Categoria: Iniziative

A proposito del gerarca fascista catanese Filippo Anfuso, ambasciatore della RSI nella Germania nazista

Sulle considerazioni di merito espresse dal Coordinatore Regionale di A.N. ( Nello Musumeci) sulla figura del gerarca fascista catanese Filippo Anfuso, riportate in un lungo scritto pubblicato da La Sicilia giorno 13.12.2003 dal titolo ” Quaranta anni dalla morte del gerarca catanese Filippo Anfuso”, l’A.N.P.I. di Catania, presa lettura della chiara “ammirazione” manifestata da parte dell’autore dell’articolo per gli atti “politici” operati dall’ex gerarca durante la dittatura fascista, nell’indirizzo inderogabile di ristabilire la vera verità storica sugli eventi richiamati, ha fatto pervenire al quotidiano ( in
data 21 e 24 dicembre, 2003) un proprio comunicato. Nulla è stato mai pubblicato…

Nota mai pubblicata dal quotidiano La Sicilia. Divulgata dai siti Anpi Catania e Girodivite:

https://anpicatania.wordpress.com/2009/01/04/la-risposta-dellanpi-di-catania-e-nello-musumeci-sul-gerarca-catanese-filippo-anfuso-20-12-2004/

http://www.girodivite.it/Il-quotidiano-La-Sicilia-di.html

 Un lungo intervento del Coordinatore regionale di A.N. Nello Musumeci dal titolo “quaranta anni dalla morte del gerarca catanese Filippo Anfuso” è stato pubblicato giorno 13 dicembre dal quotidiano “La Sicilia”.

           Uno scritto caratterizzato da chiara e forte ammirazione. Impregnato di forme enfatiche, teso ad elogiare le gesta “epiche” e le presunte virtù del gerarca fascista.

            Il tutto, tra l’altro, a pochi giorni dalle solenni dichiarazioni enunciate a Gerusalemme dal Presidente di A.N. Gianfranco Fini, “ il fascismo, male assoluto”“ A.N., partito antifascsista già dal congresso di Fiuggi”, di dieci anni addietro. Una presa di posizione, questa, che dovrebbe essere suffragata nella quotidianità politica.

             I fatti, purtroppo, almeno quelli dello scritto in oggetto, smentiscono le buone intenzioni.

Se A.N. è antifascista, non si dovrebbero, da parte di rappresentanti di questo partito, muovere lodi ad un gerarca fascista, ex ambasciatore –  tra le tante “virtù” – della nefasta R.S.I. nella Germania nazista.

              Le questioni poste meritano necessariamente specifiche valutazioni di merito.

              Gli atti e le gesta politiche del gerarca – braccio destro del Ministro degli Esteri Ciano durante la dittatura fascista -, accusato, tra l’altro, di aver dato le direttive per uccidere i fratelli Carlo e Nello Rosselli, esuli antifascisti – l’assassinio avvenne a Parigi l’11 giugno 1937 -, non rappresentano in maniera assoluta valori positivi nell’ambito della recente storia italiana, né, quindi, possono emergere riferimenti, civili, etici, di democrazia, libertà, diritti, per le nuove generazioni.

              Affermava Anfuso nel dopoguerra, cos’ì come riportato nello scritto di Nello Musumeci “ Vinti e Vincitori non hanno fatto altro che accelerare il processo fatale dell’unità europea. La differenza tra le due parti è che i Vinti attendono ancora ansiosamente una parola di riconoscimento che il loro sacrificio non è stato vano”. Aggiunge poi il Coordinatore reg. di A.N., deformando vistosamente i tragici eventi: “ bisogna farla finita col distinguere i popoli in vincitori e vinti”.

Una valutazione puramente retorica che non ha nessun riscontro e riconoscimento di verità riguardo i drammatici fatti che hanno squassato l’Italia e l’Europa per lunghi anni.

              Non ci sono stati popoli vincitori e popoli vinti. Con la forza e la violenza si sono imposte in Italia ( e in Germania) ideologie che in maniera principale hanno soggiogato i “Loro” stessi popoli.I “vinti” hanno rappresentato il male assoluto. Fascisti e nazisti. Ideologi e propagatori della razza eletta. Distruttori delle libertà,  della democrazia e dei diritti. Persecutori e carnefici di milioni di cittadini che tentavano di ribellarsi alle loro barbarie, o in quanto ebrei e “diversi”. Artefici e gestori, fascisti e nazisti ( assieme all’alleato Giappone), dell’orrenda seconda guerra mondiale. Per cinque lunghi anni hanno seminato lutti ed enormi distruzioni in Italia, in Europa ed in gran parte del mondo.

              Se avessero prevalso in quale Italia ed Europa di pura barbarie vivremmo oggi!

I “vinti”, richiamati dal coordinatore regionale di A.N., per le loro idee, atti e gesti, non hanno nessun valore “epico” da contrapporre ai vincitori. I “vinti”, per il nostro Paese e per tutti i paesi europei, hanno rappresentato la negazione dei valori dell’umana civiltà. Praticando una tragica e diffusa violenza hanno imposto in Italia una brutale ventennale dittatura. Distruttori scientifici della democrazia e delle libertà. Realizzatori di raffinate tecniche di persecuzione ( galera, confino, discriminazioni e quant’altro) nei riguardi di centinaia di migliaia di cittadini italiani che tentarono di tenere desta la fiaccola ed i sentimenti di libertà.

             Non risulta, tra l’altro, anzi, che Filippo Anfuso, sdegnato dalle infami leggi razziali emanate in Italia nel 1938 contro i cittadini italiani di religione ebraica e avverso alle drammatiche persecuzioni già avviate in Germania da diversi anni,  abbia mai mosso ufficiale e pubblico dissenso,  dimostrando riprovazione e indignazione, o abbandonato il campo del fascismo. E’ rimasto, invece, al pari di tutta la struttura del P.N.F., perfettamente “allineato e coperto”

             Durante quei tristi e tragici anni tanti altri italiani, intellettuali, politici, sindacalisti, rappresentanti del mondo della cultura, operai, artigiani, contadini, furono costretti, in grande e foltissimo numero, ad abbandonare l’Italia, le loro case e i loro affetti,  “emigrando” all’estero, per sfuggire al morbo della dittatura e alle persecuzioni.

