Giusto per “allietarsi”….in questi giorni tristi

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In questi giorni molto tristi se ne sentono e se ne vedono proprio di tutti i colori. NO, non sono i colori dell’arcobaleno, simbolo di pace, solidarietà, tolleranza e della ragione.

Provengono da parte di molte fonti, compreso da rappresentazioni politiche e istituzionali di vario titolo e genere che, per l’alto compito di suggerimento e guida prestato, dovrebbero sempre essere per i cittadini faro univoco di chiarezza e decisione.

Invece, i “detti” abbondano, e poiché molte ordinanze regionali/comunali sono discordanti dai decreti nazionali, la confusione è grande. La domanda è lecita: ma perché in Italia neanche in situazioni di disastro generale di assoluta dirompenza si riesce ad uniformare la deliberazione comportamentale elementare che riguarda i cittadini? Per quanto forniti di una robusta e sana Costituzione prevale sempre la fase “rinascimentale”, caratterizzata da stati e staterelli!

Dunque, il segretario della Lega Salvini, al grido di “ la scienza da sola non basta, serve anche il buon Dio…..e con la protezione del Cuore Immacolato di Maria ”, sostiene che in occasione della Pasqua le chiese dovrebbero aprire; aggiungendo:….. “C’è un appello mandato ai vescovi di poter permettere a chi crede, rispettando le distanze, con mascherine e guanti e in numero limitato, di entrare nelle chiese come si entra in numero limitato nei supermercati” .

Sulla comparazione tra luoghi di culto e i siti esclusivamente dedicato alle vendite ognuno tragga le proprie riflessioni e valutazioni.

Sull’argomento ( dove le parole volano….in libertà di propaganda), il Ministero dell’Interno, in risposta alle considerazioni poste dalla Segretaria Generale della CEI aventi come oggetto puntualizzazioni più adeguate riguardo: “La preghiera individuale in chiesa, le modalità di partecipazione ai riti della Settimana Santa e la possibilità di celebrare matrimoni in tempo di pandemia.”, in data 28 marzo ha argomentato in maniera dettagliata. Si veda: https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2020-03/coronavirus-viminale-cei-chiese-settimana-santa.html

Stupisce alquanto che il segretario della Lega nulla abbia contemporaneamente detto riguardo le regolamentazioni in essere, come protezione all’estensione del virus, che proibiscono i momenti più importanti del percorso umano: funerali, matrimoni. In questo periodo chiese e cimiteri sono chiusi. Non è possibile dare l’ultimo saluto ai dipartiti, costretti a lasciare il bene più caro: la vita. Lo strazio più grande per parenti ed amici.

Su questa delicatissimo argomento è rimasto silenzioso.

Ha fatto notizia la delibera dell’amministrazione regionale della Lombardia ( Presidente Fontana), in vigore da oggi domenica, sull’obbligo, uscendo da casa, di indossare la mascherina « o, in subordine, qualunque altro indumento a copertura di naso e bocca» ( sciarpe, foulard). Previste multe a partire da 400 euro. Certo, l’indirizzo dell’obbligatorietà sul piano generale potrebbe anche essere nominalmente raziocinante. Il dato, è, però, che la normativa doveva anche essere accompagnata dall’obbligo della regione Lombardia a consegnare a tutti i cittadini debita scorta di mascherine all’uopo debitamente convalidate; preso atto, altresì, che molte fonti scientifiche affermano di cambiare la suddetta protezione facciale dopo 2/4 ore dell’uso. Tra l’altro, è notoriamente pubblico il fatto che le mascherine in Lombardia ( come nel resto dell’Italia), data la grande carenza, sono difficilmente acquistabili nei luoghi preposti alla vendita ( trovandole il prezzo è stato innalzato in maniera esponenziale). Proprio in detta Regione pochi giorni addietro l’amministrazione regionale ha solennemente redarguito il Governo nazionale e la Protezione Civile per avere fornito una partita di mascherine non rispondenti ai criteri di funzionalità scientifica. Dunque, suddetti criteri sono posseduti da sciarpe e foulard? Domanda proprio amletica!

Da notizia dell’ultima ora si apprende che da domani in Lombardia a cura della Regione inizia la distribuzione gratuita di 3 milioni di mascherine ( gli abitanti sono 10 milioni).

L’obbligatorietà della mascherina per uscire da casa è stata annunciata dal Presidente della Toscana: però, solo dopo la distribuzione ai Comuni di dieci milioni di mascherine protettive.

Per completare il “quadro” di alcune delle difformità in atto in Italia: In Veneto, andando al supermercato o in farmacia, bisogna mettere la “ mascherina o altro tipo di protezione”. In Trentino, in mancanza delle mascherine, si inizierà la distribuzione di “scaldacolli”. In Valle d’Aosta obbligo di protezione in viso entrando nei negozi.

Infine, dato che la notizia non ha avuto adeguata diffusone nazionale, poiché riguarda la Regione Sicilia. Due giorni addietro, durante un incontro in teleconferenza tra Governo nazionale e Presidenti delle Regioni sulle misure di contrasto al Covid-19, il presidente siciliano Nello Musumeci ha posto una richiesta molto specifica, già formalizzata alcuni giorni prima dalla Giunta regionale con un’apposita delibera: l’ applicazione operativa del’art 31( titolo IV, polizia) dello Statuto siciliano che, così recita: “ Almantenimento dell’ordine pubblico provvede il Presidente regionale a mezzo della polizia dello Stato, la quale nella Regione dipende disciplinarmente, per l’ impiego e l’ utilizzazione, dal governo regionale. Il Presidente della regione può chiedere l’ impiego delleforze armate dello Stato. Tuttavia il Governo dello Stato potrà assumere la direzione dei servizi di pubblica sicurezza, a richiesta del Governo regionale, congiuntamente al Presidente dell’ Assemblea, e, in casi eccezionali, di propria iniziativa, quando siano compromessi l’ interesse generale dello Stato e la sua sicurezza. Il Presidente ha anche il diritto di proporre, con richiesta motivata al Governo Centrale, la rimozione o il trasferimento fuori dell’ Isola dei funzionari di polizia.Il governo regionale può organizzare corpi speciali di polizia amministrativa per la tutela di particolari servizi ed interessi.”

Materia proprio dirompente. Ebbene, loStatuto siciliano – in una fase politica post guerra molto ingarbugliata, con l’indipendentismo isolano in armi, molto agguerrito e finanziato da potenti gruppi di latifondisti, dagli accentratori storici delle ricchezze, dalla mafia ringalluzzita e da ben note centrali sovversive internazionali per contrastare il “pericolo” comunista – fu varato il 15 maggio 1946 . Diciannove mesi prima della nascita della Costituzione italiana ( 22 dicembre 1947). Come molte cose all’ “italiana” l’articolo in oggetto è rimasto sempre lì, “in sonno”. Mai richiesta, nei successivi 74 anni, la sua applicazione, per non entrare in ferreo contrasto con lo Stato.

Tra l’altro, la questione sollevafondamentali questioni: in via prioritaria sulla dubbia ( molto dubbia) costituzionalità; poi, sui tempi necessari dell’eventuale ratifica, dati i passaggi necessari, molto articolati, nelle strutture governative e in Parlamento. Teoricamente, con la “pace in casa”, si prevedono molti mesi ….altro che proposta legata “ all’emergenza Covid-19”.

Nello Musumeci è un rappresentante storico dell’estrema destra siciliana. Impegnato fin da giovane nell’ormai ex Msi, ammiratore di Giorgio Almirante( che tra l’altro fu segretario di redazione del periodico “ La difesa della razza”, dall’agosto 1938).

