Categoria: Rassegna stampa

CLANDESTINI VERSO LA FRANCIA: IERI I PARTIGIANI, OGGI I MIGRANTI

Un articolo pubblicato dal quotidiano “La Repubblica” (della giornalista Brunella Giovara) – a tutta pagina – con il titolo: “Sulle Alpi la fuga infinita dei migranti con i sandali a dieci gradi sotto zero” riporta violentemente alla memoria le drammatiche traversie di partigiani, uomini e donne, che durante la Lotta di Liberazione attraversavano, in armi, costantemente e senza esitazioni, le montagne fra l’Italia e la Francia.

 

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La mafia e lo Stato

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Poche settimane fa il Procuratore Nazionale Antimafia nella sua relazione annuale sulla criminalità organizzata e sul terrorismo  ha puntualizzato alcuni aspetti che in pochi hanno letto e in pochissimi hanno visto in tv e nei telegiornali.

A tal proposito, come presidente dell’Osservatorio Regionale Antimafia del Molise, vorrei tornare sull’argomento. Franco Roberti ha detto, senza mezzi termini, che la mafia ormai si è infiltrata in tutti i gangli vitali dello Stato italiano.

Tutte le amministrazioni pubbliche, da nord a sud, non sono immuni dal rischio d’infiltrazione. La ’ndrangheta ormai è presente in tutta la penisola e la gran parte dei Comuni è alla mercé delle mafie. Tutto ciò che è pubblico, dagli appalti, ai bandi, alle sovvenzioni, alle concessioni è in maniera diretta o indiretta condizionato dalla criminalità organizzata. Le mafie ormai hanno legami stretti con le massonerie, con i servizi segreti, con la politica nazionale e locale.

In conferenza stampa con i giornalisti, il procuratore Roberti ha affermato che non c’è più nessun territorio in Italia che non sia infiltrato dalle mafie. Ha parlato anche di territori ad alto rischio quali la Puglia e le regioni a essa limitrofe (quali ad esempio il Molise).

Se così fosse, e non ho ragione di mettere in dubbio le parole del Procuratore Nazionale Antimafia, questo significa solo una cosa: la resa incondizionata dello Stato.

Come mai c’è questa sconfitta?

In primis perché non sono mai stati adottati gli strumenti necessari per far fronte a questa emergenza e ritengo che non si vogliano neanche adottare. Mancano le persone, gli apparati, le leggi, sembra quasi che tutti si siano rassegnati a convivere con la malattia e pur sapendo che potremmo sconfiggerla ci lasciamo morire abbandonandoci alla stessa. A questo punto non riesco più a comprendere se questo stato di cose stia bene anche a tanti italiani.

Di una cosa però sono certo: a me non sta per niente bene! Di questa situazione a dir poco catastrofica, la cosa che più mi meraviglia e che se n’è parlato poco o nulla. I giornalisti che parlano di questi temi ormai si contano sulle dita delle mani e far pubblicare notizie di questa tipologia nei giornali italiani diventa un’impresa titanica.

La forza delle mafie nel frattempo aumenta soprattutto dove lo Stato non è presente. Più aumenta il disagio sociale, più le mafie acquistano consenso. Mafiosi, criminali, politici, imprenditori e amministratori pubblici in molti casi trovano accordi convenienti per tutti pur di non pestarsi i piedi. F

ar emergere queste collusioni è compito dei cittadini ma soprattutto dei giornalisti liberi che dovrebbero essere uno degli antidoti più potenti per il veleno mafioso.

A proposito di lotta alle mafie, non dimentichiamoci il monito di Paolo Borsellino: «Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo».

Allo stesso tempo non bisogna mai dimenticare neanche il fatto che in 58 giorni la mafia ha eliminato i suoi più irriducibili nemici, senza che nessuno si sia opposto, senza che nessuno abbia tentato di evitarlo. È da qui che lo Stato deve ripartire se vuole recuperare la sua credibilità ormai inesorabilmente persa.

