19 febbraio Milano: eventi per anniversario della strage italiana a Addis Abeba – Etiopia

COMUNICATO – YEKATIT 12

Il 19 febbraio cade l’anniversario della strage di Addis Abeba, quando nel 1937 furono sterminati migliaia di Etiopi per volontà del comandante in capo alle truppe di invasione Vicerè di Etiopia Rodolfo Graziani, criminale di guerra mai processato.

Graziani ordinò il massacro per rispondere all’attentato subito il giorno stesso, peraltro non andato a segno, che causò 7 morti e circa 50 civili. La rappresaglia del Viceré uccise tra i 20 e i 30mila Etiopi. Inutile ricordare quanto illegale fosse l’occupazione italiana dell’unico stato africano riconosciuto dalla Società delle Nazioni, inutile ricordare quanto costò in termini di vite umane un’occupazione militare che si poneva nell’ottica coloniale di esportare la propria superiorità razziale in cambio delle risorse naturali e umane.

Il colonialismo italiano è un nervo scoperto di cui ancora si fatica a parlare, a discutere apertamente, come se effettivamente la civiltà colonizzatrice avesse portato progresso alle terre invase, come se le famose strade costruite durante l’occupazione italiana non fossero in realtà lastricate col sudore e col sangue delle popolazioni indigene deportate: tutto questo è stato parte integrante della dittatura, la quale ha mostrato la più feroce delle sue facce mutilando, gasando, deportando e sottoponendo alle peggiori sevizie le popolazioni assoggettate.

Se vogliamo porci come faro nella lotta antifascista e antirazzista non possiamo eludere dal nostro discorso e dalle nostre intenzioni la commemorazione delle vittime del fascismo e del razzismo anche al di fuori dell’Italia, partigiani e martiri antifascisti di altri paesi, in un’ottica di fratellanza sovranazionale e internazionale.

Che cosa resta oggi di colonialismo e Resistenza?

Resta moltissimo da entrambe le parti; resta il razzismo di una grande parte degli esponenti politici delle destre che utilizzano la questione delle migrazioni come spauracchio e arma di distrazione dalle responsabilità politiche che non hanno il coraggio e la capacità di affrontare, restano gli ostacoli istituzionali che la parte straniera degli italiani deve superare per avere riconosciuto il diritto ad una identità, al lavoro, all’istruzione, alla casa, principi basilari per una vita dignitosa sanciti dalla nostra Costituzione. Di contro c’è una parte di noi che Resiste a queste nuove forme di colonialismo creando reti di solidarietà che vanno oltre le frontiere, al di là di ogni improbabile giustificazione per arginare le conseguenze del rimosso coloniale tramutato in razzismo, in esclusione e morte.

Chiamiamo a raccolta questa parte resistente della nostra società civile, la parte che rifiuta fermamente la normalità delle stragi dettate dalla disperazione, consapevoli di quello che la storia ci ha insegnato resistendo, perché ogni uomo vive sulla terra un’unica vita in un unico mondo e le frontiere e il razzismo non possono giustificare nessuna prevaricazione ai danni della vita umana.

Le sezioni ANPI promotrici delle iniziative del 19 e del 20 febbraio 2021

(ANPI Stadera, ANPI Crescenzago, ANPI 10 Agosto, ANPI Quarto Oggiaro…)

https://www.facebook.com/events/484007809667137

  • YEKATIT 12 è l’obelisco innalzato nel 1955 in piazza Yekatit ad Adis Abeba per commemorare le vittime della strage, chiamato monumento alle vittime del fascismo

«Il ricordo indelebile di Emanuele Macaluso e dei suoi tanti amici»


Emanuele Macaluso in una immagine del 06 luglio 1988. ”Firmero’ il giornale dal Primo maggio: sono stato per 12 anni dirigente sindacale e queste radici mi consigliano di iniziare in questo giorno”. Ha le idee chiare il nuovo direttore de Il Riformista Emanuele Macaluso, siciliano tostissimo di 87 anni, politico di sinistra e giornalista di lungo corso. ANSA/ARCHIVIO

Non c’era volta che lo zio Emanuele venisse a Caltanissetta che passeggiando per il centro non si andavamo in via Giammaria. Arrivati li si fermava e volgeva lo sguardo verso la casa che da piccolo con i suoi abitava, diventava pensieroso, forse pensava ai genitori o ai fratelli Massimiliano e Antonio, o a Minuco amico d’infanzia e a suo padre il picconiere Bellavia il quale forse
per dimenticare le condizioni di vita e di lavoro durissime dopo avere lavorato in miniera prima di tornare a casa passava dalla putia di vino e cominciava a bere e poi ubriaco tornava a casa e picchiava moglie e figli. Lo zio Emanuele, nel suo “50 anni
nel Pci”, ci racconta: “La mia rivolta contro l’ingiustizia e la sopraffazione comincio con l’odio nei confronti del picconiere Bellavia, uno sfruttato, che però sentivo picchiare moglie figlie e il mio amico Minicu”. Ricominciando a camminare si andava
verso la” strada foglia” mi raccontava del suo capo cellula Calogero Boccadutri, mio padre, di quella volta in cui gli comunicò che
in occasione della venuta di un grosso gerarca fascista bisognava accoglierlo nel migliore dei modi.
Durante la notte le principali vie della città e la stessa “strada foglia” furono riempite di scritte contro il fascismo e alle libertà perdute. E continuava raccontandomi quando il suo capo cellula gli disse che si doveva celebrare il Primo Maggio. La moglie di uno dei componenti la cellula aveva confezionato una grande Bandiera Rossa e nella notte si incamminarono con Diego Ficili per la strada che porta al Redentore, piazzarono la bandiera accanto al Santo Redendo. La mattina seguente i nisseni videro al loro risveglio, la Bandiera Rossa che sventolava e i fascisti pieni di rabbia non credevano ai loro occhi, facevano fatica a capire che cerano uomini che sapevano tenere la schiena dritta. Il merito andava alle donne e agli uomini invisibili di quella cellula comunista e al suo capo, il più invisibile di tutti, Calogero Boccadutri, Luziu, che in carcere fu allievo di Uberto Terracini che ne fece un comunista modello.


Luziu manteneva i rapporti con tutti i comunisti della Sicilia e anche con il centro interno del Partito che si trovava a Milano, dove diverse volte si recava tornando con la valigia piena di pubblicazioni clandestine compresa L’Unità. Facevano parte di quella cellula uomini come Pompeo Colajanni, “Barbato”, liberatore di Torino, Luigi Cortese, ”Ilio”, liberatore di Parma, Gaetano Costa, assassinato dalla mafia a Palermo, la sua fidanzata Rita Bartoli, Leonardo Sciascia che seppure non aderì mai al Partito Comunista ma attraverso i comunisti militò nell’antifascismo, tanto da scrivere “Nelle Parrocchie di Regalpetra: “A pensare a quegli anni mi pare che non avrò nella mia vita sentimenti cosi intensi, così puri. Mai più ritroverò così tersa misura di amore e di odio ne l’amicizia, la sincerità, la fiducia avranno così viva luce nel mio cuore”.
Nicola Piave, che per le sue idee il fascismo gli fece fare parecchi anni di carcere, Michele Ferrara che venne accusato e poi assolto dell’assassinio di Gigino Gattuso e mandato al confino, Michele Calà, il bibliotecario della cellula, che per mettere al sicuro i libri, durante i bombardamenti americani, venne colpito ad una gamba e morì dissanguato, il vioncellista Luigi Marchese, Gino Giannone, Diego Ficili, Guido Faletra, Angelo Beretta, Carmelo Lipani, Ugo Cordova, Quintino Pisa, Calogero Geraci, Francesco Malgioglio, Carlo Papa, Giuseppe Maniglia, Andrea Scavone e poi tanti giovani studenti, minatori edili, braccianti e contadini. La cellula aveva saputo tessere rapporti unitari con le altre forze antifasciste, l’avvocato Giuseppe Alessi consegnava, tutti i mesi, al giovane Macaluso 5 lire per la stampa antifascista.
Voglio ricordare alcune volte che venne nella sua città a presentare i sui libri, 50 Anni nel Pci, Leonardo Sciascia e i Comunisti e La Politica che non c’è e altri ancora; quando gli venne conferita la presidenza onoraria della Cgil Sicilia; quando su invito del sindaco di Caltanissetta Giovanni Ruvolo, in occasione dei suoi 90 anni, al Centro Michele Abbate gremito di giovani studenti alla
presenza del sindaco, della sua vice Marina Castiglione e della presidente del consiglio comunale, Leila Montagnino con l’indimenticabile Mario Arnone, fu felice di rispondere alle domande che quei giovani gli ponevano.
Ma furono momenti indimenticabili anche quando ci recammo a Roma insieme a Michele Pagliaro, lui ci ricevette nella sua casa, al Testaccio, gli parlammo di una idea avuta per celebrare il settantesimo della fondazione della Cgil Sicilia, con la sua presenza a Caltanissetta.
Ne fu molto contento anche se, date le sue condizioni di salute, aveva dei dubbi se poteva esserci, Venne e fu felice di vedere tanti compagni riuniti nella bellissima cornice del Teatro Regina Margherita, pieno in ogni ordine di posti. E lui stesso ci riporta alla storia di Cgil nata a Caltanissetta, pochi giorni dopo la strage di Portella della Ginestra.


Giuseppe Di Vittorio convoca il congresso di fondazione a Caltanissetta e propone Emanuele Macaluso come segretario regionale.
Concludendo in quella sede ci disse: “Solo la lotta sociale, l’impegno politico e quello culturale possono far si che si possa avere futuro”. Qualche tempo fa, Paolo Franchi editorialista del Corriere della Sera scrisse: “Fu Giuseppe Di Vittorio a introdurre Emanuele Macaluso, nel salotto buono della politica”.
Non mancava volta, quando con Giuseppina ci recavamo a Roma, che non andassimo a trovarlo e andare a cena o a pranzo con Enza, Antonio e Anna da Agustarello o alla Torricella le sue trattorie abituali al Testaccio sotto casa sua, lui scendeva da casa prendeva Giuseppina sotto braccio e andavamo in trattoria. Tutte le domeniche ci sentivamo, l’ultima telefonata l’abbiamo fatta il giorno di Natale, Enza la moglie ci disse che non si sentiva di parlare perché non stava bene. Poi un susseguirsi di avvenimenti,
il ricovero, la caduta, l’operazione e infine la notizia il 19 mattina alle 6,00 della sua morte.
Emanuele è stato per me e mio fratello Franco. Che se n’è andato qualche mese prima di lui un padre affettuoso che te lo trovavi sempre. Ci mancherai carissimo zio Emanuele, in questo nuovo viaggio rivedrai tantissime persone conosciute nella tua lunga vita, incontrerai i tuoi genitori, i tuoi fratelli, tuo figlio Pompeo, il tuo vecchio capo cellula, mio padre, Calogero Boccadutri e suo figlio
Franco a te tanto caro. Abbracciali pure per me.


NICOLA BOCCADUTRI

La repressione popolare in Sicilia durante la dittatura fascista: Tribunale speciale e confino.

E’ doveroso ricordare i tanti siciliani che furono perseguitati dal sistema repressivo fascista. Un insegnamento di libertà per tutti, specie per le nuove generazioni.
Non è facile riassumere in poche pagine gli atti e le dinamiche liberticide che furono ampiamente praticate in Sicilia durante la dittatura fascista che coinvolsero in varie forme e maniere migliaia di cittadini, uomini e donne.

Più che alla composizione del blocco di potere fascista che si venne a costituire nella nostra regione, agli atti di violenza che si consumarono in maniera efferata dall’inizio del 1920 fino alla cosiddetta “marcia su Roma” dell’ottobre del 1922 e negli anni immediatamente successivi ( questa tematica riveste una propria diretta specificità da affrontare separatamente), si ritiene particolarmente importante riportare alla memoria le conseguenze determinate dalle leggi repressive messe in opera dalla dittatura, con particolare riferimento ai siciliani inviati al confino.

• “ Provvedimenti per la difesa dello Stato”, legge n. 2008 del 25 novembre 1926, con l’istituzione del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato. Viene tra l’altro reintrodotta la pena di morte. Il tribunale aveva come esclusivo riferimento il Codice militare in tempo di guerra e alle sentenze non si poteva richiedere ricorso. I suoi componenti – presidente, cinque giudici, relatore – venivano scelti tra gli ufficiali delle varie forze armate e della milizia volontaria per la sicurezza nazionale.
L’esclusivo obiettivo del “Tribunale” era finalizzato a punire tutte le attività sociali e politiche che venivano considerate contrarie al regime fascista.
A quella data erano già stati sciolti tutti i partiti, le organizzazioni sindacali, sociali, associative, considerati sovversivi e quindi fuorilegge. Fatti decadere i deputati dei partiti che non sostenevano il fascismo, eletti con il voto nazionale nel 1924. Soffocata la stampa. Dal 1° gennaio 1926 non uscirono più 58 giornali, 149 periodici e migliaia di pubblicazioni.

I principali strumenti persecutori di stampo legislativo ( “le leggi eccezionali”) furono essenzialmente due:

  • Il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza. R.D. n.1848 del 06.11.26.
    Si disponeva, tra l’altro, nella maniera più assoluta, la gestione del confino di polizia. Un istituto giuridico contemplato nella legislazione nazionale già dal 1863, nella forma del “ domicilio coatto”. Rilevanti le novità repressive introdotte. Con l’art. 185 il confino veniva esteso da uno a cinque anni ( minimo sei mesi, massimo sessanta mesi). In più, nei riguardo dei perseguitati la pena poteva essere applicata direttamente, con assoluta discrezionalità della Commissione, pur non essendo stato commesso nessun formale atto trasgressivo dei Codici legislativi vigenti. Il confino, che prevedeva l’obbligo del lavoro, si scontava in una colonia/ comune diverso dalla località di residenza.

Il 3 gennaio 1925 – intervento di Mussolini alla Camera dei Deputati -, con l’abolizione di tutte le regole costituzionali, nasceva di fatto la dittatura fascista.

