Muore il partigiano di San Cataldo, Cav. Giuseppe Riggi.

Con dolore abbiamo appreso la triste notizia della scomparsa del partigiano sancataldese Cav. Giuseppe Riggi, nome di battaglia “Ricciardi”.
Il suo esempio, la sua lotta contro il nazifascismo resteranno per tutte e tutti noi, per la società civile un faro luminoso di libertà ed impegno per la democrazia. Avremo cura dei semi piantati e continuiamo per la strada che con sacrificio e spirito di servizio lui e i partigiani e le partigiane hanno tracciato.
Abbracciamo con affetto la sua famiglia.
Per sempre grati, per sempre grate.


Comitato Provinciale ANPI Caltanissetta
Sezione Anpi di San Cataldo “Sandro Pertini”
Sezione Anpi di Caltanissetta “Gino Cortese”.

Chi era Giuseppe Riggi?

Nato a San Cataldo il 19 novembre 1920, nelle campagne dell’entroterra siciliano viene arruolato all’età di vent’anni nel Regio Esercito ed assegnato alla 15° Compagnia di Sussistenza il 12 gennaio 1941. Il 29 febbraio dell’anno successivo, parte con la 53° Squadra panettieri nella drammatica campagna di Russia, che lo segnerà per tutta la vita e gli farà maturare al suo ritorno in Italia, l’adesione alle formazioni partigiane nelle squadre operanti nel territorio tra Lodi e Cremona.

Dopo l’8 settembre 1943 inizia attivamente le operazioni di contrasto alle forze nazifasciste nell’ambito della guerra di liberazione italiana con il nome di battaglia “Ricciardi”. Di quei mesi vissuti, indimenticabile è la data del 26 luglio 1944, quando nei pressi di Spino D’Adda (CR), Ricciardi e i suoi compagni furono accerchiati dai fascisti. Quest’ultimi riuscirono a catturare, dopo un duro conflitto a fuoco, alcuni dei compagni; seppur ferito di striscio, il partigiano sancataldese riuscì a scappare. Nella stessa giornata i suoi compagni ed altri catturati partigiani patrioti furono trucidati dalle forze di oppressione fasciste. Una pagina di storia che rimembra la strage più sanguinosa compiuta dai fascisti nel lodigiano, escludendo le stragi nazifasciste dei giorni dell’insurrezione.

Alla notizia che i corpi di Benito Mussolini, Claretta Petacci e degli altri gerarchi fucilati nel pomeriggio del 28 aprile 1945 erano stati esposti nella notte a Piazzale Loreto, Riggi assieme ai suoi compagni si reca a Milano, rendendosi conto con i propri occhi che era finalmente finita e l’Italia era libera. Il 30 aprile 1945 partiva a piedi per attraversare l’Italia e tornare nella sua amata Sicilia.

In congedo illimitato si è dedicato all’attività di contadino, partecipando attivamente alle attività sindacali, diventando uno tra i fondatori della Camera del Lavoro di San Cataldo. Tanti negli anni i riconoscimenti dello Stato di cui è stato insignito: “Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana”, Diploma d’Onore di “Combattente per la Libertà d’Italia 1943-1945” con il riconoscimento di “Partigiano Combattente” e la “Medaglia della Liberazione” in occasione del 70° anniversario della Guerra di Liberazione e della Resistenza.

Un secolo intero dalla parte giusta della storia, da comunista e da antifascista – dichiara Giuseppe Cammarata, presidente del Comitato Provinciale di Caltanissetta dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia in difesa del diritto più grande, di cui noi tutti siamo eredi: la libertà. Se oggi viviamo in un Paese democratico e libero, lo dobbiamo a questi eroi che hanno lottato ai tempi e invogliano noi e le future generazioni a resistere per le stesse battaglie”.

Se tutti vanno via: la storia del partigiano Liborio Baldanza

Carissimi è stata annunciata l’uscita per il prossimo mese di Giugno 2021 di un interessantissimo
prezioso libro su un partigiano delle Madonie per i tipi della casa editrice Arianna di Geraci Siculo.
Un libro che restituisce una figura eroica alla storia della partecipazione siciliana alla lotta di
liberazione dal nazifascismo.


E’ il libro del Prof. Giuseppe Vetri “Se tutti vanno via” che leggo con felice enorme
interesse. Con un serio lavoro approfondito di ricerca l’autore racconta la storia
straordinaria di un giovane, Liborio Baldanza nato nel 1899 a Geraci Siculo. Ci viene
ricostruita la figura umana e politica di “Libero” che è il nome di battaglia che si sceglie
Baldanza, ci viene restituita la importantissima vicenda umana di un partigiano, della sua
vita, della sua compagna e moglie Anna Perret, del figlio Dimitri, delle sue lotte con i
compagni per la libertà nella sua Sicilia e poi al Nord nella Milano industriale dove Libero è
uno tra i dirigenti del PCI a Sesto S. Giovanni, poi in Sizzera e in Francia, fino al suo calvario e
alla sua fine lungo la “via della morte” a Mathausen dove viene deportato e ucciso finito da
due SS con un colpo alla nuca.


