Categoria: segnalazioni

Portella della Ginestra, la strage del Primo maggio

opera di dino vaccaro

SANGUE ROSSO – 1° Maggio a Portella delle Ginestre opera di Dino Vaccaro

Un nome primaverile che evoca un giorno di morte. Il Primo maggio del 1947 una folla di lavoratori, donne, bambini e anziani – riuniti a Portella della Ginestra, in Sicilia – fu bersagliata dalle raffiche di mitra della banda di Salvatore Giuliano. Nell’area tra i comuni di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello, molti si erano ritrovati per festeggiare la vittoria elettorale del «Blocco del Popolo» (l’alleanza tra socialisti e comunisti) alle elezioni regionali del 20 aprile (qui il racconto di Egisto Corradi dall’Archivio del Corriere), altri per ascoltare il discorso di alcuni dirigenti del Pci in occasione della Festa dei lavoratori. La prima che si tornava a festeggiare in quella data, dopo essere stata spostata dal regime fascista al 21 aprile (il «Natale di Roma»). Furono undici le persone uccise sul colpo, più di sessanta i feriti. Ad appoggiare Giuliano erano poteri mafiosi, frange dell’autonomismo siciliano e forze che intendevano garantire il perpetuarsi degli equilibri di potere anche nel nuovo quadro istituzionale e politico del Dopoguerra, e intimidire le masse contadine che reclamavano la terra (qui la prefazione di Ferruccio de Bortoli alla riedizione del libro di Tommaso Besozzi «La vera storia del bandito Giuliano»).

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Portella, opera di Ettore Coinciliis 

«Ci eravamo dati appuntamento per festeggiare il Primo maggio ma anche l’avanzata della sinistra all’ultima tornata elettorale e per manifestare contro il latifondismo. Non era neanche arrivato l’oratore quando sentimmo degli spari», ha raccontato nel 2017, in occasione del 70esimo anniversario dell’eccidio, Serafino Petta, l’ultimo sopravvissuto. «Avevo 16 anni, pensavo che fossero i petardi della festa, ma alla seconda raffica ho capito. Ho cominciato a cercare mio padre, non l’ho trovato. Quello che ho visto sono i corpi distesi per terra. I primi due erano di donne: la prima morta, sua figlia incinta ferita. Questa scena ce l’ho ancora oggi negli occhi, non la posso dimenticare». A sparare fu la banda di Salvatore Giuliano, «i mandanti non si conoscono ancora ma ad armare la sua mano furono la mafia, i politici e i grandi feudatari», ha ricordato ancora Petta. «Volevano farci abbassare la testa perché lottavamo contro un sistema in cui poche persone possedevano migliaia di ettari di terra e vi facevano pascolare le pecore, mentre i contadini facevano la fame. Un mese dopo successe però una cosa importante: «Tornammo qua a commemorare i morti senza paura, “Non ci fermerete”, gridavamo tutti e non ci hanno fermati. Abbiamo cominciato la lotta per la riforma agraria e nel ‘52 abbiamo ottenuto 150 assegnatari di piccoli lotti. Ma neanche loro si sono fermati, e a giugno bruciarono sedi di Cgil e partito comunista, poi nel mirino finirono anche i sindacalisti».

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Una strage ancora oggi senza mandanti: proprio in occasione dei 70 anni dell’eccidio, l’allora presidente del Senato, Pietro Grasso, chiese di rendere pubblici i documenti ancora non accessibili e accertare le responsabilità di una tragedia che ha segnato la stagione delle lotte per la terra e, più in generale, la crisi politica, sociale e dell’ordine pubblico del Dopoguerra (qui il commento di Paolo Mieli). Sulla base di nuove acquisizioni documentali nel dicembre 2004 i familiari delle vittime hanno chiesto la riapertura dell’inchiesta. Per Portella, come per altre stragi che hanno insanguinato l’Italia, la verità è ancora lontana.

Fonte:  1 MAGGIO 2019 | di Silvia Morosi e Paolo Rastelli | @MorosiSilvia @paolo_rastelli

http://pochestorie.corriere.it/2019/05/01/portella-della-ginestra-la-strage-del-primo-maggio/?refresh_ce-cp

I partigiani a Favara e l’impegno politico- culturale.

