Ricorrenza a 54 anni dei tragici fatti :Avola 2 dicembre 1968, uccisi Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia di Domenico Stimolo

Sono trascorsi cinquantaquattro anni. La Memoria è sempre viva.

di domenico stimolo

Avola, grande centro in provincia di Siracusa. In quel dì, del 2 dicembre del 1968, durante una manifestazione bracciantile lungo la strada statale che porta a Noto, la polizia spara.

Rimangono, morti, sull’asfalto stradale, due figli del popolo contadino della Sicilia: Angelo Sigona – venticinque anni – e Giuseppe Scibilia – 48 anni, – padre di tre figli -.

Il fuoco di piombo, forte e micidiale, lascia sulla percorso ben 48 feriti, di cui cinque colpiti in modo alquanto grave. Ritrovati sul selciato tre chilogrammi di bossoli.

I contadini e i braccianti di Siracusa lottavano per conquistare migliori condizioni del duro lavoro: aumento del salario giornaliero, soppressione delle differenze delle paghe in atto nell’ambito della provincia, rispetto dei contratti precedentemente conquistati, l’operatività delle commissioni paritetiche di controllo per eliminare gli enormi abusi in atto.

Venivano rivendicate le rivendicazioni storiche: l’abolizione delle “gabbie salariali” ( le differenze retributive in atto in Italia). * l’ingaggio in “piazza” tramite l’uso del “caporale”. * la revisione, quindi, delle norme del collocamento lavorativo.

Il 2 dicembre nella provincia fu sciopero generale. Vera e grande manifestazione di popolo. Presenti, in gran numero, donne e bambini, che con grande entusiasmo sostenevano i loro “porta frumento”.

I tragici fatti non finirono lì, sul sangue versato.

Immediatamente dopo, nel gennaio del 1969, 163 partecipanti alla manifestazione, braccianti e sindacalisti, furono denunciati, incriminati di blocco stradale. Successivamente, nel 1970, furono inviati 85 mandati di comparizione.

Per l’eccidio nessuno pagò. Nel 1970 l’inchiesta giudiziaria fu definitivamente archiviata.

Il 4 dicembre, in Italia, fu sciopero generale.

Nell’evento si consumo il “canto del cigno” di riscossa dei contadini e dei braccianti siciliani.

Quelli del pane e cipolla. Degli sfruttati senza fine, i reietti da sempre….. dai padroni, degli agrari, di ieri…….di oggi.

Una storia, questa, di vessazioni e dolori inauditi ( consumata, poi, in tentativo di riscatto, nelle “bibliche” emigrazioni forzate nelle Americhe, in Europa e in Australia), che, nell’ambito della storia moderna, come sfruttatori, ha avuto sempre i padroni del “cambia casacca” a proprio uso e convenienza. Prima con i borbonici, poi con i savoia, dopo ancora con i fascisti, quindi, per ultimo, con gli alleati politici e dei mafiosi.

Dal 48 ( dell’ottocento), dall’epopea dei fasci siciliani di oltre cent’anni addietro, dalle mitiche occupazioni delle terre del post e del dopo delle due guerre mondiali, Loro, i contadini e i braccianti siciliani sono stati sempre in prima fila, per conquistare dignità, rispetto, diritti e libertà.

Non più schiavi.

E’ proprio per questa lunga storia che oggi, due dicembre, a 52 anni dei tragici fatti, necessita rispettare la memoria di Angelo Sigona e Giuseppe ScibiliaEmblemi di memoria, libertà e democrazia.

domenico stimolo

Presentazioni di “Francesco Marotta – Sulle tracce di un partigiano siciliano”

Nei prossimi giorni verrà presentato l’ottimo lavoro che ha consentito la riemersione di una storia riguardante un giovane originario di Valguarnera l’antica Caropepe che, altrimenti, sarebbe rimasta sepolta tra le tantissime altre, nel “nulla” di una memoria negata. Negata, intanto, all’allora giovane Francesco Marotta che fece una scelta di vita, ai parenti, ai concittadini ed a tutti noi siciliani. Un lavoro che, pertanto, ha ridato la doverosa e giusta dignità a chi la meritava.  L’Anpi e’ stata orgogliosa di poter offrire un pur piccolo contributo all’impegno dei due studiosi, Calogero Laneri e Roberto Capizzi, autori di questa bella e dignitosa storia che ha comportato una decina d’anni di minuziose ricerche in vari archivi della nostra penisola. Peraltro, Calogero Laneri è concittadino del partigiano Marotta.

 I due giovani studiosi sono stati incoraggiati da Carmelo Albanese, curatore della prefazione del libro, nativo di Enna, storico dell’età contemporanea e collaboratore dell’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età Contemporanea (ISRT). Carmelo Albanese, tra i suoi numerosi titoli di studio annovera, anche, la Laurea in Relazioni e Politiche Internazionali, conseguita nel 2004, presso la Facoltà di Scienze Politiche di Palermo e, nel 2006, la Laurea specialistica in Storia Contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche di Catania discutendo una tesi dal titolo Il Comandante Barbato. Pompeo Colajanni e la Resistenza. A Palermo è stato allievo del Prof. Giuseppe Carlo Marino, storico, presidente onorario di Anpi Palermo nonche’ curatore responsabile della collana de “I Quaderni dell’Anpi” sotto la cui egida è stato pubblicato, anche, il libro oggetto della presentazione del 2 dicembre.

Il libro verrà presentato a Palermo, il prossimo 2 dicembre, alle ore 16,30, presso il bellissimo locale di Arci Tavola Tonda, ai Cantieri Culturali della Zisa. Discuteranno con gli autori, lo storico Carmelo Albanese ed il presidente di Anpi Palermo Ottavio Terranova. inoltre il libro verrà presentato a Valguarnera il 3 Dicembre alle 17:30 presso i locali della Società Rurale Cristiana in Piazza della Repubblica 15.

ANPI Sicilia. Riguardo la Medaglia al valore civile riconosciuta ai Comuni di Belpasso, Mascalucia, Nicolosi, Pedara, Tremestieri Etneo, Valverde

ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D’ITALIA

COORDINAMENTO REGIONALE SICILIA

Ente Morale D.L. n. 224 del 5 aprile 1945

COMUNICATO STAMPA

* Riguardo la Medaglia al valore civile riconosciuta ai Comuni di Belpasso, Mascalucia, Nicolosi, Pedara, Tremestieri Etneo, Valverde

A.N.P. I. Sicilia esprime grande soddisfazione per il riconoscimento ufficiale della Medaglia al valore civile ai Comuni dell’area pedemontana etnea: Belpasso, Mascalucia, Nicolosi, Pedara, Tremestieri, Valverde, per gli atti di resistenza attiva messe in azione dalla popolazione civile contro le truppe occupanti tedesche nelle prime due settimane del mese di agosto 1943.

L’ insigne cerimonia svoltosi giorno 12 novembre al Teatro Vincenzo Massimo Bellini di Catania davanti a un folto pubblico, ha concluso la prassi operativa avanzata alla Presidenza della Repubblica il 3 luglio 2012 dal “ Comitato Promotore della Resistenza Etnea”, presieduto da Nicola Musumarra; presenti tra gli altri, il signor Prefetto, i sindaci dei Comuni interessati, il Presidente del Comitato proponente, studenti di molte scuole e parenti delle vittime.

Trascorse tre settimane dallo sbarco delle truppe Alleate in Sicilia, caduta la dittatura fascista il 25 luglio, una lunga scia di sangue contrassegnò la ritirata delle truppe tedesche dall’area montana e pedemontana etnea. I nazisti, sconfitti, cercando di ritirarsi verso Messina – per attraversare lo stretto -, si abbandonarono a numerose razzie predatorie e cruenti atti contro uomini, donne e bambini dei paesi attraversati che provocarono decine di morti e molti feriti, presenti numerosi sfollati provenienti da Catania.

Le popolazioni, dei paesi premiati con la Medaglia la valore civile, già sfinite dalle drammatiche conseguenze della guerra scatenata dal fascismo, affamate, traumatizzate dai continui bombardamenti, in difesa dei loro poverissimi averi e della dignità violata, reagirono con grande impeto e, armati, cacciarono i nazisti dai loro aree cittadine.

Fu il primo atto del grande movimento nazionale di Resistenza al nazifascismo che produsse la Lotta di Liberazione ultimata a fine aprile del 1945 per riconquistare Pace, Libertà e Democrazia.

Comunichiamo un vivo ringraziamento alla Presidenza della Repubblica che ha dato giusta risposta alla richiesta avanzata, al “ Comitato Promotore della Resistenza Etnea”, e a Nicola Musumarra che, altresì, con la pubblicazione del libro “ La Resistenza italiana in Sicilia. I martiri e gli eroi di Mascalucia e Pedara”, 1° ed. 2012 , ha dato un contributo determinate a riportare alla pubblica attenzione i fatti drammatici eseguiti dai nazisti nell’area etnea nell’agosto 1943.

Il Coordinatore regionale Anpi Sicilia

Ottavio Terranova

Palermo, 23 novembre 2022

Catania 12 novembre: Consegnate le Medaglie al valore civile a sei comuni dell’area pedemontana etnea, per i tragici eventi dell’agosto 1943. Iniziò la resistenza agli occupanti nazisti.

di Domenico Stimolo

Con la cerimonia svoltosi giorno 12 novembre al Teatro Massimo Vincenzo Bellini di Catania, presenti numerosi studenti, si è ultimato in maniera solenne il percorso di riconoscimento ufficiale da parte delle Istituzioni nazionali degli atti di resistenza messe in opera dalla popolazione civile di diversi paesi etnei nella prima quindicina del mese di agosto 1943, contro l’occupante tedesco.

La richiesta era stata avanzata alla Presidenza della Repubblica in data 3 luglio 2012 dal “Comitato Promotore della Resistenza Etnea”, presieduto da Nicola Musumarra, autore del libro “ La Resistenza italiana in Sicilia. I martiri e gli eroi di Mascalucia e Pedara”, 1° ed. 2012 , prefazione prof. Rosario Mangiameli.

Nel corso della commemorazione, dopo gli interventi del prefetto Maria Carmela Librizzi – che tra l’altro, rivolgendosi ai ragazzi, ha evidenziato la loro funzione fondamentale per “impulso e stimolo per rafforzare e custodire i valori fondamentali della Repubblica e per un impegno convinto al servizio del bene comune” -, di Nicola Musumarra e della prof.ssa Pinella Di Gregorio del Dipartimento Scienze Politiche e Sociali Università di Catania , sono state consegnate le Medaglie al merito civile ai sindaci dei Comuni di Belpasso, Mascalucia, Nicolosi, Pedara, Tremestieri, Valverde. Presenti sul palco una consistente rappresentanza di parenti dei martiri uccisi durante gli atti di opposizione alle cruente razzie messe in opera dai militari tedeschi.

Dall’inizio di agosto del 1943 una lunga scia di sangue contrassegnò la ritirata delle truppe tedesche nell’area pedemontana etnea.

I38 giorni della “battaglia di Sicilia”, in gran parte svoltosi nell’area della Sicilia orientale,furono lunghi e cruenti, coinvolgendo in maniera diretta e spietata anche la popolazione civile.