Sì Giuseppe Vetri con Baldanza restituisce alle montagne Madonite e alla Sicilia pagine
gloriose di Storia con le quali ricostruisce momenti decisivi della battaglia antifascista della
Resistenza Italiana ed Europea.
Con Vetri leggiamo quanto sia forte l’antifascismo nella classe operaia in Italia: a Milano dove si dà
vita ai “Cnl di fabbrica” con i compagni Casiraghi e Mantelli, Baldanza diventa redattore del
giornale clandestino “Il risveglio”. Libero è uno fra i dirigenti del PCI a Sesto S. Giovanni
Ci piace ipotizzare che Libero Baldanza, attraverso i canali della lotta clandestina antifascista, abbia
potuto, quando era a Milano, mettersi in qualche modo in contatto con i suoi compagni del
cantiere navale di Palermo per concordare, anzi tentare di anticipare, come storicamente in effetti
avviene, il primo sciopero in Italia sotto il fascismo che si realizza proprio al cantiere navale di
Palermo “addirittura il 7 febbraio del 1943” (in quaderni dell’ANPI Sicilia “Dai Fasci siciliani alla
Resistenza”, 2014, pg. 22).


Riteniamo che col suo “Se tutti vanno via”, l’autore Giuseppe Vetri abbia, con le sue ricerche, con
gli interrogativi che con saggia discrezione ci pone, aperto una delle pagine più importanti della
Storia Italiana: Perché questo muro di negazione della storia per ben oltre settanta anni ?.
Ritengo che una indicazione in questo senso, il prof. Vetri ce la abbia già voluta dare con le frasi
che seguono: “Liborio trascorre l’infanzia in un contesto sociale di emigrazione: uomini, donne,
minori, famiglie che partono ogni mese da Geraci per procurare “un pezzo di pane” ai tanti figlioli e
cominciare a “vivere da cristiani”. “Tra il 1895 e il 1906 moltissimi gruppi famigliari perdono
componenti di tutte le età. Emigrano anche alcuni Baldanza e il cognome si diffonde in
varie regioni italiane, in USA, in Argentina. Una Mrs. Baldanza è stata segretaria del
presidente americano Obama”.


Si tra il 1895 e il 1906 moltissimi gruppi famigliari perdono componenti di tutte le età.
Emigrano. E’ il dramma della conclusione terribile ed amara della Storia dei “Fasci
Siciliani”. Il primo grande movimento di lavoratori in Italia. Il primo grande movimento di
lavoratori in Europa dopo la Comune di Parigi. Movimento che vide una straordinaria
partecipazione delle donne stroncato nel sangue per volontà della monarchia sabauda e
dal Crispi, infelice Presidente del Consiglio, in uno scellerato connubio con elementi della mafia.
Lo ritengo un appassionante importante contributo storico e umano per il recupero di una
memoria negata e per il conseguente disvelamento della Storia della partecipazione
siciliana e meridionale alla lotta nazionale di liberazione. Segna un passaggio storico
importante anche perché rende giustizia a un popolo segnato da una lunga catena di
stragi, dall’ orrendo connubio criminalità mafiosa e stato e dalla fin qui pesante negazione
della Storia. Angelo Ficarra Presidente vicario Anpi Palermo.
Per i morti della Resistenza: Qui vivono per sempre gli occhi che furono chiusi alla luce perché tutti
li avessero aperti per sempre alla luce. G. Ungaretti

“Carmen torturata. Carmen non parla”

Maria Teresa Sega

dal sito di ANPI Nazionale “ Patria INDIPENDENTE”

https://www.patriaindipendente.it/

Nel dopoguerra la maggior parte delle violenze efferate subite dalle partigiane per mano fascista vennero derubricate in Cassazione a “offese all’onore e al pudore della donna” e cancellate dall’amnistia. In molte riusciranno a raccontare solo molto tempo dopo, non a caso negli anni 60 e 90 del secolo scorso. Diventando “militanti della memoria”, come i sopravvissuti ai campi di sterminio.

Gennaio 1947. Nella seduta dell’Assemblea Costituente si discute l’ammissione delle donne in magistratura (art. 98). Non un atto rivoluzionario, piuttosto di coerenza, dal momento che l’articolo 51 sancisce il diritto della donna di accedere a tutte le cariche elettive e agli uffici pubblici. Le deputate comuniste Maria Maddalena Rossi e Teresa Mattei propongono l’emendamento “Le donne hanno diritto di accesso a tutti gli ordini e gradi della magistratura”. La proposta venne respinta. Secondo alcuni deputati le donne sono incapaci di giudizio obiettivo.

“Dopo tante prove date in questi anni, non avremmo il diritto di scandalizzarci per questa esclusione?” si indigna la relatrice Rossi e cita una sentenza pronunciata in Corte di Cassazione: nel processo a un capitano delle Brigate Nere fasciste che aveva lasciato violentare dai suoi sgherri una partigiana a occhi bendati e mani legate, i magistrati avevano valutato il reato non come sevizie ma solo oltraggio al pudore e pertanto soggetto ad amnistia

La Corte di Cassazione, riesaminando le sentenze delle Corti di Assise Straordinarie (1945-46), derubricò molte violenze sessuali da “sevizie efferate” a “offesa all’onore e al pudore della donna”, reato minore, permettendo così l’estinzione del reato. Sarebbe accaduto se vi fossero state giudici donne?

Che cosa provava dentro di sé ascoltando queste parole Teresa Mattei, la più giovane deputata eletta alla Costituente (era nata nel 1921), partigiana dei Gap fiorentini, che nel marzo ’44 mentre stava tornando da una missione a Roma, venne fermata da soldati nazisti e portata in carcere a Perugia, seviziata e “orrendamente violentata”? Solo dopo 50 anni – intervistata nel 1997 da Gianni Minà per Rai cultura – parlò della violenza subita: “non ho detto niente alla mia famiglia per non aggiungere altro dolore a quello della perdita di Gianfranco”, il fratello morto suicida a via Tasso per non rivelare sotto tortura i nomi dei compagni.