Complessivamente, dal 1° febbraio 1927 al 23 luglio 1943 si svolsero 13.547 procedimenti, così suddivisi:

1927: n° 786; 1928: 672; 1929: 296; 1930: 352; 1931: 1156; 1932: 736; 1933: 440; 1934: 490; 1935: 500; 1936: 367; 1937: 375; 1938: 293; 1939: 335; 1940: 534; 1941: 911; 1942: 2285; 1943: 3019.

• Imputati processati: 5.619.
• Condannati 4.596.
• Anni totali di prigione inflitti: 27. 735.
• Condanne a morte: 42 – 31 eseguite.
• Ergastoli: 3.
• Uomini processati:4.497
• Donne processate: 122.
• Minorenni processasti: 697.
• Categorie professionali imputati: 3.898 operai e artigiani, 546 i contadini, 221 liberi professionisti, 164 studenti, 36 casalinghe, 219 non specificati.

Come ulteriori elementi di “affinamento” della capacità repressiva negli anni a seguire si aggiunsero:
Il Testo Unico di Pubblica Sicurezza -R.D. 18 giugno 1931 n.773 -, che rende ancor più incisive le modalità di ritorsione contro gli antifascisti e l’uso del confino.
Nel luglio del 1931 entrò in vigore il nuovo codice penale ( Codice Rocco) e quello di procedura penale. Venivano considerate illecite e penalmente represse tutte le attività che in precedenza avevano caratterizzato la pratica degli elementari diritti di libertà, espressione e manifestazione. Così recitava l’art. 270: (Associazioni sovversive) “ Chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni dirette a stabilire violentemente la dittatura di una classe sociale sulle altre, ovvero a sopprimere violentemente una classe sociale o, comunque, a sovvertire violentemente gli ordinamenti economico o sociali costituiti nello Stato, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni (18 Cost.; 7, n. 1, 8, 302 312, 363)…. Alla stessa pena soggiace chiunque nel territorio dello Stato promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni aventi per fine la soppressione violenta di ogni ordinamento politico e giuridico della società. Chiunque partecipa a tali associazioni è punito con la reclusione da uno a tre anni. Le pene sono aumentate per coloro che ricostituiscono, anche sotto falso nome o forma simulata, le associazioni predette, delle quali sia stato ordinato lo scioglimento.”

Riguardo il confino politico dal novembre 1926 al luglio 1943 le ordinanze delle Commissioni provinciali interessarono 15.740 persone, a fronte di un complessivo di proposte pari a 16.800.
La Commissione provinciale, presieduta dal Prefetto, era composta da: procuratore del re, comandante provinciale dei carabinieri, questore, comandante della MVSN – Milizia volontaria sicurezza nazionale -, segretario ( commissario di pubblica sicurezza).

La causa delle ordinanze delle Commissioni, come annunciata nel “Testo unico delle leggi di Pubblica sicurezza” – precedentemente richiamato -, era univoca e specifica. Infatti, recitava: “ perché ritenuto pericoloso all’ordina nazionale”.
Un movente appositamente generico la cui “interpretazione” ricadeva nell’esclusiva discrezionalità della Commissione provinciale
L’art. 184 puntualizzava: “possono essere assegnati al confino di polizia, con l’obbligo del lavoro, qualora siano pericolosi alla sicurezza pubblica (..) coloro che abbiano commesso o manifestato il deliberato proposito di commettere atti diretti a sovvertire violentemente gli ordinamenti nazionali, sociali o economici costituiti nello stato o a menomarne la sicurezza ovvero a contrastare od ostacolare l’azione dei poteri dello stato per modo da recare comunque nocumento agli interessi nazionali, in relazione alla situazione, interna od internazionale, dello stato.”
Quindi per deliberare la pena del confino bastava supporre, interpretando le semplici parole espresse in libertà dal cittadino incriminato, entrato nelle grinfie dei fascisti.

In diverse occasioni furono attuati sconti sulla nominale permanenza al confino, specie in concomitanza con le “solenni” ricorrenze del regime fascista e quando i nuovi condannati erano cresciuti in maniera consistente.
In altre – non poche – circostanze, le Commissioni provinciali, che agivano nell’assoluto arbitrio, per gli antifascisti considerati più pericolosi predisposero ulteriori assegnazioni al confino, comminate proprio alla scadenza della precedente condanna. Non pochi restarono nelle colonie di confine per dieci o più anni.

I luoghi del confino –essenzialmente isolette -, per collocazione e peculiarità erano ovviamente scelti con il “giusto” sadismo per creare grande disagio e sofferenze ai condannati, fisici, morali e psicologici:

Lipari, Lampedusa, Favignana, Pantelleria, Ustica, Tremiti, Ponza
Pisticci ( Basilicata), Ventotene ( Lazio)


Uno strumento considerevole di conoscenza è rappresentato dal ponderoso lavoro di ricerca, composto da 839 pagine, effettuato da Salvatore Carbone e Laura Grimaldi con “ Il popolo al confino. La persecuzione fascista in Sicilia”. Pubblicato dal Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali – a cura dell’Archivio Centrale dello Stato – Roma 1989 . Nella prefazione, Sandro Pertini, tra l’altro scrive “Se di consenso, si è parlato a proposito del fascismo, questo lavoro testimonia in maniera inequivocabile il dissenso, degli umili.“.
Un’opera – di grande utilità nell’articolazione dei dati, relativi alla Sicilia, in questo scritto – assolutamente necessaria per tutti i cittadini che intendono approfondire la tematica in oggetto, che contiene le biografie ( 827) di tutti i siciliani trattati dalle Commissioni provinciali.

Sul piano complessivo della ricerca sui confinati politici italiani è’ fondamentale evidenziare l’attività svolta dall’ ANPPIA – Associazione Nazionale perseguitati politici in Italia -. Infatti sono stati catalogati circa 20.000 fascicoli conservati presso l’Archivio centrale dello Stato a Roma.

Sono 827 le persone, per nascita o per residenza collegate alla Sicilia, coinvolte nelle successioni relative al confino, compreso coloro ( 143) che ebbero trasformata la condanna in ammonimento, diffida, denunziate alle autorità giudiziarie, rilasciate. Così suddivise per provincia:

Agrigento 101
Caltanissetta 73
Catania 182
Enna 16
Messina 107
Palermo 156
Ragusa 49
Siracusa 74
Trapani 69

• Totale ordinanze Commissioni provinciali 1926-1943: 777 – di cui 613 dalle Commissioni siciliane, 164 da Commissioni di altre 31 province, in particolare Milano e Roma. Fuori dalla penisola, Bengasi, Fiume e Tripoli

• Anni di assegnazione al confino: 2.292 – 1771 anni furono comminate dalle Commissioni delle nove province siciliane

• Anni effettivamente passati al confino o carcere: 1203

Sulle motivazioni degli atti di accusa “pericolose per l’ordine nazionale”, l’Ufficio del Confino politico a seguito degli ordini del capo della polizia assunse un giudizio differenziato di “etichettatura”.
Infatti, sul complessivo delle persone proposte al confino, 469 nominativi furono inseriti nel Casellario Politico Centrale, per altri 331 gli atti incriminati non furono considerati di natura direttamente politica. In quest’ultima articolata tipologia erano comprese tra l’altro: “ vociferazioni oltraggiose e ricorso contro autorità locali, accuse per rancori personali, turbamento della vita religiosa, pederastia, millantato credito, fabbricazione clandestina e smercio antifecondativi, irregolari tesseramenti del Partito Nazionale Fascista a scopo di lucro, scorrettezze amministrative, mancato conferimento all’ammasso di generi contingentati e illeciti annonari….” .

Tra gli strumenti di “pena” – disposizioni di polizia – le ammonizioni e le diffide furono abbondantemente utilizzate dal regime. Le persone “interessate” erano sottoposte a continui controlli e restrizioni nelle pratiche della quotidianità.
Suddivisione ordinanze delle Commissioni provinciali:

Agrigento 57
Caltanissetta 68
Catania 145
Enna 5
Messina 86
Palermo 110
Ragusa 31
Siracusa 53
Trapani 58

Sullo stato sociale delle persone ( appartenenti o meno alle organizzazioni clandestine –in specie comuniste -,) che caddero nelle grinfie delle Commissioni provinciali è importante evidenziare che per lo più appartenevano alle classi popolari, gli sfruttati di sempre. Anche in Sicilia nel corso del famigerato ventennio tentarono di resistere. Si ribellarono, in maniera esplicita. Non si piegarono. Diversamente da tant’altri, la grande maggioranza, intellettuali e “benpensanti”, notabili, libere professioni e commercianti, ruffiani, affaristi e “tengo famiglia”, che, con la loro pavidità, inerzia, acquiescenza e collusione, contribuirono a consolidare il regime e portare l’Italia nell’immane disastro della guerra:

in particolare: braccianti, 37; calzolai, 36; contadini, 37; sarti, 30; impiegati, 58; falegnami, 20; agricoltori, 17; meccanici, 22; muratori, 16; zolfatari, 20; venditori ambulanti, 12; ferrovieri, 11; marittimi, 10; disoccupati, 9; e, poi; studenti, 17; casalinghe, 12; avvocati, 26 – appartenenti alle organizzazioni di sinistra che già svolgevano attività politiche prima della dittatura fascista – ……….;

Sull’appartenenza politica dei confinati su un totale di 736 riferimenti personali le “ caratterizzazioni” etichettate dalle Commissioni provinciali siciliane risultano così suddivise:

  • Comunisti 165
  • Antifascisti 199
  • Apolitici 244
  • Socialisti 32
  • Anarchici 16
  • Massoni 10
  • Repubblicani 8
  • Fascisti ( evidentemente ripudiati) 42
  • Antinazionale 1
  • Democratico liberale 1
  • Disfattisti 3
  • Sardista 1
  • Pentecostali 2
  • Testimone di Geova 1
  • Sovversivi 2

Il confino, data le modalità che caratterizzavano la totale discrezionalità d’uso, venne utilizzato come strumento punitivo estremamente viscido. Di norma, i casi che non erano accompagnati da prove o che per “convenienza” era preferibile non portare nelle aule dei tribunali, su proposta del Questore erano trattati nelle “segrete stanze delle Commissioni provinciali. Si veda per esempio il caso dei “fascisti” prima richiamati, oppure, caso molto più eclatante, l’invio al confino a partire dal 1939 di decine di catanesi accusati di omosessualità. Come noto questa persecuzione nell’ambito isolano riguardò in modo particolare l’area del catanese ( con il questore Molina). E’ facile supporre che subdolamente vennero etichettati nella “ categoria apolitici”. Infatti, sul totale dei confinati siciliani in funzione della denominazione data, su un complessivo di 244 persone interessate, ben 94 ( il 35%) furono catanesi. In questo quadro un dato emerge in maniera eclatante. Nel 1940 nell’isoletta destinata al confino di S. Domino delle Tremiti, su un complessivo di cinquantasei persone relegate, ben 46 – “ rinchiuse” per omosessualità – erano provenienti dalla provincia di Catania ( 30 dalla città, e 15 dalla provincia – in particolare Paternò ed Adrano -, arrestati con veri e propri “rastrellamenti” nei primi due mesi del 1939, nelle giornate del 9,14 15 gennaio e 13, 14 e 17 febbraio; tutti condannati a cinque anni di confino, la pena più alta).
Anche per questa “classificazione di reato” la Commissione Provinciale di Catania per la stragrande parte colpì persone che appartenevano ai ceti e alle attività sociali più popolari, infatti solo due erano “possidenti” e un professore; evidentemente da parte delle autorità fasciste scattava la protezione di “censo”.

Alla fine del primo semestre 1941 la gran parte fu liberata prima della scadenza della pena con il confino trasformato in ammonizione. Serviva “fare spazio” ad antifascisti italiani – anche siciliani – provenienti dalla Francia che successivamente al loro rientro dalla Spagna ( a seguito della sconfitta del fronte repubblicano) erano stati rinchiusi in campi di concentramento francesi e, dopo l’occupazione della Francia da parte dei tedeschi, consegnati al regime fascista italiano dal Governo collaborazionista di Petain.

E’ importante evidenziare che diversamente dagli imputati processati dal Tribunale Speciale, per i confinati non era previsto il diritto di difesa.
Un ricorso poteva essere inoltrato entro dieci giorni dall’emissione del confino ad una Commissione di Appello presso il Ministero dell’Interno composta da: Sottosegretario di Stato all’Interno, Capo di Polizia, Ufficiale Generale di Carabinieri , Ufficiale Generale della Milizia.
Un’eventuale fuga dal luogo di confino era punito con il carcere.

I confinati nei luoghi della pena erano di fatto degli internati sottoposti a continui e quotidiani controlli. Per lo più erano alloggiati in “luoghi” di grandi dimensioni ( veri e propri cameroni di tipo militare) dove venivano rinchiusi la sera. Le loro uscite erano scandire da rigide tabelle di orario. Tutta la quotidianità era sottoposta a ferree regole, a partire, ovviamente, dalla corrispondenza sottoposta a censura.

Una parte rilevante dei confinati siciliani fu costituita da “politici”. Antifascisti, appartenenti alle soppresse organizzazioni politiche della sinistra e alla Cgil. Pur nel contesto complessivo di forte repressione e di annullamento di ogni pratica di libertà politica, civile e sociale ( sciolti i partiti e le organizzazioni sindacali), mai si rassegnarono al silenzio e all’accettazione passiva delle ferree regole imposte dalla dittatura.

Ad iniziare dal 1925 tentativi di resistenza organizzata, fatti di contatti, incontri e di ridotte attività proiettate all’esterno ( divulgazione di stampati, scritte sui muri di città e paesi, etc), si mantennero in vita – con caratteristiche non sempre continuative ed strutturali – per tutto il corso del ventennio in diverse località della Sicilia. I principali gruppi –in specie legati al partito comunista clandestino che disposte nuclei segreti organizzati in piccole cellule- che manifestarono la propria presenza, poi, via via sottoposti alle repressioni fasciste, operarono nelle diverse aree geografiche; nella zona orientale a Catania, Adrano, Messina, Vittoria; nella zona centrale a Caltanissetta, Sommatino e Riesi; in occidente a Palermo, Sambuca, Burgio.
Nel corso degli anni parecchi dei partecipanti furono inviati al confino, altri condannati al carcere dal Tribunale Speciale.
Parecchi antifascisti siciliani scelsero la strada dell’espatrio attivo, specie in quegli Stati dove si formarono importanti organizzazioni antifasciste costituite dagli esuli italiani. In Europa, in particolare fu scelta la Francia. Nelle Americhe, gli Stati Uniti e l’Argentina. Nel Nord Africa, Tunisia, Egitto, Algeria e Marocco. Altri, non pochi, emigrati per lavoro, si impegnarono nelle nuclei antifascisti all’estero realizzati dagli italiani.