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L’intervista a Pasquale Cucchiara è un viaggio nella storia del nostro paese, che si lega alle speranze e alle lotte che sono avvenute prima di raggiungere la libertà e l’uguaglianza fra i cittadini.
Pasquale Cucchiara è nato ad Agrigento nel 1986. Si è laureato presso l’università degli studi di Palermo in Scienze Pedagogiche ed ha pubblicato “Altri uomini – storie di antifascisti e partigiani favaresi (2015) e Salvatore Bosco – il filosofo del popolo (ed. Medinova 2019).
Oggi lavora su una ricerca storica incentrata sullo sbarco degli americani in Sicilia e in particolare a Favara.
Ha fondato il circolo culturale LiberArci e attualmente è nel direttivo provinciale del territoriale di Agrigento.

Quando nasce in te la passione per la storia?

La mia passione per la storia nasce a scuola. Molti docenti hanno avuto un’influenza decisiva nella mia formazione fra questi segnalo con piacere il Professore Giuseppe Alonge.

Tu hai scritto un libro dal titolo: Gli altri uomini. Qual è il messaggio di questo lavoro?

Con la pubblicazione di “Altri Uomini” ho voluto storicizzare Favara nella Resistenza. Ho fatto diverse presentazioni nelle scuole di Favara e all’università Kore di Enna e ti posso assicurare che i ragazzi hanno compreso l’obiettivo: la Resistenza va studiata come fenomeno sociale. Inoltre, questo e altri lavori similari, dimostrano che anche i meridionali contribuirono in questo processo di liberazione nazionale. Il messaggio di questo umile lavoro è stato amplificato dal fatto che ho avuto la possibilità di presentarlo nella sala stampa della Camera dei deputati e che l’amministrazione comunale precedente ha avuto la sensibilità di farne una stele dedicata a questi uomini e a queste donne.

Dove hai trovato le notizie che riguardano gli antifascisti e i partigiani favaresi?

E’ stato un lavoro molto faticoso perché ho contattato tutte le segreterie regionali dell’ANPI, molti istituti storici per la Resistenza e per l’età contemporanea, l’Istituto Gramsci di Palermo, biblioteche fondazioni, fino alle fonti orali. Questa ricerca capillare mi ha permesso di intercettare partigiani favaresi in tutte le regioni del Centro-Nord Italia.

Chi sono i partigiani favaresi?

Non esistono eroi costruiti ma gente che, nel momento più importante e decisivo per la nostra patria, mise in gioco la propria vita. Il fascismo aveva abituato il popolo solo ad ubbidire, mentre ora, avevano la possibilità di scegliere liberamente se partecipare o meno alla Resistenza. Le formazioni partigiane hanno avuto una chiara connotazione politica anche perché al loro interno operavano dei commissari politici. Fra i 26 partigiani, mi piace ricordare le storie di Michele Imbergamo e Calogero Pullara proprio per la loro diversità politica. Michele Imbergamo, nato il 23/02/1891 a Favara, entrò nella Resistenza tramite un prete e operò quale responsabile militare della DC per la provincia di Bologna e fu uno dei protagonisti della liberazione della città.
Calogero Pullara, nato il 24/10/1903 a Favara, fu il capitano della brigata “Bandiera Rossa” operante a Roma. In dissidenza con il PCI, dopo la Resistenza, tutti i maggiori esponenti di questa Brigata militeranno nella sinistra extra parlamentare. Infine, ritengo sia giusto e meritocratico ponderare l’impegno delle varie organizzazioni politiche nella Resistenza. Le brigate partigiane furono soprattutto socialiste e comuniste e la connotazione politica dei partigiani favaresi ricalca il tendenza nazionale.

Ha ancora un significato festeggiare il 25 aprile?

E’ necessario, più di prima! Perché, purtroppo, la destra italiana non è antifascista e lo dimostrano ogni anno con le solite provocazioni dei loro giornalai e dei loro leader. La liberazione non è un derby o una guerra civile ma una lotta patriottica attraversata da centinaia di migliaia di volontari di estrazioni politico-sociali diversi, ma uniti e convinti a cacciare i tedeschi e i vassalli fascisti dall’Italia.

Il 25 Aprile in passato era la festa della liberazione dal nazifascismo ed oggi cos’è diventata ?

Perseguendo questo obiettivo, L’ANPI, il prossimo 25 Aprile, non rinuncerà a celebrare la liberazione e a proposto di intonare, alle ore 15:00, da ogni balcone e finestra il canto della Resistenza famoso in tutto il mondo: ‘Bella ciao’. Anche nel tempo del coronavirus faremo sano esercizio della memoria.

