La strage piu lunga di Dino Paternostro

Qualche anno fa, dissi ad un mio caro amico che stavo lavorando ad una ricerca storica per redigere le schede dei dirigenti sindacali e degli attivisti del movimento contadino e bracciantile, caduti nella lotta contro la mafia in Sicilia. Ed egli mi parlò della storia del soldato giapponese Mizushima raccontata nel film L’arpa birmana. «Il coinvolgimento etico con cui mi parli di questa tua ricerca – mi disse – mi fa venire alla mente questo soldato, che si diede come missione della vita quella di dare “memoria d’amore” ed una “sepoltura” ai tanti morti insepolti». Forse sarà un po’ retorico, ma l’idea che le centinaia di caduti del movimento contadino e bracciantile siciliano «sapessero che una memoria d’amore le ricordava tutte ad una ad una» mi ha molto affascinato. E mi ha convinto ancora di più a continuare una ricerca che avevo cominciato già alla fine degli anni Settanta, quando mio padre e gli anziani contadini della Camera del lavoro di Corleone mi parlavano di Bernardino Verro e di Placido Rizzotto. Ne avrei voluto sapere di più, ma gli storici del movimento contadino di questi personaggi parlavano solo per accenni.
Allora cominciai a fare delle ricerche, sui giornali dell’epoca e negli archivi, e vennero fuori le prime biografie di Rizzotto e Verro e poi tutte le ricerche successive, che mi hanno portato a pensare che contro il movimento contadino e bracciantile è stata consumata una vera e propria strage, la strage “più lunga” della storia d’Italia, una strage al rallentatore, durata un secolo. Non a caso cominciamo da un’anteprima di stragi, quella consumata a Bronte, in provincia di Catania, nell’agosto 1860, emblematica ed antesignana delle altre. Lo schema, infatti, è sempre lo stesso: da un lato i contadini che rivendicano il diritto alla terra e alla libertà; dall’altro il padronato, la mafia e pezzi dello Stato che rispondono con la violenza, il terrore, il sangue.
L’elenco dei caduti è lungo. Spesso, però, è composto soltanto da una sequenza di cognomi e nomi, non di rado imprecisi e persino errati. Per esempio, non è mai esistito Agostino D’Alessandro, assassinato a Ficarazzi il 10 settembre 1945, che pure circola in tanti elenchi, ma Agostino D’Alessandria. Il sindacalista di Caccamo, assassinato il 7 agosto 1952, si chiamava Filippo Intili, non Intile. Non esiste una Marina Spinelli, caduta a Favara il 16 maggio 1946, ma Tommasa (Masina) Perricone, assassinata il 7 marzo 1946 a Burgio. In questo caso, si tratta di un errore clamoroso, che riguarda non soltanto il nome e il cognome, ma anche la data e il luogo in cui questa povera donna venne assassinata per caso, nel corso dell’attentato in cui rimase ferito il candidato sindaco di Burgio, Antonino Guarisco. E, per quanto possa sembrare incredibile, il Paolo Farina, assassinato a Comitini il 28 novembre 1946, si chiamava in realtà Filippo Forno. Ancora più clamoroso il caso di tre sindacalisti, dati per morti nel famoso manifesto del Fronte Democratico Popolare, ma in realtà vivi.


«Nell’elenco delle persone indicate come morte nel noto manifesto elettorale – poté scrivere Scelba, attaccando duramente la sinistra – risultano comprese le seguenti che, invece, sono vive e godono di ottima salute: Antonino Guarisco, Vincenzo Cucchiara e Giovanni Savarino».
Proprio di ottima salute non dovevano godere, perché rimasti gravemente feriti negli attentati di cui erano stati vittime. Ma fu un errore grave inserirli nel manifesto, dettato probabilmente dall’infuocato clima elettorale che precedette le elezioni politiche del 18 aprile ‘48. Incredibilmente, però, sia il nome di Guarisco sia quello di Savarino sono stati inseriti nell’elenco ufficiale della l.r. 20/1999, approvata dall’Assemblea Regionale Siciliana, insieme ai nomi inesistenti di D’Alessandro, di Marina Spinelli e di Paolo Farina.
Questa ricerca ha l’obiettivo di riparare a tali errori, ma principalmente di ricostruire i profili biografici dei tanti dirigenti ed attivisti del movimento contadino e bracciantile, caduti nella lotta contro la mafia e per la costruzione della democrazia in Sicilia. Nomi e cognomi non sono soltanto dei segni su un foglio di carta, ma identificano persone che agivano in un determinato contesto sociale e politico, che avevano padri, madri, mogli (o mariti) e figli. I sindacalisti ammazzati nel fiore dei loro anni (mediamente tra i trenta e i quarant’anni) hanno costituito sicuramente una ferita per la democrazia, ma la loro morte è stata una tragedia immane per le loro famiglie, che spesso rimasero nell’assoluta povertà, senza una prospettiva di futuro. Ne abbiamo conosciute tante di queste famiglie. Siamo andati a trovare tanti figli e tanti i nipoti di questi sindacalisti assassinati dalla mafia.
Quanta emozione la sera del 7 agosto 2014, quando abbiamo incontrato per la prima volta, a Casteldaccia, Santa Raia, la figlia allora quasi novantenne di Andrea Raia! Quanta tenerezza in quel suo prenderci sottobraccio e portarci, passo dopo passo, al civico n. 5 di via Butera, la casa dove i Raia abitavano: proprio davanti a quella porta i killer della mafia avevano ucciso il padre.
Quanta tristezza nella voce di Pietro Li Puma, l’anziano figlio di Epifanio, quando ci confessò che, dopo l’assassinio del padre, lui, i suoi fratelli e sua madre rimasero «nudi»!