Alcuni confinati siciliani parteciparono direttamente alla Guerra civile spagnola ( 1936-1939): Nunzio Fargione, Luigi Middione, Onofrio Cavalieri, Salvatore Vizzini, Giuffrida Salvatore. Degli altri siciliani partecipanti alla lotta antifascista in Spagna si ricordano tra gli altri:
Abate Antonino( Paternò), Adragna Andrea ( Trapani), comunista, Allegro Giuseppe (Camastra – Ag). Gli anarchici siciliani Vincenzo Mazzone, Fontana, Politi, Burgio, Carta, Giuseppe Natale, Giuseppe Li Volsi ( morto in combattimento), Giuseppe Picone, Giovanni Lombardo, Giuseppe Corpora, Emanuele Granata, Salvatore Fusaro, Alberto Gasperini ( morto in combattimento), Abruzzo Alfonso (Bivona – Ag).

Sugli eventi significativi di opposizione antifascista organizzata in Sicilia si ricordano:

Agrigento 1923, arrestato il segretario della Cgil, 8 denunziati.
In provincia di Messina, dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti ( 10 giugno 1924) il deputato comunista Francesco Lo Sardo tentò di organizzare gli antifascisti. Già dal 1925 diventò il responsabile regionale del partito comunista siciliano. Si formò una struttura chiamata “ Soccorso rosso”.
Nello stesso periodo a Modica si organizzò la sezione clandestina siciliana di “ Italia Libera” e tra i vari centri di opposizione nati in Sicilia si distinse quello di Caltanissetta che divenne riferimento regionale per il partito socialista massimalista.
Nel corso del 1926 alcuni gruppi di antifascisti in particolare operanti a Messina furono denunziati. Proprio nel messinese, a Giampilieri, nell’agosto del 1926 si svolse una ristretta riunione di comunisti interprovinciale con rappresentanti di Messina, Catania e Reggio Calabria. Durante l’anno diversi altri gli arresti, compreso l’on. Francesco Lo Sardo, inviato al confino.
In quella fase nell’agrigentino, a Sambuca, contadini organizzati tentarono di resistere con varie iniziative, smantellate dalla polizia nel 1928.
Già con l’inizio del 1930, e poi ancora nel 1932, i comunisti siciliani tentarono di riorganizzarsi, anche con l’arrivo di delegati esterni. Giorno 1 maggio di quell’anno diverse scritte antifasciste furono visibili a Catania.
Alcuni interventi furono fatti dalla polizia a Palermo durante il 1934. In quella città il 24 gennaio 1935 si svolse un importante riunione regionale di coordinamento da parte dei comunisti. A seguire l’attività repressiva fu intensa in molte località, con una ventina di arrestati a: Palermo, Trapani, Siracusa, nel ragusano a Vittoria, S. Croce Camerina e Chiaramonte Gulfi, Raffadali ( Agrigento).
Pur di fronte agli arresti e all’attenta azione delle organismi di polizia e in special modo della struttura segreta dell’ OVRA – Opera Vigilanza Repressione Antifascista – le attività dei resistenti siciliani tendono di riprendersi, sempre con fervore. Nei due anni tra il 1936-37 altri gruppi clandestini vengono individuati in diverse località: Catania e Adrano, Ravanusa, Sommatino e Riesi, Palermo, Mazara del Vallo, Lentini; seguono altri arresti e denunzie. Nel contesto dato a Catania emergono due novità organizzative rispettivamente accomunate al nascente movimento separatista e al filone massonico, in parte proveniente o collegato con il movimento repubblicano ( rappresentanti di riferimento Giuseppe Caporlingua, Gioacchino Failla, Attilio Palmisciano).
Sacche di opposizione si erano mantenute nelle varie realtà lavorative operaie i siciliane. In questa fase la repressione colpì duro a Sommatino ( Cl) tra i lavoratori delle zolfatare che operavano in tutta la vasta area territoriale circostante ( province di Agrigento e Caltanissetta) interessata alle miniere di zolfo, mai domi già dalla violenta instaurazione della dittatura fascista. Il gruppo antifascista ( legato ai comunisti) fu ampiamente represso. Tra la fine del 1937 e l’inizio del 38 la polizia smantellò un gruppo di oppositori ad Adrano ( Ct), Maccarrone, Reina e Chiavaro furono condannati al confino. Riportò poi Franco Pezzino : “Reina, un calzolaio, che guadagnava solo otto lire al giorno ( tre figli gli erano morti all’età di 3-4 anni per insufficiente nutrimento) fu strappato alla famiglia che precipitò nell’indigenza più assoluta”. …..da parte della polizia erano state prese di mira le riunioni “sovversive” che si tenevano nella bottega di un maniscalco( Gaetano Maccarrone).
Anche a Messina ( 1937) componenti di un gruppo di oppositori che denunziavano gli alti costi economici che il fascismo impiegava in Etiopia e a sostegno dei franchisti spagnoli a discapito delle misere condizioni della popolo siciliano furono inviati al confino. Nel 1939 a Vittoria ( Rg) fu perseguita un’organizzazione clandestina comunista guidata da Michele Santonocito, rientrato dall’Argentina.
Tra il 1939 e il 41 la polizia prestò particolare attenzione, con arresti e denunzie, ad alcuni gruppi di matrice religiosa – Testimoni di Geova, Pentecostali – che prendendo spunto dalle loro matrici culturali -religiose svolgevano in alcuni luoghi dell’isola attività contro il regime fascista e le condizioni di vita in essere. I casi più consistenti furono a Lentini e a Sinagra ( Me). Con la guerra già in corso da due anni, nel 1942 altre iniziative di denunzia e opposizione vennero scoperte a Palermo, Sambuca di Sicilia e Burgio ( Ag).

Sull’opposizione antifascista a Catania una ricostruzione fondamentale, memoria in parte diretta, è stata fatta da Franco Pezzino ( 1920-1993, varie volte deputato e importante rappresentante del Pci locale) nel libro “ Per non dimenticare – fascismo e antifascismo a Catania 1919-1943 “.
Pur considerato che parecchi rappresentanti di primo piano della sinistra – nelle sue articolate rappresentazioni politiche, sociali e sindacali – non svolsero più in maniera appariscente azioni di presenza dopo l’avvenuta instaurazione della dittatura (inizio del 1925), l’opposizione antifascista in città e provincia non si placò mai.
Si ricordano, i condannati del 27 marzo 1928 dal Tribunale Speciale:
Giambattista Fanales ( Caltagirone, condannato a 6 anni, “ il medico dei poveri”, radiato dall’attività; deputato nel 1963 con il Pci), Calogero Minacapelli ( originario di Piazza Armerina, 4 anni), Concetto Lo Presti, 4 anni, ( tutti del Comitato Federale del partito comunista) Giovanni Albanese ( avvocato, originario di Enna), 6 anni, Emanuele Giudice ( calzolaio, originario di Ragusa), 3 anni, Benedetto Zuccarello ( avvocato) 2 anni, Giuseppe Giarrusso, sarto di Vizzini quasi due anni,

Principali sentenze del Tribunale speciale che riguardano siciliani:

SENTENZA Tribunale Speciale 17 marzo 1928: Processo alla organizzazione comunista della Sicilia, della Calabria e della Basilicata ( arrestati nell’estate del 1926 totale 41).

Umberto Fiore ( giornalista Messina) 8 anni, Francesco Lo Sardo ( avvocato Messina) 8 anni ( martire , fu lasciato morire nel carcere a Napoli il 30 maggio 1931, Simone Fardella ( commerciante Pa) 6 anni, Edoardo Luciano ( sarto Pa) 5 anni, Vincenzo Azzaretto (sarto Marsala) 5 anni, Giambattista Fanales ( Ct) 6 anni, Giovanni Albanese ( Ct) 7 anni, Calogero Minicapelli ( meccanico Ct/ Piazza Armerina) 4 anni, , Emanuele Giudice ( Ct) 3 anni, Benedetto Zuccarello ( Ct) 2 anni, Giuseppe Giarrusso ( sarto Vizzzini/Ct) 2 anni, Giuseppe Montalbano ( studente Ag) 2 anni e 2 mesi, Giuseppe Militello ( fabbro, Agira) 2 anni, Vetri Pasquale ( studente, Palermo) 6 anni, Davi Francesco ( meccanico, Palermo) 2 anni, Liga Gioacchino ( ebanista Palermo) 2 anni, Travia Francesco ( ebanista Palermo) 2 anni, Puglisi Ignazio ( muratore Palermo) 2 anni, Chiappara Salvatore ( bracciante Palermo) 3 anni, Napoli Filippo ( ebanista Palermo) 3 anni, Rotondo Gaspare ( ebanista Palermo) 2 anni e 6 mesi, Lo Porto Francesco ( ebanista Palermo) 3 anni, D’agostino Giuseppe ( Palermo) 3 anni.

• Ulteriori 9 arrestati siciliani assolti, lasciarono il carcere.

Sentenza 4 maggio 1928: filone Processo alla organizzazione comunista della Sicilia, della Calabria e della Basilicata ( imputati in carcere dall’autunno del 1925).

Soraci Giuseppe ( ebanista Messina) 9 anni, Motta Giuseppe ( ragioniere Naso/Messina) 13 anni, Bonaccorso Giuseppe ( calzolaio Messina) 4 anni e 4 mesi, Lo Sardo Francesco ( precedentemente già condannato a 8 anni).

Sentenza 18 giugno 1928
Schepis Salvatore ( Castiglione/Ct) sarto – arrestato a Genova – 2 anni.

Sentenza 31 maggio 1930
Vincenzo Mazzone ( Scordia / Ct) anarchico– 14 anni e 2 mesi – in contumacia, esule In Francia

Sentenza 16 aprile 1931
Schicchi Paolo ( Collesano/Pa) piccolo proprietario terriero, anarchico -10 anni; Gramignano Filippo ( Trapani) mediatore di commercio – 6 anni; Salvatore Renda ( Trapani) – 8 anni.

Sentenza 2 febbraio 1940
Melodia Giovanni ( Messina) impiegato – 30 anni

Sentenza 13 aprile 1940
Lombardo Radice Lucio ( Catania) professore – 4 anni – residente a Roma dal 1923
Natoli Aldo ( Messina) medico – 5 anni – trasferitosi a Roma a metà degli anni trenta

Sentenza 19 aprile 1940
La Loggia Giovanni detto Vanni ( Palermo) 1 anno – studente in Toscana

Sentenza 22 MARZO 1941
Salanitro Carmelo ( Scordia/Catania), docente liceo classico – 18 anni

Sentenza n° 98 del 1941
Calandrino Arturo ( Catania) ingegnere -3 anni
Grosso Vittorio ( Serradifalco/Cl) studente – 2 anni

Sentenza n° 192 del 1941
Sciuto Giuseppe ( Catania) fornaio – 20 anni

Sentenza n° 249 del 1941
Antonelli Mario ( Noto/Sr) manovale – 2 anni

Sentenza n° 271 del 1941
Lisciandra Giuseppe ( Castelvetrano/Tp) panettiere – 3 anni

Sentenza n° 289 del 1941
Rà Filippo ( Palermo) muratore – 2 anni e 9 mesi

Sentenza n° 28 del 25 maggio 1941:

  • Militari di stanza a Porto Empedocle ( Agrigento) ascoltano trasmissioni estere diffondendo le notizie tenendo discorsi conto la guerra
    Vaccaro Giuseppe ( Casteltermini/Ag) – 25 anni, Cacciato Calogero ( Regalbuto/En) – 16 anni; Morvillo Giuseppe ( Caltanissetta) – 10 anni, Boni Gaetano ( Porto Empedocle/Ag) – 2 anni, Collura Francesco ( Porto Empedocle/Ag) – 6 anni, Amato Salvatore ( Comiso/Rg) – 6 anni.

Sentenza n° 17 del 1942:
Di Trapani Domenico ( Palermo) carpentiere -5 anni:

Sentenza n° 699 del 1942:
Pizzuto Pietro ( Ficarra/ Me) ragioniere -4 anni.

Inoltre, tra il 1927 e il 1943 dal Tribunale speciale furono condannati:
Vincenzo Mazzone ( Catania) – 14 anni, Angelo Allotta ( Catania) – 3 anni, Gaetano Buzza ( Valguarnera/En), Giuseppa Gulà ( Nicosia/En).

Tra i perseguitati Carmelo Fichera di Acireale ( Ct), dopo la laurea in ingegneria a Torino, militante del partito comunista, in carcere senza processo dal maggio al novembre 1932, liberato a seguito amnistia generale.

Condannati inoltre Gaetano Buzza di Valguarnera, Giuseppe Gulà di Nicosia.

Altri provvedimenti assunti dal Tribunale Speciale:
Nel corso degli anni in esame tant’altri siciliani ( circa un centinaio ) sottoposti al giudizio del Tribunale Speciale ebbero diversificate tribolazioni; rimandati ad altro giudice – Magistratura ordinaria, magistratura militare. Sulle conseguenti eventuali pene comminate bisognerebbe fare ulteriore ricerche. Si sentenziarono anche assoluzioni e non luogo a procedere.

di Lettera Memoria e Libertà

( La “Lettera”, a cura di d.s. è dedicata alla memoria di Nunzio Di Francesco, catanese di Linguaglossa – partigiano in Piemonte, sopravvissuto al Lager di Mauthausen, ex presidente Anpi Catania, deceduto il 21 luglio 2011.