Il 10 luglio un’ imponente formazione militare alleata – “operazione Husky”–composta da 3200 navi con l’appoggio di un grande schieramento aereo, sbarcò sulle coste sud-orientali dell’isola 160.000 militari, essenzialmente, statunitensi, inglesi e canadesi, con un’enorme mole di attrezzature militari; alla fine dell’operazione i militari della coalizione Alleata raggiunsero il numero di 480.000 unità.

All’atto dello sbarco l’isola era presidiata da circa 230.000 militari italiani (moltissimi i siciliani, circa il 70%) e da forti e bene armate formazioni tedesche costituite da 45.000 unità.

L’Italia era ormai reduce da una guerra devastante. La disfatta in Russia ( Unione Sovietica) era già un fatto compiuto; abbandonate, in rotta, le aree del Nord Africa; le aree dell’ “Impero”, nell’ “ Africa Orientale Italiana”: Eritrea, Somalia, Etiopia, erano state lasciate alla fine del 1941. Il fascismo aveva fatto sacrificare “ la migliore gioventù”, negli anni di vita più belli. Le popolazioni civili erano allo stremo e alla fame; tutte le città, compreso quelle siciliane, sottoposte a continui micidiali bombardamenti aerei.

Il crollo militare dell’Asse in Sicilia era ormai ineludibile. In gran parte avvenne rapidamente. Il 22 luglio gli Alleati entrarono aPalermo, dopo avere liberato tutta l’area occidentale dell’ isola; il 21 ad Enna. L’esercito italiano, escluso alcune sacche di battaglia, ebbe complessivamente un veloce disfacimento. Tanti soldati abbandonarono il fronte dei combattimenti, di fatto dileguandosi; la grande piazzaforte di Augusta il 10 luglio si arrese senza nessuna reazione di contrasto. Dopo il 25 luglio, l’esercito italiano è ormai allo sbando. Le aree di combattimento si restrinsero in gran parte nella zona etnea. Il 5 agosto gli Alleati, dopo la sanguinosa battaglia nell’area del fiume Simeto entrarono a Catania. In tutte le città e paesi i cittadini siciliani accolsero gli Alleati con aperte, corali e gioiose manifestazioni di giubilo; lo schiaffo di disprezzo più grande ed energico che potesse essere dato al fascismo.

Le truppe italo-tedesche iniziarono una veloce e disordinata ritirata, per raggiungere lo stretto di Messina ( 17 agosto). L’obiettivo dei tedeschi era di abbandonare celermente la Sicilia, con tutti i mezzi.

Fu proprio nelle convulse giornate di questa fase che itedeschi-nazisti condussero una serie di sanguinarie operazioni contro le popolazioni civili.

Ormai in rotta, cercavano tutti i mezzi per potere allontanarsi nel raggiungere Messina, sfogando sui civili la rabbia della sconfitta.

Per essere meno visibili agli attacchi delle truppe Alleate, per proseguire, invece di utilizzare la strada costiera, in gran numero si sparsero a raggiera nell’area interna, per diverse decine di chilometri.

In molti si misero a depredare, con metodiche razzie, perseguitando uomini, donne, ragazzi. Molto ricercati erano gli autoveicoli, i cavalli e i muli. Il ladrocinio era rivolto anche verso le strutture mobili dello stato. Giorno 20 luglio i soldati tedeschi, dopo avere rapinato tutto il motorizzato che era rimasto a Catania ( compreso i carri funebri), assalirono la Questura della città per impossessarsi degli automezzi; lo stesso giorno rubarono, armi in mano, la macchina al Prefetto a al Podestà. Questo era il clima del disfacimento in atto.

Gli eventi più gravi e drammatici si consumarono nell’area pedemontana etnea tra il 3 e il 12 agosto. La violentissima battaglia della Piana di Catania era finita.

I luoghi degli eccidi più efferati furono Mascalucia e Castiglione di Sicilia – ove fu fatta une vera e propria metodica strage -.

Randazzo, Adrano, Biancavilla, Calatabiano, Pedara, Belpasso, Valverde, Trecastagni, e tutte le aree di campagna circostanti furono direttamente interessate dalla furia omicida e ladresca dei nazisti. Le località si trovano tutte nell’area montana e pedemontana di Catania.

Anche i cittadini catanesi ne subirono le conseguenze, come poi raccontato dal famoso giornalista cataneseIgor Man ( Igor Manlio Manzella) il 18 agosto 1945 in un articolo pubblicato su “ Il Partigiano” di Genova con il titolo “i primi partigiano sono stati siciliani”.

Il 3 agosto Mascalucia ( 3000 i residenti, oltre 5000 gli sfollati) divenne un vero e proprio campo di battaglia. Centinaia di civili armati, supportati dai pochi soldati italiani presenti nel paese ( due postazioni del genio), dai vigili del fuoco militarizzati e carabinieri, si scontrarono con le truppe tedesche. I cittadini stanchi delle angherie e delle razzie dei tedeschi si ribellarono. L’ animo della rivolta scaturì dopo alcuni tragici eventi scatenati dalla furia di depredazione dei tedeschi nel corso della mattinata; prendevano di mira i pochi automezzi civili rimasti, i cavalli, gli asini e i muli; gli animali erano l’unico vitale “ strumento” di sostegno di gran parte degli abitanti. Dopo l’assalto tedesco, con sparatoria, ad alcune case per rubare i cavalli – le famiglie Bonaccorso, Amato, Nicotra, si difesero armi in mano; rimase ucciso Giovanni Amato, ferito il nipote-, e l’uccisione del soldato italiano Francesco Wagner il grave ferimento di un altro soldato Giuseppe La Marra – morirà nei giorni successivi – intervenuti per impedire altri atti di violenza in corso nel paese, esplose la rabbia popolare. Parecchi cittadini avevano armi proprie. In molti attinsero al deposito d’armi della famiglia Amato, armieri a Catania che avevano trasferito pistole e fucili a Mascalucia. Fu scontro furente, durato diverse ore. I tedeschi spararono ripetutamente sulla piazza con un cannone controcarro, utilizzando un’autoblinda armata con quattro mitragliatrici. I tedeschi furono battuti sul campo. In tarda serata arrivarono gruppi di carabinieri da Catania, ufficiali italiani e tedeschi. Con grande fatica, dopo una snervante trattativa tra militari tedeschi, italiani e civili, fu concordata una tregua. I tedeschi pretendevano di prendere 100 ostaggi tra i civili. All’alba del giorno dopo i tedeschi abbandonarono il paese. Nel corso degli scontri rimasero uccisi 14 tedeschi. I civili feriti, residenti a Mascalucia e sfollati, preferirono restare anonimi. Gli inglesi arrivarono giorno 7 agosto.

Nella stessa giornata del3 agosto a Pedara ( poco distante da Mascalucia) si svolsero altri gravi accadimenti. Anche in questo caso la reazione dei civili fu determinata da un caso di razzia di animali. Alfio Venturo, mulattiere, dopo avere subito la rapina del proprio mulo, assieme al suocero, armati di schioppo, si recarono nel centro del paese. Incontrati i due tedeschi, che conducevano il mulo, intimarono loro la restituzione dell’animale. Scaturì un furibondo scontro. Venturo e Di Stefano, a colpi di pietra uccisero un tedesco, l’altro rimase gravemente ferito. Immediatamente dopo i tedeschi presenti nel paese ( una decina) si spostarono nella piazza del paese, sparando con una mitragliatrice. Da lì scattò la reazione dei civili, residenti e sfollati. In circa duecento, armati con armi proprie o prese nella caserma dei carabinieri, circondarono i tedeschi, che si allontanarono. Nel pomeriggio tornarono in forze, circondando la piazza.

La gran parte dei civili che ancora stazionava nel luogo scappò; tredici uomini furono presi in ostaggio e portati a Zafferana, all’ albergo “ Airone” dove era ubicato il comando tedesco. Furono lasciati giorno 10 agosto quando i tedeschi lasciarono il paese. Tre giorni prima nelle campagna tra Pedara e Tremestieri i tedeschi, dopo orrende torture, assassinarono un giovane contadino Alfio Faro.

Il5 agosto a Valverde i tedeschi devastarono la tenuta agricola di proprietà dei monaci dell’eremo di S. Anna. Dopo il depredazione delle riserve alimentari e l’uccisione degli animali di cortile, ammazzarono a colpi di pistola frate Arcangelo. Il 7 agosto un contadino, di giovane età, di Tremestieri fu rapito dai tedeschi. Il cadavere fu ritrovato due giorni dopo nelle campagne vicine al paese, orribilmente torturato; ucciso con cinque colpi di pistola.

Anche aRandazzo, nella prima fase di agosto, i tedeschi uccisero inermi cittadini: Enrico La Piana di 50 anni e Nunzio Romano di 32 anni.

Il12 agosto a Castiglione di Sicilia – comune montano con settemila abitanti – si scatenò la furia nazista. Una divisione tedesca, dopo furenti combattimenti, si ritirava da Randazzo ( altro comune montano dell’area nord dell’Etna, trasformata in piazzaforte dalle truppe italiane-tedesche, rimasto interamente distrutta dai terrificanti bombardamenti aerei effettuati dagli Alleati a partire dal 13 luglio). Quella mattina un contingente tedesco entrò nel paese preceduti da un carro armato. Senza “ragione”, solo per sfizio omicida, iniziarono a sparare contro le case e le persone che si trovavano per le strade. Un’azione lunga e meticolosa che riguardò tutto il paese. Consumarono una vera e propria attività di perverso assassinio e di ladrocinio di massa. Moltissime case furono colpite dal fuoco delle mitragliatrici e dei fucili mitragliatori ; razziando ed uccidendo.

Tantissime abitazioni furono devastate, depredate di tutti gli oggetti di valore. Pur di fronte all’enorme furore contro gli inermi un contingente di truppe italiane presenti a Castiglione, costituito da alcune decine di soldati, rimase inerte.Sedici cittadini rimasero uccisi dalla furia nazista: Giuseppe D’Amico, Nicola Camardi, Francesco Cannavò, Giuseppe Carciopolo, Antonino Celano, Nunzio Costanzo, Giovanni Crifò, Francesco Di Francesco, Salvatore Di Francesco, Giuseppe Ferlito, Vincenzo Nastasi, Salvatore Portale, Santo Purello, Giuseppe Rinaudo, Carmelo Rosano, Giuseppe Seminara; circa venti i feriti.

Ancora non sazi delle loro atrocità, i tedeschi, in un clima di generale terrore, rastrellarono circa300 persone, rinchiudendole in un grande ovile. Una delegazione, costituita da cittadini, da un ufficiale italiano, dall’arciprete Giosuè Russo, e dalla suora Anna Maria Casini – vera e propria eroina della tragica situazione, era pronta a morire in cambio della liberazione dei cittadini imprigionati – condusse una lunga e drammatica trattativa. L’ufficiale tedesco continuava a minacciare la fucilazione, asserendo che cinque soldati tedeschi erano stati uccisi dai civili, senza specificare il luogo. Il 14 agosto, gli ostaggi, affamati e assettati, vennero rilasciati.

Gli atti documentali della strage giacevano nascosti nel famoso “armadio della vergogna” collocato in uno sgabuzzino della cancelleria della procura militare, con le ante rivolte verso il muro – contenenti 695 fascicoli d’inchiesta – delle innumerevoli stragi fatte dai nazisti in Italia. Nessuno degli assassini dei inermi cittadini è stato mai perseguito dalla giustizia.