Antonella Azoti, figlia di Nicolò, per più di quarant’anni tenne dentro il dolore e il risentimento verso il padre, assassinato la sera del 21 dicembre 1946. Quasi lo considerava colpevole di averla lasciata orfana. Non capiva. Poi capì. Dopo la strage di Capaci capì. E nel trigesimo, sotto l’albero Falcone, prese il microfono e gridò che anche suo padre era stato ucciso dalla mafia perché voleva libertà e giustizia. Antonella oggi è una nostra “sorella”, insieme a lei “parliamo” all’Italia.
E Antonio Pipitone, figlio di Vito, dopo settant’anni dall’assassinio del padre, ancora piangeva ricordando i fratelli e la mamma che non riuscivano a capire, non riuscivano a farsi una ragione, del perché un uomo buono con tutti come il padre fosse stato assassinato in una stradella di campagna a Marsala.


E finalmente, il 5 dicembre 2018, a Palermo, in occasione dell’inaugurazione di una strada a Giuseppe Puntarello, assassinato il 4 dicembre 1945 a Ventimiglia di Sicilia, abbiamo potuto conoscere la figlia Alfonsina di 92 anni. Non aveva mai voluto partecipare alle manifestazioni organizzate nel suo paese per ricordare il padre. E non aveva mai voluto parlare del padre come di una vittima innocente di mafia. Continuava a sostenere (per difendersi dal dolore) che il padre fosse stato ucciso per un tragico errore. Pensare così la faceva soffrire meno. Adesso, finalmente, ha capito che suo padre è uno degli eroi di Sicilia.
Con la CGIL di Palermo ci siamo dati l’obiettivo di redigere questo nostro calendario della memoria da condividere con i familiari delle vittime, alle quali abbiamo chiesto scusa per i tanti (troppi) anni di silenzio.


Questo volume, questa raccolta di schede biografiche, è un omaggio ai caduti e alle loro famiglie. Ma è anche un omaggio alla Sicilia democratica, che ha sacrificato alcuni dei suoi figli migliori per liberarsi dalle schiavitù legate al feudo. Non si tratta solo di un omaggio ad un passato, seppure glorioso, ma anche dell’indicazione di una strada per costruire futuro. Un futuro che si ponga l’obiettivo di creare lavoro e sviluppo nella legalità, partendo dalla risorsa agricoltura e dai valori di libertà, democrazia e solidarietà, di cui sono stati portatori questi nostri caduti ed il movimento che rappresentavano.
È la strada che ci hanno insegnato i nostri martiri e che più recentemente ci sta indicando anche un “prete di strada” come don Luigi Ciotti, fondatore dell’associazione Libera, per unire memoria e amore per le vittime innocenti di mafie con l’impegno concreto e quotidiano per cambiare un ordine sociale ed economico ingiusto.


Abbiamo voluto inserire anche una scheda su Pio La Torre, alla luce della nostra recente ricerca, che pone in evidenza come egli rappresenti un patrimonio importante della CGIL e della sua storia per i diritti e il lavoro. Ci è sembrato doveroso dedicargli una scheda biografica in questo calendario della memoria, anche se esula dallo schema originario, per far comprendere meglio il contributo storico e politico del movimento dei lavoratori siciliani nella lotta per i diritti e contro la mafia.

Fonte: https://mafie.blogautore.repubblica.it/2020/12/03/5040/

Oggi, Corleone, in onore e memoria del martire Placido Rizzotto

Sì, era proprio necessario andare oggi a Corleone, a sud di Palermo.