27 gennaio 2021 – Il vagone della memoria

Il sindaco Leoluca Orlando questa mattina ha partecipato al “Vagone della Memoria” presso l’ex deposito delle locomotive di Sant’Erasmo, alla cerimonia indetta per commemorare il “Giorno delle Memoria”.
Il vagone è stato posizionato due anni fa; si tratta di un carro ferroviario simile a quelli con cui da diversi paesi europei venivano deportati verso i campi di concentramento, di lavoro e di sterminio
gli ebrei, gli oppositori politici, gli omosessuali, i rom nel periodo della dittatura nazi-fascista.
Con il primo cittadino, presenti anche Ottavio Terranova, Presidente del Comitato provinciale dell’ANPI e il giornalista Leone Zingales, ideatore e curatore dell’allestimento del vagone.
“Come ogni anno – ha detto il sindaco Leoluca Orlando – ricordiamo le atrocità di quella tragica e triste pagina delle deportazioni delle vittime del nazifascismo. Come ogni anno abbiamo l’esigenza di tenere viva la memoria a difesa dei valori e del rispetto dei diritti di tutti e di ciascuno che ha caratterizzato e caratterizza l’impegno dei partigiani di ieri, di oggi e di domani”
Per Ottavio Terranova quella di oggi “è una giornata importante per tutto il mondo. Come ogni anno ricordiamo una pagina tragica e triste della nostra storia che ci deve impegnare tutti ad avere memoria attiva affinchè il dolore provocato dalle leggi razziali e il nazismo non si propone anche in futuro” Leone Zingales ha ricordato che “senza memoria non c’è futuro. Oggi il nostro ricordo è dedicato a tutti coloro che sono stati deportati su vagoni simili a questo di Palermo e uccisi a Buchenwald, Dachau, Auschwitz e negli altri campi di sterminio”.
Nel corso della cerimonia ll sindaco Orlando ha letto una lettera ricevuta da Evelyne Aouate dell’Istituto Siciliano di Studi Ebraici:


“Oggi, in tutta Europa è il Giorno della Memoria, malgrado le difficoltà del momento che stiamo vivendo, teniamo a essere presenti nel ricordarlo. Molte istituzioni si sono impegnate a questa celebrazione anche per dare risposta a tutte le provocazioni di antisemitismo e razzismi di questi ultimi tempi. Questa memoria non
appartiene solo agli ebrei, agli omosessuali, ai rom , agli handicappati ma all’umanità intera! MAI DIMENTICARE QUELLO CHE L’UOMO HA FATTO ALL’UOMO. Da anni il nostro Istituto, oltre alla cultura
ebraica promuove la memoria della Shoah che diventa oggi indispensabile perché senza la memoria del passato non c’è futuro! Una memoria attiva come ci ha insegnato Primo Levi significa per ognuno, e non solo per l’ebreo, assumere i crimini della Storia come male fatto a ciascuno di noi, appartenenti alla grande famiglia dell’umanità! Significa anche non liberarsi mai del dolore e del lutto elaborandoli attraverso riti, cerimonie e monumenti, ma accertarli come segno permanente di un crimine le cui responsabilità collettive ed singole
sono assai precise malgrado i ripetuti tentativi di cambiare la Storia. Finisco col ringraziare il nostro Sindaco Leoluca Orlando e tutti voi per averci fatto partecipare a questo momento di raccoglimento”.

COSA POTEVAMO SAPERE NOI DEL MARE di Gaetano Giambusso

La poesia, dal titolo, “COSA POTEVAMO SAPERE NOI DEL MARE”, è il grido di sei milioni di Ebrei.
Certi avvenimenti che sono accaduti nel corso della storia hanno dell’incredibile, al limite dell’immaginabile, degni del più macabro tra i registi horror che mai vi siano stati in circolazione.
Uno di questi fu l’Olocausto, il più abominevole massacro umano degli ultimi tempi; l’eco di questa strage, continua a farci sentire le urla disperate di quei sei milioni di Ebrei che hanno trovato nella morte l’esito della riprovevole ideologia totalitaria che ha annichilito l’Occidente nella seconda metà del XX secolo, ovvero il Nazismo.
***

COSA POTEVAMO SAPERE NOI DEL MARE di Gaetano Giambusso


Cosa potevamo sapere
noi del mare,
intabarrati come i pazzi,
legati al duro chiodo
nelle prigioni degli orrori.
Cosa potevamo sapere
noi del sole,
chini come schiavi,
piegati alle catene
d’inverosimile dolore.
Cosa potevamo sapere
noi del cielo,
stretti come belve,
prossime al macello
nei campi di sterminio.
Ciò che rimase
fu l’odore acre
e il silenzio eterno
del fumo denso
che si levò al cielo.

IL GRIDO (di Gaetano Riccobene)


I miei passi voraci d’asfalto
toccavano un viale di vaganti solitudini,
fra un roseo tramonto
protagonista di un cielo sempre più oscuro
e tormentati pensieri.
Insistenti attimi mi mostrarono
nella mente ormai distratta
l’inquietante immagine
dell’Urlo di Munch.
Come spine,
la visione di efferati umani gesti
m’imprigionarono di tristezza e tormento.
Voglia di emettere lancinante grido
nell’aria intorbidita da tanta malvagità:
fuggire da un mondo squallido
anche se le mie ali sono ormai spezzate!
Ora la bocca incerottata
comunica l’angoscia
di un’anima che si ribella
alle ferite aperte dalla lama del male,
invisibili e appariscenti segni del dolore.
Una luce fioca mi fa sperare ancora
che da questa oscura prigione
si può evadere
per irradiare,
nonostante tutto,
barlumi di un rinascente
inarrendevole amore.

Carmelo Salanitro, deportato catanese a Dachau

Carmelo Salanitro, antifascista, professore di Lettere del liceo Cutelli di Catania, condannato a 18 anni di reclusione nel febbraio del 1941dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, deportato da Sulmona a Dachau e poi a Mauthausen con il numero di matricola 61302, in una delle sue ultime lettere dal carcere, scrisse: “Attraverso il grido e l’appello e il monito della coscienza, parmi che si riveli ed esprima la voce potente del Signore. Seguire i suoi chiari impulsi, obbedire ai suoi inderogabili precetti ho sempre ritenuto stretto dovere dell’individuo che non vuole adagiarsi in un’inerzia morale che è peggiore della morte e non diserta il suo posto e non rinuncia a soddisfare certe insopprimibili esigenze della personalità e della dignità umana”. A queste parole, la professoressa Maria Salanitro Scavuzzo, nuora di Carmelo, in una recente lettera, aggiunge: “Io confido che i vecchi e i giovani del nostro tempo, saldamente uniti, saranno capaci di neutralizzare le nuove ideologie, assai simili al fascismo, che serpeggiano nella nostra Europa, fermamente voluta da un gruppo di oppositori alla dittatura fascista, che ebbero la fortuna, per loro e per noi, di sopravvivere”. Carmelo Salanitro fu ucciso la notte del 24 aprile 1945 nelle camere a gas del campo di sterminio di Mauthausen.

27 GENNAIO, GIORNO DELLA MEMORIA. ONORIAMO I SICILIANI: IN 865 DEPORTATI NEI LAGER NAZISTI E LE DECINE DI MIGLIAIA DI I.M.I. RINCHIUSI NEI CAMPI

di “ Lettera Memoria e LIbertà”

La “Lettera” è dedicata alla memoria di Nunzio Di Francesco, partigiano catanese di Linguaglossa, sopravvissuto alla deportazione nel lager di Mauthausen – deceduto il 21 luglio 2011. Ex presidente dell’ Anpi di Catania

E’ bene, in premessa, riportare due passaggi di grande valore e significato pronunziati dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel corpo del Suo intervento per la celebrazione del “ Giorno della Memoria 2019- Palazzo del Quirinale, 24 gennaio.

“ …Gli ebrei erano bollati con il marchio, infamante, della diversità razziale. Dipinti con tratti grotteschi, con una tale distorsione della realtà da sfociare nel ridicolo, se non si fosse tradotta in tragedia……… La furia nazista si accanì con micidiale e sistematica efficienza anche contro le altre categorie di “diversi”: i dissidenti, gli oppositori, i disabili, i malati di mente, gli omosessuali, i testimoni di Geova, i rom e i sinti, gli slavi. Nell’ordine nuovo vagheggiato da Hitler, non c’era posto per la diversità, la tolleranza, l’accettazione, il dialogo……… Noi Italiani, che abbiamo vissuto l’onta incancellabile delle leggi razziali fasciste e della conseguente persecuzione degli ebrei, abbiamo un dovere morale. Verso la storia e verso l’umanità intera. Il dovere di ricordare, innanzitutto….”

La Sicilia, sul piano territoriale, non fu direttamente interessata dalle atrocità della deportazione. Certo, le persecuzioni contro gli ebrei, proclamate con le leggi razziali del 1938, avevano colpito duramente anche nell’isola i cittadini italiani di religione ebraica residenti nell’isola.
La Liberazione della Sicilia era già avvenuta, Quindi non fu coinvolta dal corso persecutorio ed assassinio. Dalle azioni nazifasciste messe in opera immediatamente dopo l’armistizio del’8 settembre 1943 nei riguardi degli ebrei, dei “diversi”, e degli oppositori, tutti, in particolare partigiani, militari del disciolto esercito regio, civili antifascisti, operai… che in maniera attiva ed articolata si batterono per cacciare dall’Italia l’invasore tedesco e i rigurgiti violenti della dittatura – rinata il 23 settembre con la RSI – che aveva oppresso il nostro Paese per un lungo ventennio, sopprimendo tragicamente tutti gli aneliti di democrazia, libertà, giustizia, rispetto dei diritti umani, con l’esaltazione e la pratica del razzismo.

La valorizzazione della memoria della deportazione – eseguita dai carnefici nazifascisti in sfregio agli elementari diritti delle persone, della civiltà morale e sociale, il ricordo degli orrori perpetrati in Europa e in Italia e delle persone che a milioni furono represse – rappresenta un impegno particolarmente importante per tutti i cittadini civili e democratici.
A maggior ragione in questa fase storica, infestata di populismi nazionalistici e rigurgiti di fascismo, infarciti dall’esaltazione dell’odio e razzismo nei riguardi di tutte le persone considerate “diverse”:
Il fantomatico complotto “pluto-giudaico-massonico” decantato dai regimi nazifascisti è stato sostituito dalla teoria drammaticamente grottesca della “sostituzione etnica” guidata – a loro dire – dalle trame dell’ungherese ebreo Soros.

La falsata e strumentale esaltazione della “difesa dei confini”, che fa ritornare il ricordo dell’assassinio di massa compiuto nelle guerre europee del novecento, marchia le ONG che salvano i disperati in mare, come “procacciatori di morte” complici dei mercanti. La distorsione politica e legislativa, di conseguenza, del concetto di sicurezza.
Il disprezzo per tutte le espressioni di solidarietà ed accoglienza, presenti in maniera crescente e violenta nello scenario internazionale, con specifica recrudescenza nel nostro paese. Operati da gruppi politici, rappresentazioni periferiche istituzionali (enti locali) gestite dalle destre specie sulla gestione dei rifugiati, da spezzoni significativi dell’informazione, tendenti ad inquinare le coscienze dell’opinione pubblica, demistificando i percorsi che hanno permesso la conquista delle libertà e democrazia, l’acquisizione di normative sui diritti umani, giustizia sociale, pace, l’enunciazione dei postulati fondamentali contenuti nella Costituzione.

A maggior ragione ora è necessario uno scatto di orgoglio democratico! Scomparse ormai quasi del tutto le testimonianze dirette, per le conseguenti “ragioni del tempo”, il sacrificio, le brutalità e le abnegazioni subite da coloro che diventarono cavie degli orridi esperimenti ideologici e delle perversioni guerresche, devono ancor più essere difese, recuperate e rilanciate nel tessuto sociale e culturale, con specifica attenzione alle nuove generazioni.
Per rinnovare il monito del sacrificio dei morti – per deperimento organico tra gli stenti e le brutalità, degli assassinati con le armi o gasati -, l’insegnamento dei sopravvissuti.
Mai più, è il grido da innalzare nella battaglia civile, come baluardo ai nuovi farneticanti.
Nella ricostruzione dei drammatici eventi che si consumarono in Italia nel contesto dell’ambito europeo, è utile suddividere la memoria, il ricordo degli uomini e delle donne che ne sono stati artefici, ripercorrendo i due livelli che hanno caratterizzato gli accadimenti: deportati – oppositori politici, ebrei… – nei Campi di sterminio, militari italiani internati dai nazisti nei Campi di prigionia e di lavoro coatto.

In Sicilia la Liberazione si era già conclusa all’inizio del mese di agosto del 1943, quando le ultime truppe naziste, sconfitte dagli Alleati sbarcati il 10 giugno, avevano rovinosamente abbandonato l’isola, attraversando lo stretto di Messina verso la Calabria. Lasciando rovine e numerosi assassini di civili che nel corso del mese di agosto del 43 avevano tentano di opporsi, in particolare nell’area etnea e messinese, con spontanee ribellioni alla furia omicida dei tedeschi.
La dittatura fascista mussoliniana, dopo avere seminato enormi macerie umane e materiali a seguito dello scatenamento della guerra di aggressione imperiale contro i popoli europei nell’esaltazione della “razza eletta”, si era già miseramente auto liquefatta, sotto l’onta delle proprie rovine, il 25 luglio precedente.
Lo smarrimento generale determinato dall’ambiguità delle dichiarazioni ufficiali del maresciallo Pietro Badoglio (capo del nuovo governo) nella comunicazione sull’armistizio, i “non ordini” operativi ai Comandi militari, la dispersione conseguente, i combattimenti di resistenza ai tedeschi, i rastrellamenti conseguenti, iniziarono già dal’8 settembre, immediatamente dopo la resa pubblica della firma della resa.
Avvenne in Italia e in tutte le aree europee dove erano dislocate formazioni dell’esercito che a partire dal 10 giugno 1940, in “obbedienza” al Re, al fascismo e al “socio”omicida nazista, avevano aggredito le popolazioni di diversi paesi, provocando morte ed enormi devastazioni. Nello specifico in: Yugoslavia, Grecia, Albania, Isole Egee, Corsica, Francia del sud, Polonia, paesi baltici.
L’armata italiana che, al comando imperioso di Mussolini, in maniera spavalda e priva di attrezzature adeguate aveva invaso nell’agosto 1941 l’Unione Sovietica era già stata rovinosamente ritirata alla fine di gennaio del 1943, lasciando sul campo oltre 115.000 militari: morti, feriti, congelati, dispersi, e molti altri prigionieri prigionieri.
La parte rilevante delle Forze armate italiane (esercito, marina, aviazione, milizie territoriali….) era schierata in Italia e in quelle aree territoriali – centro-nord e sud, estero – non ancora interessate dall’avanzata degli Alleati. Questa la disposizione dell’esercito nei vari fronti di guerra:
Italia centro-settentrionale 415.682, Italia centro meridionale 162.342, Francia ( Corsica, territorio a est del Rodano) 58.722, Grecia e Isole dell’Egeo 265.000, Balcani ( Albania, Montenegro, Kosovo, Dalmazia e Slovenia) 164.986. Un totale di 54 divisioni, di cui 26 in Italia, ed ulteriori 29 in fase di ricostituzione/riequipaggiamento.