Una lapide posta nelPalazzo Municipale di Castiglione di Sicilia così recita: “Pacifici ed inermi cittadini senza colpa, barbaramente trucidati, uno ad uno, dalla furia irragionevole della belva tedesca, perivano il 12 agosto 1943”.

Altre sanguinose vicende commesse dalle truppe tedesche nell’area etnea sono riportate nel libro “Catania tra guerra e dopoguerra”ed. 1983, a cura di F. Pezzino, L. D’Antone, S. Gentile.

In quelle giornate il paese di Adrano ( circa 35 Km da Catania) era stata quasi del tutto abbandonato dai propri abitanti, in stragrande parte contadini, rifugiatosi nelle campagne assieme ai propri animali di lavoro. Le truppe tedesche, sconfitte, si ritiravano da Troina e Regalbuto ( Enna) Per sfuggire ai bombardamenti degli Alleati si ritiravano percorrendo l’intreccio di trazzere e sentieri che si trovavano in quell’area territoriale. Passava la furia devastatrice. Lungo il percorso rastrellarono contadini e sfollati, circa centocinquanta, con il proposito di utilizzarli come “sistematori di strade” per facilitare la loro ritirata. Del consistente gruppo, tenuto in stato di schiavitù, facevano parte anche tre monaci cappuccini. L’odissea iniziò tra il 3 e il 4 agosto. Giorno 4 uccisero Antonio Ciadamidaro, 65 anni, in contrada “ Pietra Bianca”, Antonio Spalletta di 37 anni e Antonino Agliozzo, 55 anni, in contrada “ Grotte Rosse”. Il giorno dopo furono assassinante altre quattro persone: Pietro La Rosa ( 40 anni), Salvatore Carciola ( 42 anni), Salvatore Ingrassia ( 43 anni), Salvatore Vitanza ( 60 anni). Via, via che la marcia procedeva in direzione Bronte-Randazzo, il 6 agosto ammazzarono Salvatore Liotta ( 19 anni) Carlo Carmelo Grasso ( uno sfollato catanese),Salvatore Scuderi ( 53 anni). Prima di Cesarò, a seguito di un bombardamento degli Alleati, i prigionieri riuscirono a fuggire.

Altre uccisioni ci furono nella zona diBiancavilla ( poco distante da Adrano) nel corso della prima settimana di agosto. Un contingente tedesco attendato in contrada “Martina” si dedicò ad effettuare molteplici razzie in tutto il circondario, compreso il paese. In queste operazioni uccisero, con modalità atroci, 4 persone: Giosuè Riccieri di 33 anni, Alfio Alò, 18 anni, Antonio Riccieri, 45 anni, Giuseppe Papotto di 42 anni. Diversi contadini si difesero dalle violente angherie, dalle rapine. Alcuni soldati tedeschi furono uccisi.

Giorno 11 agosto a Calatabiano i tedeschi sequestrarono un giovane di 15 anni, Quagliata, figlio del capostazione. Poco dopo fu ammazzato a colpi di pistola.

Il 17 luglio a Belpasso fu ucciso Giuseppe Sciacca nell’area centrale del paese.

Nel Rapporto della “Commissione storica italo-tedesca” insediata dai Ministri degli Affari Esteri della Repubblica Italiana e della Repubblica Federale Tedesca – nominata il 28 marzo 2009, con Atti compiuti nel 2012 , riguardo il mese di agosto 1943 testualmente si legge: “ 26 episodi, tutti realizzati nel mese di agosto, sono invece segnalati per la Sicilia. In particolare 11 episodi sono compiuti a Messina, 1 a Caltanissetta e 14 a Catania. 9 sono furti, 7 violenze senza alcun apparente motivo, 3 in seguito a rifiuto di eseguire un ordine. Altre due azioni sono realizzate perché le vittime sono accusate di spionaggio, o perché accusate di aver ucciso un tedesco. Un’altra azione violenta è agita perché la vittima si rifiutava di lavorare per i tedeschi e infine un’ultima in seguito ad azione bellica tedesca. Le violenze sono commesse a danno di 53 vittime, 5 delle quali derubate, 1 ferita e 47 uccise. Tra queste troviamo per esempio anche le 18 vittime della strage di Castiglione di Sicilia, in provincia di Catania, compiuta da soldati tedeschi il 12 agosto 1943, o di quella di Mascalucia del 3 agosto”.

Poi, in aggiunta all’atrocedanno patito dai civili,venne la beffa. Infatti, dopo un decennio, in pieno clima di “guerra fredda”, di avviato sdoganamento dei neofascisti del Msi, di forte “scomunica” dei comunisti e di tradimento dei valori costituenti la nuova Italia, così come avvenuto per molti patrioti della Resistenza successivamente accusati, incarcerati e condannati per atti infamanti di “volontario efferato assassinio”, anche nell’area etnea si verificarono accuse ed incarceramenti di cittadini che vennero incriminati di avere ammazzato, per legittima difesa, soldati tedeschi in quelle giornate dell’agosto 1943, proprio quando le truppe naziste infierivano selvaggiamente contro le popolazioni civili. Il danno e la beffa. Decine di persone, quasi tutti braccianti, furono sottoposti a fermi ed arresti nei paesi di Biancavilla, Santa Maria di Licodia, Belpasso –a seguito del ritrovamento di due scheletri di soldati tedeschi ,- accusati di avere assassinato nazisti che occupavano la Sicilia. Proprio in quelle aree territoriali dove, come prima ricordato, parecchi inermi contadini e braccianti erano stati ammazzati dalle truppe tedesche, dedite al sistematico furto, alla rapina, allo stupro. In tanti si difesero, per evitare il furto degli essenziali animali di lavoro, asini, muli cavalli, “ amati come la loro vita”, dei pochissimi beni alimentari, per scongiurare le drammatiche vessazioni rivolte alle proprie famiglie. Vicende ben conosciute da tutti, rimaste impresse nella memoria collettiva. L’incredibile vicenda fu denunziata e stigmatizzata tramite due interrogazioni parlamentari, promosse da parecchi deputati del Pci, tra cui: Otello Marilli, Luigi Di Mauro, Grasso Nicolosi Anna, Giacomo Calandrone, Virgilio Failla, Natta, Giuseppe Schirò, discussa il 25 febbraio 1955. Si chiedeva di “ sapere i motivi che hanno determinato le autorità di pubblica sicurezza della provincia di Catania a procedere a fermi e a darne la clamorosa notizia sulla stampa per il preteso assassinio di due militari tedeschi, caduti nell’agosto del 1943, in conflitto con la popolazione civile, mentre tentavano di rubare asini e muli e di uccidere i contadini proprietari degli animali; dopo di avare, gli stessi tedeschi, insieme con altri banditi delle SS e dell’esercito teutonico, ucciso i contadini Giuseppe Stissi, Giosuè Riccieri, Antonio Riccieri, Giuseppe Papotto, Alfio Scalisi e Alfio Alò……….”. Una seduta ad alta tensione, che si caratterizzò per l’assoluta reticenza del rappresentante del Governo, preposto alla risposta, e l’impeto democratico dell’opposizione, in difesa degli accusati, ad onore dei cittadini che in quell’agosto del 43 si opposero alle azioni obbrobriose dei militi nazisti. Contro le azioni repressive del Ministro dell’Interno Scelba, in quella giornata due veementi interventi furono effettuati dai deputati Otello Marilli ( fiorentino di nascita, catanese di adozione, stimato dirigente della Confederterra) e Giacomo Calandrone ( di Savona, operaio,Volontario nella Guerra di Spagna nelle Brigate Internazionali, dirigente del Partito Comunista Italiano in Sicilia, eletto nella circoscrizione catanese alla I e II legislatura nella Camera dei deputati).

La Resistenza agli occupanti nazifascisti? Cominciò in Sicilia

Domenico Stimolo

A Belpasso, Mascalucia, Nicolosi, Pedara, Tremestieri Etneo e Valverde, sei Comuni dell’area pedemontana di Catania, conferita la Medaglia al Merito Civile per i tragici eventi dell’agosto 1943

Resistenza Stragi

Con una cerimonia al Teatro Massimo Vincenzo Bellini di Catania, alla presenza di numerosi studenti, lo scorso 12 novembre, si è solennemente ultimato il percorso di riconoscimento ufficiale da parte delle istituzioni nazionali degli atti di Resistenza compiuti dalla popolazione civile di diversi paesi etnei contro l’occupante tedesco nella prima quindicina del mese di agosto 1943.

La richiesta era stata avanzata alla Presidenza della Repubblica il 3 luglio 2012 dal “Comitato promotore della Resistenza etnea”, presieduto da Nicola Musumarra, autore nel 2012 del libro “La Resistenza italiana in Sicilia. I martiri e gli eroi di Mascalucia e Pedara”, con prefazione del prof. Rosario Mangiameli.

Nicola Musumarra, presidente del Comitato promotore della Resistenza etnea, durante la cerimonia di consegna delle sei Medaglie al MC

Nel corso della commemorazione, dopo gli interventi del prefetto Maria Carmela Librizzi che, tra l’altro, rivolgendosi ai ragazzi ha evidenziato la loro funzione fondamentale “nell’impulso e stimolo per rafforzare e custodire i valori fondamentali della Repubblica e per un impegno convinto al servizio del bene comune”; di Nicola Musumarra e della prof.ssa Pinella Di Gregorio del dipartimento Scienze Politiche e Sociali dell’università di Catania, sono state consegnate le medaglie al Merito Civile e le onorificenze al “merito della Repubblica” ai sindaci dei Comuni di BelpassoMascaluciaNicolosiPedaraTremestieriValverde. Sul palco era presente una consistente rappresentanza di parenti dei martiri uccisi durante gli atti di opposizione alle cruente razzie dei militari tedeschi.

Dall’inizio di agosto 1943 una lunga scia di sangue contrassegna la ritirata delle truppe tedesche nell’area pedemontana etnea.

I 38 giorni della “battaglia di Sicilia”, in gran parte combattuta nell’area della Sicilia orientale, sono lunghi e cruenti, coinvolgendo in maniera diretta e spietata anche la popolazione civile.

Mappa dell’Operazione Husky

Il 10 luglio con l’Operazione Husky sbarcano sulle coste sud-orientali dell’isola un’imponente formazione militare alleata composta da 3.200 navi appoggiata da un grande schieramento aereo, 160.000 militari, essenzialmente statunitensi, inglesi e canadesi, e un’enorme mole di attrezzature militari; alla fine dell’operazione i militari della coalizione Alleata raggiungeranno il numero di 480.000 unità.

All’atto dello sbarco l’isola è presidiata da circa 230.000 militari italiani (moltissimi i siciliani, circa il 70%) e da forti e bene armate formazioni tedesche costituite da 45.000 unità.

L’Italia è ormai reduce da una guerra devastante. La disfatta in Unione sovietica è già un fatto compiuto; abbandonate, in rotta, le aree del Nord Africa, le aree dell’“Impero” nell’Africa Orientale Italiana –Eritrea, Somalia, Etiopia – sono state lasciate alla fine del 1941. Il fascismo ha sacrificato “la migliore gioventù” negli anni di vita più belli. Le popolazioni civili sono allo stremo e alla fame; tutte le città italiane, comprese quelle siciliane, sono sottoposte a continui, micidiali, bombardamenti aerei.