Ieri, sabato, il quotidiano La Sicilia in prima pagina ha pubblicato in grande evidenza la foto del Presidente Musumeci con il titolo “MANGA NELLO”.

Sul piano generale nazionale questo passa il “convento” della nostra tortuosa democrazia.

Lettera Memoria e Libertà

Chi era Manolis Glezos?

Manolis-Glezas-460x300.png1Manolis Glezos (Apiranthos, 9 settembre 1922) è un partigiano, scrittore e politico greco, deputato della coalizione della sinistra radicale SYRIZA al Parlamento europeo.

Nel 1935 si trasferì con la famiglia ad Atene, dove frequentò le scuole superiori, mantenendosi agli studi con il lavoro presso una farmacia. Nel 1940 si iscrisse alla “Alta scuola di studi economici e commerciali” ora “Università di Economia di Atene”

Nel 1939, quand’era ancora studente delle superiori, Glezo partecipò alla creazione di un gruppo giovanile antifascista, contro l’occupazione italiana del Dodecaneso e la dittatura di Ioannis Metaxas.

Al momento in cui l’Italia invase la Grecia (28 ottobre 1940), Glezos chiese di andare al fronte in Albania contro l’invasore, ma la domanda fu respinta perché troppo giovane. Lavorò dunque come volontario per il Ministero dell’Economia. Durante la successiva occupazione tedesca lavorò per la Croce Rossa greca e il comune di Atene; contemporaneamente si impegnò attivamente nella Resistenza.

Il 30 maggio del 1941, insieme al suo amico e compagno Apostolos Santas, si arrampicò sull’Acropoli e ne strappò via la bandiera con la svastica, che vi sventolava dal 27 aprile 1941, quando le truppe tedesche erano entrate ad Atene. Alla bandiera tedesca sostituì quella nazionale greca. Fu il primo clamoroso atto della resistenza in Grecia, uno dei primi in Europa. Ispirò molti, e non solo greci, a resistere all’occupazione tedesca e italiana.

I due autori vennero attivamente ricercati e furono condannati a morte in contumacia. Glezos fu catturato dalle forze di occupazione tedesche il 24 marzo 1942 e fu pesantemente torturato. In seguito a questo trattamento, si ammalò gravemente di tubercolosi. Rilasciato per le sue condizioni di salute, fu nuovamente arrestato il 21 aprile 1943, stavolta dalle forze di occupazione italiane, e tenuto tre mesi in prigione, fino a che fu liberato in conseguenza della caduta del fascismo nel luglio del 1943.

Il 7 febbraio 1944 fu arrestato di nuovo, stavolta dai collaborazionisti greci dei tedeschi. Passò nuovamente sette mesi e mezzo in prigione, finché riuscì ad evadere il 21 settembre dello stesso anno.
1946-1974

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La fine della Seconda guerra mondiale non segnò la fine della repressione, né per Glezos né per molti militanti greci. Il 3 marzo 1948, nel corso della guerra civile greca, fu processato per le sue convinzioni politiche e condannato a morte dal governo di destra. Tuttavia la sentenza non fu eseguita, anche a causa di un vasto movimento dell’opinione pubblica internazionale in favore dell’eroe della resistenza. La pena nel 1950 fu ridotta all’ergastolo.

Mentre era ancora detenuto, Glezos fu eletto al Parlamento nazionale nella lista della Sinistra Democratica Unita (Ενιαία Δημοκρατική Αριστερά, ΕΔΑ – EDA). Durante la campagna elettorale, intraprese un duro sciopero della fame per ottenere il rilascio dei suoi compagni parlamentari dell’EDA che erano in prigione o al confino politico nelle isole. Terminò lo sciopero della fame quando 7 parlamentari dell’EDA furono rilasciati. Anch’egli fu poi rilasciato, il 16 luglio del 1954. Il 5 dicembre del 1958 fu di nuovo arrestato sotto l’accusa di spionaggio, che era il pretesto per perseguitare gli esponenti della sinistra durante la Guerra fredda. Il suo nuovo rilascio, il 15 dicembre 1962, fu il risultato di una vasta campagna, in Grecia e all’estero. Durante questa nuova detenzione, fu di nuovo eletto parlamentare dell’EDA nel 1961. Al momento dl Colpo di Stato del 21 aprile 1967, Glezos fu arrestato alle due di notte, insieme al resto dei leader politici. Durante il Regime dei colonnelli, la dittatura militare guidata da Georgios Papadopoulos, subì ancora quattro anni di prigione e “confino”, fino al 1971. Nel complesso la persecuzione politica di Glezos, durante la Seconda guerra mondiale, nel dopoguerra e durante la dittatura, gli procurò 11 anni e 4 mesi di carcere e 4 anni e mezzo di “esilio” nelle isole.

Dopo la trasformazione democratica (1974), Glezos partecipò alla resurrezione dell’EDA. Nelle elezioni del 1981 e del 1985 fu eletto al Parlamento in liste del PASOK (Movimento Socialista Panellenico), uno dei due maggiori partiti greci. Fu presidente dell’EDA dal 1985 al 1989. Nel frattempo, nel 1986, si era dimesso dal Parlamento per tentare di dar vita a un esperimento di “democrazia di base”. Si recò nel piccolo villaggio di Aperathu, nell’isola di Naxos, dove fu eletto Presidente del consiglio comunale alle elezioni del 1986. Allora abolì le prerogative del Consiglio stesso, introducendo una “Costituzione” e stabilendo che la locale assemblea avesse il controllo totale dell’amministrazione comunale. Questo modello fu applicato per alcuni anni, ma a lungo andare l’interesse del resto della comunità venne meno e il regime assembleare fu abbandonato. Glezos rimase Presidente fino al 1989. Alle elezioni legislative del 2000, egli guidò la lista del Synaspismos, coalizione di forze di sinistra. Nel 2002 fondò il gruppo politico Cittadini Attivi, che entrò a far parte del SYRIZA, alleanza tra il Synaspismos e altri partiti minori della sinistra radicale greca. In quell’occasione si candidò a prefetto dell’Attica.

Attualmente Glezos è Presidente del Consiglio Nazionale per le Riparazioni dell’Occupazione Tedesca, membro del Consiglio Nazionale per le Riparazioni di Guerra Tedesche e del Consiglio Nazionale per le Riparazioni di Guerra.

Ha ricevuto l’International Award of Journalism nel 1958, la medaglia d’oro Joliot-Curie da parte del World Peace Council nel 1959, e il Premio Lenin per la pace nel 1963.

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Per il suo impegno come geologo ed esperto dei dissesti idrogeologici del suo Paese, ha ricevuto i seguenti riconoscimenti:

Laurea honoris causa (Ph.D.) presso il Dipartimento di Geologia dell’Università di Patrasso, nel 1994.
Laurea honoris causa (Ph.D.) presso il Dipartimento di Ingegneria Civile dell’Università “Aristotele” di Salonicco, nel 2001.
Laurea honoris causa (Ph.D.) presso la “Scuola di ingegneria mineraria e metallurgica” dell’Università Tecnica Nazionale di Atene, nel 2003.
Per la sua lunghissima lotta per la libertà e la democrazia ha ricevuto anche laLaurea honoris causa (Ph.D.) presso la “Scuola di Filosofia” dell’Università di Atene, nel 2007.