Per partecipare ad un evento eccezionalmente unico nella storia repubblicana, in memoria ed onore di Placido Rizzotto, partigiano prima, durante la Lotta di Liberazione, e sindacalista, poi – segretario della Camera del Lavoro del paese -, postosi alla guida del riscatto secolare degli sfruttati di sempre, contadini, braccianti, ucciso trentaquattrenne, dalla mafia laida nel 48  del secolo scorso, schierata in difesa dei latifondisti.

Un vero eroe popolare, impavido, e con la temerarietà del giusto.

Il funerale di Stato, con la presenza del Presidente della Repubblica, è il riconoscimento massimo al suo sacrificio e alle lotte contadine che, maestose, attraversarono la Sicilia specie nel quinquennio successivo alla fine della guerra e della conquista della libertà; continuamente interrotte e crudelmente insanguinate dalle fucilate dei mafiosi in combutta con il potere padronale dei feudi che, nel lasciare incolte larghe aree dell’isola, cercavano ancora di tenere sotto il tallone le masse poverissime che sopravvivevano in grande povertà nelle immense zone rurali.

Un vero e proprio corteo popolare, di migliaia di uomini e donne – tante le bandiere della Cgil, con Susanna Camusso e l’ex segretario Guglielmo Epifani -, ha attraversato il paese, dalla Chiesa Madre, dove si sono svolte le solenne esequie, accompagnando  i resti di Placido al cimitero. “Frugali” nelle poche ossa ritrovate tre anni addietro in una cava – foiba attorno a Corleone, contenuti in una piccola cassetta bianca.

Davanti alle porte del cimitero, tra i vari interventi, brilla la “lezione magistrale” di Don Ciotti di Libera, eccelso e commovente, un vero elogio alla “lezione di vita” dell’azione di Placido Rizzotto e alle lotte del riscatto, ai tanti martiri che, nel contrastare la mafia e i poteri di trama omicida ancora ufficialmente rimasti “oscuri”, nel sacrificare la propria vita hanno rinsaldato le basi della nostra giovane ed ancora incompiuta democrazia.

Domenico Stimolo

Danilo Dolci. Dall’autonalisi popolare alla maieutica reciproca. ANPI Messina.


Per tutta la vita Danilo Dolci ha cercato connessioni e comunicazioni possibili per
liberare quella creatività nascosta in ogni persona e ha chiamato questa ricerca
maieutica, prendendo il termine dalle strutture filosofiche per incorporarlo in una
pratica sociale, educativa e civile. Durante la sua vita, Danilo Dolci ha lavorato a
strettissimo contatto con la gente e le fasce più disagiate ed oppresse della Sicilia
occidentale al fine di studiare possibili leve al cambiamento e le potenzialità per un
democratico riscatto sociale. Costituisce una caratteristica importante del lavoro
sociale ed educativo di Danilo Dolci il suo approccio metodologico: piuttosto che
dispensare verità preconfezionate, ritiene che nessun vero cambiamento possa
prescindere dal coinvolgimento e dalla partecipazione diretta degli interessati.
Egli infatti parte dalla profonda convinzione che le risorse per il cambiamento, in Sicilia come nel resto del
mondo, esistono e vanno ricercate ed evocate nelle persone stesse.