22 luglio 1943, gli Alleati entrano a Palermo

Il crollo militare dell’Asse in Sicilia è ormai ineludibile. In gran parte avviene rapidamente. Il 22 luglio gli Alleati entrano a Palermo (il 21 a Enna), dopo avere liberato tutta l’area occidentale dell’isola. L’esercito italiano, escluse alcune sacche di battaglia, complessivamente ha un veloce disfacimento. Tanti soldati abbandonano il fronte dei combattimenti, di fatto dileguandosi; la grande piazzaforte di Augusta il 10 luglio si arrende senza nessuna reazione di contrasto. Dopo il 25 luglio, l’esercito italiano è ormai allo sbando. Le aree di combattimento si restringono in gran parte nella zona etnea. Il 5 agosto gli Alleati, dopo la sanguinosa battaglia nell’area del fiume Simeto, entrano a Catania. In tutte le città e paesi i cittadini siciliani accolgono gli Alleati con aperte, corali e gioiose manifestazioni di giubilo; lo schiaffo di disprezzo più grande ed energico al fascismo.

Ancora oggi in tutte le campagne della zona restano i bunker delle truppe tedesche

Le truppe italo-tedesche iniziano una veloce e disordinata ritirata, per raggiungere lo Stretto di Messina (17 agosto). L’obiettivo dei tedeschi è di abbandonare celermente la Sicilia, con tutti i mezzi.

Proprio nelle convulse giornate di questa fase i nazisti si scatenano in sanguinarie operazioni contro le popolazioni. Ormai in rotta, cercano tutti i mezzi per potere raggiungere Messina, sfogando sui civili la rabbia della sconfitta.

Nella ritirata, per essere meno visibili agli attacchi alleati, invece di utilizzare la strada costiera, in gran numero si spargono a raggiera nell’area interna, per diverse decine di chilometri.

In molti si mettono a depredare, razzie metodiche che perseguitano uomini, donne, ragazzi. Si impossessano di autoveicoli, cavalli e muli. Il ladrocinio è rivolto anche verso le strutture mobili dello Stato. Il giorno 20 luglio, i soldati tedeschi, dopo avere rapinato tutto ciò che di motorizzato è rimasto a Catania (compresi i carri funebri), assalgono la questura per impossessarsi degli automezzi; lo stesso giorno rubano, armi in mano, la macchina al prefetto a al podestà. Questo è il clima del disfacimento in atto.

Gli eventi più gravi e drammatici si consumano nell’area montana e pedemontana etnea tra il 3 e il 12 agosto. La violentissima battaglia della Piana di Catania è finita.

I luoghi degli eccidi più efferati sono Mascalucia e Castiglione di Sicilia – ove si attua una vera e propria metodica strage. Randazzo, Adrano, Biancavilla, Calatabiano, Pedara, Belpasso, Valverde, Trecastagni, e tutte le aree di campagna circostanti sono direttamente interessate dalla furia omicida e ladresca dei nazisti.

Anche i cittadini catanesi ne subiscono le conseguenze, come poi racconterà il 18 agosto 1945 il famoso giornalista catanese Igor Man in un articolo pubblicato su “Il Partigiano” di Genova dal titolo I primi partigiani sono stati siciliani”.

Gli Alleati a Mascalucia nel 1943

Il 3 agostoMascalucia (3.000 residenti, oltre 5.000 sfollati) diviene un vero e proprio campo di battaglia. Centinaia di civili armati, supportati dai pochi soldati italiani presenti nel paese (due postazioni del genio), dai vigili del fuoco militarizzati e carabinieri, si scontrano con le truppe tedesche. I cittadini stanchi delle angherie e delle razzie dei tedeschi si ribellano. L’ animo della rivolta scaturisce dopo alcuni tragici eventi provocati dalla furia di depredazione dei tedeschi nel corso della mattinata; prendono di mira i pochi automezzi civili rimasti, i cavalli, gli asini e i muli; gli animali sono l’unico, vitale “strumento” di sostegno di gran parte degli abitanti. Dopo l’assalto tedesco, con sparatoria, ad alcune case per rubare i cavalli, le famiglie Bonaccorso, Amato, Nicotra, si difendono armi in mano. Rimane ucciso Giovanni Amato e ferito il nipote, è ucciso il soldato italiano Francesco Wagner e gravemente ferito un altro soldato, Giuseppe La Marra, che morirà nei giorni successivi, intervenuti per impedire altri atti di violenza in corso nel paese.

Esplode la rabbia popolare. Parecchi cittadini hanno armi proprie. In molti attingono al deposito d’armi della famiglia Amato, armieri a Catania che avevano trasferito pistole e fucili a Mascalucia. Lo scontro, furente, dura diverse ore. I tedeschi sparano ripetutamente sulla piazza con un cannone controcarro, utilizzando un’autoblinda armata con quattro mitragliatrici, ma sono battuti sul campo. In tarda serata arrivarono gruppi di carabinieri da Catania, ufficiali italiani e tedeschi. Con grande fatica, dopo una snervante trattativa tra militari tedeschi, italiani e civili, è concordata una tregua. I tedeschi pretendono di prendere 100 ostaggi tra i civili. All’alba del giorno dopo i tedeschi abbandonano il paese. Nel corso degli scontri sono uccisi 14 tedeschi. I civili feriti, residenti a Mascalucia e sfollati, preferiscono restare anonimi. Gli inglesi arriveranno il 7 agosto.

Il 3 agosto anche a Pedara (poco distante da Mascalucia) si insorge. Anche in questo caso la reazione dei civili è dettata da un caso di razzia di animali. Alfio Venturo, mulattiere, dopo avere subito la rapina del proprio mulo, assieme al suocero, armati di schioppo, si recano nel centro del paese. Incontrano due tedeschi con il loro mulo, intimano la restituzione dell’animale. Scaturisce un furibondo scontro. Venturo e Di Stefano a colpi di pietra uccidono un tedesco e feriscono gravemente l’altro. Immediatamente i tedeschi presenti nel paese (una decina) si spostano nella piazza, sparando con una mitragliatrice. Da lì scatta la reazione dei civili, residenti e sfollati. In circa duecento, armati con armi proprie o prelevate dalla caserma dei carabinieri, circondarono i tedeschi, che si allontanano. Ma nel pomeriggio i nazisti tornano in forze e circondano la piazza.

La gran parte dei civili scappa, tredici uomini sono presi in ostaggio e portati a Zafferana, all’albergo “Airone”, dove è il comando tedesco. Saranno rilasciati giorni dopo, il 10 agosto, quando i tedeschi lasciano il paese. Il 7 agosto, nelle campagna tra Pedara e Tremestieri, i tedeschi hanno assassinato Alfio Faro, un giovane contadino. Il cadavere è ritrovato due giorni dopo orribilmente torturato e ucciso con cinque colpi di pistola.

Il 5 agosto, la morte per mano nazista è a Valverde: i tedeschi devastano la tenuta agricola di proprietà dei monaci dell’eremo di S. Anna. Dopo il depredazione delle riserve alimentari e l’uccisione degli animali da cortile, ammazzano frate Arcangelo a colpi di pistola. Anche a Randazzo, nella prima fase di agosto, i tedeschi uccidono persone inermi: Enrico La Piana di 50 anni e Nunzio Romano di 32.

Lapide in memoria a Castiglione di Sicilia

Il 12 agosto la furia nazista si scatena a Castiglione di Sicilia, Comune montano con settemila abitanti. Una divisione tedesca, dopo furenti combattimenti, si sta ritirando da Randazzo (altro comune montano dell’area nord dell’Etna, trasformata in piazzaforte dalle truppe italiane-tedesche, rimasto interamente distrutta dai terrificanti bombardamenti aerei effettuati dagli Alleati a partire dal 13 luglio).

Postazione antiaerea della 29. Panzergrenadier-Division in azione nello Stretto di Messina nell’estate 1943

Quella mattina un contingente tedesco entra in paese preceduto da un carro armato. Senza “ragione”, solo per sfizio omicida, iniziano a sparare contro le case e le persone che si trovano in strada. Un’azione lunga e meticolosa che riguarda tutto il paese. Consumano una vera e propria attività di perverso assassinio e di ladrocinio di massa. Moltissime case sono colpite dal fuoco delle mitragliatrici e dei fucili mitragliatori; i nazisti razziano e uccidono. Tantissime abitazioni furono devastate, depredate di tutti gli oggetti di valore. Pur di fronte all’enorme furore contro gli inermi un contingente di truppe italiane presenti nel paese, costituito da alcune decine di soldati, rimane inerte. Sedici cittadini sono uccisi dalla furia nazista: Giuseppe D’AmicoNicola CamardiFrancesco CannavòGiuseppe CarciopoloAntonino CelanoNunzio CostanzoGiovanni CrifòFrancesco Di Francesco, Salvatore Di Francesco, Giuseppe Ferlito, Vincenzo Nastasi, Salvatore Portale, Santo Purello, Giuseppe Rinaudo, Carmelo Rosano, Giuseppe Seminara.

Florian Rider per Unsplash

I feriti sono una ventina. Ancora non sazi di atrocità, i tedeschi, in un clima di generale terrore, rastrellano circa 300 persone, rinchiudendole in un grande ovile. Una delegazione, costituita da civili, un ufficiale italiano, l’arciprete Giosuè Russo e la suora Anna Maria Casini – vera e propria eroina della tragica situazione, era pronta a morire in cambio della liberazione dei cittadini imprigionati – conduce una drammatica trattativa. L’ufficiale tedesco continua a minacciare la fucilazione, asserendo che cinque soldati tedeschi sono stati uccisi dai civili, senza specificare il luogo. Finalmente, il 14 agosto, gli ostaggi, affamati e assettati, sono rilasciati.

Palazzo Cesi, dove vennero occultati nell’Armadio della vergogna 695 fascicoli con i dossier sulle stragi nazifasciste in Italia e un registro con 2.274 notizie di reato

Gli atti documentali della strage giacevano tra i 695 fascicoli d’inchiesta nascosti nel famoso Armadio della vergogna, in uno sgabuzzino della cancelleria della Procura militare, con le ante rivolte verso il muro. Nessuno degli assassini di inermi cittadini è stato mai perseguito dalla giustizia.

Una lapide posta nel Palazzo municipale di Castiglione di Sicilia recita: “Pacifici ed inermi cittadini senza colpa, barbaramente trucidati, uno ad uno, dalla furia irragionevole della belva tedesca, perivano il 12 agosto 1943”.

Altre sanguinosi crimini commessi dalle truppe tedesche nell’area etnea sono riportate nel libro “Catania tra guerra e dopoguerra”, a cura di F. Pezzino, L. D’Antone, S. Gentile.

In quelle giornate il paese di Adrano (circa 35 Km da Catania) è stato quasi del tutto abbandonato dagli abitanti, in stragrande parte contadini, che si sono rifugiati nelle campagne assieme ai propri animali di lavoro. Le truppe tedesche, sconfitte, si stanno ritirando da Troina e Regalbuto (Enna). Per sfuggire ai bombardamenti degli Alleati percorrono l’intreccio di trazzere e sentieri che si trovano in quell’area territoriale. Lungo il percorso rastrellano contadini e sfollati, circa centocinquanta, con il proposito di utilizzarli come “sistematori di strade” e facilitare la loro ritirata. Del consistente gruppo, tenuto in stato di schiavitù, fanno parte anche tre monaci cappuccini.