Produzione letteraria e scientifica

Manolis Glezos ha scritto articoli su riviste greche fin dal 1942 ed è stato editore dei giornali “Rizospastis” e “Avgi” negli anni Cinquanta.

Ha pubblicato sei libri in greco:

“La storia del Libro” («Η ιστορία του βιβλιού», 1974);
“Dalla dittatura alla democrazia” («Από τη δικτατορία στη ∆ηµοκρατία», 1974);
“Il fenomeno dell’alienazione nel linguaggio” («Το φαινόµενο της αλλοτρίωσης στη γλώσσα», 1977);
“La coscienza della terra petrosa”, («Η συνείδηση της πετραίας γης», 1997).
“Hydor, Aura, Nero”, («Ύδωρ, Αύρα, Νερό», 2001).
“Resistenza nazionale 1940-1945”, («Εθνική Αντίσταση 1940-1945», 2006).

È morto Manolis Glezos, leggenda della Resistenza greca

Il 30 marzo 2020, all’età di 98 anni, è morto Manòlis Glèzos, popolarissimo eroe della Resistenza greca. La notte tra il 30 e il 31 maggio del 1941, pochi giorni dopo l’occupazione tedesca di Atene, si inerpicò con un amico (Apòstolos Sàntas) su un costone dell’Acropoli e portò via la bandiera nazista che vi sventolava. Condannato a morte in contumacia, fu catturato un anno dopo e torturato al punto tale che dovettero liberarlo. I fascisti, nel 1943, non gli fecero mancare il loro contributo di occupanti vigliacchi tenendolo in prigione per tre mesi, per atti ostili nei loro confronti.

Glezos non è morto di coronavirus, ma di infarto. Il virus gli ha soltanto impedito di ricevere il degno funerale al quale avrebbe partecipato mezza Grecia.

Questo furto di ritualità funebre, questa condanna ad una morte anonima e clandestina, non è – per Glezos e per tutte le vittime dell’odierno flagello – meno devastante della morte fisica.

Salvatore Nicosia

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foto A) i nazisti issano la bandiera delle SS sull’Acropoli, e si fotografano pure, a perenne loro infamia

 

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foto B) la targa apposta sul muro dell’Acropoli che ricorda l’impresa di Glezos e Santas

Il compagno Lillo Venezia, vittima del Coronavirus

20200330-cialo-lilloLillo Venezia è morto. Vittima del coronavirus. Eravamo compagni di partito. Eravamo molto amici, complici e alleati. Automaticamente e in maniera molto naturale divenni amica anche della moglie Cristina, nostra sostenitrice e vergognosamente di parte. Dalla nostra parte. Sempre. Quando ci siamo conosciuti all’interno de I SICILIANI, la rivista fondata da Giuseppe Fava, io e Lillo non abbiamo avuto bisogno di grandi presentazioni fra noi, capimmo subito che parlavamo e avremmo continuato a parlare la stessa lingua. Quella della chiarezza, della sincerità, della solidarietà. Protezione reciproca. Tanto che dopo tanti anni dalla chiusura de I SICILIANI fondammo LESICILIANE/CASABLANCA. Ancora insieme, Lillo, Riccardo, io. Una rivista nel solco de I SICILIANI per portare avanti le idee di Pippo Fava. Con il cartaceo siamo rimasti in edicola per due anni, oggi ancora insieme con la stessa testata resistiamo sul web da 14 anni.

Di lui ricorderemo che è stato il direttore responsabile della rivista IL MALE, le tante lotte politiche e sociali. Il suo impegno nel partito. Il suo modo di essere compagno. Il suo coraggio di giornalista impegnato che si metteva a disposizione della causa. Con molta umiltà, come se fosse l’ultimo della cordata. Non tutti capirono il suo essere umile e rispettoso. Anzi alcuni hanno interpretato male. Agito peggio. Tratto conclusioni di comodo per approfittarne.

Lillo era un buono, non un remissivo. E più volte e in tante situazioni ha dimostrato il suo coraggio e la sua tempra di guerriero se necessario.

Buona forchetta a volte con suo sorriso sornione mi diceva “mi fai la pasta al forno?” o “mi fai la parmigiana?” In passato, alcune volte, è capitato che io lo abbia chiamato: “Lillo vieni a cena ho preparato della roba buona…”. Lillo arrivava ma non mangiava la cena preparata e si rifugiava nel prosciutto, il formaggio… Poi una volta alla mia domanda “ma perché non mangi la mia zuppa di cipolle?” lui sempre sorridendo mi rispose: “Perché non mi piace, come te lo devo dire?”. Me lo aveva detto ma io stonata non avevo registrato e mi ostinavo a riproporgliela perché ricordavo il contrario.

IN GUERRA SENZA ARMI
Come non ricordare i nostri viaggi della speranza in giro per l’Italia alla ricerca di soluzioni per far rinascere la rivista di Pippo Fava, incontri con partiti, sindacati, ordine dei giornalisti… viaggi che iniziavamo con l’ottimismo del mattino e finivano con la delusione della sera. Ma niente e nessuno ci poteva fermare, superata la fase della delusione ripartivamo con un altro progetto. Partivamo la mattina presto, passavo a prenderlo a casa sua, “dai Lillo è tardi, lo sai che devo ritirarmi presto per i bambini” e lui serafico “c’è il tempo, stai calma”.

Quanto ci siamo impegnati e quello che abbiamo fatto per riportare I SICILIANI di Pippo Fava in edicola. Io presidente e lui consiglio di amministrazione, non mi ha mai lasciato da sola ad affrontare l’oceano di problemi legali ed economici de I SICILIANI. C’era costantemente. Sempre pronto a sostenermi e non solo per una questione di ruolo.

Nel 1990 ci accordarono un finanziamento enorme per portare avanti le idee di Giuseppe Fava, i suoi libri, il suo giornale… una cosa che sapevamo solo io, lui e l’avvocato. Tre miliardi per creare posti di lavoro, ricomporre il gruppo, ripartire… Ci fu qualche problema interno e lo rifiutammo, lasciando i funzionari della regione nell’incredulità. Per ottenere quel finanziamento avevamo mosso mari e monti, raccolto amarezze, dinieghi, umiliazioni. Un gruppo di professionisti di fiducia mai pagati aveva messo piedi e ali a un ambizioso progetto e Lillo, che per quel progetto si era speso moltissimo, si incavolò notevolmente.

Avevi ragione Lillo, è stata l’unica, vera, possibile occasione per riportare I SICILIANI di Pippo Fava in edicola. Grazie Lilluzzo. Ciao.

Fonte: http://www.antimafiaduemila.com/home/di-la-tua/237-vedi/78248-il-compagno-lillo-venezia.html

Scarica l’intero speciale Le Siciliane dedicato a Lillo Venezia versione free

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Fosse Ardeatine, alle 18 dai balconi il canto “Bella Ciao” per ricordare l’eccidio

anpi-fosse-ardeatine“Il 24 marzo del 1944,  335 persone furono massacrate a Roma, nelle Fosse Ardeatine, per mano dei criminali nazifascisti. La città è invitata a ricordare questa sera le vittime”. Così l’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) su Twitter che ha annunciato una speciale iniziativa per stasera, alle ore 18, per il 76° anniversario di quella tragedia. “Dal tuo balcone accendi una candela. Metti, suona, canta ‘Bella ciao’. Esponi sul terrazzo la frase ‘Ci hanno seppellito ma eravamo semi’. In ricordo dei 335 martiri delle Fosse Ardeatine. E poi, se ti va, invia foto e video a ricordo.fosseardeatine@gmail.com“.