I.M.I. – Italiani Militari Internati –

Complessivamente, su tutti i fronti di guerra, furono catturati dai tedeschi circa 810.000 militari italiani. Un numero enorme, considerato che all’atto dell’armistizio le forze armate globalmente disponevano di 1.990.000 effettivi:1.520.000 comb. e 470.000 terit. Di questi 1.007.000 furono disarmati. Della parte restante, 650.000 diventarono “sbandati”. Nel corso dei mesi, una parte rilevante degli “sbandati” e dei “non disarmati” combatté contro i nazi fascisti, nel: nuovo esercito italiano, formazioni partigiane, Balcani….
Fonti: http://lnx.anrp.it/wp-content/uploads/2016/04/IL_LIBRO_BIANCO_dellANRP.pdf
http://www.pionierieni.it/wp/wp-content/uploads/Ricordi-di-prigionia-nei-Lager-come-IMI.-Di-Claudio-Sommaruga..pdf
Dei catturati, al momento dell’imprigionamento, 94.000 optarono ( “per coerenza o opportunismo”, come scritto da Claudio Sommaruga ex IMI) per l’adesione alla RSI o alle SS italiane: 14.000 combattenti, 80.000 ausiliari.
Deportati in 716.000, dopo travagliate vicissitudini, nei Campi di concentramento, denominati Oflag – per ufficiali -, Stalag/ Stammlager – dedicati ai soldati e ai sottufficiali -, Strafagler – campi di punizione -, AEL – campi di rieducazione al lavoro -, KZ – gestiti dalle SS, per gli accusati di reati e sabotaggi, non era permessa la corrispondenza con i familiari – . Complessivamente 136 siti ( 284 compresi i campi di transito, smistamento, dipendenza e detenzione) dislocati in Germania e Austria e nelle aree territoriali limitrofe occupate dai tedeschi ( Polonia….). La trasmissione e la ricezione della corrispondenza in generale non era garantita per tutti i campi di internamento. Solo per pochi mesi, a partire dalla fine del 1944, fu permesso ai detenuti provenienti dalle regioni ancora controllate dalla RSI di ricevere pacchi dalle famiglie.

Furono denominati IMI – italiani militari internati -. Fatti prigionieri anche dopo numerosi, strenui e valorosi combattimenti di resistenza, in Italia e all’estero: i più celebrati, Porta S. Paolo Roma, in Piemonte ( dove alcuni giorni dopo l’armistizio nacquero i primi gruppi partigiani), Puglia, Campania, Sardegna, Corsica… isole di Cefalonia, Corfù, Lero –. La resistenza di protrasse fino a novembre del 43 – . A Cefalonia più di 7000 morti, la gran parte fucilati dai tedeschi dopo la fine dei combattimenti)…Numerosi gli eventi di resistenza nei Balcani, Albania e Grecia. Interi e consistenti Reparti affiancano i partigiani locali fino alla fine della guerra.
E’ bene ricordare l’affondamento a seguito di bombe telecomandate lanciate da aerei tedeschi della corazzata Roma; giorno 9 settembre, a largo della Sardegna – morirono 1352 marinai -, partita da La Spezia si stava recando a Malta assieme ad alcune decine di navi militari.

Era iniziata la Resistenza ai nazifascisti.
Solo nei Balcani circa 50.000 militari italiani non si arresero. In 17.000 parteciparono alla Lotta di Liberazione nella Divisione “ Garibaldi” e nella Brigata “Italia”. In 33.000 nelle formazioni partigiane locali, con intere unità o da singoli, con 20.000 caduti. In Grecia molte migliaia di militari italiani si batterono contro i tedeschi, confluendo nelle formazioni partigiane.
Riguardo la lotta dei militari italiani a Cefalonia è doveroso ricordare il palermitano Giuseppe Benincasa, di Castronovo di Sicilia, morto novantasettenne il 18 maggio del 2019. Sopravvissuto all’eccidio dei tedeschi, salvato dai greci, aderì alle formazioni partigiane locali. Nel 2013 è stato pubblicato il suo libro “ Memorie di Cefalonia”, diario di un sopravvissuto della Divisione Acqui”. Testimone vigoroso nel corso della sua vita.

Nei mesi successivi la gran parte degli IMI si rifiutò di combattere con i fascisti.
Molti IMI, diverse decine di migliaia, morirono nei siti della prigionia, luoghi di grande sofferenza. Da parte dei nazisti non vennero considerati prigionieri di guerra. Quindi, non sottoposti alle regole di assistenza delle leggi internazionali sui prigionieri di guerra ( Convenzione di Ginevra del 1929), sulle condizioni di permanenza: igienico sanitarie, abitative, lavorative; privi, di conseguenza, del controllo degli organismi internazionali preposti, compresa la Croce Rossa. La Germania non riconobbe il Regno d’Italia del sud neanche dopo la dichiarazione di guerra italiana del 10 ottobre 1943. Furono utilizzati e sfruttati, in condizioni schiaviste, in attività lavorative a largo raggio, specie negli ambiti industriali necessari alla Germania per le attività belliche.

Durante l’internamento nei Lager in 43.000 aderirono agli appelli nazifascisti, optando come combattenti nella RSI (23000) o nelle SS (19000); in 61.000 accettarono di diventare ausiliari nei Bti – lavoratori militarizzati destinati prevalentemente alle strutture dell’aviazione (Luftwaffe) e nel Genio;

I militari italiani morti durante il periodo di internamento furono 51.000. In 3000 vennero deportati nei Lager di sterminio, KZ.
A seguito degli accordi Mussolini-Hitler del 20 luglio 1944 – smilitarizzazione abusiva dei militari italiani -, all’inizio di agosto iniziarono ad attuare in maniera autoritaria la cosiddetta “civilizzazione”. “Liberati” dai Lager furono costretti a presentarsi agli uffici di collocamento, ai fini lavorativi e per avere la tessera annonaria. Una fase oscura che determinò ulteriori vessazioni e gravissime difficoltà di vita.
Gli (ex) IMI “civilizzati”, diventati “volontari” per fame o precettati, furono 495.000.
Come evidenziato da Claudio Sommaruga (classe 1920 – geologo minerario dopo la guerra – S. Tenente, ex IMI ex “deportato politico e civile” in 13 Lager e uno Straflager, con 12 NO al Reich e alla RSI e 60 NO al lavoro civile nel Reich) non esiste un archivio istituzionale italiano degli IMI, nemmeno presso l’Ufficio storico del Ministero della Difesa.
Nella parte di ricostruzione sugli internati italiani, intitolata “ Tentativi di quadrare i conti per ancorare una storia a spanne alla deriva e misconosciuta” (archivio IMI Claudio .Sommaruga, 2005), riguardo l’origine territoriale degli IMI (calcolata in base alle “origine dei caduti” ) sul complessivo 716.000 (prima delle opzioni) si evidenziano le seguenti provenienze:
Nord 372.000, 52%
Centro 158.000, 22%
Sud e Isole 186.000, 26%.
Pervenuti dai seguenti fronti di guerra:
Italia (e Francia) 196.000, Francia 32.000, Balcani/Grecia 411.000, Germania e terre Or. 1000. Per un totale di 640.000, dopo le prime opzioni Reich/RSI – 42.000 combattenti e 34.000 ausiliari.
A seguito delle ricerche (molto parziali sulle entità complessive) sulla dislocazione geografica degli IMI – avviate per la richiesta degli indennizzi dei deportati “che furono costretti al lavoro forzato o sottoposti a condizioni di schiavitù o subirono delle gravi ingiustizie” (conseguente alla legge agosto 2000 del Governo tedesco che istituì la Fondazione “ Memoria, Responsabilità e Futuro”, di fatto mai resa operativa) nell’agosto 2001, allo scadere della presentazione delle domande, il Governo tedesco ha escluso dall’indennizzo la quasi totalità degli italiani – si evinse:
Le domande presentate dagli IMI furono complessivamente 88.226, – dati OIM 25 settembre 2001 – in riferimento agli oltre 700.000 italiani internati. Le domande effettuate a quella data furono poco meno del 13% dei deportati nominalmente interessati.
Le richieste pervenute dalla Sicilia furono 3510. I dati si riferiscono al “Libro Bianco” dell’ANRP -– Associazione Nazionale Reduci della Prigionia, dall’internamento, dalla Guerra di Liberazione, e loro familiari -:
http://lnx.anrp.it/wp-content/uploads/2016/04/IL_LIBRO_BIANCO_dellANRP.pdf

Per approfondimenti:
*Sulla dislocazione dei luoghi di internamento:
https://alboimicaduti.it/index.php/maps/list
Banca dati IMI caduti: https://alboimicaduti.it/index.php/page/5/introduzione

Non esiste un Albo anagrafico esaustivo dei deportati IMI siciliani. Date le dimensioni numeriche generali è conseguente ipotizzare che siano stati parecchie decine di migliaia, soldati e graduati delle tante strutture militari coinvolte. Finita la guerra, date le oggettive condizioni di distacco socio-politiche-economiche dell’isola rispetto al contesto nazionale e le gravi necessità del vivere ( molti sono emigrati), da parte dei reduci IMI isolani è subentrata una condizione di isolamento e di non realizzazione nella costruzione di una struttura organizzativa diffusa nelle provincie, atta ad omogeneizzare i travagli subiti, conservare e diffondere la memoria su un piano ampio e plurale.
Negli ultimi anni un’importante attività di riconoscimento del ruolo patriottico degli IMI è stata effettuata da parte dello Stato, a cura delle Prefetture. Anche in Sicilia nelle ricorrenze della Giornata della Memoria del 27 gennaio e della Festa della Repubblica del 2 giugno sono state consegnate varie medaglie d’onore ai pochi Internati nei campi nazisti ancora in vita e a familiari dei deportati. La medaglia è stata istituita nel 2006 – legge 27 dicembre, n. 296 – per civili e militari deportati ed internati nei Lager e destinati ai lavori coatti, a seguito di specifica richiesta degli interessati; viene conferita a seguito di adozione di apposito decreto da parte del Presidente della Repubblica.
Sulle vicissitudini degli IMI siciliani si segnala un articolo del quotidiano Giornale di Sicilia del 5 settembre 2017 (edizione Trapani) “ Dissero NO ai nazisti e finirono nel lager, il martirio dimenticato degli ufficiali siciliani”. Il testo è leggibile sul sito di ANPI Sicilia:
https://anpisicilia.wordpress.com/2017/09/06/anpi-trapani-il-martirio-dimenticato-degli-ufficiali-siciliani/

Riguardo la memorialistica prodotta dagli IMI siciliani i testi non sono numericamente consistenti. Di grande intensità il libro di memorie di Giovanni Santarea di Pozzallo (Rg), “ Io reduce di Cefalonia ( 2009), catturato dai tedeschi fu internato in Bielorussia, Minsk e Ledda. Si aggiunge il testo “ Quando l’algente verno…” contenente le Memorie di Prigionia (2001) di Gerardo Sangiorgio, di Biancavilla (Ct): ventiduenne all’armistizio si ritrova a Parma, nella Scuola di Applicazione di Fanteria, quindi deportato in diversi Lager in Germania; il libro racchiude le sue memorie, antologia in versi e prosa. Il 27 gennaio 2019 a Biancavilla è stato presentato il libro di Salvatore Borzì “Internato n. 1002883/IIA” dedicato a Gerardo Sangiorgio. Il libro “Una storia come tante ( di una gioventù cancellata dalla guerra)” è stato pubblicato dal palermitano Nino Romano: ripercorre le vicende di “un giovane contadino” dalla chiamata alle armi nel settembre 1941 alla detenzione nel Lager di Groditz Dresda) sino al ritorno a Palermo alla fine del 1946. Nel 2009 (ed. Becco Giallo) è stato pubblicato “ Stalag XB” di Marco Ficarra, in memoria dello zio Gioacchino Virga, di Palermo: sottotenente in fanteria, inviato in Grecia è catturato dai tedeschi il 10 settembre 1943, deportato in Germania, muore il 14 marzo 1945 di fame e di freddo.
Alla fine del 2019 è stato pubblicato “Fucili e mandolini” – la storia del soldato semplice Carmelo” di Carmen Coco (Algra Editore). La figlia, assemblando le memorie scritte lasciate dal papà, racconta le peripezie del catanese Carmelo, fatto prigioniero dai tedeschi nei Balcani e deportato in Austria.
Per gli approfondimenti sugli IMI è utile consultare il sito di ANRP http://www.anrp.it
Alola fine di gennaio del 2020 è stato edito l’ultimo contributo di ricerca, il libro: “I militari Italiani nei Lager nazisti, di Mario Avagliano e Marco Palmieri.

DEPORTATI SICILIANI

Sui deportati siciliani nei Campi di stermino nel corso degli anni è stata condotta un’azione di ricerca che ormai può essere considerata ampiamente esauriente, pur rimanendo ancora dubbi e possibili vuoti. In diversi Lager prima dell’arrivo delle truppe sovietiche e anglo-statunitensi furono bruciati gli elenchi dei deportati, quindi, possibilmente sono presenti delle carenze che si ripercuotono anche nella realtà siciliana.