             Mentre dopo l’8 settembre del 1943 Filippo Anfuso ( come riportato nello scritto di Nello Musumeci) aderiva alla R.S.I. e telegrafava a Mussolini “ Duce, con voi fino alla morte”, scegliendo, senza alcuna titubanza e pieno volere di intenti,  la precisa continuità con i “valori” del fascismo e del nazismo, una fedeltà  cieca , che nei fatti era precisa testimonianza di fedeltà all’alleato tedesco, una dedizione assoluta che equivaleva in maniera inoppugnabile al coinvolgimento diretto nello sterminio degli ebrei e al tentativo estremo di fare vincere le loro tetre ideologie,  centinaia di migliaia di italiani, uomini e donne, civili e componenti delle varie Armi dell’esercito, iniziavano a battersi contro gli invasori nazisti, per fare rinascere la Patria vilipesa e calpestata, pagando, in tanti, con la vita, la scelta di campo finalizzata a ridare democrazia all’Italia ( solo da parte dei  partigiani 45.000 caduti, 20.000 mutilati ed invalidi).

             Gli italiani hanno purtroppo conosciuto, tutto e per intero, le nefandezze dei nazisti e dei loro alleati di Salò, e non “ solo per metà”, come si compiace Anfuso nello scritto inviato nell’ottobre del 1944 al governo della RSI, riportato in maniera “fedele” nell’intervento di Nello Musumeci.

             Ambasciatore della RSI nella Germania nazista nei famigerati 600 giorni, Filippo Anfuso, operò – in stretta sinergia con Mussolini ed il “governo” di Salò – per “convincere” il maggior numero possibile dei 600.000 soldati italiani ammassati nei lager tedeschi per far loro mettere  la divisa fascista di Salò, per trasportarli in armi in Italia ( come in parte, minima, avvenne) per combattere i partigiani, il nuovo esercito italiano e le forze dei paesi alleati che stavano lentamente contribuendo a liberare l’Italia. Per ingrossare, quindi, le fila di coloro, adepti di Salò, che, tra gli altri “compiti”, aiutarano in maniera determinante  i nazisti a rastrellare e deportare gli ebrei italiani.

             Riguardo la sentenza di assoluzionedi Filippo Anfuso, emessa, in ulteriore appello, il 14 ottobre del 1949 dal Tribunale di Perugia ( che annullava la condanna a morte dell’Alta Corte il 10 marzo 1945), bisogna  evidenziare che la sentenza, che aveva delle motivazioni incredibili, suscitò fortissime e diffuse riprovazioni.

             Una sentenza tribolata e contorta. Immediatamente dopo, Piero Calamandrei, eminente giurista, scrisse: “ Qui il giudice estensore ha voluto salvare l’anima : ha voluto far sapere ai cittadini che quegli assolti erano colpevoli e che, se si fosse potuto fare giustizia, avrebbero essere dovuti condannati”. Lo storico Mimmo Franzinelli, riprendendo gli eventi in oggetto, riportati nel suo testo “ Delatori. Spie e confidenti anonimi: l’arma segreta del regime fascista” – Ed. Mondadori  2002- ha dichiarato “ Filippo Anfuso fu assolto, perché tra il 1946 e il 1948 quel Tribunale assolveva tutti. La ragione è semplice; molti magistrati della procura perugina erano debitori nei confronti di Piero Pesenti, ministro fascista della giustizia”.

             Gli assolti erano: Filippo Anfuso, Emanuele Santo (colonnello dei Carabinieri, capo del controspionaggio dal 1936 al 1941, al comando della terza sezione), il maggiore Roberto Navale , comandante –all’epoca dei fatti- del centro controspionaggio di Torino, che assunse direttamente i contatti con i cagoulards francesi – aderenti al Comitè secret d’action rèvolutionnaire – esecutori materiali dell’assassinio dei fratelli Rosselli. Il relazione al delitto Rosselli, l’Alta Corte di Giustizia nel marzo 1945 aveva condannato: Anfuso alla fucilazione ( colpevole anche di collaborazionismo con i tedeschi), Emanuele e Navale all’ergastolo.

             Le decisioni dell’Alta Corte in base al decreto legislativo n.198 del 13 settembre 1944 erano inappellabili. Il 22 giugno 1946 la Corte di cassazione, ribaltando lo stato dell’arte giuridico, accolse il ricorso di Anfuso, Emanuele e Navale. Il 10 giugno 1947 si iniziò un nuovo giudizio dinanzi alla Corte di assise speciale di Roma. La sentenza nel riconfermare la responsabilità di Anfuso ed Emanuele, condannò a sette anni Navale. La sentenza ulteriore di Perugia,intervenuta a seguito di un nuovo ricorso in cassazione di Anfuso, Emanuele e Navali, assolse tutti. Il primo, ancora latitante, con formula piena, gli altri due per insufficienza di prove.

             La motivazione della sentenza aveva connotazioni incredibili. Si scrive tra l’altro: “….dal complesso delle prove raccolte è emerso in modo indubbioche elementi italiani diedero a Santo Emanuele e Roberto Navale l’incarico di provvedere all’uccisione di Carlo Rosselli, per toglierlo di mezzo come antifascista pericoloso, che costoro presero accordi coi cagoulards………La logica conclusione di quanto si è esposto e ragionato sarebbe la dichiarazione di responsabilità dell’Emanuele e del Navale per l’uccisione di Carlo Rosselli……Però la Corte non può dissimularsi un dubbio. Non è dato, cioè, di escludere che, avuto  riguardo dell’ambiente dove il delitto è avvenuto, si svolgesse, magari all’insaputa di Emanuele e di Navale,  qualche attività criminosa parallela alla loro. In conseguenza di questo dubbio, sia pur vago e affidato a supposizioni incerte, la corte ravvisa di assolvere i ripetuti Navale ed Emanuele, per insufficienza di prove”.