L’odissea inizia tra il 3 e il 4 agosto. Il 4 in contrada “Pietra Bianca” uccidono Antonio Ciadamidaro, 65 anni, Antonio Spalletta di 37 anni e in contrada “Grotte Rosse” ammazzano Antonino Agliozzo, 55 anni. Il giorno dopo vengono assassinante altri quattro uominiPietro La Rosa (40 anni), Salvatore Carciola (42 anni), Salvatore Ingrassia (43 anni), Salvatore Vitanza (60 anni).  Il 6 agosto, via via che la marcia procede in direzione Bronte-Randazzo, ammazzano Salvatore Liotta (19 anni) Carlo Carmelo Grasso (sfollato catanese), Salvatore Scuderi (53 anni). Prima di Cesarò, a seguito di un bombardamento degli Alleati, i prigionieri riuscirono a fuggire.

Altre uccisioni hanno per teatro la zona di Biancavilla (poco distante da Adrano) nel corso della prima settimana di agosto. Un contingente tedesco attendato in contrada “Martina” si dedica molteplici razzie in tutto il circondario, compreso il paese. In queste operazioni uccidono, con modalità atroci, 4 personeGiosuè Riccieri di 33 anni, Alfio Alò, 18 anni, Antonio Riccieri, 45 anni, Giuseppe Papotto di 42 anni. Diversi contadini si difendono dalle violente angherie e alcuni soldati tedeschi sono uccisi.

Giorno 11 agosto a Calatabiano i tedeschi sequestrano un giovane di 15 anni, Quagliata, figlio del capostazione. Poco dopo è ammazzato a colpi di pistola.

Il 17 luglio nel centro del paese di Belpasso è ucciso Giuseppe Sciacca.

Negli Atti della Commissione storica italo-tedesca nominata dai ministri degli Affari Esteri della Repubblica Italiana e della Repubblica Federale Tedesca, nominata il 28 marzo 2009, riguardo all’agosto 1943 si legge: 26 episodi, tutti realizzati nel mese di agosto, sono invece segnalati per la Sicilia. In particolare 11 episodi sono compiuti a Messina, 1 a Caltanissetta e 14 a Catania. 9 sono furti, 7 violenze senza alcun apparente motivo, 3 in seguito a rifiuto di eseguire un ordine. Altre due azioni sono realizzate perché le vittime sono accusate di spionaggio, o perché accusate di aver ucciso un tedesco. Un’altra azione violenta è agita perché la vittima si rifiutava di lavorare per i tedeschi e infine un’ultima in seguito ad azione bellica tedesca. Le violenze sono commesse a danno di 53 vittime, 5 delle quali derubate, 1 ferita e 47 uccise. Tra queste troviamo per esempio anche le 18 vittime della strage di Castiglione di Sicilia, in provincia di Catania, compiuta da soldati tedeschi il 12 agosto 1943, o di quella di Mascalucia del 3  agosto”.

Dopoguerra. Uno dei processi ai partigiani nel Nord Italia

Va ricordato che in aggiunta all’atroce danno patito dai civili arrivò anche la beffa. Nel dopoguerra, in piena Guerra fredda, sdoganamento dei neofascisti del Msi, forte “scomunica” dei comunisti, come avviene per molti patrioti della Resistenza accusati, incarcerati e condannati per atti infamanti di “volontario efferato assassinio”, anche nell’area etnea si verificano accuse e incarceramenti di cittadini che vennero incriminati di avere ammazzato, per legittima difesa, soldati tedeschi in quelle giornate dell’agosto 1943, proprio quando le truppe naziste infierivano selvaggiamente contro le popolazioni civili.

Decine di persone, quasi tutti braccianti, a seguito del ritrovamento di due scheletri di soldati tedeschi sono sottoposti a fermi e arresti nei paesi di Biancavilla, Santa Maria di Licodia, Belpasso, accusati di avere assassinato nazisti che occupavano la Sicilia. Proprio in quelle aree territoriali dove, come prima ricordato, parecchi inermi contadini e braccianti erano stati ammazzati da truppe tedesche dedite al sistematico furto, alla rapina e allo stupro. In tanti si difesero, per evitare il furto degli essenziali animali di lavoro, asini, muli cavalli, “amati come la loro vita”, dei pochissimi beni alimentari, per scongiurare le drammatiche vessazioni rivolte alle proprie famiglie. Vicende ben conosciute da tutti, rimaste impresse nella memoria collettiva.

inchiesta.camera.it/

L’incredibile vicenda fu denunciata e stigmatizzata con due interrogazioni parlamentari, promosse da deputati del Pci, tra cui: Otello Marilli, Luigi Di Mauro, Anna Grasso Nicolosi, Giacomo Calandrone, Virgilio Failla, Alessandro Natta, Giuseppe Schirò. Discusse il 25 febbraio 1955Si chiedevano di “sapere i motivi che hanno determinato le autorità di pubblica sicurezza  della provincia di Catania a procedere a fermi e a darne la clamorosa notizia sulla stampa per il preteso assassinio di due militari tedeschi, caduti nell’agosto del 1943, in conflitto con la popolazione civile, mentre tentavano di rubare asini e muli e di uccidere i contadini proprietari degli animali; dopo di avare, gli stessi tedeschi, insieme con altri banditi delle SS e dell’esercito teutonico, ucciso i contadini Giuseppe Stissi, Giosuè Riccieri, Antonio Riccieri, Giuseppe Papotto, Alfio Scalisi e Alfio Alò (…)”.

Una seduta ad alta tensione, che si caratterizzò per l’assoluta reticenza del rappresentante del governo e l’impeto democratico dell’opposizione in difesa degli accusati a onore dei cittadini che in quell’agosto ’43 si opposero alle azioni obbrobriose dei militi nazisti. Contro le azioni repressive del ministro dell’Interno Scelba, in quella giornata due veementi interventi furono effettuati dai deputati Otello Marilli (fiorentino di nascita, catanese di adozione, stimato dirigente della Confederterra) e Giacomo Calandrone (di Savona, operaio, volontario nella Guerra di Spagna nelle Brigate Internazionali, dirigente del Pci in Sicilia, eletto nella circoscrizione catanese alla I e II legislatura nella Camera dei deputati).

La Resistenza continuava, dai banchi parlamentari. In difesa dei cittadini che a “mani nude” si erano opposti alle angherie nazifasciste, primo atto della Liberazione, per ripristinare la verità. Ora l’onorificenza al Merito civile restituisce almeno il ricordo del loro coraggio.

PUBBLICATO LUNEDÌ 21 NOVEMBRE 2022

La Resistenza agli occupanti nazifascisti? Cominciò in Sicilia

Domenico Stimolo

A Belpasso, Mascalucia, Nicolosi, Pedara, Tremestieri Etneo e Valverde, sei Comuni dell’area pedemontana di Catania, conferita la Medaglia al Merito Civile per i tragici eventi dell’agosto 1943

Resistenza Stragi

Con una cerimonia al Teatro Massimo Vincenzo Bellini di Catania, alla presenza di numerosi studenti, lo scorso 12 novembre, si è solennemente ultimato il percorso di riconoscimento ufficiale da parte delle istituzioni nazionali degli atti di Resistenza compiuti dalla popolazione civile di diversi paesi etnei contro l’occupante tedesco nella prima quindicina del mese di agosto 1943.

La richiesta era stata avanzata alla Presidenza della Repubblica il 3 luglio 2012 dal “Comitato promotore della Resistenza etnea”, presieduto da Nicola Musumarra, autore nel 2012 del libro “La Resistenza italiana in Sicilia. I martiri e gli eroi di Mascalucia e Pedara”, con prefazione del prof. Rosario Mangiameli.

Nicola Musumarra, presidente del Comitato promotore della Resistenza etnea, durante la cerimonia di consegna delle sei Medaglie al MC

Nel corso della commemorazione, dopo gli interventi del prefetto Maria Carmela Librizzi che, tra l’altro, rivolgendosi ai ragazzi ha evidenziato la loro funzione fondamentale “nell’impulso e stimolo per rafforzare e custodire i valori fondamentali della Repubblica e per un impegno convinto al servizio del bene comune”; di Nicola Musumarra e della prof.ssa Pinella Di Gregorio del dipartimento Scienze Politiche e Sociali dell’università di Catania, sono state consegnate le medaglie al Merito Civile e le onorificenze al “merito della Repubblica” ai sindaci dei Comuni di BelpassoMascaluciaNicolosiPedaraTremestieriValverde. Sul palco era presente una consistente rappresentanza di parenti dei martiri uccisi durante gli atti di opposizione alle cruente razzie dei militari tedeschi.

Dall’inizio di agosto 1943 una lunga scia di sangue contrassegna la ritirata delle truppe tedesche nell’area pedemontana etnea.

I 38 giorni della “battaglia di Sicilia”, in gran parte combattuta nell’area della Sicilia orientale, sono lunghi e cruenti, coinvolgendo in maniera diretta e spietata anche la popolazione civile.

Mappa dell’Operazione Husky

Il 10 luglio con l’Operazione Husky sbarcano sulle coste sud-orientali dell’isola un’imponente formazione militare alleata composta da 3.200 navi appoggiata da un grande schieramento aereo, 160.000 militari, essenzialmente statunitensi, inglesi e canadesi, e un’enorme mole di attrezzature militari; alla fine dell’operazione i militari della coalizione Alleata raggiungeranno il numero di 480.000 unità.

All’atto dello sbarco l’isola è presidiata da circa 230.000 militari italiani (moltissimi i siciliani, circa il 70%) e da forti e bene armate formazioni tedesche costituite da 45.000 unità.

L’Italia è ormai reduce da una guerra devastante. La disfatta in Unione sovietica è già un fatto compiuto; abbandonate, in rotta, le aree del Nord Africa, le aree dell’“Impero” nell’Africa Orientale Italiana –Eritrea, Somalia, Etiopia – sono state lasciate alla fine del 1941. Il fascismo ha sacrificato “la migliore gioventù” negli anni di vita più belli. Le popolazioni civili sono allo stremo e alla fame; tutte le città italiane, comprese quelle siciliane, sono sottoposte a continui, micidiali, bombardamenti aerei.

22 luglio 1943, gli Alleati entrano a Palermo

Il crollo militare dell’Asse in Sicilia è ormai ineludibile. In gran parte avviene rapidamente. Il 22 luglio gli Alleati entrano a Palermo (il 21 a Enna), dopo avere liberato tutta l’area occidentale dell’isola. L’esercito italiano, escluse alcune sacche di battaglia, complessivamente ha un veloce disfacimento. Tanti soldati abbandonano il fronte dei combattimenti, di fatto dileguandosi; la grande piazzaforte di Augusta il 10 luglio si arrende senza nessuna reazione di contrasto. Dopo il 25 luglio, l’esercito italiano è ormai allo sbando. Le aree di combattimento si restringono in gran parte nella zona etnea. Il 5 agosto gli Alleati, dopo la sanguinosa battaglia nell’area del fiume Simeto, entrano a Catania. In tutte le città e paesi i cittadini siciliani accolgono gli Alleati con aperte, corali e gioiose manifestazioni di giubilo; lo schiaffo di disprezzo più grande ed energico al fascismo.