E’ questa, una componente, nel contesto dei 44.500 italiani deportati – a partire dalla fine di settembre 1943 –, piccola, ma di grande significato storico nella realtà isolana e nella lotta nazionale per la conquista della libertà. Si inserisce nell’alveo della perversa persecuzione messa in opera dai nazifascisti sul piano globale in Italia, nei riguardi dei deportati razziali e politici, così costituiti: 6806 ebrei italiani (altri 322 furono arrestati e morirono in Italia), alcune centinaia di ebrei stranieri presi in Italia, alcune centinaia di zingari italiani, 1900 ebrei del Dodecanneso, circa 30.000 classificati politici più altre caratterizzazioni, 2200 imprigionati nel carcere militare di Peschiera, alcune centinaia di ufficiali considerati antifascisti; inoltre, come già evidenziato, 3000 IMI (circa 900 ufficiali) trasferiti con motivazioni di vario genere.
Degli apparteniti alla religione ebraica i sopravvissuti furono solo 837. Per tutti gli approfondimenti sulla deportazione degli ebrei in Italia:
http://www.cdec.it/home2.asp?idtesto=594.
http://www.nomidellashoah.it/

Nel 1938, all’atto della promulgazione delle leggi razziali, risiedevano in Italia 46.600 cittadini italiani ebrei più 4500 non-ebrei classificati di “razza ebraica”; si aggiungevano circa 10.000 ebrei stranieri profughi dalla Germania e dall’Europa centro-orientale. Alcuni giorni dopo la dichiarazione di guerra fascista (10 giugno 1940) la gran parte degli ebrei stranieri vennero internati in appositi campi dislocati prevalentemente nel sud Italia, e vennero rinchiusi anche ebrei stranieri provenienti dalla Libia, Rodi, Iugoslavia. Dopo l’8 settembre 1943 gli internati nelle aree meridionali vennero liberati dagli Alleati; nelle zone controllate dalla RSI iniziò il tragico percorso dall’internamento verso i Campi di sterminio. Sugli ebrei stranieri in Italia consultare: http://www.cdec.it/ebrei_stranieri/

Già a partire dalle leggi razziali molti ebrei italiani, per fuggire dalle persecuzioni, emigrarono in vari paesi fuori dell’Europa, alla fine del 1941 avevano abbandonato l’Italia 5966 ebrei italiani.
I deportati italiani per motivi politici furono 23.826: 22.204 uomini, 1514 donne: partigiani, oppositori del regime durante la dittatura, operai rastrellati nelle grandi fabbriche del “triangolo industriale” del nord, perseguiti per “motivi di sicurezza”, “ asociali”, prigionieri di guerra… Di questi 10.129 perirono nei Campi di sterminio. La maggior percentuale di morti fu toccata nel Lager di Mauthausen, con il 55%.

Riguardo gli operai deportati da Milano, Torino, Sesto S. Giovanni, Genova e da altre località, il numero è abbastanza notevole. Prima della caduta della dittatura fascista gli operai non si erano arresi. Primo caso nell’Europa occupata dai nazifascisti, il 15 marzo 1943 oltre 1000.000 lavoratori scioperarono, stanchi di guerra, sofferenze e fame, nelle industrie di Milano e Torino. Di grandissimo rilievo gli scioperi del marzo 1944, iniziati il giorno 1 marzo con la proclamazione dell’astensione dal lavoro nell’Italia settentrionale, durati una settimana; nelle principali città industriali del nord-ovest parteciparono molte centinaia di migliaia di operai. In risposta violenta vi furono la repressione e la deportazione. In particolare furono deportati: 700 operai da Torino, alcune centinaia da Milano, 533 da Sesto S. Giovanni, 1500 da Genova avviati al lavoro forzato in Germania, altri da ulteriori località. La maggior parte degli scioperanti furono deportati nel Lager di Mauthausen.

I deportati siciliani accertati con ragguaglio biografico completo sono 855.

L’inchiesta sui deportati italiani, deceduti e sopravvissuti, è stata un’operazione di elaborazione molto complessa sul piano generale. Di conseguenza la stessa difficoltà ha riguardato i deportati siciliani.
Il primo riferimento strutturale fu rappresentato dall’opera di Morelli Valeria, pubblicata nel 1965, “I deportati italiani nei campi di sterminio 1943-1945”; Si riportano notizie relative all’identificazione, elenchi alfabetici dei deceduti suddivisi per Lager e sottocampi. Si affianca la ponderosa ricerca effettuata da Italo Tibaldi. Quindi, i contributi di: Liliana Piccitto con “ Il Libro della Memoria” dove sono evidenziati 8900 nominativi di ebrei con dati completi.
Un testo di ricerca di grande rilievo è rappresentato da “ Uomini, donne e bambini nel Lager di Bolzano – Una tragedia italiana in 7.982 storie individuali” (prima edizione nel 2004), di Dario Venegoni. La ricerca è stata aggiornata nel 2005 (Seconda edizione Fondazione Memoria della Deportazione/Mimesis, Milano); si può consultare: http://www.venegoni.it/venegoni_sec.pdf
Si aggiunge “ Il Libro dei Deportati” ( 2009) di Brunello Mantelli, Nicola Tranfaglia, Francesco Cassata, Giovanna D’Amico, Giovanni Villari, un’opera imponente di 2544 pagine che riporta 23.826 nominativi, con relazione completa dei dati, di deportati politici italiani.
Nel 1965 a cura di Morelli Valeria è stata pubblicata una ponderosa opera “I deportati italiani nei campi di sterminio 1943-1945” ( Milano, Scuole grafiche pav. artigianelli). Nella prima parte si trovano le notizie relative all’identificazione. Nella seconda parte sono inseriti i nominativi, gli elenchi alfabetici dei deceduti per ogni lager e sottocampo collegato, con il numero di matricola, il luogo e la data di nascita, il luogo e la data di morte. Diversi elenchi non sono completi. Mancano elenchi per alcuni campi (in diversi lager gli archivi andarono distrutti e non venivano rilevati i decessi avvenute durante le marce forzate dopo lo sgombero dei campi).
Nella sua opera, Italo Tibaldi, ex deportato a Mauthausen (deceduto nell’ottobre 2010), a seguito di un lungo pluriennale impegno iniziato dopo il ritorno dal Lager, ha realizzato un elenco nominativo di oltre 40.000 deportati italiani. Un’azione enorme e meticolosa di ricostruzione analitica al servizio della memoria collettiva, per non dimenticare le atrocità naziste nei campi di sterminio.
I nominativi dei siciliani deportati, transitati nel campo di smistamento di Bolzano, riportati nella ricerca di Dario Venegoni,e degli ebrei siciliani, sono consultabili dal 2013 nel sito della Regione Sicilia:
http://www.regione.sicilia.it/beniculturali/dirbenicult/giornomemoria2013.html

L’imponente opera di ricerca a firma di Brunello Mantelli, Nicola Tranfaglia, Francesco Cassata,L Giovanna D’Amico, Giovanni Villari, è stata pubblicata nel “Libro dei Deportati” (Mursia ed., 2009, 2544 pagine suddivise in tre tomi). Il libro riporta 23.826 nomi di deportati politici italiani tra il 1943-1945, con le date e i luoghi di nascita, di arresto, di detenzione, di liberazione o di morte.
Sulla deportazione degli ebrei italiani Liliana Picciotto nel suo “Libro della Memoria” (1° edizione 1991, 2° edizione 2002 con altri nomi ritrovati – editore Mursia) ricostruisce il tormento subìto dagli ebrei italiani e i progetti e gli strumenti operati dai nazifascisti.
Sono riportati 8900 nominativi, con date di nascita, di deportazione, di morte, di liberazione.
I nominativi dei siciliani morti nei lager inseriti nel contesto generale del libro di Valeria Morelli, nel 1986 furono ripresi e assemblati in un apposito elenco a cura di Giuseppe Santoro, segretario dell’Anpi di Messina, ex deportato nel Lager di Nordhausen. Il dossier divulgato contiene 302 nominativi. Nella prefazione Santoro afferma che “nel libro della Morelli mancano i dati riguardanti gli ultimi mesi di guerra, specie per i campi di Sachsenhausen, Stutthof, Majdaneck, Gross, Rosen, Auschwitz e Ravensbruck … i siciliani, quindi, volendo fare un calcolo approssimativo, non dovrebbero essere meno di 500”. Un ulteriore contributo di conoscenza sui deportati siciliani morti nei Lager fu apportato da Nunzio Di Francesco di Linguaglossa (sopravvissuto a Mauthausen); nel convegno svoltosi a Catania il 7 febbraio 1996 furono riportati 306 nominativi. E’ utile ricordare l’opuscolo dall’Anpi di Paternò ( Ct) “Il contributo di Paternò alla Resistenza”, stampato nel 1982: vengono divulgati i nominativi di 20 paternesi morti nei Lager in Germania e Polonia.

Negli ultimi anni un contributo prezioso, di grande rilievo, è stato dato dalla catanese Giovanna D’Amico, con la pubblicazione nel 2006 (Sellerio ed.) del libro “I siciliani deportati nei campi di concentramento e di sterminio nazisti 1943-1945”. La prefazione è di Bruno Vasari, deportato a Mauthausen deceduto nel luglio 2007.
Sono inserite importanti integrazioni e aggiornamenti. Le schede biografiche dei deportati siciliani, frutto della meticolosa e appassionata ricerca, sono passate da 549 a 855. Di questi 761 nominativi sono considerati “sicuramente nati nell’isola”; sulla parte restante, 94, l’origine è dubbia, in ogni caso servono ulteriori approfondimenti: di questi 351 sono stati deportati politici – così definiti all’arrivo nel Lager – classificati oppositori dai nazifascisti.
L’aspetto innovativo riguarda le “tabelle”. I deportati siciliani sono ripartiti per
distribuzione arrivi nel primo campo,
distribuzione categorie nel primo campo,
distribuzione per province siciliane di provenienza,
lager decesso.
Sono riportati i nominativi e il “percorso” verso lo sterminio di 372 siciliani morti nei Lager.

Questa la ripartizione, per provincia e i morti per Lager di deportazione:
• Distribuzione per province
AG 89 – deceduti Lager 38
AG o TP 1 con 1 deceduto
CL 43 con 23 deceduti
CT 143 con 70 deceduti
EN 54 con 28 deceduti
ME 98 con 48 deceduti
PA 189 con 97 deceduti
PA (o forse CL) 1 1
RG 40 con 20 deceduti
RG (forse) – 1
SR 37 con 16 deceduti
TP 55 con 24 deceduti
Per un totale di 751 con 366 deceduti.
• Lager decesso
Auschwitz 5
Bergen Belsen 16
Brandeburgo an der Havel 1
Buchenwald 38
Dachau 55
dispersi in guerra 13
Dora 21
Flossenburg 36
Germania 8
Luogo ignoto 13
Mauthausen 121
morte presunta 13
Natzweiller 12
Neuengamme 14
Ravensbruck 1
Risiera di San Sabba 1
Sachsenhausen 3
Theresienstadt 1

Questa la “classificazione” dei 681 deportati per i quali è conosciuta la “qualifica”:
oppositori politici 65%, detenuti nelle carceri militari e civili 25,3%, IMI (Internati Militari Italiani) 4,1%, lavoratori civili che si trovavano già in Germania 4,2%, sacerdoti 0,3%, ebrei 0,5%.
Riguardo la “specificità” dei deportati una parte consistente è costituita da siciliani emigrati nel nord Italia negli anni precedenti, quindi residenti in quelle aree territoriali. Si aggiungono numerosi residenti di fatto nell’isola, militari all’atto dell’armistizio aggregatosi a formazioni partigiane, antifascisti, ed altro. Fra i tanti: Nunzio Di Francesco di Linguaglossa, militare in Piemonte, partigiano, catturato e deportato in diversi Lager e infine a Mauthausen, sopravvissuto; l’adranita Carmelo Salanitro , docente del Liceo Cutelli di Catania, condannato a 18 anni di carcere dal Tribunale speciale fascista, prelevato dai nazifascisti dal carcere di Sulmona- assieme ad altri 390 detenuti antifascisti – l’8 ottobre 1943, deportato, muore a Muthausen il 24 aprile 1945; Antonino Garufi, di Giarre ( Ct), carabiniere, dopo l’armistizio si aggrega ai partigiani della brigata Osoppo in Friuli, deportato a Dachau e Buchenwald, sopravvissuto; Giovanni Melodia, nato a Messina, arrestato nel 1939 per attività antifascista, condannato a 30 anni, imprigionato in diversi carceri per ultimo Sulmona, deportato a Dachau, sopravvissuto; Carlo Todros, nato a Pantelleria, ebreo, costretto a cessare la frequentazione delle scuole pubbliche per le leggi razziali, partigiano ad Imperia, arrestato assieme al fratello nell’ottobre 1943, deportato a Mauthausen, sopravvissuto; Liborio Baldanza, nato a Geraci Siculo (Pa), operaio metalmeccanico a Milano, antifascista già processato nel 1932 dal Tribunale speciale, arrestato a Milano nel marzo 1944, deportato a Mauthausen, muore all’inizio di aprile 1945 durante la “marcia della morte”.
Anche ebrei, tra i siciliani, per un totale di quattro: Colonna Leo, nato a Palermo nel 1903, deportato ad Auschwitz, morto in luogo ignoto; Todros Carlo, nato a Pantelleria nel 1923, deportato a Mauthasuen, sopravvissuto; Todros Alberto, nato a Pantelleria nel 1923, deportato a Mauthasuen, sopravvissuto.
Furono deportate anche donne:
Maria Montuoro, nata a Palermo nel 1909, partigiana in Lombardia, arrestata nel 1944, dal carcere milanese di S. Vittore trasferita a Fossoli, poi nei lager di Ravensbruck e Sachsenhausen, sopravvissuta (il fratello morì nel Lager di Mauthasuen).
Castelli Olga Renata, nata a Lercara Friddi (Pa) nel 1919, arrestata a Firenze nell’aprile 1944, da Fossoli deportata ad Auschwitz, morta nell’agosto dello stesso anno in luogo ignoto.
Moscato Emma, nata a Messina nel 1879, residente a Mantova, arrestata nell’aprile 1944, deportata e uccisa all’arrivo nel Lager di Auschwitz.
Segre Egle, ebrea, nata a Messina nel 1899, residente a Torino, arrestata a Tradate (Va) nel novembre 1943, deportata a Auschwitz, morta in luogo ignoto.
Veneziano Concetta, nata a Siracusa nel 1912, morta nel Lager di Bergen-Belsen nel giugno 1944.
Barbieri Antonietta, nata a Palermo nel 1924, deportata i diversi Lager: Flossenburg, Ravensbruck, Flossenburg.
Fu deportato anche un sacerdote, Liggeri Don Paolo: nato a Augusta nel 1911, prete a Milano, viene arrestato nel marzo 1944, accusato di antifascismo. Dal carcere di S. Vittore, dopo essere passato da Fossoli e Bolzano, fu deportato a Mauthausen, sopravvissuto.
Un contributo rilevante alla ricerca è stato dato da Barbara Bechelloni con il libro “Deportati ed internati. Racconti biografici di siciliani nei campi nazisti”. Edito nel 2009, Mediascape, edizioni ANRP. Contiene 2 CD audio che riportano le interviste di 50 deportati siciliani, nei campi di sterminio o negli Stalag in quanto IMI. Iniziativa promossa da ANRP in collaborazione con Audiodoc.
Di grande rilievo l’indagine effettuata dalla palermitana Lucia Vincenti. Ha pubblicato nel 2004 “Non mi vedrai più, persecuzione, internamento e deportazione dei siciliani nei Lager 1938-1945”: nell’appendice è inserito un elenco con circa 800 nominativi di deportati siciliani. Viene fatto specifico riferimento a dieci persone di origine ebraica. La ricercatrice ha pubblicato nel 2007 “Il silenzio e le urla. Vittime siciliane del fascismo. Documenti e testimonianze”.