Teresa riuscì a fuggire con l’aiuto di un gerarca fascista incredulo che una “così brava ragazza” fosse partigiana, riprese la sua attività nella Resistenza e partecipò alla Liberazione di Firenze al comando di cinquanta combattenti.

Preservare le persone care dal dolore, assieme al bisogno di confinare il ricordo nella zona oscura dell’oblio per poter continuare a vivere, sono motivazioni forti che inducono le donne violate al silenzio. E ancora. A condizionarle ci sono il senso di vergogna, il timore di incomprensioni, l’essere sospettate di non dire la verità, l’essere considerate come contaminate dal nemico, subire la riprovazione sociale per aver oltrepassato i limiti imposti al loro genere. “Per secoli l’offesa al corpo femminile – ha scritto la storica Anna Di Gianantonio – è stata vissuta con un sentimento profondo di annullamento e di totale perdita di dignità, ma anche con un forte e profondo senso di colpa, come se la vittima portasse con sé, oltre al dolore, l’oscura colpa di essersi messa nelle condizioni di subire la violenza stessa, assumendo dei comportamenti potenzialmente pericolosi per il suo sesso”.

C’è anche l’esigenza di sottrarsi all’ulteriore violenza di rendere pubblico ciò che attiene alla sfera intima e privata. Per questo è importante costruire contesti capaci di rendere possibile il racconto, come la dimensione relazionale tra donne e l’ascolto partecipato che le ricercatrici hanno adottato nella pratica della storia orale. C’è voluto tempo e il mutare delle condizioni culturali perché si aprisse quello spazio di senso, consentendo a molte di quante avevano vissuto esperienze eccezionali ed estreme, come la violenza e la tortura, di includervi le loro storie. Perché il limite tra il dicibile e l’indicibile è mutevole: c’è un tempo per l’oblio e un tempo per la memoria, come è stato per i sopravvissuti dei campi di sterminio, e al silenzio subentra talvolta l’urgenza di testimoniare. Partigiane che a lungo avevano taciuto cominciarono a raccontare quando – a partire dagli anni 60 – videro i fascisti rialzare la testa, o negli anni 90, quando il revisionismo storico cominciò a mettere sullo stesso piano le ragioni della Resistenza e quelle dei miliziani di Salò e il revisionismo politico a mettere in discussione i valori per i quali avevano combattuto. La volontà di ricordare diventò allora atto politico di risposta alla rimozione di ciò che è stato il fascismo (e ciò che sono stati i fascisti!) e l’esigenza di verità e giustizia le ha spinte a diventare “militanti della memoria”, rivolgendosi soprattutto ai giovani.

Tea Palman, partigiana bellunese torturata durante la prigionia e poi deportata, portava dentro un senso drammatico della Resistenza che la tratteneva dal raccontare interamente ai ragazzi delle scuole le violenze subite, per “non far loro troppo male”. Ma di fronte al susseguirsi di stragi e bombe neofasciste, sentì il suo essere ribellarsi, doveva fare qualcosa. Per questo scrisse il diario della sua prigionia, che inizia con queste parole: “Mai come ora sento il bisogno di raccontare, di scrivere, cos’è stato per noi giovani, per Trichiana, per me, il periodo della Resistenza”.

Ci sono silenzi che rimangono ostinatamente tali, quando la violenza subita rimane indicibile, un grumo oscuro che non si riesce a sciogliere nemmeno a distanza di anni, perché c’è qualcosa di inumano nella violenza estrema che non può essere tradotto in parola: un diritto all’oblio che intendiamo rispettare, accettando un limite alla nostra volontà di conoscere. E accogliere il dolore.

Molte delle partigiane che hanno testimoniato ai processi del dopoguerra (e non tutte l’hanno fatto) contro i loro torturatori, poi non ne hanno più parlato per non riaprire la ferita.

Ha scritto Erminia Gecchele, ancora impressi nel corpo e nella psiche i segni profondi delle torture, per giustificare il silenzio: “Parlare di cose tristi, a grande distanza di tempo, rinnova nello spirito la sensibilità di allora. Con orrore, come una visione di sogno in un mondo di fantasia, passa davanti a noi la nostra storia, a colori marcati, a tinte lugubri, a visioni raccapriccianti; passa chiara e viva. Ci fa pensare, soffrire, godere, amare e disprezzare, e qualche volta spinge anche il nostro io a un’ardita ribellione all’opera dell’uomo, che a volte si innalza al di sopra delle stelle, a volte si abbassa al di sotto dei bruti”.

Erano passati 25 anni, ma il ricordo era ancora bruciante e doloroso per la partigiana Erminia, arrestata nel dicembre ’44 mentre era in missione e portata alle carceri di Vicenza dove “iniziò il calvario: l’alternarsi di interrogatori e torture”. Poiché resistette, venne condotta a Palazzo Giusti a Padova “alla scuola del maggiore Carità e delle sue degenerate figliole. Solerti e instancabili ideatrici e operatrici delle più vergognose, barbare operazioni, prodotti indimenticabili di esclusiva marca fascista”.

Dal ’45 gli ex detenuti di Palazzo Giusti si incontravano ogni anno, ma col passare del tempo avvertirono il timore di non tener fede alla promessa fatta allora di non dimenticare, così decisero di scrivere, dal momento che “nessun documento è rimasto a testimoniare quanto avvenuto nelle celle, nel salone, negli uffici di Palazzo Giusti, avendo Carità e i suoi uomini distrutto ogni prova dei loro misfatti”, spiega Taina Dogo nell’introduzione al libro Ritorno a Palazzo Giusti.