Il 10 maggio del 1933 i nazisti bruciarono i libri sulla piazza del Teatro dell’Opera di Berlino. Un gesto eclatante e di grande sofferenza simbolica . Che significa per un paese bruciare i libri?

I libri sono frutto di un’elaborazione intellettuale dell’uomo. Distruggere i libri significa distruggere il pensiero in tutte le sue forme. Tuttavia, penso che il pensiero non possa essere limitato. Il fascismo, ad esempio, si propose di “impedire a quel cervello – riferendosi a Gramsci – di funzionare per almeno vent’anni”. Nonostante il carcere, i continui spostamenti, le sue precarie condizioni di salute, le vessazioni e le privazioni quel cervello non smise mai di pensare e di produrre cultura. Oggi, Gramsci è studiato in tutto il mondo.

Perché i libri sono così importanti?

I libri sono il metodo migliore per non rimbambirsi davanti alla tv o ai social, creano coscienza critica, allargano la mente, scuotono il cervello, rompono la routine e sono un valido antistress. I libri sono l’unico antidoto per guarire questa disordinata società.

Qual è la tua lettura del 25 Aprile?

La Liberazione non va letta come un episodio isolato, ma nel suo rapporto da un lato con l’antifascismo che l’ha preparata e dell’altro con la Repubblica che da essa è nata. Per questi motivi acquista tutto il suo rilievo nella storia del nostro paese: il suffragio universale, l’espandersi delle organizzazioni operaie, contadine e sindacali, la nascita dei partiti popolari e così via. Attraverso la riflessione critica sul passato ritroviamo criteri di orientamento nel cammino che stiamo percorrendo e per le scelte che sono ancora nelle nostre mani.

La televisione tende a banalizzare i problemi del mondo e presenta le storie con un taglio culturale molto basso, quello giusto per parlare alla pancia della gente che non ha un pensiero critico.

A tal proposito, Marx, in tempi non sospetti, proferì: “ La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa in generale sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale”. Dunque, la persuasione occulta svolta in primo luogo dalla TV, ha omologato i giovani provocando nevrosi e frustrazioni, ha inventato e inventa continuamente mode, propone bisogni non essenziali, aliene da ideali, programmi, propositi, tipici della civiltà dei consumi. Viviamo il tempo del capitalismo più aggressivo che può essere arginato solo con nuove forme di aggregazione e mutualismo. Socialismo o barbarie.

I partiti politici hanno sempre sottovalutato il potere che ha la Tv in un paese che non legge. Molta gente non ha letto il Gattopardo…

Chiusi il mio primo ciclo universitario con una tesi dal titolo “L’influenza della televisione e del cinema nelle politiche giovanili”. In questo studio sperimentale, confermai l’ipotesi di partenza: i media orientano le scelte elettorali in quella (grossa) fetta di popolazione che non sa discernere, criticare e catalogare le informazioni. Non a caso Berlusconi vinse le elezioni grazie alla (sua) TV, il M5S grazie ai social, Renzi con un populismo ibrido (quello che lascia intatto il sistema e che tanto piace agli industriali), Salvini con le fake news e con le dirette facebook in una politica che cambia continuamente santi e colori. Appunto, cambia tutto per non cambiare niente.

Bertold Brecht invitava tutti ad imparare, a non temere di porre domande, ad impugnare un libro che è più potente di un’arma per cambiare il mondo…