L’eccidio delle Fosse Ardeatine fu compiuto dalle truppe di occupazione naziste come rappresaglia per l’attentato partigiano di via Rasella, compiuto il giorno precedente da membri dei Gap romani, in cui erano rimasti uccisi 33 soldati del reggimento “Bozen” appartenente alla Ordnungspolizei dell’esercito tedesco.

I siciliani uccisi nelle Fosse Ardeatine:

  1. AGNINI FERDINANDO -fu Gaetano e di Longo Giuseppma – nato a Catania il 24/8/1924 – studente in medicina – arrestato il 24/2/1944 appartenente al Partito Comunista Italiano.
  2. 9) ARTALE VITO – fu Antonino e Amedei M. Anna – nato a Palermo I’1/3/1882- Ten. Gen. Artiglieria – arrestato il 9/12/1943.
  3. AVOLIO CARLO – fu Federico e Maltese Francesca – nato a Siracusa il 14/9/1895 – impiegato (S.A.I.B.) – arrestato il 28/1/1944 – appartenente al Partito D’Azione.
  4. BUTERA GAETANO – di Giuseppe e D’Amico Maria – nato a Riesi l’11/9/1924
    – pittore – arrestato il 15/2/1944 – appartenente al Fronte Militare Clandestino.
  5. BUTTICE LEONARDO- di Pietro e Sciarrocca Giuseppe – nato a Siculiana (Agrigento) il 2/2/1921 – meccanico – arrestato il 15/2/1944 – appartenente alla Brigata Matteotti.
  6. GIORDANO CALCEDONIO – di Gaspare e di Di Pisa Maria – nato a Palermo l’11/7/1916-corazziere-arrestato il 14/2/1944- appartenente al Fronte Militare Banda Caruso.
  7. LUNGARO PIETRO ERMELINDO – fu Alberto e di Caltagirone Vita – nato a Trapani l’1/6/1910 – Sottufficiale P.S. – arrestato il 7/2/1944 – appartenente al Partito D’Azione.
  8. PITRELLI ROSARIO – fu Giuseppe e di Buffalini Giovanna – nato a Caltagiro-ne il 17/11/1917 – meccanico – arrestato il 28/1/1944 – appartenente al Partito Comunista Italiano.
  9. RAMPOLLA GIOVANNI – di Michelangelo e Lembo Antonia – nato a Patti (Messina) il 16/6/1894 – Ten. Colonnello – arrestato il 22 o 28/1/1944 – appartenente al Fronte Militare.
  10. RINDONE NUNZIO – di Antonio e Buscemi Carmela – nato Leonforte il 29/1/1913 – pastore – arrestato tra la fine del dicembre 1943 e l’inizio del gennaio 1944 – appartenente alla formazione “Isolato”.
  11. ZICCONI RAFFAELE – fu Lorenzo e Olla Anna – nato a Sommatino (Caltani-setta) il 13/8/1911 – impiegato – arrestato il 7/2/1944 – appartenente al Partito D’Azione.
  12. IALUNA SEBASTIANO – di Agrippino e Salerno Ignazia – nato a Mineo il 10/10/1920 – agricoltore – arrestato il 7/3/1944.
  13. MORGANO SANTO – fu Antonio – nato a Militello il 30/8/1920 – elettromeccanico.
  14. D’AMICO COSIMO – fu Luciano e di Vasetti Maria – nato a Catania il 4/6/1907- amministratore teatrale – arrestato il 23/3/1944.

 

Tempi brutti, ma è come in guerra? La storia recente ci aiuta a riflettere

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Già, la situazione in essere è proprio brutta. Ad oggi ( 23 marzo) è passato un mese dall’annunzio ufficiale del primo caso di contagiato nel nostro paese. Il Covid-19 ha assunto le caratteristiche tragiche di una pandemia che, partendo pochi mesi addietro da una regione specifica della Cina ( con una popolazione pressoché equivalente a quella italiana), si è rapidamente esteso in molti altri paesi su scala mondiale. A parte lo stato cinese che, a seguito dei drastici atti operativi messi in azione, sembra essere uscita dalla fase acuta, sono pesantemente colpiti in particolare alcuni paesi asiatici, l’Europa e parte degli Stati Uniti. In riferimento alle aree territoriali colpite alcuni studi internazionali hanno avanzato l’ipotesi di una “coincidenza” geografica che caratterizza quella parte di Gaia Terra che presenta le stesse caratteristiche di collocazione e ambientali di clima: latitudine tra 30/50°, temperatura media in questa fase tra 8/11 gradi, umidità media dal 47/79 per cento. E’ una valutazione da approfondire ed eventualmente da confermare.
Tra l’altro è bene evidenziare che in questa fase temporale, come riportato dai principali centri di ricerca mondiali, giusto per “coincidenza”, stanno progredendo in maniera esponenziale i principali parametri che misurano la crescita della temperatura su scala mondiale: L’ultimo trimestre è stato il periodo più caldo dal 1880, dato che le temperature globali sono state superiore alle media di 1.18°C. In Europa ( compresa la Russia) l’inverno è stato il più caldo in assoluto: nel mese di febbraio la temperatura è stata di 4 gradi superiore al valore medio da sempre registrato; questo andamento ha riguardato anche l’Italia: un incremento dei valori medi fino a 4 gradi rispetto alla media registrata nello stesso periodo nel quarantennio 1951-1980.

Sul riscaldamento globale, a parte i tanti parametri scientifici che sono stati richiamati dai principali centri di ricerca mondiali, si può assumere come riferimento la Groenlandia: negli ultimi due mesi si è registrata una crescita dello scioglimento dei ghiacciai impressionante. Sono stati riversati in mare ( Atlantico) 600 miliardi di tonnellate di acqua, determinando un aumento dei livelli dei mari globali di 2,1 millimetri. Per dare un parametro di questo tremendo fenomeno bisogna riportare che negli ultimi 17 anni l’intensità di scioglimento di questi ghiacciai aveva determinato un “contributo” d’acqua di 282 miliardi di tonnellate.

Una coincidenza, o un fenomeno che con le alterazioni ambientali conseguenti contribuisce all’espansione del virus? Da analizzare.
Qui, in Italia, date le enormi progressioni assunte, siamo proprio nell’occhio del venefico “ciclone”. In soli trenta giorni i contagiati sono 59.138 – casi positivi ( 22 marzo) -, di 4824 sono operatori sanitari. La quantità dei deceduti, 5476, si colloca al primo posto su scala mondiale. L’area territoriale del Nord ( la Lombardia in particolare) sta subendo le conseguenze più nefaste. Perché questo addensamento tossico che in Lombardia risulta più intenso della regione cinese principalmente colpita? Da diversi giorni da studiosi di varie discipline e virologi si stanno avanzando diverse ipotesi, alcune rivolte alla tipologia economica e ambientale della zona. Ben si ricorda che quest’area di norma presenta la maggiore concentrazione di stazionamento di inquinanti in Europa.

Non serve aggiungere particolari e soggettive specifiche valutazioni. I riferimenti comuni sono le iniziative e le decretazioni assunte dalle strutture istituzionali, dal Governo nazionale e dagli Enti locali, che purtroppo mostrano divergenze operative non comprensibili tra Stato centrale e Regioni, che creano forti incomprensioni e difficoltà per i cittadini. Un dato è necessario aggiungere. Specie nell’ex triangolo industriale ci sono troppe attività produttive ancora aperte. A partire dalle fabbriche che non sono essenziali alla produzione di beni che sono primari per la sussistenza della popolazione. Ci sono in essere troppe discordanze e comportamentali frutto di uno squilibrio tra profitto e protezione dei cittadini. Bisogna immediatamente assumere le risoluzioni vincolanti necessarie, compresa le mobilità correlate, al fine di impedire la diffusione del virus. E’ auspicabile che le organizzazioni sindacali adottino con rapidità tutte le iniziative di pressioni conseguenti. Inoltre, bisogna intervenire drasticamente per colpire tutte le operazioni di sciacallaggio che sono in auge nel territorio italiano.