Ancora oggi in tutte le campagne della zona restano i bunker delle truppe tedesche

Le truppe italo-tedesche iniziano una veloce e disordinata ritirata, per raggiungere lo Stretto di Messina (17 agosto). L’obiettivo dei tedeschi è di abbandonare celermente la Sicilia, con tutti i mezzi.

Proprio nelle convulse giornate di questa fase i nazisti si scatenano in sanguinarie operazioni contro le popolazioni. Ormai in rotta, cercano tutti i mezzi per potere raggiungere Messina, sfogando sui civili la rabbia della sconfitta.

Nella ritirata, per essere meno visibili agli attacchi alleati, invece di utilizzare la strada costiera, in gran numero si spargono a raggiera nell’area interna, per diverse decine di chilometri.

In molti si mettono a depredare, razzie metodiche che perseguitano uomini, donne, ragazzi. Si impossessano di autoveicoli, cavalli e muli. Il ladrocinio è rivolto anche verso le strutture mobili dello Stato. Il giorno 20 luglio, i soldati tedeschi, dopo avere rapinato tutto ciò che di motorizzato è rimasto a Catania (compresi i carri funebri), assalgono la questura per impossessarsi degli automezzi; lo stesso giorno rubano, armi in mano, la macchina al prefetto a al podestà. Questo è il clima del disfacimento in atto.

Gli eventi più gravi e drammatici si consumano nell’area montana e pedemontana etnea tra il 3 e il 12 agosto. La violentissima battaglia della Piana di Catania è finita.

I luoghi degli eccidi più efferati sono Mascalucia e Castiglione di Sicilia – ove si attua una vera e propria metodica strage. Randazzo, Adrano, Biancavilla, Calatabiano, Pedara, Belpasso, Valverde, Trecastagni, e tutte le aree di campagna circostanti sono direttamente interessate dalla furia omicida e ladresca dei nazisti.

Anche i cittadini catanesi ne subiscono le conseguenze, come poi racconterà il 18 agosto 1945 il famoso giornalista catanese Igor Man in un articolo pubblicato su “Il Partigiano” di Genova dal titolo I primi partigiani sono stati siciliani”.

Gli Alleati a Mascalucia nel 1943

Il 3 agostoMascalucia (3.000 residenti, oltre 5.000 sfollati) diviene un vero e proprio campo di battaglia. Centinaia di civili armati, supportati dai pochi soldati italiani presenti nel paese (due postazioni del genio), dai vigili del fuoco militarizzati e carabinieri, si scontrano con le truppe tedesche. I cittadini stanchi delle angherie e delle razzie dei tedeschi si ribellano. L’ animo della rivolta scaturisce dopo alcuni tragici eventi provocati dalla furia di depredazione dei tedeschi nel corso della mattinata; prendono di mira i pochi automezzi civili rimasti, i cavalli, gli asini e i muli; gli animali sono l’unico, vitale “strumento” di sostegno di gran parte degli abitanti. Dopo l’assalto tedesco, con sparatoria, ad alcune case per rubare i cavalli, le famiglie Bonaccorso, Amato, Nicotra, si difendono armi in mano. Rimane ucciso Giovanni Amato e ferito il nipote, è ucciso il soldato italiano Francesco Wagner e gravemente ferito un altro soldato, Giuseppe La Marra, che morirà nei giorni successivi, intervenuti per impedire altri atti di violenza in corso nel paese.

Esplode la rabbia popolare. Parecchi cittadini hanno armi proprie. In molti attingono al deposito d’armi della famiglia Amato, armieri a Catania che avevano trasferito pistole e fucili a Mascalucia. Lo scontro, furente, dura diverse ore. I tedeschi sparano ripetutamente sulla piazza con un cannone controcarro, utilizzando un’autoblinda armata con quattro mitragliatrici, ma sono battuti sul campo. In tarda serata arrivarono gruppi di carabinieri da Catania, ufficiali italiani e tedeschi. Con grande fatica, dopo una snervante trattativa tra militari tedeschi, italiani e civili, è concordata una tregua. I tedeschi pretendono di prendere 100 ostaggi tra i civili. All’alba del giorno dopo i tedeschi abbandonano il paese. Nel corso degli scontri sono uccisi 14 tedeschi. I civili feriti, residenti a Mascalucia e sfollati, preferiscono restare anonimi. Gli inglesi arriveranno il 7 agosto.

Il 3 agosto anche a Pedara (poco distante da Mascalucia) si insorge. Anche in questo caso la reazione dei civili è dettata da un caso di razzia di animali. Alfio Venturo, mulattiere, dopo avere subito la rapina del proprio mulo, assieme al suocero, armati di schioppo, si recano nel centro del paese. Incontrano due tedeschi con il loro mulo, intimano la restituzione dell’animale. Scaturisce un furibondo scontro. Venturo e Di Stefano a colpi di pietra uccidono un tedesco e feriscono gravemente l’altro. Immediatamente i tedeschi presenti nel paese (una decina) si spostano nella piazza, sparando con una mitragliatrice. Da lì scatta la reazione dei civili, residenti e sfollati. In circa duecento, armati con armi proprie o prelevate dalla caserma dei carabinieri, circondarono i tedeschi, che si allontanano. Ma nel pomeriggio i nazisti tornano in forze e circondano la piazza.

La gran parte dei civili scappa, tredici uomini sono presi in ostaggio e portati a Zafferana, all’albergo “Airone”, dove è il comando tedesco. Saranno rilasciati giorni dopo, il 10 agosto, quando i tedeschi lasciano il paese. Il 7 agosto, nelle campagna tra Pedara e Tremestieri, i tedeschi hanno assassinato Alfio Faro, un giovane contadino. Il cadavere è ritrovato due giorni dopo orribilmente torturato e ucciso con cinque colpi di pistola.

Il 5 agosto, la morte per mano nazista è a Valverde: i tedeschi devastano la tenuta agricola di proprietà dei monaci dell’eremo di S. Anna. Dopo il depredazione delle riserve alimentari e l’uccisione degli animali da cortile, ammazzano frate Arcangelo a colpi di pistola. Anche a Randazzo, nella prima fase di agosto, i tedeschi uccidono persone inermi: Enrico La Piana di 50 anni e Nunzio Romano di 32.

Lapide in memoria a Castiglione di Sicilia

Il 12 agosto la furia nazista si scatena a Castiglione di Sicilia, Comune montano con settemila abitanti. Una divisione tedesca, dopo furenti combattimenti, si sta ritirando da Randazzo (altro comune montano dell’area nord dell’Etna, trasformata in piazzaforte dalle truppe italiane-tedesche, rimasto interamente distrutta dai terrificanti bombardamenti aerei effettuati dagli Alleati a partire dal 13 luglio).

Postazione antiaerea della 29. Panzergrenadier-Division in azione nello Stretto di Messina nell’estate 1943

Quella mattina un contingente tedesco entra in paese preceduto da un carro armato. Senza “ragione”, solo per sfizio omicida, iniziano a sparare contro le case e le persone che si trovano in strada. Un’azione lunga e meticolosa che riguarda tutto il paese. Consumano una vera e propria attività di perverso assassinio e di ladrocinio di massa. Moltissime case sono colpite dal fuoco delle mitragliatrici e dei fucili mitragliatori; i nazisti razziano e uccidono. Tantissime abitazioni furono devastate, depredate di tutti gli oggetti di valore. Pur di fronte all’enorme furore contro gli inermi un contingente di truppe italiane presenti nel paese, costituito da alcune decine di soldati, rimane inerte. Sedici cittadini sono uccisi dalla furia nazista: Giuseppe D’AmicoNicola CamardiFrancesco CannavòGiuseppe CarciopoloAntonino CelanoNunzio CostanzoGiovanni CrifòFrancesco Di Francesco, Salvatore Di Francesco, Giuseppe Ferlito, Vincenzo Nastasi, Salvatore Portale, Santo Purello, Giuseppe Rinaudo, Carmelo Rosano, Giuseppe Seminara.

Florian Rider per Unsplash

I feriti sono una ventina. Ancora non sazi di atrocità, i tedeschi, in un clima di generale terrore, rastrellano circa 300 persone, rinchiudendole in un grande ovile. Una delegazione, costituita da civili, un ufficiale italiano, l’arciprete Giosuè Russo e la suora Anna Maria Casini – vera e propria eroina della tragica situazione, era pronta a morire in cambio della liberazione dei cittadini imprigionati – conduce una drammatica trattativa. L’ufficiale tedesco continua a minacciare la fucilazione, asserendo che cinque soldati tedeschi sono stati uccisi dai civili, senza specificare il luogo. Finalmente, il 14 agosto, gli ostaggi, affamati e assettati, sono rilasciati.

Palazzo Cesi, dove vennero occultati nell’Armadio della vergogna 695 fascicoli con i dossier sulle stragi nazifasciste in Italia e un registro con 2.274 notizie di reato

Gli atti documentali della strage giacevano tra i 695 fascicoli d’inchiesta nascosti nel famoso Armadio della vergogna, in uno sgabuzzino della cancelleria della Procura militare, con le ante rivolte verso il muro. Nessuno degli assassini di inermi cittadini è stato mai perseguito dalla giustizia.

Una lapide posta nel Palazzo municipale di Castiglione di Sicilia recita: “Pacifici ed inermi cittadini senza colpa, barbaramente trucidati, uno ad uno, dalla furia irragionevole della belva tedesca, perivano il 12 agosto 1943”.

Altre sanguinosi crimini commessi dalle truppe tedesche nell’area etnea sono riportate nel libro “Catania tra guerra e dopoguerra”, a cura di F. Pezzino, L. D’Antone, S. Gentile.

In quelle giornate il paese di Adrano (circa 35 Km da Catania) è stato quasi del tutto abbandonato dagli abitanti, in stragrande parte contadini, che si sono rifugiati nelle campagne assieme ai propri animali di lavoro. Le truppe tedesche, sconfitte, si stanno ritirando da Troina e Regalbuto (Enna). Per sfuggire ai bombardamenti degli Alleati percorrono l’intreccio di trazzere e sentieri che si trovano in quell’area territoriale. Lungo il percorso rastrellano contadini e sfollati, circa centocinquanta, con il proposito di utilizzarli come “sistematori di strade” e facilitare la loro ritirata. Del consistente gruppo, tenuto in stato di schiavitù, fanno parte anche tre monaci cappuccini.

L’odissea inizia tra il 3 e il 4 agosto. Il 4 in contrada “Pietra Bianca” uccidono Antonio Ciadamidaro, 65 anni, Antonio Spalletta di 37 anni e in contrada “Grotte Rosse” ammazzano Antonino Agliozzo, 55 anni. Il giorno dopo vengono assassinante altri quattro uominiPietro La Rosa (40 anni), Salvatore Carciola (42 anni), Salvatore Ingrassia (43 anni), Salvatore Vitanza (60 anni).  Il 6 agosto, via via che la marcia procede in direzione Bronte-Randazzo, ammazzano Salvatore Liotta (19 anni) Carlo Carmelo Grasso (sfollato catanese), Salvatore Scuderi (53 anni). Prima di Cesarò, a seguito di un bombardamento degli Alleati, i prigionieri riuscirono a fuggire.