In questo senso, Danilo Dolci considera l’impegno educativo e maieutico come un elemento necessario al fine di creare una società civile più attiva e responsabile. L’approccio maieutico reciproco è una metodologia dialettica di indagine e di
autoanalisi popolare sperimentata da Danilo Dolci sin dagli anni ’50, e fino ai nostri
giorni dall’attuale Centro per lo Sviluppo Creativo in ambito educativo e sociologico.
Tale approccio favorisce la responsabilizzazione delle comunità e degli individui e può
essere definito come “un processo di esplorazione collettiva che prende, come punto
di partenza, l’esperienza e l’intuizione degli individui” (Dolci, 1996). L’approccio
maieutico reciproco è stato sviluppato da Danilo Dolci dal concetto di maieutica
socratica. Deriva dal greco antico “μαιευτικός”, letteralmente l’arte della levatrice:
ogni atto educativo è come dare alla luce tutte le potenzialità interiori di colui che vuole
imparare, come una madre desidera che la propria creatura nasca dal suo grembo. La
maieutica socratica paragona il filosofo alla “levatrice della conoscenza” che non
riempie la mente dello studente con informazioni impartite a priori, ma lo aiuta a
portare gradualmente alla luce la propria conoscenza, usando il dialogo come
strumento dialettico. Ciò che differenzia i due concetti è il fatto che la maieutica
socratica è unidirezionale, mentre per Danilo Dolci la conoscenza viene fuori
dall’esperienza e dalla sua condivisione, e presuppone quindi la reciprocità della
comunicazione.
L’approccio maieutico reciproco in Danilo Dolci, si fonda dunque sul chiedere,
sull’esplorare, sul creare condiviso. Come rievoca il nome stesso, l’approccio
maieutico reciproco è un processo “reciproco” tra almeno due persone e si sviluppa
normalmente all’interno di un gruppo, con una persona che inizialmente pone delle
domande e altre che insieme cercano le risposte e rilanciano ulteriori approfondimenti.
In un dialogo intenso che incarna un nuovo modo di educare basato sulla
valorizzazione della creatività individuale e di gruppo, il processo maieutico si
concentra sulle capacità degli individui di scoprire i loro interessi vitali e di esprimere
liberamente le proprie riflessioni sulla base delle proprie esperienze e delle scoperte
personali, così come sulla verifica corale delle proposte.
Il laboratorio maieutico richiede ad ognuno di mettersi in discussione, di svelarsi a
nudo dinanzi agli altri, e con gli altri intraprendere un percorso di ricerca comune, di
analisi, di sperimentazione, di coeducazione creativa.
Amico Dolci: «Come mio padre lavoro per un
mondo migliore»
Amico Dolci è docente di teoria ritmica e percezione musicale presso il Conservatorio
Alessandro Scarlatti di Palermo e del presidente del Centro per lo Sviluppo Creativo
“Danilo Dolci”, un’associazione no profit che coinvolge giovani e adulti, operando
principalmente attraverso progetti in ambito educativo in collaborazione con scuole,
università, istituzioni, associazioni e gruppi sociali a livello sia locale che
internazionale.
Centro per lo sviluppo creativo
Il Centro per lo Sviluppo Creativo “Danilo Dolci” nasce dall’esperienza di lavoro
sociale ed educativo di Danilo Dolci e dei suoi collaboratori, avviata nella Sicilia
occidentale sin dal 1952. Creato a partire dall’esigenza di offrire alle comunità locali
una struttura impegnata nella risoluzione pratica dei problemi emersi negli incontri
continui con la gente, attraverso l’autoanalisi popolare, si costituisce nel 1958 come
Centro Studi e Iniziative per la Piena Occupazione, con l’intento ultimo di promuovere
lo sviluppo economico e sociale del territorio.
Attraverso lotte nonviolente, digiuni e marce per la pace, costanti denunce del sistema
mafioso-clientelare e altre iniziative rivoluzionarie come il cosiddetto “sciopero alla
rovescia”, la Radio Libera e i Laboratori maieutici, che hanno coinvolto migliaia di
persone, si è sviluppato uno spazio creativo di presa di coscienza e pianificazione dal
basso, realizzando così le condizioni per un reale cambiamento. I risultati tangibili delle
lotte promosse in quegli anni sono oggi visibili tanto in opere concrete – la diga sul
fiume Jato, le cooperative agricole, il Centro di Formazione al Borgo di Trappeto e
quello Educativo Sperimentale di Mirto a Partinico – quanto nella coscienza e nella
memoria dei tanti che le hanno vissute. Numerosi sono anche i riconoscimenti sul piano
internazionale e le collaborazioni con artisti, scienziati ed educatori del calibro di Aldo
Capitini, Carlo Rubbia, Erich Fromm, Ernesto Treccani, Ervin Laszlo, Johan Galtung,
Lamberto Borghi, Mario Luzi, Noam Chomsky.
Nel 1985 il Centro Studi e Iniziative si ristruttura in Centro per lo Sviluppo Creativo,
approfondendo le pratiche di educazione nonviolenta e contribuendo all’elaborazione
di una metodologia, la maieutica reciproca, che possa favorire lo sviluppo creativo
nelle scuole e sul territorio. Dopo la morte di Danilo Dolci, nel 1998 la struttura viene
a lui intitolata per ricordarne il forte impulso ispiratore.
Attualmente, il Centro per lo Sviluppo Creativo “Danilo Dolci” è un’associazione
no profit che coinvolge giovani e adulti, operando principalmente attraverso progetti
in ambito educativo in collaborazione con scuole, università, istituzioni, associazioni e
gruppi sociali a livello sia locale che internazionale.

“Ti bacio quando torno”: storia di un femminicidio a Marianopoli. Libro che sarà presentato a Caltanissetta e San Cataldo.