Speriamo che l’ultima decretazione del governo nazionale, con le iniziative di gestione conseguenti, imponga realmente il blocco di tutte le attività produttive non essenziali.
Un dato sembra ormai certo. Se non si blocca rapidamente l’estensione dei contagi una parte rilevante della popolazione italiana si troverà in una situazione tragica, in un contesto sanitario, socio – economico ( con grande riferimento all’occupazione) e psicologico che sta assumendo caratteristiche mai verificatosi nella storia recente dell’Italia. Il tutto è vigorosamente aggravato dal fatto che c’è una stretta correlazione con l’estensione del virus su una scala larga internazionale, specie nei Paesi che hanno un rapporto storico socio-economico consolidato con l’Italia.

Con tutte le drastiche conseguenze già in atto sul piano della mobilità e sull’utilizzo lavorativo nei comparti tutti che contraddistinguono il nostro paese, lavoratori italiani ( milioni?), specie nei settori turistici, del commercio e dei servizi secondari, di già si trovano estromessi dall’attività lavorativa, con il gravissimo rischio di perdere il posto di lavoro. In poche settimane si è enormemente accresciuto il ricorso alla cassa integrazione che mediamente garantisce il 75% della retribuzione. Si aggiungono, inoltre, date le conseguenze drammatiche, i molti poveri che vivono in tutte le città, i tanti migranti che non hanno riconoscimento ufficiale di accoglienza e i senza casa ( gli ultimi in assoluto nella scala sociale).
Perdurando la grave crisi in essere si prefigura uno scenario dirompentemente innovativo! Con conseguenze ad ora non immaginabili.

Che fare, quindi? La domanda è ovviamente retorica. In questo momento nessuno è in grado di fare programmazioni di gestione nel breve termine e disegnare scenari di gestione ragionevoli.
La mia riflessione è rivolta ad esaminare la Storia, quella recente. Cioè, riportare alla valutazione comune l’insieme dei grandi eventi che hanno caratterizzato in particolare l’Italia, e lo scenario internazionale. Le considerazioni conseguenti possono aiutarci, giusto per creare gli schermi necessari per guardare positivamente in avanti.
Viviamo una fase contraddistinta da una enorme velocizzazione dei principali processi che caratterizzano l’evoluzione della civiltà umana, all’interno di contraddizioni innovative e impetuose, come mai verificatosi. Gli ultimi 30/40 anni sono stati il segmento temporale che ha determinato il veloce “sviluppo” delle mutazione in corso. Un arco di tempo molto breve per metter in opera l’assuefazione di tutto il “ceppo” umano che oggi abita la Terra, suddiviso tra paesi ricchi e poveri. Tra l’altro, come sempre è stato nel tramandare i nessi della vita, convivono diversi gruppi generazionali ( molto significativo negli stati a maggior reddito e con percorso dell’esistenza medio- alto) che per le differenti condizioni reali di vita e per l’acquisizione dei nuovi modelli avanzanti sono molto diversi tra loro.

Gli enormi progressi nei vari settori delle tecnologie che tornano molto utili nel contrasto alla diffusione del virus Covid-19 hanno determinato disparità ancora più stridenti. Riguardo, in particolare, le disponibilità a sviluppare “evolute ” condizioni di vita, le strutture e le attrezzature sanitarie, le capacità di calcolo ( quindi previsionali) e di comunicazioni, a partire da quelle “ virtuali” – di connessione internet -.
Contemporaneamente, nello scenario mondiale si sono accresciuti in maniera gigantesca i dislivelli tra i normali cittadini e quel piccolissimo club ( strutture finanziarie, multinazionali, nababbi a vario titolo….) detentori della gran parte della ricchezza mondiale. In più, mentre continuano ad accrescersi le spese militari ( in un continuo folle rincorrersi) e aumentano conseguentemente i paesi coinvolti nelle guerre, si allarga il dislivello tra paesi ricchi e paesi poveri. Quest’ultimi ormai quasi definitivamente condannati a subire un pezzo di sofferenze a parte, inimmaginabili per i nostri modelli di vita in uso consolidato( mi riferisco alla parte più consistente delle nostre popolazioni).
Inoltre, i disastri ambientali che coinvolgono molte aree territoriali del mondo ( specie le più povere e sfruttate) – con conseguenze sul piano della vivibilità inimmaginabili per noi occidentali di paesi ricchi – provocati in gran parte dal riscaldamento ambientale e dallo sfruttamento intensivo delle risorse minerarie ed energetiche da parte delle multinazionali, hanno raggiunto vertici inimmaginabili fino a 30 anni addietro.
Un dato è incontrovertibile. Pur vivendo in questo drammatico contesto di Covid-19, le nostre difficoltà ed esigenze ( in Italia, Europa, Stati Uniti….) sono molto diverse da quelle vissute dalle popolazioni che vivono in quella parte etichettata come 3/4° mondo. In Italia, basti pensare solamente ai siti sanitari che, pur le con grandi differenze e dislivelli nei livelli regionali ( specificatamente nel sud), resistono, pur con molte difficoltà, in capacità recettiva e in attrezzature tecnologicamente avanzate. Grande riconoscimento civile all’azione incessante e coraggiosa degli operatori sanitari.

Le lotte e le conquiste dei lavoratori dei decenni precedenti, pur in una situazione di stato sociale drasticamente ridimensionato – con significativo abbassamento, tra l’altro, delle quote pubbliche destinate alla sanità ( 37 miliardi nel corso degli ultimi decenni), conseguenti alle grandi evasioni fiscali, per le sciagurate scelte politiche, e con il derivante grande incremento delle prestazioni private -, sul piano ospedaliero hanno permesso di costruire, per intervenire nella situazione di crisi che stiamo vivendo, prestazioni a carattere gratuito; cosa sconosciuta in molti altri paesi, a partire dagli Stati uniti decantato come “ faro della libertà”. Un insegnamento fondamentale per ricostruire in Italia una sanità pubblica assolutamente prioritaria in tutti i comparti di intervento.
Ma, stiamo vivendo come se si fosse in guerra? In più, cos’è un conflitto bellico vero? Come molti politici e strutture informative vanno affermando da parecchi giorni a questa parte.
Sono passati 75 anni dalla fine della guerra scatenata dagli ossessi mortiferi vestii di nero che mentre perseguivano la “razza eletta”, innalzando per vessillo il motto del “ Dio è con noi”, cercando “gloria” e onore eterno nei campi di battaglia di conquista, sui cadaveri scarnificati dalle bombe, dai colpi di mitraglia e dallo sterminio etnico razziale. Nell’Europa tutta, e nell’impero del “Sol Levante” che portò morte e distruzione in gran parte dell’Asia. Su tutti i fronti mondiali alla fine si contarono 70 milioni di morti, centinaia di milioni i feriti e i mutilati.