In anni recenti, le istruttorie dei processi delle Corti di Assise Straordinarie di Padova e di Lucca contro i componenti della banda Carità sono state studiate da Riccardo Caporale e quelle della Corte di Assise di Vicenza da Sonia Residori. Ne risulta una sequela di atti efferati che rivelano la volontà dei fascisti, ben oltre lo scopo strumentale di estorcere informazioni, di umiliare esseri umani totalmente in balìa del loro potere, della loro rabbia e della loro perversione.

Il “crudele burattinaio”

Mario Carità, già confidente politico della questura, si era presentato subito dopo l’8 settembre alle autorità tedesche ed era entrato al loro servizio come ufficiale di collegamento con l’esercito nazista. Assunse quindi il comando del costituendo Reparto Servizi Speciali (RSS), dipendente dalla XCII legione, con compiti polizieschi per stroncare la Resistenza. Dopo aver occupato varie sedi, nel gennaio del 1944 il reparto si stabilì a Firenze, nella poi divenuta come “Villa Triste”, in via Bolognese 67. Attorno a sé Carità raccolse 200 uomini, reclutando anche criminali nelle carceri e nei manicomi e il reparto – denominato Ufficio di Polizia Investigativa (UPI) della Guardia Nazionale Repubblicana – iniziò a seminare terrore e morte.

Il 1° marzo ’44, durante lo sciopero generale organizzato dai Cln, il più grosso sciopero effettuato nell’Europa occupata, le maestranze della Manifattura Tabacchi di Firenze si astengono dal lavoro. Carità, accompagnato dal prefetto Manganiello, entrò nella fabbrica con i suoi sgherri prendendo a pugni e calci le operaie.

La gappista Tosca Bucarelli, arrestata per delazione mentre stava portando la bomba per un’azione, durante gli interrogatori fu picchiata in modo così feroce da Carità e dai suoi uomini (e donne!) da lasciarle lesioni permanenti: “Fu prima il Carità che mi dette due pugni poi siccome avevo il cappotto si accorsero che sentivo poco male ed allora mi fecero spogliare facendomi restare in sottabito, picchiandomi a più non posso. Il Capitano tedesco con la cinghia, Carità con un bastone quadrato; il Perotto Mario fu il più violento e credo sia stato lui a rovinarmi nella salute. Mi ridussero in uno stato pietoso e sanguinante da tutte le parti. Mi diedero dei colpi al fegato. Io per le torture subite cascai per terra. Poi la Nara Bechelli cominciò ad eccitare gli uomini a picchiarmi dicendo che io non volevo bene ai tedeschi e mi prese per i capelli con la Milly”.

Anna Maria Enriques Agnoletti, sottoposta ad atroci torture per settimane a Villa Triste, venne fucilata il 12 giugno ’44 assieme ai compagni di Radio Cora, l’emittente clandestina del Partito d’Azione.

In seguito all’avanzata degli Alleati da sud e alla Liberazione di Roma, Carità decise di abbandonare la Toscana per il Veneto e nel novembre ’44 si stabilì, dopo una breve sosta a Rovigo, a Padova, dove operava il Comitato regionale del Movimento di Liberazione, con un distaccamento a Vicenza. Utilizzando metodi consolidati, quali lo spionaggio e la tortura, la banda riuscì a disarticolare l’organizzazione della Resistenza veneta e ad arrestare, nel gennaio ’45, i vertici del Cln regionale e dei Cln provinciali. Tra i prigionieri vi furono molte partigiane, a cui non venne risparmiata nessuna delle torture inferte ai compagni, ma si infierì su di loro con un di più di umiliazione e un accanimento che tradisce la volontà di dominio totale, fisico e simbolico, sul corpo femminile: denudate davanti alla sbirraglia sghignazzante, schernite, picchiate in posizioni umilianti, violate. Sembra fosse intollerabile per i fascisti la ribellione e il coraggio femminile, una sfida al loro potere.

Leggendo le testimonianze rese ai processi delle Corti di Assise Straordinarie, scorre sotto i nostri occhi un catalogo degli orrori: pugni e calci sul ventre, botte con nerbo di bue, scosse elettriche, bruciature con ferri roventi, slogature… stupri.

Il denudamento veniva usato come forma di tortura, violando il loro pudore, con maggior godimento se si trattava di ragazze cattoliche come Ida D’Este, staffetta veneziana che aveva scelto come nome di battaglia “Giovanna”, la santa guerriera. Nel diario della sua resistenza – dalla prigionia a Palazzo Giusti alla deportazione nel campo di Bolzano – Ida descrive con efficacia e persino con ironia l’escalation di violenze a cui fu sottoposta: “Dopo un crescendo di sberle, pugni, comincia il preludio al secondo motivo: le scosse. Mi sembra improvvisamente che dal busto in su il corpo si paralizzi completamente, muoia, è come se tutte le cellule della mia carne si disgregassero, esplodessero in aria. Il cuore si arresta, sobbalza, attende che tutto il corpo, che lo tiene prigioniero, si dissolva per schizzar fuori anche lui. Vedo queste braccia, che non mi ubbidiscono più, scattare da sole con mosse improvvise, da marionetta, come se un crudele burattinaio le scuotesse infuriato”.