E’ in questo contesto surreale sostenuto da valutazioni contorsioniste: le prove ci sono, però devono essere negate in virtù d’ “altro”, che maturo anche l’assoluzione di Filippo Anfuso.

              Filippo Anfuso, venne espressamente accusato da Emanale, come riportato negli Atti di Istruttoria sul delitto Rosselli –processo verbale di interrogatorio dell’imputato Emanuele del 16 settembre 1944-: ( avvenuto l’assassinio, Emanuele era stato convocato al Ministero degli Esteri) “ ricordo che, appena pervenuta la notizia, io fui chiamato al Ministero degli Esteri dall’ambasciatore Anfuso che mi chiese conto dei particolari. Trovai presso l’Anfuso anche Galeazzo Ciano ed anche questi mi chiese conto dei particolari che io però non potetti fornire prima dell’arrivo del maggiore Navale. Il maggiore Navale, giunto l’indomani a Roma, narrò come erano andate le cose e precisò che egli si era servito di elementi francesi e precisamente di cagoulards…..Io riferii ogni cosa a Ciano e all’ambasciatore Anfuso e devo dire che il loro atteggiamento non fu di sorpresa ma di soddisfazione mista ad un tanto di preoccupazione per le conseguenze. Ebbi così la certezza che l’ordine trasmessomi dal colonnello Angioi (Vicecapo del SIM, dall’attobre 1936 al 30 giugno 1937 fu capo ad interim dei Servizi Segreti Militari) proveniva esattamente dall’Anfuso……”

Del resto erano già passati tre anni dall’inizio della stagione del “perdono” e della pacificazione nei confronti dei “vinti”. L’8 giugno 1946 la nuova Repubblica italiana, a firma del Ministro Togliatti, aveva proclamato l’amnistia che riguardava i circa 40.000 reduci di Salo e fascisti vari detenuti, compreso coloro che si erano macchiati di crimini efferati e sanguinari.

               Infine, in questo clima, Filippo Anfuso ebbe la possibilità, offerta dalla novelle e riconquistate libertà,  di rientrare in Italia nel 1949 e continuare sotto altra veste (deputato del MSI) la sua attività politica, da “autorevole uomo politico catanese”, cos’ì come lo definisce Nello Musumeci nel suo intervento.

                Tanti altri catanesi, uomini e donne, purtroppo, schieratosi con i partigiani per la Liberazione del nostro Paese, da civili o da soldati dell’ex esercito italiano ( in Italia e in tanti altri paesi europei), non ebbero questa fortuna. Persero la vita uccisi nei “campi di battaglia per la liberta”  o ammazzati nei campi di sterminio nazisti, contribuendo, “regalando” il bene più prezioso, a sconfiggere il mostro nazi-fascista.

                Per tutti ricordiamo il prof. Carmelo Salanitro, insegnante presso il Liceo Classico Cutelli, vero eroe della nostra città. In solitudine, tormentato dalle stragi già iniziate, ebbe il coraggio di ribellarsi alla tirannide, dichiarando e divulgando tramite bigliettini contrarietà all’orrenda guerra scatenata dal fascismo. Un suo scritto diceva “ il fascismo sta ricoprendo la nazione di sangue e di rovina. Il vero nemico dell’Italia è il fascismo. Viva la Pace. Viva la Libertà”. Nel novembre del 1940 fu arrestato, condannato dal famigerato Tribunale speciale a 18 anni di reclusione,  poi deportato e gasato nel lager di Mauthausen il 24 aprile 1945. Fulgido esempio di divulgazione di veri e assoluti valori etici e morali, da inculcare, ad imperituro riferimento, alle nuove generazioni. Anche i rappresentanti catanesi di A.N., a testimonianza concreta di avversione al male assoluto, dovrebbero fare pubblico elogio e riconoscimento alla figura e alla memoria di questo martire, assieme ai tanti altri catanesi, sacrificatisi  per ridare a tutti Noi le libertà schiacciate e vilipese.

Sezione Provinciale di Catania   Via Landolina, 41                                                           

                                                                                       Catania, 20/12/2003

Reliquie nere di un passato mai cancellato, Musumeci e Samonà dimissioni immediate.


Dopo le poesie inneggianti alle SS dell’Assessore leghista ai beni culturali della Regione Siciliana Alberto Samonà, ci viene questa volta segnalato il libro “L’ambasciatore Anfuso, “Duce con voi fino alla morte”” del Presidente della Regione Nello Musumeci, un’agiografia di una triste figura del regime fascista, Filippo Anfuso, probabile responsabile dell’uccisione dei fratelli Carlo e Nello Rosselli in Francia.

Ci chiediamo come si possa essere nostalgici del fascismo, avversari della democrazia, nemici della Costituzione e nello stesso tempo rappresentare le istituzioni della nostra Repubblica, dichiarano Ottavio Terranova presidente ANPI Sicilia e vicepresidente nazionale dell’ANPI ed Angelo Ficarra presidente vicario dell’ANPI Palermo.

Non basta cancellare il proprio profilo facebook per chiudere i conti con un passato che si vuole evidentemente nascondere. Ci saremmo aspettati una presa di posizione chiara, una dichiarazione precisa che definisse il nazismo ed il fascismo mali assoluti, la sottoscrizione piena della nostra Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza e dalla lotta antifascista e non vuoti giri di parole con cui si prova solamente a camuffare la simpatia verso una dittatura feroce, razzista e guerrafondaia.