A Favara, ad esempio, manca una libreria. Evidentemente, il mercato non la richiede e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: non ci siamo più indignati, non ci siamo più incazzati ed abbiamo lasciato che certa sedicente politica scegliesse, per noi, il nostro futuro. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ogni anno sono ben 5000 i siciliani tra i 18 e i 34 anni, molto spesso diplomati e laureati, che lasciano la Sicilia per prospettare il loro futuro e per riuscire a sviluppare opportunità di lavoro. Favara è uno dei paesi più colpiti dell’agrigentino e, infatti, la partecipazione ne risente fortemente. Ad esempio, ricordo che, nel 2012 si realizzò, una sorta di unione d’intenti basata su tematiche condivise fra le varie associazioni presenti sul territorio. Fu una stagione breve ma intensa di attività fra i quali ricordo la lotta contro la privatizzazione del Castello di Chiaramonte, l’opposizione all’installazione della cabina elettrica all’interno della scuola di via Olanda, l’impegno per la sottoscrizione dell’esposto contro la società Girgenti Acque S.P.A. con relativa protesta in consiglio comunale e l’organizzazione di alcuni eventi culturali. Eravamo veramente in tanti. In seguito, fondammo LiberArci per raccogliere questa eredità e credo che, in questi anni, siamo stati una delle poche voci fuori dal coro.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ho appena concluso un lavoro di ricerca incentrato sullo sbarco degli americani in Sicilia e in particolare a Favara. Questo lavoro si pone l’obiettivo di sviscerare questa porzione di storia dal lato militare, sociale, politico e antropologico. C’è tanta carne al fuoco: i retroscena politici dello sbarco, i contatti fra le varie organizzazioni, l’arretratezza economica e sociale dell’isola, le precarie condizioni dei bersaglieri italiani, il facile sodalizio fra occupati e occupanti, il movimento dei “non si parte”, i profughi provenienti dal continente in Sicilia, il MIS e la parziale epurazione dei fascisti e tanto altro. Dopo aver sistemato e catalogato tutto questo materiale, ho ritenuto opportuno di interrogare le fonti orali, quei pochi ultraottantenni e novantenni del nostro paese che vissero in prima persona quei fatti. Tutte le persone da me consultate, dico tutte, hanno collaborato con un trascinante entusiasmo forse perché nell’immaginario collettivo, questo spaccato di storia locale, rappresentò il punto di svolta del nuovo corso del nostro paese e della nostra nazione. In molti mi hanno detto orgogliosamente “j c’era” come a rimarcare l’importanza di aver assistito direttamente ad un appuntamento imperdibile con la storia e che la mia penna potesse essere l’ultima occasione per raccontare quella Favara.

Verso il 25 Aprile: Il ruolo delle donne nella Resistenza- Intervista a Claudia Cammarata

93798774_1081901268862803_223784975990784_n-720x675Il 25 Aprile si festeggia anche quest’anno nonostante il tentativo di inquinarne la memoria in un periodo di profonda fragilità del nostro paese. Con quella di oggi iniziamo una serie di interviste che possano ricordarne l’importanza, raccontare le iniziative virtuali che stanno nascendo per festeggiarlo anche da casa, e soprattutto gli insegnamenti da poter trarre in vista di quello che sarà un momento di ricostruzione del Paese dopo il grave momento che stiamo vivendo. Questo pomeriggio iniziamo con Claudia Cammarata che dal mondo dell’attivismo e associazionismo risponde alle nostre domande:

Perché l’antifascismo dovrebbe essere un valore per tutti i cittadini?

L’antifascismo è un valore per i cittadini e le cittadine ma più che altro è un modo di essere, di agire, di concepire la vita sociale, economica e politica di un Paese. Essere antifascisti significa essere irremovibili su quei principi di libertà e uguaglianza che sono alla base della nostra democrazia. E significa avere come punto di riferimento fermo e luminoso la nostra Costituzione, nata perché quella terribile esperienza non si ripeta mai più.

Pensi che ci sia una colpa di una parte della sinistra se oggi il 25 Aprile e l’antifascismo non è da tutti sentito allo stesso modo, oppure la responsabilità è solo di un destra che strizza l’occhio ed sentimenti nostalgici nei confronti del passato?

Penso che un mea culpa generale sia doveroso e anche necessario: probabilmente a sinistra abbiamo abbassato la guardia credendo che quei principi in cui – fortemente – crediamo fossero al sicuro e conquistati in maniera definitiva. I diritti e libertà di cui godiamo devono essere accompagnati dal dovere di difenderli ovunque sia necessario, in maniera costante e a qualunque costo. Le commemorazioni non sono sufficienti se la Memoria non diventa esercizio quotidiano, azione e proposta. Del resto il 25 aprile di 75 anni fa non fu forse l’inizio? Che sia ogni 25 aprile un momento per iniziare o per continuare.
Dall’altra parte conviviamo ancora e da sempre con una certa destra che più che strizzare l’occhio direi che è costruita su quei “valori” che l’antifascismo deve difendere e combattere. Questa destra negli ultimi anni ha visto allargare le basi del proprio consenso perché ha trovato il capro espiatorio ideale, questa volta gli immigrati, contro cui aizzare gli animi degli italiani, approfittando del malessere generale dovuto alla povertà in cui versano tante famiglie, all’alto tasso di disoccupazione giovanile, alla precarietà del mondo del lavoro. Una propaganda becera intrisa di odio e menzogne che ha scatenato una guerra tra poveri e creato molta confusione.