Esasperati dal suo ostinato silenzio gli aguzzini giocano l’ultima carta: spogliarla nuda. “Vedo occhi protendersi, trafiggermi, scintillare di sensualità. Sghignazzano, deridono, insultano. Le donne (ma sono donne o mostri?) ridono allegramente. Le braccia conserte per nascondere il seno, la testa curva per non vedere nessuno, chiudo gli occhi; prego. Mi hanno raccontato da piccola che in un’identica situazione a sant’Agnese crebbero lunghissimi i capelli in un manto morbido e pudico, i miei si rizzano in testa! Maledetta permanente! Mi palpeggiano e commentano la solidità della mia carne. Una vacca al mercato è più rispettata. Ora non ho più il capo piegato, guardo fiera negli occhi i miei torturatori. Sono loro gli immondi, loro che debbono vergognarsi, non io che subisco e soffro. Curva sotto i colpi delle cinghie non sento assolutamente nulla”.

“Sono e sarò sempre una compagna”

Nel gennaio del ’45 Noris Guizzo è portata a Palazzo Giusti. Originaria di Selva del Montello (TV), nel settembre ’43 si trovava a Torino, dove era andata a lavorare. Entra in contatto con le formazioni partigiane, quindi opera come staffetta delle “Matteotti”. Tornata a Selva, si unisce al gruppo di partigiani del fratello e nell’aprile ’44 diviene staffetta della “Mazzini”, nome di battaglia “Carmen”. Con il gruppo del comandante Francesco Sabatucci “Cirillo” partecipa ad azioni di guerra per liberare compagni prigionieri, tra cui il capitano Francesco Pesce “Milo”, che poi diverrà comandante della Divisione “Nannetti” in Cansiglio. Impegnata come staffetta per portare ordini e tenere collegamenti, agisce  senza evitare la prima linea, impavida e coraggiosa. Nel novembre ’44 Carmen è tradita da un ex partigiano che, essendosi dato a furti e rapine era stato processato dagli ex compagni e per sfuggire alla fucilazione si era arruolato nella Brigata Nera di Treviso.

Durante l’interrogatorio è impossibile per Carmen negare, così si chiuse in ostinato silenzio. Per piegare la sua resistenza, gli aguzzini ricorrono a uno strumento di tortura denominato “corona di spine”: legata sulla sedia le calzano una catena di ferro intorno alla testa, stringendola sempre più con una leva infilata tra le maglie. Il cervello stava per scoppiare, ma non una parola esce dalla sua bocca, tanto che si diffonde tra i compagni la voce: “Carmen torturata. Carmen non parla”. Il 28 dicembre trova il modo di far uscire clandestinamente dal carcere una lettera ai compagni in cui rivela i nomi dei traditori e dei compagni fucilati, quindi racconta di sé: “Io sono già a 40 giorni di prigionia ed è indescrivibile quello che ho passato, torturata a sangue, ma ho sempre negato e ormai ero convinta di morire, quando una sera fui chiamata all’Ufficio Politico e alla presenza di “Lince” e altri quattro di questi briganti e carnefici, incominciai il sesto interrogatorio; io continuavo a mentire e Lince insiste a forza per farmi parlare: Solo lei conosce quella gente. Io morivo dall’angoscia: trovarmi per la prima volta di fronte a un (ex) compagno capace di tanto. Mi vengono messe le catene in testa, ciò che nessun essere umano lo può sopportare; e io continuo a dire: Fucilatemi io non so niente. Ora sarò processata. Spero di cavarmela o con le carceri o in Germania; ovunque sia, sono e sarò sempre una compagna”.

Ma per lei non era finita: trasferita a Padova viene sottoposta a torture ancora più crudeli, infierendo sul suo corpo di donna con una brutalità inimmaginabile, spegnendo in lei la vita senza darle la morte. Confesserà un giorno a un amico: “La cosa terribile è che mi hanno messo un ferro rovente nell’utero: mi hanno bruciato tutto. Ora sono come una pianta secca: non posso più fiorire e dare frutti. Ho tentato due volte di uccidermi. Una volta impiccandomi e un’altra sparandomi un colpo qui, con la mia disperazione”.

Dopo la guerra Carmen cerca di costruire un progetto di vita ed emigra a Buenos Aires con il fratello, la sorella e il futuro marito. Conosce l’amore, ma non può avere figli. Morirà sola, a 47 anni, in circostanze misteriose. Carmen la combattente bella e fiera. Carmen che non tradì i compagni. Carmen straziata. Fiorisci nella nostra memoria.

Maria Teresa Sega, storica dei movimenti delle donne in età contemporanea, Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea, autrice e curatrice, tra gli altri, di Eravamo fatte di stoffa buona. Donne e Resistenza in Veneto, edizioni Nuovadimensione, 2008; Se questa è una donna. Violenza memoria narrazione, Cierre edizioni, 2010; Voci di partigiane venete, Cierre edizioni, 2017; Il banco vuoto. Scuola e leggi razziali. Venezia 1938-45, Cierre edizioni, 2018


Bibliografia

Patrizia Paini, Teresa Mattei. Una donna nella storia: dall’antifascismo militante all’impegno in difesa dell’infanzia, Tesi di Laurea, nel sito del Consiglio regionale toscano, Commissione Pari Opportunità
Simonetta Soldani, Teresa Mattei “Chicchi”, in, I deputati toscani all’Assemblea Costituente, a cura di P. L. Bellini, Ed. dell’Assemblea 2008
A cura di Taina Dogo, Ritorno a Palazzo Giusti. Testimonianze dei prigionieri di Carità a Padova 1944-45,  La Nuova Italia 1972
Riccardo Caporale, La Banda Carità. Storia del reparto Servizi Speciali 1943-45, Edizioni San Marco 2005
Sonia Residori, Il coraggio dell’altruismo. Spettatori e atrocità collettive nel vicentino 1943-45, Centro studi Berici, Vicenza, 2004
Federico Maistrello,‘Carmen’. Una donna nella Resistenza, Istresco, 2006
A cura di M. T. Sega Eravamo fatte di stoffa buona. Donne e Resistenza in Veneto, Nuova Dimensione 2008
Ida D’este, Croce sulla schiena, (1953), Cierre 2018
Michela Ponzani, Guerra alle donne. Partigiane, vittime di stupro, “amanti del nemico” 1940-45, Einaudi 2012, 2021