Altre uccisioni hanno per teatro la zona di Biancavilla (poco distante da Adrano) nel corso della prima settimana di agosto. Un contingente tedesco attendato in contrada “Martina” si dedica molteplici razzie in tutto il circondario, compreso il paese. In queste operazioni uccidono, con modalità atroci, 4 personeGiosuè Riccieri di 33 anni, Alfio Alò, 18 anni, Antonio Riccieri, 45 anni, Giuseppe Papotto di 42 anni. Diversi contadini si difendono dalle violente angherie e alcuni soldati tedeschi sono uccisi.

Giorno 11 agosto a Calatabiano i tedeschi sequestrano un giovane di 15 anni, Quagliata, figlio del capostazione. Poco dopo è ammazzato a colpi di pistola.

Il 17 luglio nel centro del paese di Belpasso è ucciso Giuseppe Sciacca.

Negli Atti della Commissione storica italo-tedesca nominata dai ministri degli Affari Esteri della Repubblica Italiana e della Repubblica Federale Tedesca, nominata il 28 marzo 2009, riguardo all’agosto 1943 si legge: 26 episodi, tutti realizzati nel mese di agosto, sono invece segnalati per la Sicilia. In particolare 11 episodi sono compiuti a Messina, 1 a Caltanissetta e 14 a Catania. 9 sono furti, 7 violenze senza alcun apparente motivo, 3 in seguito a rifiuto di eseguire un ordine. Altre due azioni sono realizzate perché le vittime sono accusate di spionaggio, o perché accusate di aver ucciso un tedesco. Un’altra azione violenta è agita perché la vittima si rifiutava di lavorare per i tedeschi e infine un’ultima in seguito ad azione bellica tedesca. Le violenze sono commesse a danno di 53 vittime, 5 delle quali derubate, 1 ferita e 47 uccise. Tra queste troviamo per esempio anche le 18 vittime della strage di Castiglione di Sicilia, in provincia di Catania, compiuta da soldati tedeschi il 12 agosto 1943, o di quella di Mascalucia del 3  agosto”.

Dopoguerra. Uno dei processi ai partigiani nel Nord Italia

Va ricordato che in aggiunta all’atroce danno patito dai civili arrivò anche la beffa. Nel dopoguerra, in piena Guerra fredda, sdoganamento dei neofascisti del Msi, forte “scomunica” dei comunisti, come avviene per molti patrioti della Resistenza accusati, incarcerati e condannati per atti infamanti di “volontario efferato assassinio”, anche nell’area etnea si verificano accuse e incarceramenti di cittadini che vennero incriminati di avere ammazzato, per legittima difesa, soldati tedeschi in quelle giornate dell’agosto 1943, proprio quando le truppe naziste infierivano selvaggiamente contro le popolazioni civili.

Decine di persone, quasi tutti braccianti, a seguito del ritrovamento di due scheletri di soldati tedeschi sono sottoposti a fermi e arresti nei paesi di Biancavilla, Santa Maria di Licodia, Belpasso, accusati di avere assassinato nazisti che occupavano la Sicilia. Proprio in quelle aree territoriali dove, come prima ricordato, parecchi inermi contadini e braccianti erano stati ammazzati da truppe tedesche dedite al sistematico furto, alla rapina e allo stupro. In tanti si difesero, per evitare il furto degli essenziali animali di lavoro, asini, muli cavalli, “amati come la loro vita”, dei pochissimi beni alimentari, per scongiurare le drammatiche vessazioni rivolte alle proprie famiglie. Vicende ben conosciute da tutti, rimaste impresse nella memoria collettiva.

inchiesta.camera.it/

L’incredibile vicenda fu denunciata e stigmatizzata con due interrogazioni parlamentari, promosse da deputati del Pci, tra cui: Otello Marilli, Luigi Di Mauro, Anna Grasso Nicolosi, Giacomo Calandrone, Virgilio Failla, Alessandro Natta, Giuseppe Schirò. Discusse il 25 febbraio 1955Si chiedevano di “sapere i motivi che hanno determinato le autorità di pubblica sicurezza  della provincia di Catania a procedere a fermi e a darne la clamorosa notizia sulla stampa per il preteso assassinio di due militari tedeschi, caduti nell’agosto del 1943, in conflitto con la popolazione civile, mentre tentavano di rubare asini e muli e di uccidere i contadini proprietari degli animali; dopo di avare, gli stessi tedeschi, insieme con altri banditi delle SS e dell’esercito teutonico, ucciso i contadini Giuseppe Stissi, Giosuè Riccieri, Antonio Riccieri, Giuseppe Papotto, Alfio Scalisi e Alfio Alò (…)”.

Una seduta ad alta tensione, che si caratterizzò per l’assoluta reticenza del rappresentante del governo e l’impeto democratico dell’opposizione in difesa degli accusati a onore dei cittadini che in quell’agosto ’43 si opposero alle azioni obbrobriose dei militi nazisti. Contro le azioni repressive del ministro dell’Interno Scelba, in quella giornata due veementi interventi furono effettuati dai deputati Otello Marilli (fiorentino di nascita, catanese di adozione, stimato dirigente della Confederterra) e Giacomo Calandrone (di Savona, operaio, volontario nella Guerra di Spagna nelle Brigate Internazionali, dirigente del Pci in Sicilia, eletto nella circoscrizione catanese alla I e II legislatura nella Camera dei deputati).

La Resistenza continuava, dai banchi parlamentari. In difesa dei cittadini che a “mani nude” si erano opposti alle angherie nazifasciste, primo atto della Liberazione, per ripristinare la verità. Ora l’onorificenza al Merito civile restituisce almeno il ricordo del loro coraggio.

PUBBLICATO LUNEDÌ 21 NOVEMBRE 2022

Fonte: https://www.patriaindipendente.it/servizi/la-resistenza-agli-occupanti-nazifascisti-comincio-in-sicilia/

A Caltanissetta presentazione del nuovo libro sul partigiano Gino Cortese: STRAORDINARIE Le lettere delle donne del PCI a Gino Cortese 

Trentotto lettere inedite scritte tra l’agosto del ’48 e il luglio del ’49 da sei giovanissime donne del PCI a Gino Cortese, storico partigiano ed esponente del PCI siciliano, in carcere per ragioni politiche. 

Frutto del lavoro di ricerca e catalogazione di Enrico Cortese, figlio di Gino, queste lettere sono espressione di un vivido sentimento politico ma anche di  profondo affetto e stima verso un uomo che  fu tra i primi organizzatori della Resistenza nel parmense, parlamentare per il PCI nel ’47 alle prime elezioni regionali siciliane, e rieletto per cinque legislature sino al ’67.

Chi sono le autrici di queste lettere? Sei giovanissime donne, protagoniste nelle lotte per i diritti fondamentali, nei quartieri popolari così come nelle miniere. Una ventitreenne Giuliana SaladinoEugenia Bono e Paola Dogu, la combattiva Gina Mare in Poni, Franca Casanova e Giuseppina Vittone li Causi con parole di speranza e di ironia mostrano la loro vicinanza all’amico e una reale contezza della situazione politica, economica e sociale dell’Italia della fine degli anni ’40.

L’AUTORE: Enrico Cortese ( Palermo,  1952) è figlio maggiore di Luigi (Gino) Cortese. Ha partecipato al Movimento degli studenti nel 1968-1970 e nel 1973-74 a quello per la Riforma universitaria. Medico psichiatra, vive a Cuneo. Ha pubblicato una biografia su suo padre: Storia di un partigiano. Gino Cortese Il Commissario Ilio (Sciascia Editore, 2018).

Il Governo italiano desista dalla condotta criminale attuata presso il porto di Catania e ritiri il decreto di permanenza temporanea

Il Governo italiano desista dalla condotta criminale attuata presso il porto di Catania e ritiri il decreto di permanenza temporanea
Redazione 6 novembre 2022 23:49
Comunicato stampa
Quello che sta avvenendo in queste ore nel porto di Catania è criminale.

Non ci sono altri termini per definire l’impedimento allo sbarco di tutti i sopravvissuti che si trovano a bordo delle navi umanitarie ferme al largo del “porto sicuro” richiesto e indicato dalle autorità competenti.

Non è un semplice “braccio di ferro” tra il governo di destra e le Ong, o con gli altri paesi europei. È una dichiarata, voluta e gravissima violazione delle convenzioni internazionali, delle leggi del mare, della Convenzione EDU e della stessa normativa interna, soprattutto in tema di minori non accompagnati.

Il decreto governativo del 4 novembre che consente di negare la possibilità di sbarco di tutte le persone soccorse nelle operazioni di salvataggio (operazioni che, per espressa dizione della Convenzione SAR, si concludono solo con il “trasporto in luogo sicuro”) e di effettuare una preselezione dei soggetti a bordo, facendone sbarcare solo una parte sulla base di criteri legati a sesso, età e problemi di salute particolarmente evidenti viola palesemente, tra gli altri, il principio di “non respingimento” sancito dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e l’art. 4 protocollo 4 della Convenzione EDU. Senza contare che, come è addirittura ovvio, tutti coloro che sono reduci da un salvataggio in mare sono da considerarsi vulnerabili e in condizioni che ne impongono il salvataggio e la cura immediata, in ragione anche solo della condizione traumatica causata da viaggi drammatici e rischiosi per la vita o l’incolumità personale.

La terminologia scandalosa utilizzata dai rappresentanti del governo per definire i migranti lasciati a bordo (“carico residuale”, “sbarco selettivo”) è un insulto a chiunque possegga un minimo di umanità, ha un carattere politico e rimanda, intollerabilmente, a un linguaggio di stampo nazifascista.

Peraltro, l’attività di respingimento del “carico residuale” del Governo, qualora portata a termine, si esporrebbe a una seconda sanzione della Corte Europea, dopo la condanna dell’Italia nella sentenza Hirsi Jamaa c/ Italia del 2012, emessa per la violazione dell’art. 4, protocollo 4 Cedu.

Per queste ragioni, per le palesi violazioni delle diverse disposizioni a tutela dei diritti umani e della stessa normativa interna —soprattutto in tema di minori non accompagnati, chiediamo che le persone messe in salvo dalle ONG e attualmente nel porto di Catania siano fatte sbarcare tutte subito. Questa azione illegittima e illegale del governo italiano deve cessare immediatamente.

Siamo grati a Sos Humanity, alla Geo Barents, a Medici Senza Frontiere, a tutte le associazioni umanitarie che stanno dando una lezione di umanità e di diritto ad un governo che non rispetta neanche i fondamentali e che rimediano quotidianamente in mare alle scelte ignobili della Fortezza Europa; siamo grati a coloro che in queste ore stanno protestando, portando la voce dell’Italia migliore nel luogo in cui i diritti umani vengono negati; siamo grati ai parlamentari che si stanno attivando sul posto. Siamo con loro e con loro chiediamo con forza la fine immediata di questa barbarie e assicuriamo il nostro sostegno a ogni ulteriore iniziativa che imponga il ritiro immediato del Decreto varato il 4 novembre.

Non accettiamo che si infligga ai migranti una pena ulteriore e immeritata, rispetto a quelle che già li hanno condotti ad accettare il rischio di una traversata, per distrarre il popolo italiano dai reali problemi sociali ed economici che lo affliggono e che certamente qualche migliaio di migranti non aggraverebbe.