Memorialistica

Nel corso degli anni diversi siciliani deportati sopravvissuti dai Lager nazisti, producendo memorialistiche, hanno direttamente trasmesso alle nuove generazioni il “racconto” delle drammatiche vicissitudini patite. Si rammentano, tra quelli conosciuti:
“Triangolo rosso. Dalle carceri di San Vittore ai campi di concentramento e di eliminazione di Fossoli, Bolzano, Mauthausen, Gusen, Dachau. Marzo 1944-maggio 1945” (1° edizione 1945) di Don Paolo Leggeri, originario di Augusta (Sr); “Diario di prigionia, un siciliano nei lager” (1984) di Calogero Sparacino, originario di Ribera (Ag); “ Il costo della libertà. Memorie di un partigiano superstite da Mauthausen e Gusen II” (1° edizione 1993) di Nunzio Di Francesco, originario di Linguaglossa (Ct); “ Sul filo della Memoria intervista a Nunzio Di Francecso”, a cura di Adele Bellomia, Ninfa Cangemi, Barbara Nanè, ed. 2011 da Istituto di Istruzione Superiore “ Enrico Mattei” di Avola; “Pagine dal Diario 28 ottobre 1931 – 6 giugno 1932” di Carmelo Salanitro – pubblicato postumo nel 2005, con prefazione di Rosario Mangiameli, a cura della nuora Maria Salanitro, ed. Cuecm; “La tragica avventura. Un siciliano dall’altipiano di Asiago a Gusen II” (2008), di Domenico Aronica, Canicattì (Ag); “ Dachau, matricola n. 113305. Buchenwald: matricola n. 94453. Testimonianza di un sopravvissuto” (Genova, 1995) di Rosario Fucile, originario di Messina; “Memorie 1920-1952” (Torino, 1999), di Alberto Todros, originario di Pantelleria (Tp); “Da Piazza Armerina a Mauthausen” (pubblicazione digitale su Aned, 2005) di Rosario Militello, originario di Piazza Armerina (En); “ Diario di un deportato. Da Dachau a Buchenwald comando Ohrdruf” (1990) di Antonino Garufi, nato ad Altarello (Giarre – Ct) il 13 ottobre 1918. Di grande rilievo sono gli scritti di memoria di Giovanni Melodia, nato a Messina nel 1915, arrestato nel 1939 per attività antifascista, condannato a 30 anni, imprigionato in diversi carceri per ultimo Sulmona, deportato a Dachau, sopravvissuto: tra i vari libri pubblicati “Di là di quel cancello: i vivi e i morti nel Lager di Dachau” (Mursia 1988), “Non dimenticare Dachau: i giorni del massacro e della speranza in un lager nazista” (Mursia, 1993).
Sulla Memoria di Carmelo Salanitro si aggiungono: “Lettere dal carcere di Carmelo Salanitro” di Cristoforo Cosentino, ed. Cuecm, 2005; “L’onore e la viltà, martire del Libero Pensiero” di Pietro Scalisi, ed. 55 Adrano, 2016. Una approfondita ricostruzione dei deportati di Trapani viene fatta da Giuseppe Nilo nel libro “Marsalesi nella Lotta di Liberazione” (Quaderni Anpi 2015). Infine, un libro dedicato a un ungherese – “catanese d’adozione” – “Due eroi in panchina” (2015) di Roberto Quartarone, si racconta dell’allenatore della squadra di calcio del Catania negli 1933-1936 e 1941 Géza Kertész, ucciso dai nazisti e dai fascisti ungheresi delle “Croci frecciate” a Budapest il 6 febbraio 1945, assieme all’allenatore (anche in Italia) Istvan Tòth Potya.

Lager in Italia e Campi di smistamento

Come ben noto, anche in Italia furono operative strutture adibite alla persecuzione, realizzate dai nazisti con il supporto diretto delle organizzazioni militari e di polizia della RSI, a partire dalla fine di settembre 1943. Funzionarono grazie, anche, al tradimento di altri italiani che, vilmente, per fede fascista o per ricevere il soldo della taglia, denunziarono alle milizie della RSI i perseguitati; specialmente ebrei: bambini, uomini e donne.
A Trieste, nella Risiera di San Sabba – stabilimento per la pilatura del riso edificato nel 1913 – in funzione dall’ottobre 1943, fu attivo un Campo di sterminio con forno crematoio messo in funzione il 4 aprile 1944. Furono assassinati circa 3-4000 persone, nella stragrande maggioranza: ebrei, sloveni, croati, triestini, istriani, friulani, parecchi i partigiani. Alla fine di aprile 1945, nei giorni 29 e 30, prima dell’arrivo delle truppe partigiane jugoslave, il forno crematoio e la ciminiera furono distrutte dai tedeschi un fuga con la dinamite. Durante il periodo di occupazione nazifascista furono fatti transitare più di 20.000 deportati, verso i campi di sterminio di Dachau, Auschwitz, Buchenwald.
Verso i Campi della morte furono impiantati quattro campi di smistamento, a Bolzano, Fossoli (Modena), Borgo San Dalmazzo (Cuneo), Grosseto, dedicati ad avviare i deportati nei Lager siti in Germania, Austria e in altre aeree europee.
Consistente il numero dei siciliani fatti transitare da Bolzano, nella gran parte direzione Lager di Mauthasuen.

Molti trasporti di deportati partirono da Milano (binario 21 della stazione centrale), da Bergamo, da Torino. Durante la fase di occupazione nazifascista, centinaia e centinaia di operai delle principali fabbriche di Milano, Sesto S. Giovanni e Torino furono deportati nei Lager. In decine di migliaia “passarono” da questi luoghi verso i luoghi della sofferenza e della morte.

Ruolo istituzionale nella conservazione della memoria

In Sicilia, periferia geografica dei tragici eventi, ormai da parecchi anni si è fortemente affievolito il ricordo degli orrori della deportazione. La Memoria diretta è ampiamente entrata nella fase dell’umana estinzione.
Chi raccoglie il testimone, per rivalorizzare il sacrificio di coloro – uomini e donne – che si sacrificarono per riconquistare la Libertà, per tenere sempre alti nella denuncia i riferimenti ideologici e storici che hanno prodotto l’immane orrore, giusto per continuare a dare significato concreto alla commemorazione della Giornata della Memoria?
Nominalmente non mancano i referenti. Sono le organizzazioni democratiche, associative, politiche e sindacali che, nelle dichiarazioni di statuto e dell’agire, dichiarano di avere come riferimento i Valori costituzionali e il percorso storico che ha permesso di sconfiggere le aberrazioni nazifasciste, asserendo di battersi in difesa dei diritti umani e della libertà contro i razzismi in tutte le sue multiformi specie.

Il ritorno del neofascismo, sotto mentite spoglie è sempre in agguato, oggi più che mai.
I luoghi di studio, scuole e università, proprio perché preparano alla conoscenza le nuove coscienze generazionali, con la finalità di tramandare il bagaglio civile e valoriale, hanno per eletto mestiere un ruolo prioritario. Nel corso degli anni le strutture scolastiche siciliane si sono impegnate ad organizzare molteplici eventi per la Giornata della Memoria con la presenza dei Testimoni diretti sopravvissuti. Nunzio Di Francesco, scampato a Mauthausen, nella sua missione di vita dedicata a narrare ai giovani gli orrori dei Lager, le virtù della pace e della democrazia, fu portavoce di primo piano in moltissime scuole siciliane, fino a un mese prima della sua scomparsa nel luglio 2011. Ora, “esaurito” ormai il contenitore umano della voce diretta, rimane alle scuole un ruolo importante da rinnovare nel metodo, per continuare, implementando conoscenza e riflessione con il coinvolgimento attivo degli studenti. Su questa scia il Liceo Classico Statale “Mario Cutelli” di Catania ha organizzato per l’anno scolastico 2019/2020 la XVII edizione del Premio letterario per studenti dedicato al professor Carmelo Salanitro (ex docente del “Cutelli”), martire antifascista, morto nel Lager di Mauthausen il 24 aprile 1945; il 28 gennaio 2018 sul marciapiede davanti la scuola è stata posta una pietra d’inciampo commemorativa del professore.

Il mondo della Cultura, dell’intellettualità e degli spettacoli, hanno una potenziale rilevante funzione di divulgazione della Memoria sulla deportazione. In Sicilia, ci sono dieci strutture, teatri e fondazioni culturali: Teatro Massimo di Palermo, Teatro Vittorio Emanuele II di Messina, Teatro Massimo Bellini di Catania, Teatro Biondo di Palermo, Teatro Stabile di Catania, Fondazione Orchestra sinfonica siciliana di Palermo, Fondazione Inda di Siracusa, Fondazione Orestiadi di Gibellina, Fondazione Teatro Luigi Pirandello di Agrigento, Fondazione Taormina Arte, che fanno parte dell’ambito pubblico, poiché ricevono fondi dalla Regione siciliana. Spetta a loro, nelle sinergie con gli altri ambiti pubblici, promuovere iniziative di multiforme specie atte a perpetuare la Memoria sugli atroci eventi che furono commessi e dare giusta conoscenza e riconoscimento ai siciliani che ne subirono le tragiche conseguenze.

E’ fondamentale, quindi, la funzione delle strutture istituzionali locali : Regione e Comuni. A loro, in quanto “braccio” operativo diretto per l’esercizio territoriale di competenza dei postulati costituzionali e delle Leggi, nella ricorrenza del 27 gennaio viene affidato un compito essenziale per la valorizzazione della commemorazione e per onorare l’impegno degli uomini e delle donne locali che hanno svolto un ruolo primario per ripristinare democrazia e libertà.
Un ruolo particolarmente significativo dovrebbe essere svolto dalla Regione Siciliana.

Si evidenzia che in data 14 dicembre 2019 da parte del Coordinamento siciliano dell’ANPI – a firma del suo responsabile Ottavio Terranova, vicepresidente nazionale dell’Associazione – è stata inviata una Lettera aperta al presidente della Regione Sicilia Nello Musumuci: “ Attivizzazione della recente memoria storica siciliana. Onorare i patrioti siciliani antifascisti, martiri per la libertà”, con la richiesta di incentivare la promozione delle iniziative necessarie per onorare la memoria dei deportati siciliani nei Campi di sterminio e degli IMI nei Campi di prigionia, sottoposti al lavoro forzato in condizioni di schiavitù.

Infine, nel corso degli anni diversi Comuni siciliani, sensibili alla valorizzazione della memoria della deportazione, hanno organizzato pubbliche iniziative, coinvolgendo i testimoni diretti ancora viventi. Una pratica, che purtroppo, tende ad affievolirsi.

Nella ricorrenza del Giorno della Memoria 2021, in quest’anno infausto dato il virus Covid che continua a accanirsi su tutti noi, in Sicilia in particolare, poiché zona rossa , si è impossibilitati ad onorare con la presenza fisica i tanti nostri concittadini siciliani che furono sacrificati dalla follia omicida nazifascista.

Un pensiero rispettoso a tutti! Sono stati i costruttori della nostra libertà.
Un ricordo speciale al prof. Carmelo Salanitro di Adrano ( Catania) del Liceo Mario Cutelli di Catania che già nel febbraio del 1941 fu condannato dal Tribunale Speciale fascista a 18 anni di carcere, per avere proclamato nel suo “inno alla libertà, il valore universale della pace contro d’ideologia di guerra del fascismo…..Poi, dopo tante traversie carcerarie, fu ucciso nel Lager di Mauthausen il 24 aprile del 1945, pochi giorni prima della liberazione del Lager.

Con la memoria, commossi e partecipi, portiamo “ virtualmente” a tutti i martiri, in tutte le provincie siciliane, un garofano rosso, simbolo di ammirazione, gratitudine e affetto.

  • Lettera Memoria e Libertà
    per Giorno della Memoria 27 gennaio 2021

Tutti dicono Germania Germania”. È morto lo scrittore di Delia ( Cl) Stefano Vilardo

Per similitudine della precedente fase storica, dei “soggetti in causa”, e di anni anagrafici, la scomparsa dello scrittore e poeta nisseno Stefano Vilardo, che si collega con la morte di Emanuele Macaluso ( nativo di Caltanissetta), riporta alla memoria – per chi ne ha coscienza civile e democratica – le condizioni materiali di vita della stragrande maggioranza della popolazione nell’entroterra siciliano negli anni quaranta, cinquanta, e a seguire. Un doloroso “ status” di povertà e sofferenze rimasto immutato nel corso dei secoli, che assimilava, nell’ eguaglianza per fame e tormenti, la gran parte della popolazione siciliana ( e meridionale in genere).