Moni Ovadia: “Politica Israele infame e senza pari, strumentalizza shoah”

“La politica di questo governo israeliano è il peggio del peggio. Non ha giustificazioni, è infame e senza pari. Vogliono cacciare i palestinesi da Gerusalemme est, ci provano in tutti i modi e con ogni sorta di trucco, di arbitrio, di manipolazione della legge. E’ una vessazione ininterrotta che ogni tanto fa esplodere la protesta dei palestinesi, che sono soverchiamente le vittime, perché poi muoiono loro, vengono massacrati loro.La politica di Israele è segregazionista, razzista, colonialista e  la comunità internazionale è di una parzialità ripugnante. Tranne qualche rara eccezione, paesi come la Svezia e qualche paese sudamericano, non si ha lo sguardo per vedere che la condizione del popolo palestinese è quella del popolo più solo, più abbandonato che ci sia sulla terra perché tutti cedono al ricatto della strumentalizzazione infame della shoah.Tutto questo con lo sterminio degli ebrei non c’entra niente, è pura strumentalizzazione.

Oggi Israele è uno stato potentissimo, armatissimo, che ha per alleati i paesi più potenti della terra e che appena fa una piccola protesta tutti i Paesi si prostrano, a partire dalla Germania con i suoi terrificanti sensi di colpa.
Io sono ebreo, anch’io vengo da quel popolo,ma la risposta all’orrore dello sterminio invece che quella di cercare la pace, la convivenza, l’accoglienza reciproca, è questa? Dove porta tutto questo?

Il popolo palestinese esiste, che piaccia o non piaccia a Netanyahu. C’è una gente che ha diritto ad avere la propria terra e la propria dignità, e i bambini hanno diritto ad avere il loro futuro, e invece sono trattati come nemici. Ci sono israeliani coraggiosi che parlano, denunciano ma la comunità internazionale no, ad esempio l’Italia si nasconde dietro la sua pavidità, un colpo al cerchio e uno alla botte. Ci dovrebbe essere una posizione ferma, un boicottaggio, a cominciare dalle merci che gli israeliani producono in territori che non sono loro.

La pace “si fa fra eguali”, non è un diktat come vorrebbero gli israeliani.Io non sono sul foglio paga di nessuno, rappresento me stesso e mi batto contro qualsiasi forma di oppressione, è il mio piccolo magistero. Sono con tutti quelli che patiscono soprusi, sopraffazioni e persecuzioni e questo me l’ha insegnato proprio la storia degli ebrei. Io sono molto ebreo, ma non sono per niente sionista”.

* Dichiarazione di Moni Ovadia

Processo Gregoretti: Al peggio non c’è fine!

Una decisione inquietante sul caso Gregoretti che mette in crisi lo Stato di diritto perche’ afferma che esiste un area di discrezionalità politica, esercitata in questo caso limitando la liberta’ personale per ottenere la redistribuzione in Europa, sottratta a qualsiasi controllo giurisdizionale.

A Catania, sul processo Gregoretti, con la complicità della Procura, questo tentativo sembra riuscito, ignorando così quello che afferma la Corte di Cassazione sulla differenza tra giudizio politico, rimesso al Palrlamento e giudizio tecnico di competenza della magistratura. Il processo Gregoretti non può essere assimilato al processo Open Arms, perché la Gregoretti era una nave militare, territorio dello Stato , alla quale non poteva applicarsi il divieto di sbarco sulla base del decreto sicurezza bis n.53 del 2019. I naufraghi non potevano certo essere sbarcati a Malta o in Spagna. Il trattenimento su quella nave era identico a quello che si sarebbe potuto verificare in una caserma di polizia italiana.

Come se oggi si fosse dichiarata la inapplicabilità dell’art. 13 della Costituzione italiana che stabilisce il principio di legalità e la riserva di giurisdizione in favore di tutte le persone private della liberta’ personale. Oggi tocca ai migranti ostaggio di una trattativa politica con l’Unione Europea, domani potrebbe toccare a qualsiasi cittadino italiano vittima di una “scelta politica” di un ministro dell’interno.

In merito al protrarsi del boicottaggio dei soccorsi in mare ed alla criminalizzazione delle Ong delle navi umanitarie facciamo appello a tutte le realtà solidali siciliane ed a livello europeo a potenziare il sostegno sociale all’apertura dei porti all’accoglienza delle e dei migranti, a impedire i respingimenti in Libia e Tunisia, a monitorare il processo Salvini/Open Arms a Palermo (prossima udienza il 15 settembre), affinché non si ripetano indebite limitazioni della libertà personale per finalita’ di trattativa politica e per odiose strumentalizzazioni elettorali .

Non in nostro nome, Noi vi accusiamo!

Ct 14 maggio 2021

ADIF, LasciateCIEntrare, Rete Antirazzista Catanese, Accoglienza ControVento

La pittura antimafia: un epidemia dell’arte e della bellezza.