Chiediamo, pertanto, che il decreto governativo di permanenza temporanea venga immediatamente ritirato.

6 novembre 2022

ASSOCIAZIONE NAZIONALE GIURISTI DEMOCRATICI

“La Costituzione stella polare, è testamento di 100.000 morti”: Liliana Segre nell’Aula di Palazzo Madama per l’avvio della XIX Legislatura.

“La Costituzione stella polare, è testamento di 100.000 morti, Matteotti capofila della lotta antifascista. 25 aprile, 1 maggio, 2 giugno date che tengono unita l’Italia”. Il discorso integrale

LILIANA SEGRE SENATRICE A VITA

Ventidue minuti di un discorso bellissimo che entrerà nella storia. Una difesa appassionata della Costituzione, attualissima e da applicare pienamente, il monito alla responsabilità della politica, la centralità del Parlamento, il riconoscimento delle date che tengono unita l’Italia: 25 aprile, 1 maggio, 2 giugno. Il richiamo a Matteotti. Cominciando da un’altra vicenda simbolica, quella di una bambina tradita dal suo Paese, delle leggi razziali e del lugure centenario della marcia su Roma che ricorre quest’anno. Ed ecco il discorso integrale:

Colleghe Senatrici, Colleghi Senatori,

rivolgo il più caloroso saluto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a quest’Aula. Con rispetto, rivolgo il mio pensiero a Papa Francesco.

Certa di interpretare i sentimenti di tutta l’Assemblea, desidero indirizzare al Presidente Emerito Giorgio Napolitano, che non ha potuto presiedere la seduta odierna, i più fervidi auguri e la speranza di vederlo ritornare presto ristabilito in Senato.

Il Presidente Napolitano mi incarica di condividere con voi queste sue parole: “Desidero esprimere a tutte le senatrici ed i senatori, di vecchia e nuova nomina, i migliori auguri di buon lavoro, al servizio esclusivo del nostro Paese e dell’istituzione parlamentare ai quali ho dedicato larga parte della mia vita”.

Rivolgo ovviamente anch’io un saluto particolarmente caloroso a tutte le nuove colleghe e a tutti i nuovi colleghi, che immagino sopraffatti dal pensiero della responsabilità che li attende e dalla austera solennità di quest’aula, così come fu per me quando vi entrai per la prima volta in punta di piedi.

Come da consuetudine vorrei però anche esprimere alcune brevi considerazioni personali.

Incombe su tutti noi in queste settimane l’atmosfera agghiacciante della guerra tornata nella nostra Europa, vicino a noi, con tutto il suo carico di morte, distruzione, crudeltà, terrore…una follia senza fine.

Mi unisco alle parole puntuali del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “la pace è urgente e necessaria. La via per ricostruirla passa da un ristabilimento della verità, del diritto internazionale, della libertà del popolo ucraino”.

Oggi sono particolarmente emozionata di fronte al ruolo che in questa giornata la sorte mi riserva.

In questo mese di ottobre nel quale cade il centenario della Marcia su Roma, che dette inizio alla dittatura fascista, tocca proprio ad una come me assumere momentaneamente la presidenza di questo tempio della democrazia che è il Senato della Repubblica.

E il valore simbolico di questa circostanza casuale si amplifica nella mia mente perché, vedete, ai miei tempi la scuola iniziava in ottobre; ed è impossibile per me non provare una sorta di vertigine ricordando che quella stessa bambina che in un giorno come questo del 1938, sconsolata e smarrita, fu costretta dalle leggi razziste a lasciare vuoto il suo banco delle scuole elementari, oggi si trova per uno strano destino addirittura sul banco più prestigioso del Senato!

Il Senato della XIX legislatura è un’istituzione profondamente rinnovata, non solo negli equilibri politici e nelle persone degli eletti, non solo perché per la prima volta hanno potuto votare anche per questa Camera i giovani dai 18 ai 25 anni, ma soprattutto perché per la prima volta gli eletti sono ridotti a 200.

L’appartenenza ad un così rarefatto consesso non può che accrescere in tutti noi la consapevolezza che il Paese ci guarda, che grandi sono le nostre responsabilità ma al tempo stesso grandi le opportunità di dare l’esempio.

Dare l’esempio non vuol dire solo fare il nostro semplice dovere, cioè adempiere al nostro ufficio con “disciplina e onore”, impegnarsi per servire le istituzioni e non per servirsi di esse.

Potremmo anche concederci il piacere di lasciare fuori da questa assemblea la politica urlata, che tanto ha contribuito a far crescere la disaffezione dal voto, interpretando invece una politica “alta” e nobile, che senza nulla togliere alla fermezza dei diversi convincimenti, dia prova di rispetto per gli avversari, si apra sinceramente all’ascolto, si esprima con gentilezza, perfino con mitezza.

Le elezioni del 25 settembre hanno visto, come è giusto che sia, una vivace competizione tra i diversi schieramenti che hanno presentato al Paese programmi alternativi e visioni spesso contrapposte. E il popolo ha deciso.

È l’essenza della democrazia.

La maggioranza uscita dalle urne ha il diritto-dovere di governare; le minoranze hanno il compito altrettanto fondamentale di fare opposizione. Comune a tutti deve essere l’imperativo di preservare le Istituzioni della Repubblica, che sono di tutti, che non sono proprietà di nessuno, che devono operare nell’interesse del Paese, che devono garantire tutte le parti.

Le grandi democrazie mature dimostrano di essere tali se, al di sopra delle divisioni partitiche e dell’esercizio dei diversi ruoli, sanno ritrovarsi unite in un nucleo essenziale di valori condivisi, di istituzioni rispettate, di emblemi riconosciuti.

In Italia il principale ancoraggio attorno al quale deve manifestarsi l’unità del nostro popolo è la Costituzione Repubblicana, che come disse Piero Calamandrei non è un pezzo di carta, ma è il testamento di 100.000 morti caduti nella lunga lotta per la libertà; una lotta che non inizia nel settembre del 1943 ma che vede idealmente come capofila Giacomo Matteotti.

Il popolo italiano ha sempre dimostrato un grande attaccamento alla sua Costituzione, l’ha sempre sentita amica.

In ogni occasione in cui sono stati interpellati, i cittadini hanno sempre scelto di difenderla, perché da essa si sono sentiti difesi.

E anche quando il Parlamento non ha saputo rispondere alla richiesta di intervenire su normative non conformi ai principi costituzionali – e purtroppo questo è accaduto spesso – la nostra Carta fondamentale ha consentito comunque alla Corte Costituzionale ed alla magistratura di svolgere un prezioso lavoro di applicazione giurisprudenziale, facendo sempre evolvere il diritto.

Naturalmente anche la Costituzione è perfettibile e può essere emendata (come essa stessa prevede all’art. 138), ma consentitemi di osservare che se le energie che da decenni vengono spese per cambiare la Costituzione – peraltro con risultati modesti e talora peggiorativi – fossero state invece impiegate per attuarla, il nostro sarebbe un Paese più giusto e anche più felice.

Il pensiero corre inevitabilmente all’art. 3, nel quale i padri e le madri costituenti non si accontentarono di bandire quelle discriminazioni basate su “sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali”, che erano state l’essenza dell’ancien regime.

Essi vollero anche lasciare un compito perpetuo alla “Repubblica”: “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Non è poesia e non è utopia: è la stella polare che dovrebbe guidarci tutti, anche se abbiamo programmi diversi per seguirla: rimuovere quegli ostacoli !

Le grandi nazioni, poi, dimostrano di essere tali anche riconoscendosi coralmente nelle festività civili, ritrovandosi affratellate attorno alle ricorrenze scolpite nel grande libro della storia patria.

Perché non dovrebbe essere così anche per il popolo italiano? Perché mai dovrebbero essere vissute come date “divisive”, anziché con autentico spirito repubblicano, il 25 Aprile festa della Liberazione, il 1° Maggio festa del lavoro, il 2 Giugno festa della Repubblica?

Anche su questo tema della piena condivisione delle feste nazionali, delle date che scandiscono un patto tra le generazioni, tra memoria e futuro, grande potrebbe essere il valore dell’esempio, di gesti nuovi e magari inattesi.

Altro terreno sul quale è auspicabile il superamento degli steccati e l’assunzione di una comune responsabilità è quello della lotta contro la diffusione del linguaggio dell’odio, contro l’imbarbarimento del dibattito pubblico, contro la violenza dei pregiudizi e delle discriminazioni.

Permettetemi di ricordare un precedente virtuoso: nella passata legislatura i lavori della “Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza” si sono conclusi con l’approvazione all’unanimità di un documento di indirizzo. Segno di una consapevolezza e di una volontà trasversali agli schieramenti politici, che è essenziale permangano.

Concludo con due auspici.

Mi auguro che la nuova legislatura veda un impegno concorde di tutti i membri di questa assemblea per tenere alto il prestigio del Senato, tutelare in modo sostanziale le sue prerogative, riaffermare nei fatti e non a parole la centralità del Parlamento.

Da molto tempo viene lamentata da più parti una deriva, una mortificazione del ruolo del potere legislativo a causa dell’abuso della decretazione d’urgenza e del ricorso al voto di fiducia. E le gravi emergenze che hanno caratterizzato gli ultimi anni non potevano che aggravare la tendenza.

Nella mia ingenuità di madre di famiglia, ma anche secondo un mio fermo convincimento, credo che occorra interrompere la lunga serie di errori del passato e per questo basterebbe che la maggioranza si ricordasse degli abusi che denunciava da parte dei governi quando era minoranza, e che le minoranze si ricordassero degli eccessi che imputavano alle opposizioni quando erano loro a governare.

Una sana e leale collaborazione istituzionale, senza nulla togliere alla fisiologica distinzione dei ruoli, consentirebbe di riportare la gran parte della produzione legislativa nel suo alveo naturale, garantendo al tempo stesso tempi certi per le votazioni.

Auspico, infine, che tutto il Parlamento, con unità di intenti, sappia mettere in campo in collaborazione col governo un impegno straordinario e urgentissimo per rispondere al grido di dolore che giunge da tante famiglie e da tante imprese che si dibattono sotto i colpi dell’inflazione e dell’eccezionale impennata dei costi dell’energia, che vedono un futuro nero, che temono che diseguaglianze e ingiustizie si dilatino ulteriormente anziché ridursi. In questo senso avremo sempre al nostro fianco l’Unione Europea con i suoi valori e la concreta solidarietà di cui si è mostrata capace negli ultimi anni di grave crisi sanitaria e sociale.

Non c’è un momento da perdere: dalle istituzioni democratiche deve venire il segnale chiaro che nessuno verrà lasciato solo, prima che la paura e la rabbia possano raggiungere i livelli di guardia e tracimare.

Senatrici e Senatori, cari Colleghi, buon lavoro!”.

#lilianasegre

Co-intitolazione Liceo “Mario Cutelli e Carmelo Salanitro”

Nei giorni 26 e 27 Gennaio si sono svolti a Catania un convegno studi e la cerimonia di co intitolazione del Liceo a “Mario Cutelli e Carmelo Salanitro”.

26 gennaio : Convegno di Studi

27 gennaio : Cerimonia ufficiale Co-intitolazione “Mario Cutelli e Carmelo Salanitro”