La dittatura fascista era stato lo strumento principale ( ben ricambiato per i professionisti dell’olio di ricino e dai manganellatori vestiti in nero, con larga galera per gli oppositori) affinché i ceti nobiliari , feudatari-latifondisti, proprietari di miniere, lacchè e mafiosi, che da sempre detenevano il potere nell’isola, continuassero a godere i ben ricchi e lauti compensi dei loro “affari” ( monopolisti delle ricchezze prodotte in Sicilia), acquisiti sul più becero sfruttamento dei più.

Non intendo, però, riportare all’attenzione la figura del sindacalista e comunista Emanuele Macaluso, correttamente ben ricordato in questi ultimi giorni dalla gran parte della struttura politica, sindacale e informativa rappresentativa del nostro paese.

Stefano Vilardo, scomparso il 17 gennaio a novantotto anni, fu antico e intimo amico di Leonardo Sciascia. Si erano conosciuti da giovanetti , compagni di banco dell’istituto magistrale “ IX Maggio” di Caltanissetta. Lui di Delia ( Caltanissetta), Leonardo Sciascia di Racalmuto ( Ag) trasferitosi da piccolo con la famiglia nel capoluogo nisseno .

Per molti anni fu maestro elementare, prima a Delia, poi a Caltanissetta e Palermo ( Leonardo Sciascia fu maestro elementare a Racalmuto dal 1949 al 1957).

Fu poeta e scrittore. Alla raccolta “ Primi fuochi” -1955 – seguii l’antologia poetica “ Il frutto più vero” -1960 -,“ Gli astratti furori” nel 1988. Poi, due romanzi: “ Una sorta di violenza” nel 1990 e “ Uno stupido scherzo” nel 1997. Negli successivi altre pubblicazioni, tra cui “ A scuola con Leonardo Sciascia” ( 2012). L’ultimo titolo è del 2016, “ Le nevi di una volta”.

Assunse fama nazionale nel 1975 con “ Tutti dicono Germania Germania” ( ed. Garzanti, riedito nel 2007 da Sellerio), con prefazione di Leonardo Sciascia.

A mio parere un libro epocale, poiché la costrizione e la tragica sofferenza epocale dell’emigrazione viene fatta raccontare direttamente dai cittadini del suo paese, Delia ( attualmente i residenti sono 3953, la punta più alta fu nel 1951 con 7250 abitanti) che, per sfuggire alla miseria e alla fame, furono costretti a vivere quella triste esperienza.

Il libro contiene 42 testimonianze. Non racchiudono ovviamente la cronistoria dell’emigrazione storica del paese. Nello specifico si riferiscono alle vicissitudini emigratorie dei primi anni 60 del secolo scorso.

Gli “sfruttati di sempre” raccontano i grandi dolori delle sofferenze patite. Le condizioni di fame della loro esistenza, le miserevoli condizioni di infame sfruttamento nel lavoro ( nella gran parte nell’agricoltura) o di disoccupazione, l’ improrogabile esigenza di emigrare per fare sopravvivere le proprie famiglie. Molte volte andando incontro all’ignoto. L’emigrazione in Germania e negli altri principali paesi europei avveniva secondo regole e canali ufficiali sanciti da apposite convenzioni internazionali che stabilivano anche le quote numeriche. In parecchi casi non c’erano le condizioni per attenersi alle normative, quindi l’emigrazione avveniva anche in maniera clandestina. In maniera traumatica.

Si attraversavano le montagne confinarie ( Svizzera, Francia…) accompagnati da apposite guide che pretendevano il soldo della propria attività. In molti casi anche durante i mesi invernali, oltrepassando di notte le montagne ricoperte di neve e ghiaccio. Come già avvenuto da gruppi di partigiani durante la Resistenza nella lotta contro i nazifascisti e dai cittadini italiani ebrei che tentavano di sfuggire alla deportazione e alla morte.

Come avviene oggi nelle stesse zone con i profughi migranti provenienti da varie parti del mondo, fuggenti da guerre, fame e desertificazione, che cercano nuove speranze alla loro vita. Un ciclo continuo che caratterizza da sempre la storia della nostra Gaia Terra.

Degli emigrati trattati nel libro di Vilardo parecchi erano gli sconfitti, che avevano partecipato alle grandi lotte contadine di riscatto contro il latifondismo e la mafia – loro braccio armato – che in particolare dalla fine del 1940 ai primi anni del 1950 avevano caratterizzato la Sicilia e nello specifico le aree del nisseno.

Inizialmente l’emigrazione era tutta maschile, poi trovata la sistemazione, in molti facevano venire le famiglie.

Ora, la “parola” a richiami di alcune testimonianze contenute in “ Tutti dicono Germania Germania”.

  • “ Sono partito per la Germania il due ottobre del 1961 che qui non potevo più campare io e la famiglia con quattro bambini. Sono partito da clandestino e non ho passato le montagne a piedi come tanti altri ma d’intrallazzo con le macchine. Centomila in tutto mi è costato…..”
  • In Venezuela feci pochi affari così pensai di andarmene in Germania. Tramite un amico ebbi rilasciato il passaporto e fu una grande grazia chè con tre figli e la moglie ammalata non avevo dove battere la testa. Partii il ventinove maggio del sessantadue…..”
  • Sono arrivato per la Germania da clandestino ma arrivato a Torino mentre tentavo di attraversare la frontiera mi beccarono e fui costretto a ritornare a Delia. Ma a Delia non potevo più campare e tanto feci che sono in Germania….”
  • Facevo il contadino ma la terra si sa che non fa più campare, l’agricoltura è morta, non si contano più i campi abbandonati allora pensai di emigrare. Per avere la tessera come turista ho dovuto vendermi come una puttana. A Francoforte…..”
  • ….Finita la raccolta portai a casa una miseria, otto salme di frumento e sette di fave. In Germania oh spavento trovai un ammasso di fabbriche mai visto e qui in Sicilia ci abbiamo i letamai…..”
  • Ero ritornato dal Venezuela per non emigrare più ero stufo di quella vita da zingaro ma qui non si poteva più campare né con l’industria né con l’agricoltura, così sono stato costretto ad emigrare un’altra volta. In Germania….”
  • “ Son partito per la Germania nel sessantuno chè non avevo lavoro. Quando facevo una giornata per due giorni poi restavo a spasso. Facevo il manovale guadagnavo millecinquecento lire al giorno, in Germania invece tre marchi e mezzo l’ora. Siccome avevo un contratto di lavoro…”
  • “ Se avessi potuto lavorare qui tirare avanti la vita in Germania non sarei andato. Io qui zappavo la terra sempre rendava male, male, e poi con tre bambini…..e così sono emigrato a Francoforte…”.
  • Non riuscivo a campare qui. Lavoravo in miniera a Ramilia per un salario di fame…..decisi di scappare in Germania…..”
  • “ Sono partito per la Germania nel 1958 da clandestino chè non sapevo come fare per campare la famiglia e curare la moglie ammalata. Eravamo in otto e passammo le montagne come cani bastonati. Ma Dio volle che arrivammo sani e salvi alla Saar….”
  • “Veramente non avevo volontà di emigrare, avevo combattuto due guerre e immaginavo i sacrifici che avrei dovuto fare all’estero. La necessità i bisogni della famiglia mi spinsero in Germania….Dormivo in una baracca priva di acqua, di cesso, come disabitata, buone per gli animali….”
  • “ Avevo diciassette anni e mai ero uscito da casa ma volle così la mia sventura chè con il mestiere di contadino lavoravo alla mattina alla sera e non potevo mai saziarmi nemmeno di pane e cipolla. La sera ero sempre senza un soldo in tasca che non potevo comprarmi una sigaretta. Disperato partii per la Germania da clandestino. Per attraversare le montagne feci dodici ore di cammino a piedi soffersi molto ma appena arrivato…..”
  • “ Lavoro in una fabbrica di Mains siamo in seimila tra uomini e donne, una grande fabbrica. Facciamo il nostro dovere e ci rispettano tutti, capireparto, ingegneri. Però dormiamo male in una stanza di sedici metri quadri dormiamo in sei persone, brande a castelletto. Ci cambiano le lenzuola ogni quaranta giorni, siamo considerati come prigionieri guerra…….”
  • “ Il quindici gennaio del sessantuno partii per la Germania mi pareva tutto chiaro invece non trovai che spine. Nella fabbrica dove lavorava mio figlio non mi volevano imbocciare, mi dissero sei vecchio e il lavoro è pesante, provatemi risposi che ho cinque figli da campare se non riesco mi licenziate. Mi imbocciarono……”
  • “ …MI sposai ma subito scappai in Germania per andare ad affannarmi il pane. Partii da clandestino con tre paesani senza guida che uno di noi conosceva la strada. Camminammo due giorni in mezzo alle montagne con la paura che la finanza ci scoprisse, poi arrivammo a Modane in Francia……”

n.b. I richiami riportati si riferiscono alle testimonianza: 2,3,15,17,18,20,1, 6,7, 12,13, 14, 40, 42

Il “fuoco” del tutti dicono Germania, Germania covava ancora, forte, nella seconda parte degli anni sessanta. Io stesso ne fui coinvolto. Alla fine del 1967, appena diplomati all’istituto tecnico industriale di Catania, in cinque della stessa classe, andammo in Germania. Restammo un anno. Nell’esperienza lavorativa, tra l’altro molto particolare, la prima in essere, si toccò con mano la vita e il dolore che caratterizzavano le grandi schiere degli emigrati siciliani e meridionali in genere. Ancora,in molti, in quegli anni si comunicava con le famiglie solo con lettere e francobolli.

Giusto per forgiare le coscienze politiche degli anni seguenti.

L’emigrazione non si è mai fermata. E’ continuata sempre, anno dopo anno, uno stillicidio imponente, verso le aree del nord Italia e dell’Europa in particolare. In alcune centinaia di migliaia sono andati via nel corso degli ultimi vent’anni. Dal 2012 in almeno centomila si sono stabilizzati all’estero. La Germania è sempre la meta più frequentata. La “marcia” funesta è sempre in atto. L’ultimo rapporto Migrantes fotografa bene la situazione in atto. Un siciliano su sette vive all’estero. Su una popolazione di circa 5 milioni di abitanti 784.000 vivono all’estero, mantenendo la cittadinanza italiana.

I professionisti politici del veleno migratorio attualmente in auge ( verso l’Italia) hanno costruito le loro sventurate fortune. Per Loro, i nostri migranti, come sempre, sono solo carne da macello.

domenico stimolo

È morto Emanuele Macaluso. Lo storico dirigente del Pci aveva 96 anni.


“A Natale aveva avuto un problema al cuore, che sembrava risolto, ma la notte prima di lasciare la clinica era caduto”, scrive Concetto Vecchio su la Repubblica, prima a dare la notizia.

Nato a Caltanissetta, Macaluso si iscrisse al Partito Comunista d’Italia prima della caduta del Regime fascista. Iniziò la sua carriera politica nel 1951 come deputato regionale siciliano del Partito Comunista Italiano. Membro della corrente riformista (o, come egli preferiva, migliorista) del partito, di cui faceva parte anche Giorgio Napolitano, nel 1960 entrò nella Direzione del partito.

Capo della Cgil siciliana con Di Vittorio, nel comitato centrale del Pci con Togliatti, capo dell’organizzazione con Longo, direttore dell’Unità con Berlinguer, amico di una vita di Napolitano. Divenne comunista in seguito a una malattia “Una notte cominciai a vomitare sangue. Mi portarono in sanatorio. Tubercolosi. Mi facevano dolorose punture di aria per immobilizzare i polmoni, nella speranza che la ferita guarisse. Quasi tutti i ragazzi che erano con me morirono. Io sognavo di arrivare a trent’anni. Il sanatorio era in fondo al paese, da lontano si vedevano i passanti con il fazzoletto premuto sulla bocca. L’unico amico che mi veniva a trovare, Gino Giandone, era comunista”, raccontò ad Aldo Cazzullo. Prese la tessera del Pci nel 1941, quando il partito era clandestino.

Parlamentare nazionale per sette legislature (1963-1992), fu anche direttore de l’Unità dal 1982 al 1986. Per quindici anni, fino alla chiusura nel 2010, direttore del mensile Le ragioni del socialismo, ed editorialista de Il Riformista dal 2011 al 2012.

VIDEO – Morte Macaluso, l’omaggio del Senato. Conte: “Un grande protagonista della vita politica e culturale italiana”

“Si è spento il faro. Resta la scintilla. Per quel poco di luce che ha fatto o che farà, nella mia vita, la luce è sua”. Lo scrive in un post su Facebook il ministro per il Sud e la Coesione Territoriale Giuseppe Provenzano.

“Ho incontrato Macaluso solo negli ultimi anni della sua vita, apprezzando lo straordinario esempio di cultura, ironia, vis polemica. Un grande siciliano, una perdita per la sinistra italiana”. Lo scrive su Twitter il commissario europeo Paolo Gentiloni.

“Addio caro compagno”. Così su Facebook Enrico Rossi, ex presidente della Toscana e attuale commissario del Pd in Umbria.

“Ci ha lasciato Emanuele Macaluso, storico dirigente del Pci. Un comunista riformista, strenuo combattente per i diritti e la dignità della sua Sicilia, spirito libero e anticonformista, ha dedicato ogni sua energia alla democrazia e alla libertà. Un ultimo saluto con gratitudine”. Lo scrive su twitter Piero Fassino.

“Che tristezza. Un grande protagonista che ci lascia. Un pensiero aperto, intelligente e sempre originale. Aggiungo, come nota personale, un vicino di casa amato e coccolato da tutto il quartiere. #Testaccio. #Macaluso”. Lo scrive su twitter Enrico Letta.

L’Aula del Senato, su richiesta del capogruppo Pd, Andrea Marcucci, ha ricordato Emanuele Macaluso con un minuto di silenzio in apertura di seduta.

“Anche io mi associo al ricordo di Emanuele Macaluso che è stato qui per tanti anni prima come senatore, poi come giornalista. Penso che anche chi non ne ha condiviso le idee possa dire che è stato un grande protagonista della storia politica italiana”. Così il presidente del Consiglio Giuseppe Conte nelle sue comunicazioni nell’aula del Senato in occasione della crisi politica e il dibattito sulla fiducia.

Fonte: https://www.huffingtonpost.it/entry/e-morto-emanuele-macaluso_it_60069066c5b6df63a9199d25