«La mia pittura d’impegno civile c’è sempre stata, fin dalle scuole medie, quando collaboravo per il tipico giornalino della scuola. Man mano che sono cresciuto, ho realizzato la vera importanza dell’impegno civile contro la mafia, da lì non ho più smesso.

La mia pittura è quasi da giornalista, immagino che tu sia sempre pronto a cercare la verità, questo è quello che faccio anch’io. Scrivo con i pennelli. Riesco a trasformare un lavoro di approfondimento su di un tema in un’immagine.

La pittura antimafia è un grido di dolore che parte dalla Sicilia ed arriva ai confini dell’Italia. La considero un’epidemia della bellezza e dell’arte, evidenziando la storia di questo Paese, raccontando la storia delle vittime e dei carnefici».

Gaetano Porcasi

ENNA: RIMOZIONE BANDIERA DELLA PACE

COMUNICATO STAMPA

Ho appreso con incredulo stupore la notizia, riportata da diverse testate on line ennesi, della rimozione di una bandiera della pace che sventolava dal balcone dello storico Liceo Classico “ Napoleone Colajanni”.
Quella innocua e indifesa bandiera, simbolo universale di pace e affratellamento, ha dato così talmente fastidio a qualcuno, da essere in men che non si dica rimossa, ripiegata e occultata alla vista perché ritenuta colpevole di “veicolare velatamente messaggi politici”.


In un momento in cui in tante parti del mondo e , ancora per l’ennesima volta nella martoriata Palestina, cadono bombe e pallottole , che non si sa come fermare e che tutti vorremmo fossero fermate, alle nostre alte quote qualcuno pensa di poter bacchettare una prestigiosa e plurisecolare istituzione scolastica, una intera assemblea di alunni, concordemente convinta di volere lanciare un messaggio per invocare la Pace, chiedendo e ottenendo di soffocare quell’anelito di pace.


La Pace è uno dei principi ispiratori e fondamentali della Carta Costituzionale ed è compito della scuola formare la coscienza civile dei giovani a quei valori per promuoverne la partecipazione e la cittadinanza attiva. Da anni il MIUR si è impegnato a implementare lo studio di “Cittadinanza e Costituzione”, al quale l’ANPI , attraverso la sottoscrizione di protocolli formativi, ha dato e continuerà a dare il proprio contributo.


A nome del Comitato Provinciale ANPI di Enna esprimiamo solidarietà e apprezzamento ai giovani studenti per il segnale che hanno voluto lanciare, vicinanza e sostegno al Dirigente Scolastico e al Collegio dei Docenti del Liceo “ Napoleone Colajanni “ e a tutta la Comunità Ennese affinchè le prevaricazioni e l’intolleranza vengano respinti e isolati .

Renzo Pintus
Presidente Comitato Provinciale Anpi Enna

LE ONG DEL SOCCORSO IN MARE CHIEDONO UN INCONTRO URGENTE A DRAGHI

Gentile Presidente Mario Draghi,

dopo l’ennesima tragedia occorsa nel Mediterraneo giovedì scorso, crediamo indispensabile chiederle un incontro urgente.

Ogni volta che si ripete un naufragio speriamo che sia l’ultimo. Anche la tragedia di questi giorni poteva molto probabilmente essere evitata.

Nelle oltre 24 ore trascorse tra la prima segnalazione di Alarm Phone e il consumarsi della tragedia, la Ocean Viking ha atteso un intervento delle autorità marittime che coordinasse le operazioni, ma nonostante le autorità italiane, libiche e maltesi fossero tenute costantemente informate, questo coordinamento non c’è stato, o almeno non ha coinvolto l’unica nave di soccorso presente in quel momento. Che questa mancanza sia stata fatale è sotto gli occhi di tutti: oltre cento persone hanno perso la vita.

Questa, Presidente, è la realtà del Mediterraneo. Dal 2014, più di 20.000 uomini, donne e bambini sono morti o scomparsi nel Mediterraneo centrale, che conferma il suo triste primato di rotta migratoria più letale al mondo. Nessuno degli accordi e provvedimenti adottati dagli Stati, dopo la fine dell’operazione Mare Nostrum, è mai riuscito a far diminuire il tasso di mortalità. Da allora le ONG hanno cercato di colmare il vuoto lasciato dagli Stati, ma in assenza di un coordinamento centralizzato, tempestivo e coerente di ricerca e soccorso, tragedie come quelle di giovedì scorso sono le conseguenze da portare collettivamente sulla coscienza.

Per alcuni anni, l’intervento delle navi di soccorso civile è stato accolto con riconoscenza dalle autorità italiane ed europee, con le quali abbiamo collaborato in modo continuativo ed efficace per ridurre la mortalità nel Mediterraneo. Poi le cose sono cambiate: i governi hanno ritirato le loro navi e cessato di coordinare i soccorsi. Le persone, invece che essere soccorse e condotte in un porto sicuro, come vorrebbe la normativa marittima internazionale, hanno iniziato ad essere riportate dalle autorità libiche in Libia, dove sono vittime di detenzioni arbitrarie, violenze e abusi di ogni genere ampiamente documentati. Contestualmente, le ONG sono diventate oggetto di una feroce campagna di delegittimizzazione e criminalizzazione.

Come ribadito dalla stessa Commissaria europea Von Der Leyen, “il soccorso in mare non è un optional”, bensì un preciso obbligo degli Stati, un obbligo giuridico, quindi, oltre che morale. Come ONG siamo in mare a colmare un vuoto, ma saremmo pronte a farci da parte se l’Europa istituisse un efficace meccanismo istituzionale e coordinato di ricerca e soccorso che abbia come scopo primario quello di soccorrere persone in mare.