La storia da sempre la scrivono i vincitori e le pagine bellissime della resistenza al nazifascismo sono state scritte anche con il sangue di tanti siciliani che a migliaia si unirono alle formazioni partigiane per liberare l’Italia dall’occupante nazista ed abbattere il regime sanguinario di Mussolini.Area degli allegati

ANPI Riesi. Santo Margiotta: storia di un deportato riesino, scoperta dal nipote Luca Margiotta

Non conosco i motivi che mi spinsero all’età di 15 anni ad avvicinarmi alla genealogia e alla storia familiare ma è probabile si tratti di una vocazione personale e innata che fuoriuscì e iniziò a concretizzarsi tra il 1995 ed il 1996 con l’inizio di una lunga serie di ricerche d’archivio e di raccolta di tradizioni orali familiari per me ovviamente avvincenti, uniche, coinvolgenti le quali, proseguite ininterrottamente fino ad oggi passando al setaccio gli ultimi 500 anni, mi hanno permesso di scoprire la provenienza geografica, l’identità e le vicende principali della vita dei miei antenati come protagonisti di tempi passati andando indietro in alcuni casi anche per oltre 13 generazioni. I documenti sono stati ritrovati uno dietro l’altro e da ogni documento emergevano storie, fatti, litigi, povertà, ricchezze e diverse vicende le une collegate alle altre come anelli di una catena rappresentante la vita di una singola persona, all’interno di un gruppo familiare e quindi di una comunità. Molte ricerche sono partite alla fine degli anni ’90 in parallelo fra loro sia per la mia famiglia paterna che per quella materna originaria di Riesi ma, tra le molteplici, l’indagine svolta sulla vita di mio nonno materno Santo Margiotta nato a Riesi nel 1917 in una famiglia contadina, sesto figlio di Salvatore e di Teresa Alessi, si è rivelata particolarmente avvincente. Partendo dalle sue tradizioni orali riguardanti la dura esperienza della deportazione e dell’internamento in Germania durante la seconda guerra mondiale sono riuscito a ricostruire la sua storia personale in quel travagliato periodo avvalendomi di documentazione rintracciata presso l’Archivio di Stato di Caltanissetta, l’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma e gli archivi di Bad-Arolsen in Germania per il tramite della Croce Rossa Internazionale; gradualmente scoprivo tutta una serie di date, fatti, nomi di personalità militari che tornavano perfettamente con le tradizioni orali e che abbracciavano un periodo compreso tra il gennaio 1939 quando mio nonno iniziò la ferma ordinaria militare presso la Regia Aeronautica a Ferrara e l’ottobre 1945 momento in cui fece ritorno a Riesi, passando per una serie di vicende intermedie parimenti importanti, come il richiamo alle armi nel 1941, il lungo viaggio via terra del suo reggimento per raggiungere i territori greci dichiarati in stato di guerra nel 1942, nonché la permanenza dello stesso nel Peloponneso fino all’armistizio con gli anglo-americani nel settembre 1943. Poi ho ricostruito la cattura e la deportazione come Internato Militare Italiano (I.M.I.) nel campo di prigionia di Weissensee, uno dei 22 campi appartenenti allo M-Stalag III D di Berlino, il lavoro forzato nella fabbrica per la costruzione di carri armati, il passaggio come civile, infine la liberazione da parte dell’esercito russo e il viaggio di ritorno verso la Sicilia. Mio nonno è morto a Roma nel 2008 ma le mie indagini storiche sono proseguite fino alla richiesta della medaglia d’onore ai cittadini deportati ed internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra, conferita dal Presidente della Repubblica nel maggio 2015 e consegnatami dal Prefetto di Roma. La storia di mio nonno e anche la storia delle mie ricerche hanno così colpito e affascinato Giuseppe Calascibetta, referente dell’A.N.P.I. di Riesi sez. Gaetano Butera, che ho conosciuto l’anno scorso, tanto da spingerlo a chiedere al Comune di Riesi di attribuire una Targa di Benemerenza alla memoria di mio nonno che verrà consegnata appena potrò fare ritorno nella mia amata terra d’origine.

Autore: Luca Corino Margiotta

ANPI SICILIA, Dimissioni immediate dell’assessore Alberto Samonà

ANPI SICILIA, Dimissioni immediate dell’assessore Alberto Samonà

COMUNICATO STAMPA

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La Cultura storica siciliana, costituita nel suo percorso storico dalle esperienze di convivenza e reciproco rispetto dei tanti popoli che hanno dimorato nell’isola, dagli aneliti di Libertà e Giustizia che sono emersi nel corso dei secoli nelle lotte contro le tirannie, dai Vespri siciliani al riscatto garibaldino, dal movimento dei Fasci siciliani dei lavoratori alle Lotte dei contadini e braccianti, dalla resistenza contro la ventennale dittatura fascista e allo strapotere politico- affaristico-mafioso, non può essere rappresentata da Chi ha esaltato la “cultura” fascio-massonica.

Nel corso dell’ultimo mese, appreso del modello di riferimento evidenziato in tante occasioni dal novello assessore, in Sicilia sono state molteplici le dichiarazioni di sdegno e disapprovazione.

Ora, preso atto, che in una raccolta di poesia stilata anni addietro da Alberto Samonà si esaltava il valore delle SS – le truppaglie specializzate nell’assassinio di massa del regime nazista -, la misura della sopportazione democratica è colma.

La netta contrarietà è stata evidenziata anche a livello nazionale da strutture sociali, politiche ed associative. La Costituzione italiana, nata dalla Resistenza, sancisce i supremi valori antifascisti della Repubblica. E’ assolutamente vietata, specie da parte di un rappresentante istituzionale, l’esaltazione di uomini, idee e strutture che hanno determinato razzismo, disprezzo della dignità umana e guerre di aggressione ai popoli europei.

L’ ANPI Sicilia richiede l’immediata dimissione del suddetto assessore scelto appositamente in rappresentanza della Lega. In caso diverso, per giusta etica civile, deve dimettersi il Presidente della Regione siciliana che l’ha nominato.

Ottavio Terranova

Vicepresidente dell’ Anpi Nazionale, Coordinatore regionale Anpi Sicilia

Palermo, 12 giugno 2020

“ESSERE UOMINI”: LA STORIA DI GIOVANNI MELODIA

Giovanni Melodia (Messina, 8 gennaio 1915 – Roma, 2003) è stato uno stenografo giornalista italiano, deportato nel campo di concentramento di Dachau. Ha dedicato parte della sua vita al racconto delle vite dei deportati e dei superstiti dei campi nazisti un una ricca produzione bibliografica.