“Ti bacio quando torno – Storia di Santina”, autori Cataldo Lo Iacono e Salvatore Lombardo, è stato pubblicato recentemente con Amazon. Un libro che affronta un tragico fatto di sangue avvenuto nel 1954 a Marianopoli, paese in provincia di Caltanissetta, nel cuore della Sicilia; è la storia di Santina, ragazzina, studentessa quindicenne uccisa  con sette colpi di pistola dal suo spasimante: un uomo che aveva undici anni più di lei; lui, due anni prima, se ne era invaghito dopo che la ragazzina aveva dato qualche primo innocente riscontro amoroso adolescenziale alla corte di  quell’uomo che poi aveva perso la testa quando Santina gli dice  che per lei era stata solo una piccola e innocente cotta adolescenziale e tutto finiva lì anche perché lei (quattordicenne) aveva solo l’obiettivo di continuare a studiare, fino alla laurea. E in quell’uomo, scatta un lento e maniacale atteggiamento che lo portò all’omicidio premeditato (una sorta di malcelato delitto d’onore). Ero in curiosa attesa dell’uscita di questo libro, anche perché la storia si svolge nel mio paese d’origine, dove sono nato e cresciuto, e sapevo che da un po’ ci stavano lavorando i due autori, anch’essi di Marianopoli e cari amici di gioventù. Ma c’era soprattutto la curiosità intellettuale per una storia avvenuta quasi 70 anni fa, io avevo due anni, ma sulla quale, pur trattandosi di un tragico evento, di grande risonanza per una piccola comunità, dove non succede mai nulla, da subito era calato il silenzio, o meglio una sorta di nebbia composta da imbarazzi, pudori, sensi di colpa; così era stato anche negli anni successivi e quando si parlava del caso, le notizie erano sempre quelle: scarne ed essenziali.  Cosa comprensibile in una piccola comunità, dove si conoscono tutti, dove si intrecciano diffuse parentele, amicizie, relazioni tra le parti vicine alla vittima e quelle vicine al carnefice, a cui si aggiunge l’oblio del tempo e i grandi processi di emigrazione che in quei decenni svuotarono il paese.  Ebbene, il libro ha il  grande merito di fare uscire dall’oblio questa storia, sul quale lodevolmente si è impegnato da qualche anno l’avvocato Salvatore Lombardo, cercando tutti i documenti e gli atti relativi alle indagini della polizia e ai processi penali che ne seguirono, le cronache dei giornali dell’epoca, e di farci capire il contesto angusto della storia dal quale far emergere la figura importante di Santina, “femminista” ante litteram, ovvero una ragazza all’avanguardia, per il luogo e i tempi, che con la sua vita, il suo operato, pura, semplice e casta, inconsapevolmente, difende quella dignità, quei  diritti, quei valori che ancora adesso stentano ad essere riconosciuti alle donne, e la sua tragica fine è un caso emblematico di quella sequela infinita di violenze e omicidi, che oggi vengono definiti “Femminicidi”.  Questi elementi ricostruiti dall’avvocato Salvatore Lombardo costituiscono la seconda parte del libro, con il titolo “La Giustizia umana”.  Ed è su tali elementi che l’altro autore, Cataldo Lo Iacono, ricostruisce la storia di Santina, la sua biografia, anzi una sorta di storia romanzata e lo fa con una originale e interessante formula narrativa: l’Io narrante è Santina, è lei che racconta la sua storia, nella scansione dei fatti e degli avvenimenti e i suoi desideri, speranze, timori, e nei dialoghi con le altre persone che si intrecciano con la sua storia: i suoi genitori, gli amici, il suo spasimante carnefice. Direi che l’operazione narrativa di Cataldo Lo Iacono, che ha già dato prova delle sue doti di scrittore con altre pubblicazioni, è ben riuscita. L’autore ricostruisce abilmente la storia, romanzata, vera e verosimile, della breve e intensa vita di Santina e la fa rivivere, nel detto e nel non detto, in tutta la sua potenzialità, in quello che è stato e in quello che avrebbe potuto essere una persona come Santina. La