct) il 17/11/1917 – meccanico – arrestato il 28/1/1944 – appartenente al Partito Comunista Italiano.

RAMPOLLA GIOVANNI– di Michelangelo e Lembo Antonia – nato a Patti (Messina) il16/6/1894 – Ten. Colonnello – arrestato il 22 o 28/1/1944 – appartenente al Fronte Militare.

RINDONE NUNZIO– di Antonio e Buscemi Carmela – nato Leonforte ( En) il 29/1/1913 pastore – arrestato tra la fine del dicembre 1943 e l’inizio del gennaio 1944 appartenente alla formazione “Isolato”.

ZICCONI RAFFAELE– fu Lorenzo e Olla Anna – nato a Sommatino (Caltanissetta) il 13/8/1911 – impiegato – arrestato il 7/2/1944 – appartenente al Partito D’Azione.

a cura di “ Lettera Memoria e Libertà”