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” Fra poco ritorneremo nella nostra Patria. Non pochi di noi hanno patito non soltanto questi interi tremendi venti mesi di lavori forzati in Germania, ma già da anni si trovavano in carcere in Italia. Ora la lunga, spaventosa tragedia è giunta all’epilogo: l’incubo è dissolto.

E ne usciamo storditi, quasi increduli; ancora ne abbiamo l’orrore negli occhi, le tracce nelle carni, le conseguenze nell’organismo tutto, scheletriti, indeboliti, fiacchi.

Fra poco rivedremo i nostri genitori, se la loro povera vita ha potuto durare fino a questi giorni. Forse li abbiamo lasciati che erano ancora nel vigore delle forze e li ritroveremo dopo tanti anni chi sa come trasformati: i dolori della separazione, le miserie che forse il nostro mancato sostegno ha loro apportato, gli orrori ed i terrori di questa guerra, le angosce della mancanza di nostre notizie, possono avere avuto su di loro le conseguenze più gravi.

Abbiamo tutti lasciato una casa; una gran parte di noi non troverà, al suo posto, che macerie; abbiamo lasciato città meravigliose, villaggi fiorenti: cosa troveremo ancora?

E tutto ciò è accaduto perché ci siamo lasciati vincere dallo scoraggiamento.

Nel ’19, subito dopo la fine dell’altra mostruosa guerra, il nostro popolo aveva avuto un meraviglioso risveglio, aveva compreso che era stato gettato nella folle avventura da un pugno di uomini rapaci; sapeva che tutto aveva dato, che per tutti aveva pagato, col denaro e col sangue, senza ottenere in cambio che promesse non mantenute.

Allora – nonostante il parere di quelli che avrebbero dovuto essere i suoi capi – balzò innanzi d’istinto, occupò le fabbriche: e ciò fu fatto senza spargimenti di sangue, senza depredamenti, con ordine, di comune consentimento. Era il primo passo, ma il più difficile, verso l’emancipazione.

In quel momento il nostro popolo credette nella sua vittoria.

Non restavano che i passi più piccoli da fare! Non furono fatti perché coloro che avrebbero dovuto indicare la strada, volutamente si sottrassero.

Allora – inevitabilmente ormai – il movimento stagnò, le forze decaddero, si dissolsero; ogni fiducia in una possibilità di vittoria per mezzo della lotta fu perduta.

In queste condizioni fu nuovamente possibile alle vecchie esperte congreghe di riprendere il sopravvento. Ed esse, ammaestrate dall’esperienza, studiarono e attuarono un sistema che non permettesse un ricostituirsi delle forze progressive.

Su due capisaldi “banditismo terroristico” e “falsità propagandistiche” sorse e si instaurò il fascismo.

Con l’insuccesso la sfiducia si era insinuata negli animi e la grande massa si sottrasse alla lotta, divenne apatica. Solo pochi, pochissimi anzi, combatterono disperatamente contro il fascismo e contro l’apatia dilagante. Solo pochissimi, fra i giovani, sentendo oscuramente il nemico e il mentitore, ebbero il coraggio di prendere posizione contro esso.

Eravamo diventati moralmente deboli e giungemmo a dire SI anche se pensavamo NO; battemmo le mani al segnale stabilito, indossammo divise che forse esecravamo.

Sapevamo che il fascismo era nemico dei nostri stessi interessi, della nostra stessa vita, ma temevamo di perdere quel pezzo di pane che ancora ci restava e per salvare quel tozzo di pane abbiamo perduto il pane e il companatico, la casa e la famiglia, la dignità e l’onore, e moltissimi anche la vita. E l’indipendenza del nostro paese l’abbiamo ritrovata solo con l’aiuto delle armi altrui; e le nostre città più belle non esistono più, e molti tra gli stranieri ci disprezzano e ci odiano.

Ma essi non hanno ragione di fare questo: noi sappiamo per esperienza di studio e di pratica che una rivoluzione fallita porta sempre ad uno scoraggiamento estremo ed a una restaurazione ferocemente reazionaria.

Ogni altro popolo, ogni altra nazione, ne sarebbero stati vittime in misura analoga e fors’anche maggiore.

Possiamo ben dirlo, poiché la maniera con la quale il fascismo è caduto – enorme castello di carte! – dimostra che esso non era riuscito a porre su di noi che una effimera scorza.

Ecco perché non disperiamo; ecco perché non ci abbattiamo.

Oggi centinaia di migliaia di uomini, da pigmei sono divenuti giganti e hanno ritrovato, contro l’estrema sventura, l’estremo coraggio di ergersi combattenti contro l’oppressore! Alcuni, anche fra noi, hanno già partecipato alla lotta e ne portano i segni.

Quando abbiamo avuto uno scopo nella lotta, quando abbiamo creduto in coloro che ci guidavano, anche noi abbiamo sempre vinto, anche là dove gli altri erano sconfitti. Ricordiamo Garibaldi.

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Fra poco ritorneremo. E troveremo un paese che è tutt’altra cosa di ciò che abbiamo lasciato: irriconoscibile.

Nella lotta esso è divenuto una fornace e gli uomini, passando attraverso il fuoco hanno dimostrato la loro tempra. I valori morali sono ritrovati, la nostra dignità è riconquistata. Abbiamo perduto forse tutto, ma abbiamo ritrovato la cosa più importante: siamo uomini!

Le orrende cose che abbiamo visto e vissuto ci hanno indurito: dobbiamo ora essere capaci di adoperare questo nostro indurimento prima di tutto verso noi stessi, per quella lotta che nel campo della ricostruzione morale e materiale del nostro Paese e del nostro popolo si è appena iniziata. Dobbiamo essere spietati ed instancabili: dobbiamo sapere che cosa vogliamo NOI, vedere chiaro dove vogliamo andare NOI; dirigerci senza esitazione alla meta NOSTRA! Non per idiota egoismo, ma per salvaguardia dei nostri diritti ed affermazione dei nostri doveri di uomini!