Da appassionata lettrice quale libro consigli per riscoprire il valore di questa giornata?

Consiglio “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. 8 settembre 1943-25 aprile 1945” curato da Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli. Sono le parole, le ultime, piene di dolore ma ferme e fiere che partigiani e patrioti catturati da fascisti o tedeschi rivolgono ai familiari. Alcuni consapevoli altri con il presentimento che verranno giustiziati a breve tutti vivono per la prima e ultima volta l’atroce esperienza di <>.

Essere antifascista ha un significato in più per una donna?

Certamente. Per le donne l’esperienza della Resistenza e della Liberazione ha rappresentato un momento cruciale. È stato un momento in cui, per usare le parole della partigiana Marisa Ombra “si sono rotte tante gabbie”: gli uomini hanno nuovamente imparato a vivere in libertà e per la prima volta lo hanno imparato anche le donne. Per coloro che hanno combattuto in prima linea il salto è stato enorme: vivere in banda insieme a dei ragazzi ha significato per tutti, anche per gli uomini, inventare nuovi modi di rapportarsi. L’esperienza della Resistenza ha gettato le basi per la liberazione della donna in toto, come singola e come membro di una collettività: subito dopo le donne hanno iniziato a votare e ad essere votate, hanno dato il loro importante contributo alla stesura della Carta Costituzionale. Si sono organizzate in partiti e associazioni e hanno messo al centro la questione femminile, questione che ben presto divenne politica. Sono diventate cittadine con dei diritti e dei doveri, doveri diversi da quelli di essere esclusivamente buone figlie, buone mogli e buone madri. Essere antifasciste significa per le donne far propri quei sentimenti di ribellione alla violenza, all’oppressione e ai “ruoli” prestabiliti. Significa aver consapevolezza di dover fare la propria parte nella società in cui viviamo.

Cosa ne pensi dell’idea dell’onorevole La Russa di sostituire il 25 aprile con il ricordo dei caduti di tutte le guerre e i virus compreso il Coronavirus?

Io penso che l’onorevole dovrebbe studiare qualche pagina di Storia, anche in un sussidiario delle scuole elementari. I tentativi di revisionismo da parte di certi personaggi della politica sono sempre ricchi di espedienti più o meno fantasiosi per gettare fango sulla Memoria e sul sangue di coloro che subirono torture indicibili e furono uccisi per permettere a questi personaggi, anche all’onorevole La Russa, di dire la propria. Non la chiamo “opinione” perchè il fascismo non è un’opinione ma un crimine.

In che modo vi state preparando per questa giornata nonostante il lockdown?
Con il direttivo territoriale dell’Arci (composto dal presidente provinciale Giuseppe Montemagno, da Roberta Lanzalaco dell’ Arci Strauss di Mussomeli, da Calogero Santoro de “I Girasoli” di Caltanissetta e dalla sottoscritta) abbiamo avviato l’iniziativa social “Percorsi di Resistenza”: un percorso tutto al femminile che ci accompagnerà fino al 25 aprile e oltre per riscoprire il ruolo delle donne all’interno della Resistenza. Attraverso il filo rosso della memoria arriveremo ai giorni nostri, in cui noi donne siamo chiamate quotidianamente a resistere contro la violenza e le discriminazioni. Un processo di liberazione iniziato il 25 aprile e per noi ancora in corso.
La campagna è partita sabato 18 aprile attraverso una serie di fotografie che ritraggono noi donne dell’Arci del territorio con in mano un cartello con gli hashtag #liberesempre #versoil25aprile #ComunqueResistenti. Nel giro di due giorni tantissime altre donne ci hanno seguite spontaneamente e molte altre sono state coinvolte. Volti, storie, esperienze diverse unite in un’unica voce: noi ci siamo, ricordiamo e resistiamo.

 

di Giulio Scarantino

 

Claudia Cammarata è presidentessa del circolo Attivarcinsieme di San Cataldo all’interno del quale ha costituito il Centro Culturale delle Donne “Felicia Bartolotta Impastato”, membro del direttivo provinciale dell’Arci e attivista dell’Anpi “Sandro Pertini” di San Cataldo.