Vincenzo Musacchio,  Presidente Osservatorio Regionale Antimafia del Molise

22.8.2017 – Manifesto

 

 

Referendum sull’Art 18: bocciato dalla Corte Costituzionale

18La Corte si è pronunciata negativamente sul quesito e noi dobbiamo rispettare quella decisione, oltretutto piuttosto sofferta, come risulta dalle notizie circolate circa le votazioni, che hanno manifestato una forte diversità di opinioni sul merito. Ciò che intendo contrastare è l’idea, da qualche parte avanzata, che in questo modo sia stata collocata una pietra tombale sull’art. 18 e in particolare sulla problematica degli effetti dei licenziamenti ingiustificati.
A mio avviso il tema resta importante e meritevole, anche nel futuro, di riflessione e attenzione, in vista di altre, possibili soluzioni. Ciò che occorre smontare, in ogni caso, è che si tratti di una questione ormai superata anche dal tempo e dagli eventi, non solo nazionali. Chi pensa così, lo fa in modo riduttivo e in qualche modo semplificativo, perdendo di vista il significato vero dell’art. 18, che non può non resistere anche ai tempi, alle scelte di un determinato momento, alle contingenti decisioni giurisprudenziali.
Quando fu formulato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, si pensò soprattutto al valore della dignità e della libertà del lavoratore, non solo e non tanto nel momento in cui gli viene risolto il rapporto di lavoro, ma soprattutto durante la durata dello stesso. Il lavoro, bene inestimabile e valore fondante della Repubblica (art. 1 Cost.) deve essere sempre accompagnato dal concetto di dignità e di libertà. Il lavoratore preoccupato della possibile perdita del lavoro e delle sue concrete conseguenze, finisce per essere meno libero e per comportarsi con minore dignità, rinunciando a diversi connotati di quella che dovrebbe essere la sua “persona”. Il divieto di licenziamento ingiusto, accompagnato – se riconosciuto dal Giudice come tale – dall’obbligo di reintegrazione, è stato immaginato dal legislatore del 1970 (così come, sia pure solo in parte, anche da quello del 1966) come
strumento di libertà e di dignità, durante il rapporto di lavoro. E soprattutto è stato lo Statuto dei diritti dei lavoratori a cercare di liberare chi presta lavoro, con questo ed altri strumenti (ad esempio la nullità del demansionamento), da preoccupazioni tali da incidere sulla sua libertà e sulla sua dignità. Insomma, l’intento fondamentale dell’art. 18 era di consentire, attraverso il lavoro, la realizzazione e lo sviluppo della persona. Questo non significa, ovviamente, favorire chi non ha voglia di lavorare o chi, comunque, si comporta male (in tali ipotesi il licenziamento può essere legittimo e spetta al Giudice, in ogni caso, dire la parola definitiva); e tantomeno vuol
dire non tenere conto delle esigenze produttive e dei diritti che competono anche all’impresa; ma si risolve solo nell’ impedire gli abusi e liberare il dipendente onesto e serio da ogni possibilità di ricatto e di intimidazione. Questo profilo e questo significato vanno tenuti presenti, ora e sempre.
Ci si potrà tornare in futuro, nelle forme che la politica potrà individuare. La cosa importante è, oggi, non considerare il tema nella sua configurazione più restrittiva e limitata e non chiuderlo per sempre in un cassetto. E’ un tema che c’è, e resta, se vogliamo conservare il significato e il valore dell’articolo 1 della Costituzione.
Carlo Smuraglia- Presidente dell’ANPI
Fonte: da ANPInews n. 230 – 17/24 gennaio 2017

“Siamo liberi e indipendenti e applichiamo la democrazia: ci si confronta, si discute e infine si vota”

“Siamo liberi e indipendenti e applichiamo la democrazia: ci si confronta, si discute e infine si vota”: così il presidente nazionale dell’Anpi, Carlo Smuraglia, in una intervista a Repubblica.it

Prof. Carlo Smuraglia

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