Se questo sapremo, il compito che ci attende, per quanto vasto, per quanto complesso, non sarà superiore alle nostre forze.

Se questo sapremo, il nostro Paese sarà grande anche in più ristretti confini, perché sarà abitato da uomini liberi e volitivi che sanno dove vanno e marciano non come un gregge di pecore, ma come uomini che conoscono la loro meta” .
Giovanni Melodia
(dal giornale “Gli Italiani in Dachau”. 25 giugno 1945)

( dal sito ” deportati mai più” dedicato ai deportati nei lager nazifascisti)

L’ANPI PROVINCIALE DI RAGUSA RICORDA GIUSEPPE, PEPPINO, SPAMPINATO A VENT’ANNI DALLA SUA SCOMPARSA

f2fotomedium“Vorremmo consegnare nelle mani delle giovani generazioni le bandiere battezzate col sangue dei gloriosi caduti, nella consapevolezza della piena coscienza democratica di un migliore avvenire.
Vorremmo però la consolazione che i giovani, prendendo in consegna queste bandiere con la dovuta coscienza li portassero più avanti, più in alto, per la giustizia, la libertà e la pace.”

(Cit. Peppino Spampinato)

Ragusa, 31 maggio 2020 – «A vent’anni dalla scomparsa di Giuseppe Spampinato, per tutti Peppino, partigiano per una nuova Italia, avremmo voluto ricordare la sua figura con un convegno che valorizzasse il suo impegno rivolto, a testimonianza, verso le nuove generazioni dell’importanza della democrazia, della giustizia, della libertà e della pace. Purtroppo, la situazione attuale non lo ha permesso ma come ANPI provinciale di Ragusa vogliano ricordare la sua figura.» ha dichiarato il presidente provinciale dell’ANPI Gianni Battaglia.

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GIUSEPPE SPAMPINATO, nasce nel 1914 a San Michele di Ganzaria (provincia di Catania), in una famiglia contadina e antifascista. Fino all’età di 27 anni lavora la campagna assieme al padre, e nel 1941, a guerra iniziata, viene richiamato a fare il militare e destinato a Ragusa, dove, qualche mese dopo si sposa con una giovane, Giorgia Ragusa, con la quale avrà tre figli: Giovanni, Alberto e Salvatore.
Ad aprile del 1942 viene inviato in Jugoslavia, territorio di guerra, e il giorno dopo dell’armistizio dell’8 settembre 1943, assieme ai i militari italiani che erano con lui viene fatto prigioniero dai tedeschi, perché si rifiutava di passare dalla parte dei nazisti, nonostante la minaccia della fucilazione.
Dopo due mesi di lavori forzati fu liberato dai partigiani jugoslavi, e senza esitazione, trascinando con sé molti militari italiani disorientati e indecisi, in maggioranza siciliani, sceglieva di unirsi ai partigiani per combattere il nazi-fascismo.
Assieme ad altre formazioni italiane in Jugoslavia ha contribuito alla costituzione del battaglione Garibaldi, che in breve si trasformò in “Divisione d’Assalto Garibaldi Italia”, dove Spampinato faceva parte del gruppo di comando, iniziando col grado di comandante di plotone fino al grado di Maggiore, a capo di una di queste Brigate, la Matteotti, formata da 1.050 uomini.
Durante la liberazione di Belgrado, alla testa del suo reparto, fu ferito gravemente dai tedeschi, e ancora convalescente, ritornava a combattere con i suoi compagni.
In una sua memoria ha scritto: Furono 22 mesi di sacrifici e combattimenti per la liberazione dal nazifascismo, e per cancellare le criminali vergogne compiute in Jugoslavia dall’Italia fascista.
A luglio del 1945, dopo avere ricevuto due decorazioni dal governo Jugoslavo, rientra in Italia, dove gli verranno riconosciute dal Governo Italiano l’invalidità per ferite riportate in guerra, il grado di maggiore, e LA MEDAGLIA D’ARGENTO al valor militare.
Rientrato a Ragusa, incontra un altro ex partigiano, Virgilio Failla, con il quale contribuisce a fondare la federazione del PCI di Ragusa, ricoprendone la carica di segretario della sezione centro.
È stato responsabile dell’organizzazione e vice segretario provinciale dal 1947 al 1959, impegnandosi nella costruzione di un partito di lotta, per questo fu un grande attivista e animatore delle lotte operaie e contadine nella provincia di Ragusa.
Dal 1952 al 1956 fu consigliere comunale del PCI a Ragusa.
In quegli anni, come comunista e sindacalista, subì processi e persecuzioni, anche nel lavoro, infatti negli anni ’50 fu licenziato ingiustamente dall’ECA (Ente Comunale Assistenza) per motivi politici, e vinse la causa dopo un lungo ricorso durato 10 anni, ottenendo la reintegrazione del posto di lavoro.
Nel periodo di licenziamento, dal 1950 al 1959, si dedicò al partito e alla Camera del Lavoro.
Nel 1972, andato in pensione, accettò l’incarico, affidatogli dal PCI, di costruire a Ragusa la Confesercenti e la CNA provinciale, ricoprendone la carica di presidente.
Nello stesso anno, il 27 ottobre 1972, la sua famiglia fu colpita da un grave lutto con uccisione del figlio Giovanni, di 26 anni, giornalista e corrispondente da Ragusa per il giornale L’Ora di Palermo, mentre si stava interessando di un torbido e misterioso omicidio avvenuto qualche mese prima. Giovanni si era occupato anche degli ambienti dell’eversione nera, pubblicando una ampia inchiesta su neo-fascismo e trame nere nelle provincie di Ragusa, Siracusa e Catania.
La morte del figlio gli ha distrutto la vita, anche perché non si è mai fatta pienamente giustizia come Giovanni e il suo impegno e l’attività di giornalista meritavano e per questo ha speso tutta la sua vita a tutelare la memoria del figlio Giovanni.
Dopo la “svolta” della Bolognina del 1989, aderì al PDS.