lettura di questo libro ci riporta agli anni del dopoguerra, la fame e la povertà, la lenta ricostruzione e le avvisaglie del boom economico, che avrebbe apportato grandi cambiamenti sul piano dei costumi, della morale, dell’ordinamento sociale, la crisi del patriarcato, le rigide gerarchie nella famiglia e nella società, la lenta emancipazione della donna e del mondo femminile. Un processo che, con più difficoltà, investiva anche il Mezzogiorno d’Italia, molto più arcaico e arretrato; scoppierà nel 1966 il caso emblematico di Franca Viola, la ragazza diciassettenne di Alcamo, rapita e violentata, che rifiutò il “matrimonio riparatore”: previsto dal codice penale, che annullava quel reato che era (e lo resterà per tanti anni ancora) solo un delitto contro la moralità pubblica e il buon costume, e non contro la persona. Ma in quella Sicilia arcaica e arretrata dei primi anni ’50 del secolo scorso, con questo libro, scopriamo, come già detto, Santina e il suo emblematico caso di femminismo ante litteram, in questo paese che mi sento di dire più aperto ed evoluto sul piano civile e sociale, pensando anche alla determinazione di questa ragazzina di dodici anni, brillante, intelligente, che si sente portata per gli studi, ma che per continuare gli studi, alle medie e alle superiori, deve trasferirsi a Caltanissetta. E qui intravediamo la figura del padre (Gino Cannella), famiglia proletaria, pochi studi, ma brillante, arguto, popolare personaggio che si appassiona alla politica,  diventa segretario del PCI, consigliere comunale e assessore, che decide, pur con grandi sacrifici economici, di far continuare gli studi alla figlia a Caltanissetta; Santina, infatti, sarà una delle prime ragazze del paese che proseguono gli studi in città e forse la prima che non lo farà negli istituti scolastici gestiti dalle suore (dove rigorosamente andavano in quegli anni tutte le non molte ragazze che proseguivano gli studi, che erano quasi tutte da maestra elementare); tutto ciò in coerenza con i principi laici e le contrapposizioni con il mondo clericale del papà di Santina, che affiderà la figlia a una famiglia di sua fiducia e conoscenza di Caltanissetta dove la ragazza vivrà nei mesi scolastici, come vedremo nel racconto. Ancora una nota sul paese di Marianopoli e sulla sua diversità, direi dovuta al suo essere un paese giovane, nato alla fine del 1700, con la colonizzazione del feudo originario  con famiglie provenienti dal Montenegro e da tante altre provenienti da ogni parte della Sicilia; quindi molto più aperte al cambiamento; un paese giovane dove non si erano stratificate le subalternità, servitù, corvè e fenomeni mafiosi ampiamente diffuse in quei territori del latifondo (dove è nata la mafia), se pensiamo che i paesi vicini a Marianopoli sono Mussomeli (patria di Genco Russo) e Villalba (patria di Don Calò Vizzini; non a caso ha avuto da sempre una forte componente di sinistra e socialista in particolare. Un’ultima nota dedicata ai genitori di Santina, conosciutissimi, anche perché avevano un bar nel paese, che anch’io ho conosciuto, ma non sapevo dei particolari della fine di Santina; dal che ho dedotto in loro tutto il dramma dei genitori che sopravvivono alla loro prima figlia, morta giovanissima in un modo orribile, con tutto il sempiterno dolore, pudori, sensi di colpa, rimpianti e simili cose che inevitabilmente scattano. E rivedo suo padre, brillante, sarcastico e graffiante oratore politico comunista, ma sempre serio e compunto e che non si lasciava andare a frizzi e lazzi; una maschera che nascondeva un dolore e una sofferenza immensa. E la mamma di Santina, la signora Peppina, la ricordo sempre dietro la cassa o il bancone del bar, sempre vestita di nero, con il viso cupo e vacuo, afflitto dal dolore; un dolore esaltato dai suoi occhi spenti e asciutti: di quelli che non hanno più lacrime da versare.