Al 25 aprile prossimo sono settantacinque anni dalla fine della guerra e dalla Liberazione dal nazifascismo, votato al culto e alla pratica della morte.
Erano passati solo 27 anni dalla fine dell’altro grande massacro umano che aveva attraversato tutta l’Europa, tramandato alla storia come “prima guerra mondiale”, determinando molte decine di milioni di vittime. La festa mortifera di esaltazione del nazionalismo, quindi delle false contrapposizioni tra i cittadini di nazionalità diverse alimentati dalle brame dei circoli monarchici e militari, provocò il conseguente crollo di tanti “ sacri” imperi che per secoli avevano cruentemente oppresso i popoli. In molti, liberati dalle antiche catene cercarono un nuovo avvenire con la rivoluzione bolscevica.
I settantacinque anni trascorsi dal 1945 sono un tempo lungo, allietato dal grande incremento dell’età media dell’italiana popolazione e dall’impetuoso accrescimento delle medie condizioni economiche, delle tecnologie, del sapere scientifico. Un tempi lungo, contraddistinto da trame oscure golpiste, da stragi, dall’imposizione di un modello economico fatuo votato all’accumulazione e alla corruzione, dagli enormi dislivelli distributivi delle ricchezze prodotte dal lavoro quotidiano, dal sacrificio dei tanti che rappresentano l’equa normalità della nostra società. Hanno vinto i principi e le pratiche capitaliste improntate sul becero egoismo, tacciando di nemico la pratica della solidarietà.
La stragrande maggioranza di noi non ha alcun specifico e diretto ricordo della guerra proclamata dagli esaltatori della “razza”. Solo una parte esclusivamente minoritaria ne ha diretta memoria nei vissuti e tribolati anni giovanili ( quelli più colpiti dal virus in queste settimane), per diversi ancora in vita anche nel ruolo di imberbe combattente per la libertà. O, per chi ancora tra noi, tramanda i racconti, orali o scritti, dei cinque lunghi e nefasti anni vissuti nell’ambito familiare dai genitori e dai nonni; ascoltati con grande riverenza, meditati e propagati; nel contesto di quella grande socialità di memoria che con grande fermezza si è costruita nel corso di tanti decenni; condannata, ormai, a disperdersi, annegata nel mare grande del chiacchiericcio inutile della politica propagandata e propagata dai più, veri mestieranti e illusionisti. Rimangono i racconti, i saggi storici e le immagini filmati su carta fotografica o sui video. Ormai, scomparsi i protagonisti, pochi italiani hanno la voglia di ripassarsi quel recente passato, contrassegnato da labari, croci uncinate, immensi assassini e lutti, contraddistinto dalla grande resistenza popolare che si oppose erigendo eroico muro combattente.
La guerra fu annunziata in Italia, allegramente, dal cosiddetto “duce” in nome del fascismo, il 10 giugno 1940. A loro dire doveva durare poche settimane. Si concluse a fine aprile del 1945. Passarono 1785 giorni. In Europa la guerra era iniziata 8 mesi prima con l’invasione della Polonia da parte dei nazisti.
Il nostro paese, così come l’Europa intera, fu completamente distrutto. Rimase frantumata l’intera struttura infrastrutturale, l’economia, l’occupazione debellata. Si ritornò di fatto ad una condizione di vita semi primitiva, senza acqua ed elettricità; i servizi fondamentali, a partire da quelli sanitari e farmaceutici, totalmente inefficaci (….altro che reparti di terapia intensiva…..); la mobilità era stata azzerata, gli spostamenti si effettuavano essenzialmente a piedi o in groppa a cavalli e muli. I fascisti avevano sacrificato sul loro “altare” di morte 473.000 persone. Moltissimi altri restarono feriti e mutilati; quanti ciechi, storpi, sfigurati, senza braccia e gambe. I bombardamenti aerei sventrarono tutte le città e i centri abitati, la paura e l’angoscia rappresentarono un atto permanente per tutti; i cosiddetti rifugi erano luoghi ristretti, malsani e insufficienti, di assoluta promiscuità, al suono della sirena bisognava immediatamente scappare. Molti, a decine e decine di migliaia, restarono uccisi sotto le bombe, tanti i seppelliti anonimi. La vita, come condizione elementare naturale, continuò per lungo tempo….tra i cadaveri. La gran parte delle città fu abbandonata, le persone cercarono di rifugiarsi nei paesi e nelle campagne, con tutte le conseguenti tragiche condizioni di vita.

Il “coprifuoco” ( la popolazione non poteva uscire a partire dalla prima serata) caratterizzò le modalità di vita degli italiani. Moltissimi non ebbero più comunicazioni – i telefoni per pochi privilegiati …quando funzionanti ( c’era solo la lettera…quando arrivava) – con i figli, i mariti che a milioni erano stati mandati su tutti i fronti della guerra scatenata dai fascisti. I postumi traumatici si risentirono anche nei primi anni a seguire, tanti bambini nacquero deformati, muti, con le capacità intellettive intaccate.

Per 1785 giorni la stragrande maggioranza dei cittadini subì la fame, quella vera. Continuarono a gozzovigliare solo gerarchi e gerarchetti del regime fascista in orbace e le loro “corti”, gli speculatori e i profittatori costruirono le loro fortune economiche sulle disgrazie patite dal popolo.
Allo scoppio della guerra iniziò da subito il razionamento di tutti i beni essenziali, a partire da quelli alimentari. I prodotti, ridotti all’osso a seguito del razionamento , potevano essere comprati solo tramite la tessera……..poi impazzava il mercato nero per il quale servivano grandi disponibilità economiche. C’erano tre tipi di tessere, di colore diverso, suddivise per fascia di età, utilizzate con grande rigidità di controllo. Le file davanti ai negozi alimentari furono sempre lunghissime e sofferte. Procurarsi il cibo minimale fu l’occupazione principale degli italiani. La dieta del razionamento imposto prevedeva: 200 gr. di pane al giorno, 2 kili di pasta al mese, 80 grammi di carne a settimana, lo stesso per i salumi 60 grammi a settimana, ½ litro di olio al mese ( poi diventato strutto o qualche altro sottoprodotto), ½ kilo di zucchero al mese, 800 grammi di patate ogni due settimane, un uovo ogni 15 giorni………Le gravi difficoltà della vita quotidiana erano scanditi dalla mancanza anche degli altri beni primari essenziali: in molti casa l’acqua doveva essere approvvigionata a parte, nelle fontane, con le lunghissime code conseguenti ( ….non esisteva la minerale in bottiglia); sapone, vestiti rammentati, scarpe erano approntati a casa o risuolate ripetutamente, lo stesso per tanti altri prodotti che noi abbiamo a portata di supermercato.

Poi, finita guerra, con una grande azione di partecipazione popolare iniziò l’immane opera di ricostruzione. La voglia di continuare a vivere e di rimediare ai danni immani provocati dal fascismo e dalla dittatura fu proprio grande. Certo, le difficoltà alimentari continuarono ancora fino alla fine degli anni quaranta, infatti fino al 1949 rimase il razionamento e l’obbligo delle carte annonarie.

Ci vollero diversi anni prima che gli italiani uscissero dalla figura “scheletrica” che li aveva caratterizzati per parecchi anni e per acquistare colore roseo sul viso.