 

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GIUSEPPE SPAMPINATO è stato ininterrottamente Presidente provinciale A.N.P.I. fin dal 1950 e membro del Consiglio Nazionale fin dal primo congresso svoltosi a Venezia nel 1946 e vice Presidente regionale contestualmente allo stesso periodo. Fin dal 1970 prospettò la sua sostituzione da Presidente sia pure per un ragionevole avvicendamento. Al 10° congresso provinciale del 1986, la richiesta di dimissioni la presentò in modo categorico e documentata. Era già ammalato seriamente da alcuni anni ma anche il quella occasione la segreteria provinciale prese subito posizione contraria e, anzi, l’ANPI conferì a Spampinato la medaglia d’oro con diploma d’onore al merito.
Le condizioni di salute di Spampinato nella primavera-estate del 1992 si aggravarono fortemente e dopo tre mesi di ricovero in ospedale, veniva riconosciuto totalmente invalido. Ma neanche dopo questa circostanza non fu sollevato dall’incarico di presiedere l’ANPI provinciale di Ragusa e organizzò le manifestazioni per celebrare il cinquantesimo anniversario della liberazione. Ricoprì la carica di presidente provinciale fino alla sua morte, avvenuta il 2 giugno del 2000, all’età di 86 anni.
Il suo funerale, rispettando le sue volontà, fu celebrato, in forma civile, in una piazza della città di Ragusa, a lui molto cara.

Sen. Gianni Battaglia
Presidente Provinciale ANPI Ragusa

Celebrata a Niscemi: Ottavia Penna Buscemi, una madre costituente.

 

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UNA ROSA ALLE ROSE DELLA COSTITUZIONE: il 2 giugno a Niscemi (CL) l’omaggio dell’ANPI e delle Istituzioni a Ottavia Penna Buscemi, madre costituente.

“Il prossimo 2 giugno, alle ore 11 presso il cimitero comunale di Niscemi verrà deposta una rosa rossa sulla tomba di Ottavia Penna Buscemi. Unica siciliana e una delle 21 donne elette all’Assemblea costituente il 2 giugno 1946.

E’ l’impegno con il quale l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia invita a celebrare quest’anno il 2 giugno la Festa della Repubblica. E in tale occasione il Comitato Provinciale Anpi di Caltanissetta aderisce all’iniziativa indetta dalla Segreteria nazionale dell’A.N.P.I. finalizzata all’omaggio floreale sulle tombe delle 21 donne dell’Assemblea costituente che hanno contribuito, con infinita passione democratica e forza delle idee, a donarci la magnifica Carta Costituzionale.

E’ l’omaggio delle rose per le “madri” costituenti è l’omaggio floreale e istituzionale che l’Anpi Sicilia, i Comitati provinciali e le Sezioni comunali vogliono dare in memoria dell’unica “madre” costituente siciliana, la deputata Ottavia Penna Buscemi (Caltagirone, 12 aprile 1907 – Caltagirone, 2 dicembre 1986), sepolta a Niscemi.

Un gesto simbolico che assume un significato del tutto particolare nel momento in cui la nostra comunità nazionale sta cercando di uscire dalla difficile situazione creata dal contagio del covid-19.

Un motivo in più per rivolgerci alla nostra Costituzione, perché come ha detto la presidente Carla Nespolo: “per risolvere la crisi attuale è fondamentale e imprescindibile attuare pienamente la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza”.

Saranno presenti all’iniziativa il vice prefetto Dott. Malerba, il sindaco di Niscemi Massimiliano Conti, la Presidente dell’Associazione Ottavia Penna Cettina Alario, l’Anpi provinciale di Caltanissetta e Catania, e le sezioni di Niscemi, Caltagirone, San Cataldo, Mussomeli, Sommatino, Riesi nonché una delegazione della Camera del Lavoro di Niscemi.

Il Presidente del Comitato Provinciale A.N.P.I Caltanissetta

Giuseppe Cammarata

IL 31 MAGGIO NEL MALE DELLA STORIA

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Trentun maggio, i vagoni di quel treno non erano stati chiusi. Non totalmente. C’era una fessura dalla quale filtrava dell’aria. Aria. In quel momento l’unico frangente di libertà che si poteva conoscere era l’aria che si respirava dalla fessura del carro bestiame. Non erano bestie. Ma venivano trattate come bestie e anche peggio. Per le bestie provavano i carnefici forse anche un minimo di pietà. Verso di loro, no.

L’imperdonabile colpa? Essere dalla parte sbagliata della storia di quel momento. Per scelta, per nascita, per convinzione. Chi perché ebreo, chi perché antifascista, chi perché rom, chi perché omosessuale, o Testimone di Geova. Ne partirono una ventina di convogli così da Trieste.

Città violentata nella sua bellezza e identità plurima, latina, slava, germanica in cui la Risiera di San Sabbadivenne l’unico lager di sterminio nazista con forno crematorio edificato e messo a regime in Italia e nell’Europa meridionale tutta.

Città mitteleuropea ma diventata il simbolo dell’ecatombe. Dovettero spostare anche la fontana dei Quattro continenti per dar spazio alla cornice del famigerato proclama razzista di Mussolini.

Ci sono voluti 75 anni per commemorare quel lutto della Storia con una piccola targa metallica sul manto di Piazza dell’Unità d’Italia, quel giorno, stridente ossimoro nell’incombere delle leggi razziali, quel maledetto 18 settembre del 1938. Una data. Una data che non puoi dimenticare. Date che segnano il tempo di ciascuno, che incidono la memoria, che cercano di andare oltre l’indifferenza. Date.

Come quel 31 maggio del ’44.