Iniziativa a Catania della campagna Open shuhada street

HEBRON-PALESTINA, CITTA’ FANTASMA

 

*INCONTRO-DIBATTITO*

*Sabato 3 marzo ore 17.00*

*Salone della CGILVia Crociferi*

**

MOHANAD QUFAISHA – Responsabile visite di YAS (Giovani contro gli insediamenti)

ABED AMRO  – Videodocumentarista

LUISA MORGANTINI – Presidente di AssoPace Palestina, Già vice-presidente del Parlamento europeo

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Migliaia in marcia contro la mafia a Bagheria

Come trentacinque anni fa, studenti e genitori, nonni e nipoti, sindaci, sacerdoti, si sono dati appuntamento a Bagheria, davanti alla scuola “Carducci”, per marciare fino a Casteldaccia e ribadire il proprio “no” alla mafia. Dai sindacati alla Chiesa, dalla rete delle scuole «Bab el Gherib» a un cartello di un centinaio di associazioni, dai sindaci del comprensorio ai semplici cittadini, massiccia la partecipazione con migliaia di persone che, nonostante la pioggia, hanno marciato sullo stesso percorso che trentacinque anni fa aveva dato vita alla prima marcia antimafia in quella via dei Valloni, oggi “via della Marcia Antimafia 26/02/1983”, che un tempo era scelta dai killer della criminalità organizzata e dai latitanti come strada di fuga.

Continua a leggere sul sito del centro Pio La Torre

Il fascismo è un crimine

Catania: Infame attentato mafioso alla casa dei “Briganti Rugby”

 

E’ stata bruciata anche la memoria educatrice dei libri che, in gran
numero, costituivano la Librineria caratterizzantela “diversità” della
sede dei “BrigantiASD Onlus”, nel quartiere periferico – altrimenti
detto popolare – di Librino a Catania. Un luogo multiforme
nell’articolazione residenziale, con oltre sessantamila abitanti,
costituito da tante cooperative di operai costruite nei decenni scorsi e
di edilizia popolare pubblica, che vive in prima linea tutte le tragiche
contraddizioni sociali che caratterizzano le periferie delle grandi
città, specie del centro-sud: emarginazione, disoccupazione, povertà,
dispersione scolastica, arrangiamenti nella sopravvivenza
quotidiana,illegalità, traffici di droga strutturali.

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Nella notte tra mercoledì e giovedì un infame attentato di stampo mafioso ha totalmente incendiato il grande edificio che ospitava la Club  House “G. Cunsolo”. E’ bruciato tutto. I pompieri sono stati impegnati per molte ore. Nulla si è salvato dalle fiamme fameliche provocate dagli  scellerati attentatori.

Un grande spazio che accoglieva gli “attrezzi di lavoro” della squadra di rugby e della socialità “impegnata”. Punto di incontro quotidiano, ludico, culturale e sociale, di tanti giovani del quartiere. A fianco il grande campo di gioco del rugby e parecchi orti sociali accresciutosi
sempre più negli anni. Un luogo alternativo, di socialità e comunanza, di valorizzazione dei valori civili e democratici, “medicina” alla
disgregazione imperante nel quartiere, altrimenti detto satellite-dormitorio.

Gli organizzatori, ben conosciuti in città, sono da sempre impegnati
nella lotta alle illegalità, alla mafia, pronti, sempre, alle battaglie
per il riscatto sociale e al contrasto di tutte le manifestazioni di
razzismo.

A Maggio il luogo era stato visitato dalla Presidenza della Camera dei
Deputati Laura Boldrini. Già da tempo è preventivata per martedì
prossimo la visita a Librino del Presidente della Repubblica Sergio
Mattarella.

Tantissimi gli attestati di solidarietà.

Per approfondimenti: https://www.facebook.com/BrigantiLibrino/

domenico stimolo

Con Nicola Cipolla ancora in cammino

Il 13 gennaio a Palermo ricordiamo Nicola Cipolla, a poco meno di 6 mesi dalla sua scomparsa. Alle porte di quello che sarebbe stato il suo 96° compleanno, continueremo a mantenerne viva la memoria insieme a compagne e compagni, amici e amiche che hanno condiviso con lui pezzi di percorso, insieme alla famiglia, al Cepes, alla CGIL, al Comune di Palermo e a tutti coloro che avranno il piacere di esserci.
Interverranno Luciana Castellina, Leoluca Orlando, Mario Agostinelli, Vittorio Bardi, Anna Bucca, Enzo Campo, Gianni Silvestrini. Nel corso dell’iniziativa sarà proiettato un video su Nicola Cipolla, curato da Ottavio Terranova

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