Questa fu la guerra!
Certo, tante altre tragiche questioni hanno attraversato la nostra recente storia. Al primo posto gli orrori materiali e psicologici della cosiddetta “guerra fredda”, mantenuti per parecchi anni ( specie nei decenni tra il 50 e il 70 del secolo scorso), sull’imminente rischio della guerra atomica – nei fatti, sempre potenzialmente immanente- , ammorbata dalle orride immagini, rimaste sempre ben vive, delle centinaia di migliaia di vittime dissolte od impestate dal fungo atomico, sganciato sul Giappone, di Hiroshima e Nagasaki. Anche in Italia ci furono “code” significativo con la partecipazione al grande ed internazionale Movimento per la Pace, e con le opposizioni cruente per rigettare un possibile partecipazione militare italiana alla guerra coreana.
Quante guerre hanno attraversato il mondo negli ultimi 75 anni! In aree lontane o a noi vicine. Seminando molti milioni di morti e stragi inaudite: dalle lotte di liberazione per l’indipendenza, contro l’imperialismo, toccando diversi continenti, ai golpe militari che hanno interessato molti Paesi. I riferimenti sono tanti, ben presenti nella memoria di tutti. Altre devastanti guerre sono state attivate negli ultimi 25/30 anni: Iraq, Iran, Palestina, ex Iugoslavia, Afganistan, Siria, Yemen, Ucraina, Libia, Kurdistan, in vari stati africani……Quelle che sono ancora in corso hanno provocato più di un milione di morti morti; decine di milioni di persone convivono da tanti anni con le sofferenze quotidiane più atroci. Molti di questi drammatici eventi arrivano fortemente attutiti nelle orecchie e nelle coscienza dei cittadini del mondo occidentale, compreso la gran parte degli italiani.

…..Sono “questioni lontane”…..” fatti loro”, viene detto dai tanti saltimbanchi in auge che straparlano, mentre si brinda ( ….si brindava) tutto l’anno ai successi del mondo dei “balocchi e profumi”.
Poi, per ciò che riguarda l’Italia, il terrore impresso dai tragici eventi legati alla “strategia della tensione”, alle stragi , con tante persone uccise o mutilate, connesse ai vari tentativi di colpi di stato, sostenuti da antichi guitti padronali legati agli ambienti deviati militari e ai fascisti onnipresenti; al terrorismo dei “novelli e sciocchi rivoluzionari”, e alle guerre delle mafie. Eventi che per tanti anni hanno caratterizzato la nostra storia. Città deserte dopo una certa ora serale nelle grandi città del centro nord, già seminati di cadaveri; nelle aree del centro sud, specialmente, le migliaia di morti seminati nelle strade dalle bande mafiose, in un continuo rincorrersi di vendette trasversali e di attacco ai rappresentanti delle strutture portanti della democrazia.
Nel frattempo, negli anni, grandi cataclisma ( terremoti, maremoti….), con danni similari alle guerre, hanno devastato molte parti del mondo. Sì, nel nostro Paese si è mossa la solidarietà di tante strutture associative, di particolare rilievo quella delle ONG che, come nei tanti salvataggi dei profughi effettuati nel mare, hanno portato congruo sostegno attivo in molte parti del mondo. L’Italia ha conosciuto in diverse occasioni le conseguenze tragiche di questi eventi naturali, in tempi recenti e nel secolo scorso. Basta ricordare, per tutti i nefasti eventi, il terremoto di Messina/ Reggio Calabria del 1908 con più di 100.000 morti, il disastro del Vajont ( Friuli- Veneto) nell’ottobre del 1963, con quasi 2000 morti.
I virus patogeni non sono assolutamente una novità nella recente storia umana. In questo periodo temporale sono stati evidenziati diversi eventi che hanno flagellato le nostre comunità mondiali. In particolare è stata ricordata “ la spagnola” che proprio nella parte finale della prima guerra mondiale colpì le popolazioni europee ( fortemente debilitate nel fisico, nella mente, con inesistenti strutture sanitarie, dalle disastrose conseguenze guerresche) e in altre aree internazionali, provocando diverse decine di milioni di morti. Una grande strage.

A seguire, negli ultimi cento anni, tanti altri agenti patogeni hanno colpito molte aree nei vari continenti. Particolarmente nefaste, con milioni di morti, sono state le conseguenze determinatosi in quei paesi, specialmente africani e non solo, che hanno condizioni di vivibilità assolutamente deficitarie sul piano della nutrizione elementare e igienico-sanitario, a partire dall’accesso all’acqua potabile e all’elettricità. Paesi, questi, che di già nelle condizioni “normali” – non colpiti da virus -, hanno annualmente milioni di decessi, specie nelle fasce di età infantili, provocate dall’insorgenza strutturale e generalizzata di malattie “semplici” che da molto tempo sono state sconfitte nei paesi cosiddetti progrediti.

Una realtà drammatica che nelle nostre realtà occidentali ( il segmento di mondo ricco e “sazio”) passa alla conoscenza ( per chi ne ha voglia) solamente a seguito degli annunci che le organizzazioni internazionali di volontariato ( Ong e quant’altro) tramite i messaggi di comunicazione per le richieste di aiuto. Quasi in un disinteresse generalizzato, a partire dalle strutture istituzionali.
Affine, se la situazione in essere non è guerra, come può essere rappresentata?

E’ crisi! Crisi profonda, innovativa e travolgente, per l’Italia e gli altri Stati coinvolti. Sul piano delle dinamiche comportamentali che fino ad ora hanno caratterizzato il modello di vita di tutti noi e riguardo le conseguenze socio-economiche. nel breve e nel medio termine. Una situazione assolutamente nuova che trova impreparati, sul piano concettuale e morale, i Soggetti politici, i governanti e le strutture di potere economico e finanziario.

In in temporalità purtroppo non lunga molti lavoratori e lavoratrici si troveranno disoccupati, specie nei settori artigianali, commerciali e dedicati al turismo interno ed internazionale. Molte attività che caratterizzano la cosiddetta “specificità” del tessuto industriale italiano, fatta da micro aziende, non reggeranno il passo. E’ facile supporre che si incrementerà ancor di più il processo delle delocalizzazioni, con l’espianto di dinamiche e strutture produttive verso aree territoriali mondiali che oltre al basso costo del lavoro vigente sono stati toccati marginalmente dalle conseguenze del Covid-19.

Inoltre, il violento tracollo dei mercati finanziari, il più grande nei paesi ad economia capitalista nel corso negli ultimi 75 anni, è foriero di guai molto grandi. Non tanto per chi è abituato come modello conclamato di crescita del proprio arricchimento a “giocare in borsa” , bensì per le tante persone che in maniera più o meno occulta sono stati sensibilizzati dalle tante “sirene” in opera a mettere su questo o quell’altro i propri risparmi ( riguarda anche molti lavoratori e pensionati). In più, dato il sistema di continuo intossicamento del sistema pubblico delle pensioni, molti fondi pensione – ormai coinvolgono larga parte del mondo del lavoro -, vivono investendo nei mercati finanziari. Crollando saranno dolori grandi per le future pensioni di molti lavoratori dipendenti.
….Vedremo. Tempi bui si preparano.

ANPI Palermo e coronavirus; importante intervento di Domenico Gallo

L’ora più buia è il titolo del film di Joe Wrigh che racconta i dilemmi di Winston Churchill alle prese con la fase più drammatica della guerra, quando nel maggio del 1940 l’esercito inglese, sconfitto dai nazisti, stava per essere sopraffatto a Dunquerke.

L’ora più buia è quella in cui è precipitato il nostro paese dopo il drammatico annuncio del Presidente del Consiglio, nella notte di mercoledì 11 marzo, di ulteriori misure restrittive, quando soltanto due giorni prima era stato esteso a tutt’Italia il regime più severo previsto per la Lombardia e le altre zone rosse del Centro-Nord.