Quando Ondina Peteani, stretta a un’umanità dolente era dentro uno di quei vagoni mentre cercava di respirare un soffio d’aria e a turno sbirciava dalla fessura diventata finestra verso il mondo, di là. Da Trieste a Monaco, alcuni vagoni, quelli con gli uomini, tra cui Mario Candotto di Ronchi, finirono a Dachau, il primo campo di concentramento nazista, aperto il 22 marzo 1933 su iniziativa di Heinrich Himmler. Oggi è un memoriale, importante ma in gran parte snaturato, una ricostruzione di ciò che fu. Il vuoto domina nell’immensità di quella desolazione della periferia tedesca. Ondina, con la sorella di Candotto e le altre donne ad Auschwitz.

 

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In fila per cinque, dopo una viaggio di cinque giorni, estraniarsi, nell’incubo che aveva anche un numero. Uno di quelli che ti porterai dietro per tutta la vita. Non per tua scelta. Perché così doveva essere. Il suo, infertole sulla pelle era il numero 81672.

Numeri. Nella combinazione dei numeri, diciott’anni più tardi, il 31 maggio 1962, conoscerà a modo suo la prima forma di giustizia multimediale, in un mondo diverso. In una nazione di superstiti. In Israele. E non era un film. Era il tempo del processo Eichmann. Passato alla storia come il primo processo a un criminale nazista tenutosi nella terra contesa da Dio.

Era solo un esecutore. Esecutore del male. L’essere esecutore assolve chi è complice dello stesso male di cui è partecipe. Non era questa la banalità del male. Era questa l’essenza del male! Venne impiccato nel passaggio temporale tra il 31 maggio e il 1 giugno del 1962. Il tempo fu ponte di morte e giustizia terrena. A modo suo. Raccolse lo sporco nazista il frutto della sua semina d’odio. Una semina che si diffuse in ogni dove nel corso del suo essere esecutore del male.

Non moriranno per impiccagione nella Strage di Peteano, dieci anni dopo, la frazione che ha preso nome dagli avi di Ondina Peteani. Cadranno sotto il segno di quel male che ha segnato il 31 maggio. Quel male che si è posto in continuità con i crimini del ventennio fascista. Paese che si è auto assolto. Telefonate mute, interferenze, segnali, silenzi, voci sconosciute e poi quella sera, con la TV nei bar che trasmetteva una partita di calcio che rimase impressa nella memoria della comunità intera. Una telefonata da un bar di Monfalcone, bar Nazionale si chiamava. Si ricorderà l’ora esatta, le 23.15 che fermerà il tempo per sempre, almeno per le vittime ed i loro famigliari. La Fiat 500, il chilometro 5, l’ispezione, la mano omicida che in un vile attentato mieteva tre giovani carabinieri, Quindi i depistaggi, gli arresti di innocenti goriziani, la storica difesa degli avvocati Battello e Maniacco, l’odio fascista che come un fiume carsico cercò di celarsi, imponendosi con la complicità di pezzi dello Stato andato a pezzi in quel tempo. Il tempo. Sempre lui. Inesorabile. Storie, ricordi, immagini, luoghi, spazi. Ciò insegna che ci sono binari nel corso della vita a cui tuo malgrado non potrai sfuggire. Sarà il destino, sarà l’effetto delle tue azioni, sarà perché così era stato deciso da qualcuno, per te. E il pensiero ultimo non può che correre al binario che non c’è, il binario 21 di Trieste, il Memoriale Nazionale di Auschwitz che non potrà non sorgere. Lo dobbiamo a questa gente che ha patito le pene dell’inferno e la cui maggioranza non ha fatto rientro, perché da Trieste partì oltre il 70% dei convogli di deportati dall’Italia alla volta di Auschwitz, treni del male partiti dalla città di confine e che hanno confinato vite, sogni e spazi in luoghi dove l’umanità non è mai entrata. A partire dal 7 dicembre del 1943, giorno in cui ebbe inizio il primo viaggio della morte Trieste/Auschwitz.

Questo testo nasce su impulso di Gianni Peteani in collaborazione con Marco Barone che si ringraziano per la loro instancabile attività di impegno civile.

Si ricordano Ondina Peteani, prima staffetta partigiana d’Italia, i crimini della deportazione nei lager nazisti e il dovere di contrasto e sbarramento a ogni forma di fascismo e intolleranza.

La foto del Silos della Stazione Ferroviaria di Trieste e l’immagine della Risiera di San Sabba (all’inizio dell’articolo) sono di Gianni Peteani.

http://www.atuttascuola.it/il-31-maggio-nel-male-della-storia/

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Un saluto dalla Trieste medaglia d’oro alla Resistenza.

Per il Comitato pace e convivenza Danilo Dolci, che quella “piccola targa metallica sul manto di Piazza Unità” ha fatto porre, Alessandro Capuzzo

Fonte: http://www.labottegadelbarbieri.org/il-31-maggio-nel-male-della-storia/

23 Maggio 2020. Per non dimenticare.

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L’ANPI Sicilia insieme all’ANPI Palermo Comandante Barbato ricorda oggi Giovanni Falcone, Francesca  Morvillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo, vittime della barbarie mafiosa, vergogna perenne della nostra storia, siciliana e italiana, per gli indicibili livelli di inconcepibile, inimmaginabile connubio  ormai chiaramente sancito dalla sentenza del 2018 sulla trattativa stato – mafia.

Non possiamo colpevolmente solo commuoverci. Dobbiamo avere piena coscienza di essere cittadini della repubblica delle stragi delle quali, da Portella delle Ginestre a piazza Fontana e via via fino ai nostri giorni, nessuna sentenza ha reso mai giustizia sui mandanti. Mai nessuna verità. Nel contempo ancora tanti atti restano coperti da, forse inconfessabili, segreti di stato.

Questo è chiaramente oggi uno degli aspetti più gravi di un condizionamento inaccettabile della nostra democrazia, è un gravissimo antico e ormai intollerabile, avvelenamento della nostra Costituzione.

E’ necessaria oggi dopo la straordinaria ribellione del popolo siciliano e italiano all’indomani  della strage di Capaci, mentre ancora registriamo continui tentativi di negare la storia, , una presa di coscienza di questa insostenibile situazione.