Signor Presidente, le chiediamo un incontro in cui discutere quali iniziative concrete possano essere assunte dal suo governo, coinvolgendo l’Europa, per garantire interventi coordinati e tempestivi di soccorso, affinché salvare vite umane torni ad essere una priorità e inaccettabili tragedie come i naufragi di questi giorni non si ripetano mai più.

Alarm Phone, EMERGENCY, Medici Senza Frontiere, Mediterranea, Open Arms, ResQ-People saving People, Sea Watch, SOS MEDITERRANEE.

26 aprile

BASTA CON LE STRAGI DEGLI ESSERI UMANI NEL MEDITERRANEO. Cercano Libertà e Dignità di vita

COMUNICATO STAMPA

I drammi umani della Storia si ripetono, con condizioni diverse. Ieri, gli italiani: ebrei, partigiani, cittadini perseguiti, che fuggendo tra le nevi e i ghiacciai delle montagne per passare in Francia e Svizzera, venivano braccati dai nazifascisti, assassinati, imprigionati e deportati nei Lager dello sterminio, poi, negli anni del dopoguerra i nostri migranti “clandestini”, che espatriando, fuggivano dall’Italia percorrendo gli stessi perigliosi tragitti di montagna, affidandosi ai “traghettatori” dei monti a pagamento, alla ricerca del lavoro e dignità di vita. Era la traversata notturna. In tanti venivano acciuffati, e riportati nei loro luoghi di fame e disperazione. Tra loro, molti i siciliani, costretti a ritornare nei loro tuguri, dove dormivano assieme all’asino, utile per l’eventuale lavoro bracciantile giornaliero.

Oggi, cambiano i volti, le tragiche storie, le destinazioni, i sentimenti e le speranze. Le finalità, però, sono similari.
Fuggono, da tanti paesi, per sottrarsi alle guerre, torture, fame e desertificazione. Esprimono il giusto diritto alla Vita. Per sé e per loro figli.
Per cercare di raggiungere l’Europa, distrutti dalla disperazione e dalle torture dei lager libici, essendo negati leciti spostamenti, affrontano il massimo dei rischi, l’attraversata del grande Mare, su piccole e fragilissime barchette, “mettendosi nelle mani” dei trafficanti. Non c’è altro percorso.

Il Mediterraneo è diventato un enorme cimitero! Contiene decine di migliaia di cadaveri. Bambini, uomini e donne, giacciono sui fondali, “cibo per i pesci”. In molti casi, poiché ignoti, mai formalizzati alla comune conoscenza, senza volto e nome. A poca distanza dall’Italia e dalla ricca Europa, “patrie” dei colonialismi storici, in molti casi, oggi, complici dei nuovi modelli di sfruttamento delle risorse strategiche dei paesi poveri.

L’ultimo tragico evento è quello che si è verificato nella nottata tra il 21 e il 22 aprile. Un gommone, con 130 persone, è affondato nel mare in tempesta al largo delle coste della Libia. Tutti annegati. Partiti nella serata del 20 aprile, le loro pressanti richieste di aiuto sono rimaste inascoltate. Un’agonia, tra le altissime onde, durata quasi trentasei ore. In questo lungo arco di tempo tutte le strutture istituzionali preposte ai controlli e ai salvataggi – Italia, Libia, Malta, Unione Europea – sono rimasti operativamente silenti. Il portavoce dell’agenzia ONU per i migranti ( Oim) ha commentato così: “ Lasciati morire in mare. L’umanità è annegata”.

E’ stato rinnegato l’obbligo di soccorso. Il cardinale di Palermo, Corrado Lorefice, ha dichiarato tra l’altro: “ A ferire la coscienza umana e cristiana non è solo l’assoluta indifferenza in cui tutto questo è avvenuto, ma anche quella dei principali organi di informazione di stampa nazionali che hanno trattato la tragica fine di queste vite come una notizia di second’ordine o peggio di ordinaria routine”.

La notte scorsa ulteriori eventi di morte sono avvenuti nel Mediterraneo, al largo della Libia: 61 morti annegati, a seguito dell’affondamento di due barconi.

L’ANPI SICILIA esprime il massimo sdegno civile, democratico e umano. Mai più stragi di Esseri Umani nel Mare Mediterraneo!
Il Governo italiano e l’unione Europea devono assumere immediatamente tutte le urgenti e vincolanti iniziative per realizzare il postulato “ Mai più morti in mare”. Accoglienza e solidarietà. Le ONG – che si reggono esclusivamente sul volontariato e sul supporto dei liberi sostenitori -, rimaste sole a sorvegliare il Mediterraneo, unici avamposti per il salvataggio, non devono più subire discriminazioni e boicottaggi. La struttura europea di Frontex deve essere al servizio delle regole democratiche che nominalmente reggono l’Europa, strumenti, quindi, di salvataggio.

Ottavio Terranova
Coordinatore regionale ANPI Sicilia – vicepresidente nazionale

Palermo 3 maggio 2021

Caltanissetta. Nasce la sezione ANPI dedicata a Gino Cortese

Nella giornata di ieri, 27 aprile 2021, si è costituita a Caltanissetta la sezione A.N.P.I. “Gino Cortese”, partigiano nisseno, Comandante e commissario politico di Brigata e di Divisione.
Per noi una grande soddisfazione dopo anni di lavoro sul territorio.
La risposta a una necessità, un dovere morale nei confronti della città, del territorio, della Memoria.

Ora e sempre antifasciste e antifascisti.
Ora e sempre Resistenza!