Fonte: https://www.pannunziomagazine.it/ti-bacio-quando-torno-storia-di-santina-di-salvatore-vullo/

ANPI Mazzarino. Giovani e Costituzione presso l’Istituto Carlo Maria Carafa.

Lunedì 6 marzo saremo ospiti dell’IISS Carafa e della sua Dirigente per incontrare i ragazzi del triennio e parlare insieme a loro della nostra Costituzione: dei valori che custodisce, delle fondamenta del nostro ordinamento, dei principi fondamentali che garantiscono il pieno riconoscimento della persona umana.
Lo facciamo di certo con grinta e con la voglia di interfacciarci con i giovanissimi, col piacere di ascoltarci tutti ma anche con la consapevolezza di quanto sia sempre – e oggi più che mai – necessario conoscere la Carta Costituzionale perché ognuno di noi possa avere piena contezza del suo essere cittadino inserito in un tessuto sociale condiviso, possa sentirsi parte attiva di un tutto, possa avere coscienza della sua propria voce ed essere anche la voce di chi voce non ha.

ANPI Mazzarino

“SE FOSSE TUO FIGLIO”

di Sergio Guttilla.

“SE FOSSE TUO FIGLIO”

di Sergio Guttilla.

Se fosse tuo figlio

riempiresti il mare di navi

di qualsiasi bandiera.

Vorresti che tutte insieme

a milioni

facessero da ponte

per farlo passare.

Premuroso,

non lo lasceresti mai da solo

faresti ombra

per non far bruciare i suoi occhi,

lo copriresti

per non farlo bagnare

dagli schizzi d’acqua salata.

Se fosse tuo figlio ti getteresti in mare,

uccideresti il pescatore che non presta la barca,

urleresti per chiedere aiuto,

busseresti alle porte dei governi

per rivendicare la vita.

Se fosse tuo figlio oggi saresti a lutto,

odieresti il mondo, odieresti i porti

pieni di navi attraccate.

Odieresti chi le tiene ferme e lontane

da chi, nel frattempo

sostituisce le urla

con acqua di mare.

Se fosse tuo figlio li chiameresti

vigliacchi disumani, gli sputeresti addosso.

Dovrebbero fermarti, tenerti, bloccarti,

vorresti spaccargli la faccia,

annegarli tutti nello stesso mare.

Ma stai tranquillo, nella tua tiepida casa

non è tuo figlio, non è tuo figlio.

Puoi dormire tranquillo.

E soprattutto sicuro.

Non è tuo figlio.

È solo un figlio dell’umanità perduta,

dell’umanità sporca, che non fa rumore.

Non è tuo figlio, non è tuo figlio.

Dormi tranquillo, certamente

non è il tuo.

💔#naufragio#crotone

ABBIAMO CUORI DI PIETRA?Comunicato della Famiglia Comboniana Italiana dopo il naufragio avvenuto sulle spiagge di Cutro

La Famiglia Comboniana Italiana (Missionari Comboniani, Suore Missionarie Comboniane, Missionarie Secolari Comboniane, Laici e Laiche Missionarie Comboniane) è profondamente scioccata dall’ennesimo naufragio avvenuto all’alba di domenica 26 febbraio sulle coste di Cutro, in Calabria. Uomini, donne, bambini che scappano per avere una vita migliore e trovano invece la morte sulle nostre coste calabresi. Sino ad ora sono 64 i morti accertati di cui 15 bambini e 21 donne ma il numero potrebbe aumentare sino a superare quota 100, aggiungendosi così alle decine di migliaia di morti nel Mare Mediterraneo diventato ormai una unica grande tomba a cielo aperto.


Rimangono gravi e inquietanti interrogativi su questo naufragio: che cosa è successo dopo l’avvistamento e la segnalazione dell’imbarcazione da parte dell’aereo di Frontex alle 22.30 della sera precedente il naufragio?
Da quanto tempo si era a conoscenza della presenza nelle acque di questo barcone e non si è intervenuti?
Noi Famiglia Comboniana Italiana alziamo il nostro urlo di protesta davanti a questi orrori che continuano ad avvenire nel Mar Mediterraneo. Come Missionari e Missionarie vogliamo ribadire che sono i muri che creano i trafficanti e non il contrario come continua ad affermare il Ministro degli Interni Piantedosi.


Davanti a questo scenario troviamo assurdo che il governo Meloni continui ad applicare politiche persecutorie contro le navi salvavita delle ONG. Un lavoro che dovrebbe essere compito dello Stato e che lo stesso si rifiuta di fare; ne è un esempio il Decreto Flussi, che sarebbe meglio chiamarlo “Decreto naufragi”.
Siamo alla cattiveria eretta a sistema.
E’ mai possibile che chi è chiamato a governare abbia un cuore di pietra?
Abbiamo forse tutti e tutte perso quello che ci rende umani cioè il sentire compassione per chi soffre!!
E’ proprio questo che fa di noi dei Missionari e Missionarie, persone che sentono sulla loro pelle la sofferenza degli altri esseri umani e degli oppressi.


Per questo sentiamo il diritto di parlare della sofferenza dei nostri fratelli e sorelle migranti, frutto amaro di questo sistema economico-finanziario militarizzato.
Come Missionari e Missionarie chiediamo al Governo Italiano e all’ Unione Europea: se l’Europa è stata capace di accogliere prontamente milioni di rifugiati ucraini perché non può accogliere allo stesso modo milioni di rifugiati e rifugiate dei Sud del mondo tenuti in paurosi lager e in condizioni disumane?
Sono esseri umani, chiedono di vivere!