Non abbiamo mai vissuto una situazione simile, neanche durante le guerre che per ben due volte nel secolo scorso hanno sconvolto la nostra vita collettiva ed i destini individuali.

E’ vero che oggi non ci dobbiamo confrontare con il carico di morte, di fame e di distruzioni proprio delle guerre, però siamo in presenza di un male che affligge l’intera comunità nazionale ed impatta sulla vita di ciascuno come negli eventi bellici. Non era mai accaduto, neanche durante l’ultima guerra che venissero chiuse tutte le scuole sul piano nazionale, che venissero chiusi tutti i bar, che venissero chiuse tutte le chiese e non si celebrasse più messa, che un regime di isolamento simile agli arresti domiciliari (con facoltà per alcuni di recarsi al lavoro) venisse imposto a tutta la popolazione italiana.

In queste ore stiamo sperimentando la fragilità di un sistema economico sociale fondato sulla potenza della tecnologia e sulla competizione esasperata a livello globale.

E’ chiaro che le misure draconiane (seppur necessarie) adottate possono funzionare se ci sarà una forte disciplina che può nascere soltanto da un profondo sentimento di solidarietà nazionale. In altri versanti drammatici della storia (pensiamo all’8 settembre) il popolo italiano ha saputo superare i particolarismi, le divisioni, gli egoismi individuali e trovare una straordinaria capacità di resistenza collettiva.  Anche in questo tornante della storia noi confidiamo che il popolo italiano darà prova di impegno solidale nel perseguimento del bene comune.

Questa epidemia, come tutte le pestilenze passerà, e dopo ci troveremo di fronte alla necessità di rimboccarci le maniche e di ricostruire il tessuto economico-sociale lacerato dal virus.

Il vero problema è la risposta che noi sapremo mettere in campo e la lezione che saremo capaci di trarre da questi eventi. L’esperienza umana ci insegna che da un male può nascere un bene, il problema è come si reagisce. Dal male assoluto della seconda guerra mondiale e della shoà, abbiamo saputo trarre il bene del ripudio della guerra, della dichiarazione universale dei diritti umani, delle nuove costituzioni democratiche. E se oggi l’orizzonte internazionale è diventato di nuovo buio ed il male della guerra è divenuto di nuovo endemico in tante parti del mondo, ciò è accaduto perché i principali attori della politica internazionale si sono completamente svincolati dal quel sistema di valori generato dalla lezione della guerra.

Adesso, per fortuna in modo molto meno drammatico di una guerra, l’epidemia ci costringe a confrontarci con l’insostenibilità del main stream e dei miti che ci hanno reso così fragili.  A cominciare dall’illusione che si possa fare a meno di un tessuto di solidarietà sacrificandolo al predominio degli interessi particolari e che ci possano essere vie di salvezza individuali che prevalgano sul bene comune. Ha dichiarato il prof. Marcello Tavio presidente della Società degli infettivologi:” la grande lezione che ci dà già ora il coronavirus è che questa sanità si deve rinforzare. La sanità pubblica non si tocca, se non con gravi rischi per la popolazione e, come si vede, anche per l’economia. Si vada a privatizzare qualcos’altro, non la salute.”

Il tema della sanità si incrocia con quello del dissennato progetto di dividere l’Italia in tanti staterelli, separando i vagoni del Nord dal resto del paese. Se c’è una cosa che insegna il dramma dell’epidemia di COVID-19 è che anche le Regioni “forti” sono deboli, che hanno bisogno delle Regioni del Sud, come queste hanno bisogno delle Regioni del Nord, come l’Italia intera ha bisogno del sostegno dell’Europa, perché nessuno, grande o piccolo che sia, si può salvare da solo.

cDobbiamo guardare il mondo con occhi diversi per far si che, uscendo dall’epidemia, si possano ricomporre le fratture e ricostruire un tessuto di solidarietà recuperando il primato dei beni pubblici repubblicani sull’individualismo accecato dal profitto. Solo così potremo scrutare nella notte oltre quest’ora buia e affrontare l’interrogativo che pone il profeta Isaia: sentinella quanto resta della notte?

 

di Domenico Gallologo_anpi_og-891d0c496c3f

Catania: La scuola IIS Marconi-Mangano ricorda la partigiana catanese Graziella Giuffrida

A cura della Fnsim di Catania – Federazione nazionale insegnanti scuola media – in collaborazione con “Toponomastica femminile”, nel contesto della quinta edizione del progetto un Giardino delle Giuste e dei Giusti nelle scuole, giorno 26 febbraio si è svolta una pregiata iniziativa nell’Istituto di Istruzione Superiore “ Lucia Mangano”, sito nel capoluogo etneo, diretto dal preside Egidio Pagano.
Nel giardino della scuola, la cerimonia – guidata dalla prof.ssa Giovanna Nastasi – di piantumazione di un albero di melograno, dedicato alla partigiana catanese Graziella Giuffrida, emblema di abnegazione e di partecipazione delle donne alla Lotta di Liberazione dal nazifascismo.

Graziella, nata a Catania il 15 novembre 1923 in piazza Machiavelli ( via Bellia), nel popolare quartiere di S. Cristoforo, maestra a Genova, faceva parte della SAP ( squadre di azione patriottica). Fu arrestata dai tedeschi nel marzo 1945 su un autobus a Genova. Trovata in possesso di una pistola fu catturata, torturata e violentata presso il Comando nazifascista sito in località Barabini di Teglia in Val Polcevera, frazione di Fegino. Uccisa, ventunenne, il 27 marzo. Il corpo, straziato, assieme ai cadaveri di altri quattro
partigiani, fu gettato in una delle fosse di Via Rocca dei Corvi. Anche il fratello Salvatore morì durante la Resistenza.

Il progetto un Giardino delle Giuste e dei Giusti nelle scuole è finalizzato “ a valorizzare, attraverso la ricerca e la riflessione delle e degli studenti, il contributo offerto dalle donne e dagli uomini alla costruzione di un mondo di Pace, Uguaglianza, Libertà, Fratellanza e Sorellanza”.

Il progetto è sostenuto: Fondazione Giuseppe Fava, le Associazioni Fildis-Catania, Osez le fèminisme- Parigi, UDI-Catania, il gruppo “Le Siciliane”7-Graziella-Giuffrida-Fotografia-652x1024

Giornata della Memoria 2020 a cura di Domenico Stimolo

La “Lettera” di Memoria e Libertà

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 “senza memoria non c’è futuro,

 per la democrazia, la pace e i diritti dei cittadini” 

 

Nota a cura di Domenico Stimolo.

 

Per contribuire a valorizzare i Percorsi e i Valori della Memoria fondanti dell’Italia democratica. Della Resistenza, della deportazione e dell’antifascismo. Dell’attualità.

Con particolare attenzione alla partecipazione catanese e  siciliana.

del   27 gennaio: Giornata della Memoria. Onoriamo i deportati siciliani.             

…La furia nazista si accanì con micidiale e sistematica  efficienza  anche contro le altre categorie di “diversi”: i dissidenti, gli oppositori, i disabili, i malati di mente, gli omosessuali, i testimoni di Geova, i rom e i sinti, gli slavi. Nell’ordine nuovo vagheggiato da Hitler, non c’era posto per la diversità, la tolleranza, l’accettazione, il dialogo……”

-intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla celebrazione del “Giorno della Memoria”. Palazzo del Quirinale, 24 gennaio 2019.

   

Il testo completo della ricerca,  può essere scaricato da qui: 

27 Gennaio, Giornata della Memoria_ Onoriamo i deportati siciliani