Verona, 28 febbraio 2023


Famiglia Comboniana d’Italia

Ass. Senza Confine

Di fronte all’ennesima strage nel Mediterraneo, non si può tacere sull’ipocrisia delle dichiarazioni di politici italiani e europei che invocano di volta in volta chi la necessità di fermare le partenze, chii trafficanti, chi la necessità di un patto europeo per le migrazioni.

Chi è responsabile delle partenze se non una sciagurata politica neoliberista e predatoria, che sostiene cleptocrazie che devastano interi paesi e continenti, responsabile di guerre e crisi climatica?
Di chi è la colpa se non di chi costruisce muri attorno alla Fortezza Europa?
Chi crea e sostiene i trafficanti se non coloro che attraverso leggi ingiuste impediscono canali di ingresso legali in Europa?
Chi è responsabile delle sciagure in mare se non chi manca di mettere in campo una missione ufficiale di soccorso e attraverso provvedimenti legislativi lesivi della legalità internazionale gli stessi soccorsi che invoca li impedisce?

La nave naufragata era partita da Smirne in Turchia. Dal Paese dove l’autocrate Erdogan ha ricevuto dall’Unione Europea miliardi di Euro per fermare i flussi migratori verso quell’Europa che tace di fronte alla guerra di annientamento che lo stesso Erdogan conduce contro il popolo curdo anche oltre i propri confini e che nemmeno il devastante terremoto del 6 febbraio scorso è riuscito a fermare.

Il ruolo delle narcomafie in Turchia e altrove nella gestione dei flussi migratori è stato denunciato da Dino Frisullo più di venti anni fa. Si vergognino coloro che di fronte a quelle denunce hanno chiuso gli occhi e si sono tappati le orecchie e che hanno invece sostenuto e tuttora sostengono i
governi che le tollerano e ne traggono profitto.

L’unica risposta a questa ennesima strage sono una missione europea di soccorso in mare e
l’istituzione di canali di ingresso legali per migranti e richiedenti asilo attraverso una completa
revisione delle leggi sull’immigrazione di questo paese.

Roma, 26 febbraio 2023 Associazione Senzaconfine

SALANITRO: un antifascista di Adrano. Il Film.

Un antifascista insigne ( di Adrano, gia’ consigliere provinciale catanese con il Partito Popolare di Don Bascetta all’ inizio degli anni 20), un martire per la PACE, condannato a 18 anni di carcere dalla dittatura fascista, per avere manifestato il suo sdegno contro gli gli orrori della GUERRA scatenata dai nazifascisti. Assassinato nel Lager di MAUTHAUSEN il 24 aprile 1945.
Ricordiamolo in questi giorni di manifestazioni contro la GUERRA.

Biografia

Carmelo Salanitro (Adrano, 30 ottobre 1894 – Campo di concentramento di Mauthausen, 24 aprile 1945) è stato un insegnante e politico italiano.

Fu un attivo sostenitore del movimento antifascista, prima come consigliere alla Provincia di Catania per il Partito Popolare, poi come semplice insegnante di latino e greco. Lavorò al Liceo Gulli e Pennisi di Acireale e al Liceo classico “Mario Cutelli” di Catania, dove era l’unico docente a non avere la tessera del partito fascista.

Durante il suo insegnamento, lavorò contro il fascismo diffondendo dei biglietti che contenevano le verità sull’olocausto e sul regime. Il 14 novembre 1940 fu scoperto e denunciato dal preside del Cutelli, Rosario Verde, dopo che costui aveva trovato dei volantini inneggianti al pacifismo. Il 25 febbraio 1941 il Tribunale speciale per la difesa dello Stato lo condannò per “Propaganda antinazionale, offese al duce e a Hitler” a diciotto anni di carcere, che scontò a Roma nel carcere di Regina Coeli, a Civitavecchia e Sulmona.

Trattenuto in carcere dopo la caduta del regime su decisione del prefetto dell’Aquila, Rodolfo Biancorosso, e del direttore del carcere, fu consegnato alle autorità naziste e deportato al Campo di concentramento di Dachau, dove giunse il 13 ottobre 1943, poi, il 6 dicembre 1943, in quello di Mauthausen. Fu nuovamente trasferito a Dachau nel gennaio del 1944 e a Mauthausen nell’agosto 1944. Fu ucciso in una camera a gas a Mauthausen tra il 23 e il 24 aprile 1945.

A lui sono dedicati un premio artistico nazionale istituito dal liceo Cutelli, una via a Catania, una via a Tremestieri Etneo ed una via ad Adrano (sua città natale), l’aula consiliare della provincia di Catania e l’Istituto Siciliano per la Storia dell’Italia Contemporanea. La sua statua, ad Adrano, è stata vittima di un grave atto vandalico nel gennaio 2007.